beginagain

Tutto può succedere

Locandina di Tutto può cambiareDan Mulligan, come Steve Jobs, viene mandato via dalla casa di produzione che lui stesso aveva fondato. Un matrimonio fallito alle spalle, una figlia che non vede mai ed un preoccupante alcolismo lo hanno trasformato quasi in un barbone. Lui per primo non crede di potercela più fare e la tentazione di buttarsi sulle rotaie della metropolitana è forte, fortissima. Una sera però capita in un pub e sente cantare la giovane Greta. Chitarra e voce, nella quasi indifferenza dell’intero locale. Lui però è lì e se la immagina con una band alle spalle, a cantare quella canzone che parla di un uomo, solo, sulla banchina di una metropolitana, con una borsa piena di domande. E’ la sua vita.

I due decidono di fare un disco e di registrarlo per la strada, visto che non hanno un soldo per affittare una sala d’incisione. New York sarà il loro studio di registrazione.

John Carney partorisce una sceneggiatura validissima, dall’inizio alla fine. Raramente si vede una commedia romantica così ben ritmata e registicamente così “costruita” (nel senso buono del termine). Quello che ci ha subito colpito, infatti, è la destrutturazione del piano temporale. La storia scorre, ci racconta l’incontro con i due protagonisti, poi però va a ritroso, con brevi digressioni che ci mostrano come sono arrivati dove sono: Dan, ubriaco, in quel pub e Greta, depressa e arrabbiata, su quel piccolo palco. Funziona, perchè non vuole essere lineare e Carney si concede di sperimentare il giusto, senza strafare.

Tuttò può cambiare funziona perchè rende la musica protagonista del film, senza farlo diventare un musical. Mark Ruffalo regala una delle sue migliori interpretazioni di sempre, Keira Knightely è simpatica, per una volta, senza mai essere provocante. Il loro rapporto, sullo schermo, funziona perchè non culmina con il solito bacio. Non si baciano mai Dan e Greta. Entrambi hanno una storia finita male alle spalle e sanno che mischiare forzatamente lavoro e sentimenti non è mai una buona cosa. L’hanno provato sulla loro pelle.

Da elogiare anche la convincente prova di Adam Levine, cantante dei Maroon 5 che infatti presta principalmente le sue superbe doti canore al film e la giovane Hailee Steinfeld, che aveva già dimostrato di essere un’attrice nata (di quelle con la A e la N maiuscole) già ai tempi de Il Grinta dei fratelli Coen.

Tutto può cambiare è un film che va visto perchè parla di musica e ognuno di noi ama la musica. Ognuno di noi ha una canzone che gli ha cambiato la vita, che sembra che parli di una storia che abbiamo vissuto, di un momento difficile. Ognuno di noi ha una canzone che lo ha fatto ricominciare a sognare, quando stava pensando che lasciarsi andare sarebbe stata la soluzione meno dolorosa. Il fatto che la pellicola di Carney ci mostri, senza fossilizzarcisi, anche alcuni importanti meccanismi dell’industria discografica moderna è soltanto un valore aggiunto ad un film che non sbaglia davvero una virgola.

Nessuno stona, nessuno stecca, nessuno va fuori tempo. E’ una canzone stupenda.

Ora me la riascolto dall’inizio.

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

 

È difficile restare positivi quando tutto gira a sfavore e le cose, nonostante l’impegno, la passione e la dedizione ad esse dedicate, continuano ad andar male, senza nessun tipo di bagliore speranzoso all’orizzonte. Toccare il fondo più e più volte non fa bene all’anima, inutile affermare che una volta giù si può solo risalire: per un’impresa così ardua ci vuole coraggio e calore umano, altrimenti si resta inabissati nello sconforto e nel dolore, aspettando ignavi e passivi un giorno migliore, mentre tutto scorre, quando le giornate di sole sono solo un ricordo sbiadito, nell’attesa di rivedere un raggio che possa squarciare le nuvole e cambiare, nuovamente, tutto quanto.

Dan Mulligan (Mark Ruffalo) e Gretta (Keira Knightley) sono accomunati proprio da questo: entrambi sono stati sconfitti dalla vita, inghiottiti dai fallimenti e dalle delusioni, all’ombra dei grattacieli di un’infinita New York. Dan è un produttore musicale ormai in declino, con una figlia, un matrimonio fallito e l’alcool a far compagnia; Gretta invece viene dall’Inghilterra e scrive canzoni, accompagna il suo fidanzato Dave (Adam Levine), anch’esso musicista, nella Grande Mela per un contratto che lo porterà alla ribalta. Il successo però lo allontana da Gretta e lei con la sua chitarra, rimaste sole, incontrano per caso l’orecchio di Dan, intenzionato a cambiare la sua vita, deciso a produrre proprio le ballate dolci della sperduta ragazza.

John Carney dirige così la melodia dolce e delicata di Tutto può Cambiare, un film che parla e canta allo spettatore per mezzo di in uno sparito in cui le note musicali sono le sensazioni e la voglia di rinascita di due persone dall’enorme talento, ma incomprese da tutto ciò che gira attorno a loro, affossando i sogni di cui sono i principali e imprescindibili interpreti. Non è solo una commedia musicale, ma una sorta di Best Of delle emozioni umane: amore, amicizia, passione, delusione e, soprattutto, rinascita. Il cambiamento, sembra dirci un film imperfetto ma onesto e colorato, bisogna coglierlo e saperselo meritare e, una volta avvenuto, proprio nel momento in cui torna a splendere la luce c’è la prova più difficile: mantenere intatto il proprio essere, senza che venga avvelenato o contaminato ancora una volta. Tutto può Cambiare, con la sua tonalità, l’enorme, pazza e splendente New York a far da cornice perfetta e amplificata, e la voce mista agli occhi dei personaggi stropicciati ma coraggiosi, riesce con semplicità ad essere vita applicata al cinema.

Damiano Panattoni, da “filmforlife.org”

 

Ricominciare da capo, a New York, in un piccolo locale dove si esibiscono piccoli musicisti per niente famosi. Una ragazza magra, senza trucco, con addosso un pullover informe, incoraggiata da un amico, imbraccia una chitarra e intona una canzone. Ed ecco che, qualcuno che sta ascoltando in un angolo, un po’ brillo ma lucido per intuire dove c’è un talento, viene folgorato.
Begin Again è il titolo originale di questa piacevole commedia musicale firmata John Carney (che si è fatto conoscere nel 2006 con Once) tradotta in italiano con il più banale Tutto può cambiare. 
La parte iniziale del film procede per ellissi e salti avanti e indietro nel tempo.
La prima scena mostra Greta (Keira Knightley), la ragazza triste che si esibisce nel piccolo locale dove viene notata da Dan (Mark Ruffalo). Poi, mano a mano scopriamo il passato dei protagonisti.
Greta era arrivata qualche tempo prima a New York insieme al fidanzato Dave (Adam Levine) con cui sta insieme dai tempi del liceo. Entrambi i ragazzi sono cantautori e Dave ha appena ricevuto una bella offerta da un colosso dell’industria musicale. La fama e le molte tentazioni che la accompagnano fanno perdere la testa a Dave e incrinano il rapporto con Greta. Anche se sola e triste, Greta continua a suonare e, una sera in locale, cattura l’attenzione di Dan, ex dirigente di un’etichetta musicale caduto in disgrazia, che resta colpito dal suo talento. Dan è un’altra anima in pena, vive in un piccolo appartamento disordinato, è spesso ubriaco, non ha più un lavoro, e vede poco la figlia Violet con cui non riesce a instaurare un vero rapporto da quando si è separato dalla moglie. Dan è critico verso l’industria discografica di oggi e il suo atteggiamento supponente gli è appena costato il divorzio dal suo socio. E’ a questo punto che le strade di Dan e Greta si intrecciano, facendo si che due anime alla deriva si aiutino reciprocamente a non arrendersi e a continuare a inseguire i propri sogni.
Mai un disco è stato tanto complice di una crescente fiducia nei propri mezzi e nel proprio talento, mai un film aveva seguito l’incisione di un intero album in giro per una città simbolica come New York facendola diventare studio di registrazione en plein air.
Si, perche è proprio la forte aderenza della musica suonata dal vivo a contatto con la città più ‘viva’ al mondo a spostare il bilancino del film. E così Tutto può cambiare diviene una commedia con quel ‘quid’ in più capace di andare oltre un plot che, riassunto in due parole, sembrerebbe trasudare banalità: una giovane cantautrice disillusa, tradita e lasciata dal ragazzo musicista di successo incontra un produttore decaduto ma ancora in cerca del talento puro.
La musica, New York, l’amore, le delusioni, la forza di risollevarsi, a dispetto di tutto e tutti. Carney si sposta da Dublino (dove era ambientato Once) alla Grande Mela focalizzando ancor di più l’attenzione sul processo creativo della musica e sul suo potere salvifico (lanciando anche qualche frecciatina contro il ‘sistema’ delle case discografiche). Il sentimento c’è ma non viene banalizzato, affidato com’è ai testi delle canzoni ‘incollati’ al fascino, ai rumori, ai ritmi di una città, e a luoghi iconici della Grande Mela come l’Empire State Building, i suoi vicoli, i suoi parchi.
E poi, sul più bello, Carney sfodera un piccolo colpo di genio, un oggetto di culto dall’alto valore simbolico, e ne fa l’arma vincente proprio nel cuore del film: il ‘jack’ a due uscite che collega due cuffie a uno stesso dispositivo, gadget portafortuna di Dan che penzola dallo specchietto della sua vecchia Jaguar. Ed ecco che la compilation del cuore diventa magicamente un gioco a due, una playlist da ascoltare a spasso per una New York notturna e complice. Perché è la musica che può legare a doppio filo due persone, due anime, due cuori, ed è la musica che può cambiare (in meglio) una vita.
La partitura (musicale e non) del film calza alla perfezione sui protagonisti: una Keira Knightley capace di stupire anche per il suo talento canoro, un Mark Ruffalo perfetto nel suo look stropicciato e arruffato che svetta per carisma e bravura, un Adam Levine (leader della band Maroon 5) che se la cava tutto sommato benino nel suo esordio da attore (sulle sue doti canore non si discute, basta un solo ascolto del brano “Lost Stars” nella toccante scena finale).
Un film che rasserena, riconcilia con la vita, fa tornare il sorriso, smontando con la giusta leggerezza il rischio di un banale happy end e tenendosi lontano dai cliché sentimentali, si, anche con l’aiuto di qualche bella canzone. Per riacquistare fiducia nel difficile cammino della vita, anche quando ci si sente ‘stelle perdute che cercano di illuminare il buio’.

Elena Bartoni, da “voto10.it”

 

New York in primavera è un album di pop music, con qualche rimbalzo rock. È una commedia indie a due voci, lei (Keira Knightley) chitarrista fieramente indipendente, appena scaricata dal fidanzato star (Adam Levine, Mr. Maroon 5); lui (Mark Ruffalo) produttore musicale in declino che non azzecca più una voce e un riff da troppo tempo, mollato dalla moglie (Catherine Keener) e dal socio in affari.
Si incrociano per caso in una sera di comune malessere, lei suona in un locale mezzo vuoto e lui ascolta, immagina un arrangiamento (una batteria, un pianoforte e un paio d’archi), vede l’occasione. Perché non registrare un album a budget zero, usando la città come sala d’incisione e dichiarazione di stile? E così fanno, mettendo in piedi una band di amici e studentelli di talento, scovando ponti, parcheggi, vicoli e terrazze adatti alla registrazione, facendo dell’improvvisazione valore aggiunto e distrazione dai guai, ripartenza. Galeotta sarà la musica, ma anche no, perché una volta tanto la colonna sonora non è la causa o il coronamento di nulla, ma la descrizione di una città e uno stato d’animo, aggiunge senso invece di sottolineare l’ovvio.
È un film miracoloso – Tutto può cambiare – fatto di poche idee e molto talento, romantico ma non patinato, convenzionale ma non stucchevole. Melodia contemporanea impiantata su un’idea di regia vagamente anni ’70 e accompagnata a una scrittura che alleggerisce i dialoghi dei clichè, oltre a infilare almeno due scene da applausi: quella del primo incontro, e un’altra notturna, con i due seduti su un marciapiede. Risponde per giunta a una domanda che ci metteva tutti in agitazione: è ancora possibile cavar fuori qualcosa da New York, dopo Woody Allen e gli Avengers, dopo Scorsese e Nora Ephron e Lena Dunham? Incredibile ma vero, pare di sì: e infatti finisci di vederlo e vorresti già un secondo ascolto.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

Quale che sia la realtà dei fatti, in particolar modo oggi, non è difficile immaginare la Grande Mela come luogo dove tutto sembra davvero possibile. «La città che non dorme mai», la chiamano così, e forse anche per questo suo tenere gli occhi costantemente sgranati riesce a non perdere di vista coloro che in lei confidano, che ne siano coscienti o meno. Così è per Greta (Keira Knightley), che arriva negli States dal Regno Unito insieme al suo ragazzo (Adam Levine), un astro nascente la cui ultima canzone ha riscosso un successo immenso grazie ad un film. C’è qui una venatura ironica, lieve, composta ma comunque percepibile, verso quel fenomeno di musicisti sdoganati al cinema prima o più che altrove.

Impressione non del tutto infondata, se si pensa alla storia di un altro personaggio, ossia Dan (Mark Ruffalo), in rotta definitiva con la casa discografica che ha fondato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, incidendo in maniera sostanziale sul panorama musicale di quegli anni. Dan oramai è alla deriva: vive in un loculo nel bel mezzo di Manhattan, è sbronzo con discreta regolarità, ma soprattutto vede poco la figlia, frutto della separazione con la moglie. Eppure all’inizio non si capisce cosa abbia innescato tale vortice. Critico verso ciò che l’industria discografica è diventata, il suo atteggiamento supponente ed arrogante volge però ad un periodo in cui osare era bene, ancor meglio se fruttava bene. E per chi vede la propria occupazione come una sorta di missione, perdere la bussola può rivelarsi devastante.

John Carney, che ha sia scritto che diretto Tutto può cambiare, ci va con mano leggera, adottando un registro che sa affabulare. Tanto che la svolta di questa storia non avviene chissà quando se non all’inizio: in un locale dove si esibiscono musicisti non esattamente “famosi”, Greta è incalzata da un amico a salire sul palco e cantare una sua canzone. Solo lei, la sua voce e la sua chitarra. Ed infatti pare non accada un granché. Greta scende delusa dal palco, convinta che la sua performance non sia semplicemente dispiaciuta, peggio… che abbia lasciato indifferente. Ma non è così. Non per tutti.

Le prime fasi sono infatti costituite da una serie di ellissi ed analessi, che in poche parole significa andare avanti e indietro nella narrazione omettendo e integrando episodi e momenti chiave al momento giusto. Scelta che si rivela interessante, perché contribuisce a seguire un discorso che non si limita al mero espediente narrativo; basti pensare alla scena sopracitata, che attraverso lo sguardo di Greta vediamo in un modo, salvo poi l’ebbrezza di Dan restituircela in maniera diversa, con gli occhi di chi «vede la magia realizzarsi» sotto i propri occhi… con un piccolo incoraggiamento da parte dell’alcol, ok.

Seguendo la struttura di Tutto può cambiare, anche noi abbiamo omesso un particolare non da poco: Greta viene lasciata da Dave, quest’ultimo in procinto di incidere il suo prossimo disco e partire in tour. Anche grazie a questa svolta, si può ben intuire il tenore del film: giovane disillusa lasciata dal ragazzo musicista incrocia produttore in crisi in cerca del talento che segni la svolta. Tadàn. Niente di meno originale, verrebbe da dire, ma l’abilità di Carney sta proprio nella capacità d’infondere quell’aria di leggera spensieratezza, che non è mai greve o inopportuna. Dimostrando, per l’ennesima, che sul grande schermo conta più il comeche il cosa.

Sì che il nostro in questo caso non disdegna a priori l’accodarsi, perché i temi sono quelli: rivalsa dall’anonimato al successo, riscoperta di ciò che davvero conta, amicizia, amore. Cose di questo genere insomma. Il punto però è che Tutto può cambiare si lascia seguire con gusto dall’inizio alla fine, senza exploit ma mantenendo all’incirca lo stesso equilibrio in modo costante. Anche quando sappiamo o possiamo immaginare come finirà; quando in un determinato momento siamo lì a sperare che quella piega, così banale, non si verifichi; quando a tratti si è lì lì per storcere il naso a causa dell’ennesimo richiamo ad una non meglio precisata «autenticità». Quando avviene tutto questo, e te ne rendi conto, eppure non trovi ragione per smettere di seguire; è allora che puoi pesare con cognizione di causa questo film.

Carney gira un musical che non è un musical, un po’ come Greta e Dan registrano un disco che non è il risultato di una serie di sessioni in sala di registrazione. Beneficiando di una Knightley come al suo solito magnetica, oltre che di un Ruffalo sempre più consapevole, oseremmo dire dotato, Tutto può cambiare è uno di quei film che possono far stare bene senza nemmeno provare ad eccellere. Sarà la musica, certo. Ma non solo.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

Tutto può cambiare è un dolce invito a seguire completamente i nostri sogni e a continuare a credere nei nostri ideali fino in fondo. Nel film troviamo Mark Ruffalo che interpreta Dan: un produttore discografico in declino in cerca della nuova stella per rinascere; la trova in Grace, interpretata dall’eterea Keira Knightley, fidanzata di un cantautore in ascesa, interpretato da Adam Levine il cantante dei Maroon 5.
Il personaggio di Mark Ruffalo non conquistata subito, si inizia a fare il tifo per lui dove aver approfondito la sua conoscenza, dopo aver conosciuto completamente la sua storia e il suo personaggio. All’inizio sembra solo una persona svogliata con qualche problema di alcolismo. Pian piano però si scopre essere un sognatore, un’idealista e un innamorato. Il personaggio di Keira Knightley invece conquista fin dalla prima nota. Ebbene sì, nota. Grace è una cantautrice e anche brava: Keira Knightley convince completamente in questo ruolo! E’ un ruolo che le sembra cucito addosso. Appena i due personaggi si incontrano, in un bar di New York, inizia la magia. Lui cerca di ritornare in pista nel mercato discografico, lei cerca “vendetta” e riscatto per il fidanzato che l’ha tradita e pian piano inizia ad appassionarsi a un sogno che non sapeva di avere: la musica. La musica è la chiave di tutto, non ti fa smettere di credere ai tuoi sogni, non ti fa abbandonare la presa. Tutto può cambiare è un film davvero godibile, splendido nella scelta delle musiche, che nonostante siano parecchie, non disturbano il flusso del film. Un musical non musical, con un finale per nulla scontato.
Tutto puó cambiare insegna di continuare a seguire i propri sogni, insegna a sapersi bastare, insegna che la musica è la risposta.

“-Abbiamo pochissime possibilità, vero? – Indovinato. È in questi casi che arriva la magia.” Citazione dal film.

Beatrice Feudale, da “widemovie.it”

 

Greta, chitarrista e cantautrice, trasferitasi a New York per seguire il fidanzato Dave anch’egli musicista e in possesso di un fresco contratto discografico, si trova a dover affrontare la crisi del loro lungo rapporto. Sola e disperata, è sul punto di mollare tutto e tornare in Inghilterra quando in un pub con musica dal vivo incontra Dan, produttore musicale e fondatore di un’etichetta indipendente ma travolto dal frantumarsi della propria vita familiare e lavorativa. Dan, colpito dalla sua canzone e dal suo talento cristallino, si propone come produttore per le sue canzoni.

Letta così, la trama lascerebbe presagire alla classica commedia musicale cui con poche eccezioni la produzione hollywoodiana recente ci ha abituato. Ma si sa che a giudicare un libro dalla copertina spesso si prendono grossi abbagli. Malgrado un pretesto ordinario, in Tutto può cambiare (il cui titolo originale èBegin Again, ma sarebbe inutile soffermarsi sull’eterna diatriba riguardo l’originalità nella scelta dei titoli italiani da parte dei distributori) si percepisce fin da subito il respiro profondo della commedia colta, citazionista, intellettuale ma senza pretenziosità, che ottimamente si amalgama con personaggi ben scritti e mai banali. Keira Knightley e Mark Ruffalo sono due presenze magnetiche e si ritagliano addosso alla perfezione i rispettivi ruoli, con la prima sempre in equilibrio tra determinazione e vulnerabilità e il secondo in un misto di guasconeria e nevrosi; i loro fitti scambi di battute, poi, sono una manna dal cielo per chi mastica almeno un po’ di musica. Il resto del cast non è da meno e persino Adam Levine, cantante dei Maroon 5 prestato al cinema, fornisce una performance credibile a sostegno delle sue doti canore. Il tutto è condito dalla consolidata maestria di John Carney (già direttore di Once) che ci prende per mano e ci racconta questa storia di crescita personale con tocco lieve e delicato, quasi invisibile ma senza sbagliare mai un’inquadratura e dribblando sapientemente tutte le trappole e i cliché del genere di riferimento. Greta e Dave sono due anime sperdute in una New York viva (sebbene tratteggiata in un ritratto che non può che essere incompleto) che si aggrappano l’una all’altra per risalire la china; spiriti liberi, strafottenti, in un certo senso emarginati che non scendono a compromessi pur di mantenere la loro unicità a discapito della loro vita privata e professionale. Il loro rapporto non precipita nella spirale della banalità, mantenendo intatto quel pizzico di pepe e la grande complicità che si istaura tra loro fin dal primo incontro. L’amore è al centro delle loro esistenze, ma laddove esso li ha delusi nelle loro rispettive vite private, trova invece nuova linfa in quello per la musica che creano insieme. Musica che, senza alcun dubbio, è assoluta coprotagonista, con le composizioni di Gregg Alexander che svariano tra ritmi quasi minimalisti e andanti ritmati cogliendo sempre l’atmosfera con motivi accattivanti e orecchiabili, supportati dalle inattese doti canore della Knightley.
Tutto può cambiare è un raggio di sole nella mediocrità della commedia americana degli ultimi anni. E’ incalzante, sobrio e, cosa non banale, fa pensare.

Michele Parrinello, da “persinsala.it”

 

Con Once lo sceneggiatore e regista John Carney aveva dimostrato una particolare sensibilità nel mescolare il racconto della vita – con le sue difficoltà, le contraddizioni e i non pochi imprevisti – e la musica: la storia del chitarrista di strada e della giovane pianista immigrata aveva colpito e commosso, anche per l’asciutta bellezza delle canzoni interpretate dai protagonisti (chi non è rimasto a bocca aperta sentendo per la prima volta “Falling Slowly”?). Carney non sembra aver perso l’ispirazione e in Tutto può cambiare dimostra che il fascino (ma anche il potere curativo) della musica può ancora essere il motore che spinge la gente verso strade e luoghi del tutto imprevisti.
Greta (Keira Knightley) è arrivata a New York col fidanzato Dave (Adam Levine, nella vita frontman della band Maroon 5). Insieme hanno composto canzoni che lui canta con crescente successo, ma ben presto si ritrova sola. Dan (Ruffalo) è un talent scout musicale che ha avuto momenti di grande fama: ha scoperto nuovi musicisti e dal nulla ha creato personaggi del mondo hip hop, ma da qualche anno tutto gli va storto, al punto di essere licenziato dalla casa discografica che lui stesso aveva fondato. Il loro incontro casuale in un piccolo club dove Greta canta una canzone, spinge Dan a proporle di incidere un demo, per avere una chance con le case discografiche.
È difficile non paragonare Tutto può cambiare con Once, un film che già dal titolo, tanto conciso quanto illuminante, dava spazio a una storia semplice e rischiarata da momenti di perfetta poesia. Al posto di due sconosciuti come Glen Hansard e Marketa Irglovà ci sono però questa volta due attori molto noti come Mark Ruffalo e Keira Knightley, attorniati da presenze discrete ma determinanti come quella di Catherine Keener (un’attrice capace di aggiungere un “quid” a qualsiasi pellicola). Il minimalismo del precedente film lascia spazio a soluzioni più rifinite, ma non per questo meno spontanee, che non perdono verve e verosimiglianza, portando lo spettatore a sperimentare gli stessi percorsi accidentati di chi non ha più niente da perdere, ma ha ancora qualcosa da dire, e una musica per farsi sentire (composta in gran parte da Gregg Alexander dei New Radicals). Non da ultimo, la cura e il realismo nel trattare argomenti come la paternità e il rapporto con figli adolescenti, dimostrano che Tutto può cambiare non ha paura di affrontare temi veri e importanti. E non perdetevi il finale, allegro e malinconico al tempo stesso, che si protrae fino ai titoli di coda, e che vi farà uscire fischiettando, probabilmente con la voglia di risentire subito tutte le canzoni del film.

Beppe Musicco, da “sentieridelcinema.it”

 

“Tutto può cambiare – Begin Again” è una splendida commedia musicale diretta da John Carney (Once) e interpretata nei ruoli principali da Keira Knightley, Adam Levine e Mark Ruffalo.

In “Tutto può cambiare” Gretta e il suo fidanzato Dave si recano a New York per tentare insieme di sfondare nel mondo della musica. Le cose però non vanno come previsto. L’unico ad ottenere un contratto discografico è infatti Dave, che dopo pochi mesi, una volta raggiunto il successo, finisce anche con il tradire l’amata Gretta. Lei, distrutta, si rifugia quindi a casa di un amico. Una sera però, per caso, dopo aver cantato in un locale una sua canzone, Gretta fa la conoscenza di Dan, un produttore in rovina convinto di poter fare di lei una star. Insieme, i due si imbarcano in una meravigliosa avventura musicale che cambierà la vita e l’anima di entrambi…

Nel 2006 ci aveva già lasciati senza parole con Once, John Carney, per tornare a portarci oggi un’altra piccola grande perla del cinema. E in effetti le analogie tra i due film non sono poche: innanzitutto c’è la musica, che anche qui non solo è protagonista quanto gli attori ma pervade meravigliosamente tutto, a cominciare dai personaggi fino ad arrivare agli spettatori che si trovano totalmente coinvolti ed immersi negli splendidi testi, nelle meravigliose melodie e nelle voci straordinarie che li interpretano.

Poi ci sono quegli amori sospesi, sfiorati, tipici di Carney, che carezzano chi guarda e lo lasciano in preda alla dolcezza, all’immaginazione, all’idea che tutto può essere o che tutto può cambiare…appunto.

Levine, Ruffalo e la splendida Knightley sono un trio di magnificenza in questo film a cui è davvero difficile resistere. E se in questo caso forse non si è raggiunta in toto la perfezione di Once, manca davvero solo un piccolissimo soffio.

Luisa Scarlata, da “cineradar.it”

 

Greta e Dave, fidanzati dai tempi del liceo ed entrambi cantautori, si trasferiscono a New York quando lui riceve un’offerta da un colosso dell’industria musicale.

La celebrità e le molte tentazioni che la accompagnano fanno perdere la testa a Dave e incrinano il loro rapporto.

Anche se sola e sconfortata Greta continua a suonare e proprio grazie alla musica incontra Dan (Mark Ruffalo), un ex dirigente di un’etichetta musicale che, assistendo per caso ad una sua esibizione nell’East Village, resta subito colpito dal suo talento naturale. Intorno a questo incontro casuale, nel corso di un’estate newyorkese, prende vita la storia di due persone che si aiutano reciprocamente a cambiare, non smettendo mai di inseguire i propri sogni.

La musica come fonte di ispirazione capace di toccare la nostra anima e i nostri sentimenti più di quanto le parole non riescano a fare. John Carney, regista di Once (2006), vincitore di un Oscar come Migliore Canzone grazie al brano romantico <<Falling Slowly>>, regala in Tutto può cambiare la sua visione di una New York in cui il potere della musica è in grado di cambiare il destino di due persone in difficoltà. Dan (Mark Ruffalo), produttore musicale in rovina con un matrimonio che sta andando a pezzi, e Greta (Keira Knightley), musicista sconosciuta appena uscita da una grande delusione d’amore. Una coppia improbabile dal quale nasce la giusta combinazione di ispirazione e disperazione, ma soprattutto una grande amicizia che trasforma completamente le loro vite.

Il passato da musicista professionista del regista fa sì che la storia si sviluppi in maniera piuttosto realistica, sottolineando la crescente intesa tra i due protagonisti, che vogliono far conoscere la musica della ragazza registrando le canzoni all’aperto, con i suoni e ritmi della città di New York. La musica permette, inoltre, di entrare sempre più a fondo nella vita intima di Greta e Dan, tanto che diventa sempre più fragile il confine tra amicizia, collaborazione artistica e amore.

La sceneggiatura è solida e originale e John Carney riesce a coinvolgere in maniera convincente attori esperti come Mark Ruffalo, Catherine Keener e Keira Knightley a interpreti esordienti, come Adam Levine (frontman della bandMaroon 5). La storia è affascinante, soprattutto grazie alla regia di Carney che riesce a valorizzare i punti di forza di Ruffalo e della Knightley, la quale risulta molto talentuosa anche come cantante.

Attraverso la musica, registrata assorbendo le atmosfere più vivaci della metropoli, il regista firma con Tutto può cambiare una dichiarazione d’amore a New York, ricordando come la musica possa diventare un’esperienza unica, capace di cambiare la vita di ognuno di noi.

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

Che bella New York di notte, tra passeggeri dormienti in metropolitane semivuote e una passeggiata condividendo l’ipod con le orecchie di qualcun altro, abbracciandosi in fondo alla strada per fermare un pianto oppure schermandosi nelle luci del neon. Certo, è il fascino del digitale e della macchina a mano, ma anche di un film perennemente avvolto da una calorosa brezza di magia, da una profumata vitalità che sa sempre e comunque di cinema, ovvero di straniamento pop. Cosa ancor più sorprendente è che il regista sia John Carney, uno che nel 2006 girava Once, un film che ha due scene carine, qualche canzone bella e il resto da buttare nel dimenticatoio. Stavolta invece ingrana nel mood giusto, quello sospeso tra Cameron Crowe e Richard Curtis, partendo dalla musica ma senza affondare mai nel sentimentalismo più enfatizzato che essa porta: Tutto può cambiare è capace di parlare anche coi suoi momenti di silenzio, mentre contempla gesti e movimenti, sguardi e dettagli.

Ci troviamo davanti ad un film delizioso, una pellicola che, davvero, ha il medesimo effetto di una canzone sentita per sbaglio in radio, di quelle che entrano dritte in quel luogo tra memoria e cinefilia, sogno ed evocazione. Nessun virtuosismo, quanto la semplicità di una rappresentazione abile nel cogliere le suggestioni dei suoi soggetti e delle sue ambientazioni, oltre che di un editing consapevole di dover tagliare la scena appena prima che scada nel dramma; le lacrime, in Tutto può cambiare, sono spesso celate, le percepisci ma non le vedi, rimangono lì sul bordo degl’occhi, magari durante una corsa in bici, un concerto, o una giornata di merda passata in una panchina.

Azzeccatissimo Mark Ruffalo, ma ancor di più Keira Knightley; lamentarsi delle sue smorfie sarebbe come contestare i tic di De Niro, il modo di ridere di Eddie Murphy, l’espressione assonnata di Bill Murray o la logorrea di Woody Allen: sono tratti distintivi, e nel caso dell’attrice di Orgoglio e Pregiudizio ed Espiazione, trovano qui la loro dimensione più naturale, umana e carismatica.

Che cosa rimane alla fine di Tutto può cambiare? Alcune idee romantiche da realizzare con la propria dolce metà, certo, una nuova colonna sonora da aggiungere alla propria collezione, magari la voglia di imparare a suonare uno strumento per fondare una band itinerante; ma anche e soprattutto una sensazione di neve sulla pelle, quella che si scioglie col sole lasciandoti un sorriso a metà tra emozione e tenerezza.

Pierre Hombrebueno, da “farefilm.it”

 

La magia della musica. La spiega bene Mark Ruffalo, scarmigliato e simpatico protagonista diTutto può cambiare: la magia della musica è quella attraverso la quale ogni scena o situazione banale, con adeguato sottofondo, si può tramutare in qualcosa di speciale.
John Carney lo sa bene: lo aveva dimostrato con Once, e lo ribadisce ancora di più con questa sua opera seconda con la quale ha conquistato l’America (si gira a New York, vera eminenza grigia della storia) e un cast da prime pagine (non solo Ruffalo ma Keira Knightley e Adam Levine dei Maroon 5).

Perché, ammettiamolo, il canovaccio del film è davvero esile e risaputo: lui è un discograficodown on his luck, lei una cantante riluttante e alternativa quanto basta, il loro incontro risolleverà le sorti di entrambi dandogli la possibilità di fargliela vedere, a quelli che han venduto l’anima al business; ex soci o ex fidanzati che siano.
E però, siccome non si parla di cacciaviti né di t-shirt, ma di canzoni e dischi, ecco che la storia di Dan e Gretta assume tutto un altro profilo, gradevole e quasi convincente, come un volto irregolare illuminato nel modo giusto.

Abbandonandosi alla musica, e alla presenza di un Ruffalo che con la sua goffa, alcoolica e contagiosa energia riesce quasi a far dimenticare le smorfie irritanti della Knightley e l’arrogante insipienza di Levine, si può vivere Tutto può cambiare come il rinfrescante feel good movie che è, godendosi qualche battuta ben assestata e facendo finta che, nei primissimi minuti del film, si sia osato prendere a bersaglio Sua Maestà Bob Dylan.
In fondo, Carney non azzecca solo le note, ma anche la misura e il ritmo di una storia d’amore, quella tra i due protagonisti, che ha il coraggio e la furbizia di non far mai consumare loro, e la malizia di giocare all’insubordinazione contro il sistema discografico ed economico nella pienissima coscienza di farne parte integrante.

A guardare bene, è evidente, infatti, che il film sia vittima di quella perdita d’innocenza e purezza che imputa ad alcuni suoi protagonisti, e che è curato fin troppo nei minimi dettagli, risultando overproduced e sovra-arrangiato come i pezzi che contesta apertamente.
Eppure, è ancora una volta il personaggio di Ruffalo – focoso idealista che si muove a bordo di una Jaguar che pare uscita da Whitnail & I, ma anche pragmatico imprenditore – a dare la chiave di lettura più utile: quando spiega alla spocchiosa e rigida Knightley (un’aspirante Carol-fucking-King) che anche per far l’arte bisogna cedere a qualche compromesso che alla gente ti ci faccia arrivare.

Detto ciò, intendiamoci: di arte, in Tutto può cambiare, non ce n’è nemmeno l’ombra. C’è però quella lieve spensieratezza tutta pop, che, sebbene magari evanescente, è di buon gusto sufficiente a non irritare mai e regalare qualche distrazione e un buon umore che può tornare alla memoria, canticchiando, sotto la doccia.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

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