Tracks

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Ispirato alla storia vera di Robyn Davidson, che con un cane e quattro cammelli decise di attraversare il deserto australiano da Alice Springs a Uluru, fino all’Oceano Indiano. Questo viaggio, finanziato dal National Geographic, ci farà comprendere la bellezza della natura che ci circonda, ma soprattutto il vero significato della solitudine.
Un film straordinario e mozzafiato quello di John Curran che con sorprendente abilità ci fa rivivere la storia delll’avventuriera Robyn Davidson. Proprio come la rivista che all’epoca sponsorizzò il viaggio, Il National Geographic il regista ci fa rivivere le stesse emozioni di quelle straordinarie immagini. Una storia ai limiti del possibile, vera, intensa, coinvolgente ed intima che non smette mai di emozionare. Un pò troppo azzardati i flashback, che risultano sconnessi al resto della storia perchè non amalgamati bene al tessuto narrativo, il film nel complesso risulta ben adattato e girato. Per il resto ci troviamo davanti a un film sorprendente e meraviglioso; quando la realtà infatti supera la fantasia ecco che si trova un ottimo soggetto per realizzare un grande film.
Un’ ultima nota positiva va all’interpretazione di Mia Wasikowska, azzardando addirittura un pronostico come futura coppa volpi femminile. Ma che cos’è poi questa infelicità se non il sentirsi soli? e inoltre che cosa è questa solitudine? A queste e molte altre domande più o meno esistenziali prova a rispondervi questo film, senza cadere in banali lezioni di vita moraliste. Se infatti è appurato che sentirci soli non sia una condizione che implica l’essere fisicamente soli ma il sentirsi incompleti ecco che possiamo comprendere l’intento del percorso di Robyn. Un viaggio errante, interiore e sorprendente, alla scoperta non di qualcosa o qualcuno ma di se stessa, anche se per farlo significa percorrere 2700 km. Trovare se stessi significa non essere soli, anche in mezzo al deserto…
Alice Coiro, da “storiadeifilm.it”

Il produttore Emile Sherman (Il discorso del re) e il regista John Curran (Il velo dipinto), come mille altri lettori, sono rimasti rapiti dall’autobiografia di Robyn Davidson, ma sono gli unici cui la protagonista ha ceduto i diritti della sua storia. Tracks è il risultato di questa intima e rispettosa collaborazione tra autrice e regista. Robyn è una ragazza poco più che ventenne, dopo aver raggiunto Alice Springs, una delle cittadine più remote dell’Australia, decide di lasciare il cuore di quella terra dura come il ferro e rossa come il sangue per attraversare il deserto. Vuole riempire la memoria di sabbia, vento e luce, fino a liberare il suo senso d’irrequietudine nel blu dell’oceano indiano. Da questa liberazione la separano 2.700 chilometri, Robyn li vuole percorrere solo con il suo cane Diggity e dei cammelli che rendano sostenibile la traversata. Per finanziare il viaggio accetta il compromesso più difficile: il National Geographic le impone la presenza di un fotografo Rick Smolan (Adam Driver) che documenterà la sua storia. Ma per Robyn è un sacrificio. Custodisce gelosamente l’idea di un suo spazio. Uno spazio che non appartiene nemmeno a lei ma che vuole imprimere con i suoi passi per portarne traccia dentro di sé. Robyn sopporta, è paziente, non soffre il vento quando soffia forte e soffoca il fuoco delle ultime stelle, non avverte il sole quando si fa più ostile facendo delle sue spalle due dune infuocate, e non sente il sudore freddo della fatica mentre trasporta secchi d’acqua densi e pesanti come petrolio. Ogni fotogramma fa spalancare gli occhi dello spettatore: lo fa perdere nelle distese immense dell’outback australiano, lo fa addentrare tra le terre di Ayers Rock che difficilmente può aver visto altrove perché si tratta di siti sacri ai nativi, che la stessa Robyn ha potuto attraversare solo guidata da un anziano della comunità aborigena secondo la tradizione. Mia Wasikowska, già notevole in Stoker, trasmette l’irrequietudine e il tormento della protagonista: ha gli occhi di chi cerca disperatamente in se stessa qualcosa che non le interessa condividere. Il suo sguardo non fa sconti a nessuno, ma deve accettare di essere vulnerabile, di avere bisogno dell’altro. Solo quando riuscirà ad ammetterlo troverà la forza di proseguire, da sola certo, quello che ha iniziato in un viaggio di remota solitudine. Curran, scegliendo interpreti e musiche, riconoscendo quando il suono del vento e delle parole deve trovare il suo spazio, scavando a fondo nel disagio di Robyn rende partecipi della sua ostinata ricerca, archetipo di un bisogno che ardeva da tempo dentro di lei.
Clara Gipponi, da “cinema4stelle.it”

Tracks è la storia vera di Robyn Davidson e del suo viaggio a piedi di 2.700 km da Alice Springs fino all’Oceano Indiano accompagnata esclusivamente da quattro cammelli e dal suo cane Diggity. Il film è tratto dall’omonimo best-seller scritto dalla stessa Davidson appena conclusa la sua esperienza.
Il viaggio è un topos classico della letteratura e del cinema fin dalla notte dei tempi e John Curran lo recupera riscoprendone l’essenza più intima e originaria, il significato più puro, portando sul grande schermo la storia di un viaggio estremo ai limiti della resistenza umana. “…Voglio dimostrare che una persona comune può fare cose impossibili” così recita Mia Wasikowska, perfetta nel ruolo della Davidson, mentre prepara i bagagli alla vigilia della partenza. La “signora dei cammelli”, come viene soprannominata, compie a piedi 2.700 km in un percorso durato nove mesi, ma il suo oltre ad essere un viaggio reale e fisico è un faticosissimo viaggio interiore, il vero deserto è dentro di lei.
Robyn non ha vissuto un’infanzia facile, cresciuta dalla zia paterna a seguito del suicidio della madre quando lei aveva solo 11 anni. Questo, e molti altri, i flashback che affollano la mente della ragazza nelle lunghe notti solitarie nel deserto. Robyn detesta le persone, fugge dai giornalisti che la inseguono e accetta controvoglia la presenza di Rick Smolan (Adam Driver), fotografo del National Geografic che la raggiunge in alcune tappe per documentare il suo percorso, lo vede come un intruso e un disturbatore del senso e del viaggio stesso, ma alla fine tra i due si instaurerà un’amicizia che dura ancora oggi.
Una traversata alla scoperta di un luogo meraviglioso quanto ostile e alla riscoperta di se stessa, che termina con un tuffo nelle splendide acque dell’Oceano Indiano, un bagno rigenerante, una rinascita dopo una lunga sofferenza.
Tracks è un film fatto di straordinarie inquadrature e scenari mozzafiato che rendono lo spettatore compagno di viaggio di Robyn. E’ la storia di una donna che ha avuto il coraggio di spingersi oltre i propri limiti, scoprendo di cosa è capace l’essere umano e fin dove può arrivare e, ancora più importante, ha sconfitto i fantasmi del suo passato. Questo film, oltre ad essere la dimostrazione che le storie vere sono in assoluto le migliori sceneggiature, è un appunto per tutti coloro che passano la vita pensando di non potercela fare, di non essere abbastanza o all’altezza, che pensano che persone comuni debbano condurre una vita ordinaria, che pensano che le imprese si dividano in possibili e impossibili.
Robyn Davidson ci dimostra che non è così, non esistono imprese impossibili e se una donna a piedi ha potuto attraversare il deserto da sola, chiunque può fare qualunque cosa.
Claudia Carotenuto, da “cinemamente.com”

Deserto come condizione umana. Così ce lo propone John Curran nel suo Tracks, con una stupenda Mia Wasikowska che ci accompagna lungo questo cammino alla riscoperta di sé e di colui che chiamiamo “altro”
Viaggiare è un arte. Chissà in quanti l’avranno già detto, e quanti ancora lo diranno. Tuttavia nel corso del tempo si ha avuto modo di assistere all’inflazionarsi vieppiù mortificante di questo seppur nobile termine. Termine che evoca immagini meravigliose, quali che ne siano gli oggetti. Sant’Agostino diceva che «la vita è come un libro, e chi non viaggia ne ha letto una sola pagina». Ma se stessimo qui a riportare aforismi a tema non ne usciremmo più. Il punto è che un film come Tracks di John Curran si pone esattamente su questo livello di speculazione, per via di questa sua smodata propensione nel ridestare la sacralità rimossa insita nel viaggiare.
Viaggio che in questo ritratto fortemente ed inevitabilmente naturalistico del regista australiano assume un senso altro, qualcosa di più del semplice macinare distanze. Protagonista una meravigliosa Mia Wasikowska, sempre più a suo agio, sempre più al top. Ed è di per sé evidente che per un racconto del genere servisse un interprete forte, che infondesse quell’intensità che deve trasmettere un personaggio come Robyn Davidson. Tracks è infatti il best seller scritto dalla Davidson a seguito del suo lungo viaggio attraverso il deserto australiano; trattasi dunque di una storia vera.
Nel film veniamo argutamente catapultati poco dopo l’inizio di questo tortuoso percorso, risparmiandoci un’introduzione tesa in qualche modo ad illustrare quale sia lo status quo prima di una decisione così drastica. Per quest’ultima componente, Curran si serve invece di alcuni poetici flashback, disseminati con la massima discrezione lungo l’inoltrarsi di Robyn nel deserto. Di fatto, questa è l’unica licenza, se così possiamo definirla, che il regista si concede: il resto è asciutto, senza troppi fronzoli, focalizzandosi su questa maturazione che, a dispetto degli evocativi scorci e panorami, è anzitutto interiore.
Curran ha un’intuizione, che peraltro risulta vincente: quella di servirsi degli spazi esterni come spazi introspettivi. Le tracce che Robyn lascia lungo il suo travagliato cammino sono quelle che, in realtà, tale cammino marchia a fuoco in lei. Di tanto in tanto assistiamo a queste plongée che hanno un impatto davvero notevole, mentre un delicato movimento di camera in avanti ammette l’implicito e sofferto progredire di questo miracolo interiore. Ed è già avventura, non più viaggio. Non lo capiamo subito, e di questo bisogna riconoscerne il merito a regista e sceneggiatore, che lavorano molto bene con la loro e sulla loro protagonista: quella che, da spavalda avventuriera senza limiti ma consapevole della sua inadeguatezza, sperimenta con graduale violenza quanto la sua ambizione rischi di travolgerla fino al sacrificio estremo.
Anche un film onesto, Tracks, che non cela la spiccata fragilità della giovane avventuriera, la quale ad un certo punto dirà esattamente che intende «dimostrare che anche persone normali possono fare cose impossibili». Nessun disagio, dunque? Beh, questa sarebbe l’intepretazione più errata in cui ci si possa imbarcare. Perché il disagio di Robyn è lì, svelato con pudore ma ad un certo punto talmente manifesto da accecare gli occhi. Il vero deserto che vive la protagonista è quello che lei stessa, intenzionalmente o meno, ha costruito intorno a sé: una gabbia in cui a nessuno è permesso entrare, né all’interno della quale è consentito anche solo sbirciare. Tremenda questa condizione, che fa passare in secondo piano tutto il resto: gli stenti, la fatica, persino la ragionevolezza del proposito iniziale.
Perché quella di Robyn è anzitutto vita, ridotta a simboli, metafore, ma pur sempre vita. Un’esistenza fatta di carcasse di animali morti, così come tante ne vediamo nel corso del film, personaggi decisamente particolari (come lo spassosissimo aborigeno Eddy), gente il cui magari inconsapevole scopo è solo quello di recare fastidio, persone che ci amano, persone che non ci capiscono, bestie, persone. Come già avvertito poco sopra, Curran mappa il deserto spirituale di Robyn servendosi di quanto gli offre quello vero, tanto accattivante quanto pericoloso. Non prima di essersi comunque scelto un utile compagno di viaggio, certo: così come Stevenson si affida all’asina Modestine in Travels with a Donkey in the Cévennes, Robyn si affida invece ad un animale più idoneo al contesto per trasportare le proprie cianfrusaglie.
Un invito a tornare in sé stessi, come appunto il già citato Sant’Agostino esortava a fare. Qualche analogia, volendo, la possiamo trovare con Into the Wild, da cui però Tracks si discosta e per obiettivi e per sviluppo. Il percorso di Robyn rappresenta senz’altro una “fuga dalla civiltà”, animata però da un atteggiamento apparentemente più genuino rispetto a quello di Christopher (Emile Hirsch): quest’ultimo opera una scelta di vita, anche e forse soprattutto in odio a tutto ciò a cui era stato abituato sino a quel momento. Robyn no, la sua è una decisione più viscerale, dalla quale la mente si è dovuta in parte astenere; in questo senso è più genuina, poiché essenzialmente scevra da tutto quel contorno pseudo-intellettuale che compie l’altrettanto (se non più) incosciente Christopher.
Ma soprattutto, come dicevamo, è lo sviluppo ad essere diametralmente opposto. Tracks è la storia di una risalita, quella che porta a riscoprire sé stessi, a riemergere dalle acque dell’Oceano completamente rigenerati, anche se non senza passare da un’estrema sofferenza, da quella solitudine radicale che in fondo è presupposto base ai fini del raggiungimento di tale meta. Into the Wild ci mostra invece la strada verso l’abisso, sentiero intrapreso senz’altro con la medesima sincerità, e che non a caso approda ad una delle conseguenze possibili, la più devastante. Ed è in questo suo indossare una nuova pelle che Robyn trova un senso e che noi veniamo in qualche modo catturati, quando lei, da arrogante viaggiatrice quale è all’inizio, diviene la più che dignitosa avventuriera della seconda parte del film.
Certo, il rischio è un po’ di perdersi in mezzo a tutto quell’indugiare su paesaggi e contorni, che però servono, anzi sono imprescindibili per raggiungere lo scopo che Tracks si prefigge. Con ogni probabilità è per questo che alcuni sono rimasti tiepidi, appena sfiorati da Tracks, che invece è un ritratto duro, profondo di questa perigliosa discesa tra adorabili cammelli e fascinosi scatti fotografici.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Nella prima giornata di concorso del Festival di Venezia 2013 viene presentato al lido Tracks, il nuovo lungometraggio del regista australiano John Curran (I giochi dei grandi, Il velo dipinto), basato sull’omonimo best-seller pubblicato nel 1980 da Robyn Davidson (e adattato per lo schermo da Marion Nelson): un libro in cui la donna ripercorre il viaggio compiuto nell’arco di nove mesi nel 1977, a 27 anni di età, attraverso il deserto australiano per una lunghezza di ben 2700 kilometri, da Alice Springs fino alla costa dell’Oceano Indiano. Ad accompagnarla in questo percorso impervio, quattro cammelli e la sua fedelissima cagnetta, una deliziosa Labrador nera. La pellicola di Curran ricostruisce questa straordinaria vicenda, nonché il suo antefatto (la faticosa preparazione della Davidson per imparare ad addestrare i cammelli selvaggi), affidando il ruolo della protagonista a uno degli astri emergenti del cinema australiano e internazionale: Mia Wasikowska, prodigiosa ventitreenne che si era già fatta apprezzare in Alice in Wonderland, ma soprattutto per le sue interpretazioni in film come I ragazzi stanno bene e Jane Eyre.
E la Wasikowska, con il suo viso diafano ed espressivo, e l’aria imbronciata che a tratti cede il posto ad un sorriso magnetico e avvolgente, costituisce a conti fatti la principale ragion d’essere di un tipico racconto di viaggio, in cui ad un solido impianto narrativo corrisponde anche una certa convenzionalità a livello di struttura e di scelte nella messa in scena. Per quasi due ore, la giovane attrice dà corpo, volto e voce a questo personaggio inquieto ed introverso, esprimendo in maniera impeccabile il suo spirito solitario, il lieve disagio nei rapporti con gli estranei, nonché il desiderio di esplorare lo sconfinato deserto australiano: un desiderio perseguito con incrollabile determinazione, e reso possibile dalla collaborazione (almeno all’inizio non troppo gradita) di Rick Smolan (Adam Driver), un fotografo freelance che farà finanziare l’impresa di Robyn dal prestigioso National Geographic. In cabina di regia, John Curran restituisce sullo schermo la fascinazione per il deserto, rendendo il proprio film anche – e soprattutto – una spassionata dichiarazione d’amore nei confronti della terra australiana e dei suoi suggestivi paesaggi (eccedendo talvolta in un accademismo fin troppo estetizzante e patinato).
Tracks, pur scorrendo su binari alquanto tradizionali, riesce ugualmente a suscitare il coinvolgimento dello spettatore rispetto alle sorti della protagonista: un personaggio, quello della Wasikowska, che a dispetto della sua freddezza di facciata si rivela in grado di evocare fin da subito un profondo senso di empatia. A non convincere del tutto sono invece alcune soluzioni narrative che, in due o tre sequenze, ricorrono ad un patetismo forse eccessivo, mentre il film non arriva mai a raggiungere le vette artistiche o la partecipazione emotiva di un’opera analoga per temi ed atmosfere quale, per esempio, Into the wild. Mentre Sean Penn portava il proprio racconto all’estremo, fin sull’orlo del sublime e dell’abisso, Tracks si limita a mettere in luce l’interiorità (spesso tormentata) della sua Robyn, prima di abbandonarla al confortevole abbraccio dell’oceano.
In concorso al Festival di Venezia, un racconto di viaggio diretto da John Curran e basato sulla vera storia di Robyn Davidson: un film dalla struttura convenzionale ma che riesce ugualmente a coinvolgere, ambientato nel suggestivo scenario del deserto australiano ed interpretato da una bravissima Mia Wasikowska.
VOTOGLOBALE7
Stefano Lo Verme, da “everyeye.it”

Il viaggio che Robyn Davidson intraprese nel 1977 – 2.700 chilometri da Alice Springs all’Oceano Indiano, 7 mesi di cammino attraverso l’inospitale entroterra australiano in compagnia di un cane e quattro cammelli – acquista oggi un senso tutto nuovo, per quanto ancora controcorrente. Riacciuffare il silenzio, il vuoto, il piacere della solitudine, l’ancestrale ritorno alla natura selvaggia, si rivela, in tempi di Google Earth e colonizzazione turistica, un’esperienza realmente catartica. Un bagno purificante per scrollarsi di dosso la pesantezza del mondo. Un battesimo per occhi che non sanno più vedere, oppressi da immagini su immagini.
Non meno di Cuaron e del suo Gravity, John Curran, americano di nascita ma australiano di adozione, ritrova in Tracks e nel datato on the desert della Davidson, la pista e la bussola per orientarsi tra le mappe interiori dell’uomo moderno, registrando la sua voce sommersa sotto la babele di chiacchiere. Come dice uno dei tanti occasionali compagni di viaggio alla Davidson: “Le parole sono sopravvalutate”.
Bisogna prestare ascolto invece ai messaggi che provengono dall’inconscio, ai fantasmi che affiorano attraverso la segnaletica del cinema: quell’invocare un nuovo Spazio contro la civilizzazione “selvaggia” e insieme temerlo, come succede nell’horror vacui siderale evocato da Cuaron. La lingua del cinema è sempre doppia.
In Tracks riecheggia questa doppiezza, è insieme catarsi e rischio l’oltrepassamento del mondo. La giovane Robyn, che trova in Mia Wasikowska un’interprete fisicamente e spiritualmente fedele, conosce la meta del suo viaggio ma non la sua destinazione, il movente più intimo.
D’altra parte, come in ogni on the road che si rispetti, la meta è partire, un mettersi in moto puntando, più che alla fine del cammino, alle trasformazioni che il cammino prospetta. La sua lunga camminata nel deserto è così diversa dalla nostra? Non abbiamo anche noi un deserto da attraversare, con le sorprese e i pericoli nascosti, gli incontri fortuiti e quelli che era meglio evitare? E quella solitudine che Mia/Robyn cercava e che d’improvviso sente montare dentro, contro di lei, non è un’esperienza che possiamo fare tutti noi che viviamo, pure, in mezzo agli altri?
Senza enfasi né spettacolo, Tracks segue una parabola inversa a quella di Into the Wild, pur tallonandolo da vicino: a differenza del novello Thoreau di Sean Penn, la nostra eroina sopravvive perché “accetta” – pur con le dovute riserve – il sostegno dell’altro. Che si tratti del fotografo del National Geographic, del vecchio aborigeno o di una coppia di gentili vecchietti che vive in the middle of nowhere, la Davidson non può prescinderne per la riuscita della sua missione. Quaranta giorni o sette mesi nel deserto costituiscono un crocevia, non un orizzonte. La vita vera, con le sue aspirazioni, responsabilità, gioie e dolori, è sempre altrove, tra gli altri. E’ nell’improvviso affiorare di un volto amico, nel ricordo che, ossessivo, ritorna nelle notti di ombre, all’aperto. Pure nel gratuito affetto di un animale.
La mistica di Tracks, che pure ironizza sull’invadenza dei media, dell’uomo bianco e del rumore, è tutta rivolta verso la ricerca di questo spazio fisico e immateriale del silenzio. E’ una mistica che affiora con pudore, nella luce semi-documentaristica di immagini che non vogliono mostrare nulla di nuovo, bensì mostrare di nuovo.
Da un vecchio numero del National Geographic Magazine (il servizio fotografico che Rick Smolan realizzò sul viaggio della Davidson), volti, orizzonti e pulsioni trasmigrano, quasi calligraficamente, nel film di Curran. Non in virtù di un potere mesmerizzante, ma per la spinta verso un dopo che è anche ritorno. Nel presente che, attraverso il cinema, non ne dice più la nostalgia, ma l’ambiguo -e profetico ? – avvento.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Il deserto dentro

Anni ’70, anni di rivoluzioni di costume così vasti da arrivare fino alla lontana Australia, fino a una ragazza di Alice Springs, Robyn Davidson, che decide di imprimere una svolta alla propria vita affrontando un’impresa impossibile: attraversare a piedi il paese dalla sua cittadina, dal centro dell’immensa nazione alla costa occidentale sull’Oceano Indiano, 2700 chilometri di territorio in parte desertico.
Robyn lo farà accompagnata solo dal suo cane e da quattro cammelli, tre adulti e un cucciolo. National Geographic, che sponsorizza l’impresa, le affianca un fotografo, Rick Smolan, presenza che Roby, divenuta per l’opinione pubblica la “Signora dei cammelli”, non gradisce nella sua intransigenza estrema, accordandosi per fuggevoli incontri lungo alcune delle tappe, solo per scattare qualche foto. Il film, diretto da John Curran (Il velo dipinto, l’inedito Stone) che mette in scena la vicenda in maniera molto classica, si regge sulla presenza fortissima di Mia Wasikovska e sugli straordinari panorami di intimidente, desolata bellezza. La storia vera della Davidson, divenuta un best seller nel 1981, si può leggere in tanti modi e per ciascuno può avere diversi significati, una sfida incosciente (a chi le chiedeva “perché” rispondeva “perché no”), un azzardo pericoloso, un’impresa da invidiare in epoca di viaggi organizzati. Tracks non è un Into the Wilde se non nell’indifferente immensità della Natura che in un attimo ti può riassorbire. Il film racconta sì la fuga di una “diversa”, una giovane donna ben decisa a escludersi dal convivio umano, con solo alcuni veloci flashback a raccontare un passato nel quale c’erano le radici del suo presente, in quel bisogno di isolarsi ed escludere. Ma senza l’illusione suicida che la Natura fosse Madre, ben conscia Robyn delle regole spietate che, se infrante, uccidono. Il suo, avendo avuto la sorte di sopravvivere, si è risolto in un viaggio davvero di formazione, dal quale riemergere purificati dalle acque dell’Oceano come da una fonte battesimale e dopo il quale affrontare diversamente la vita. In un altro posto anche noi siamo altri, possiamo essere altro.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

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