Torneranno i prati

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In un avamposto d’alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, “così vicina che pare di udire il loro respiro”. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Ordini telefonati che mandano i soldati a farsi impallinare come tordi.
torneranno i prati, scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale, non è un film d’azione e non ha nemmeno una trama nel senso canonico del termine, perché i pochi avvenimenti si consumano come la cera di una candela, dentro una quotidianità sporca e scoraggiata. Il film di Olmi è una ballata malinconica come la melodia alla fisarmonica che apre la narrazione, e triste come Il silenzio, le cui note sono incorporate nel tema finale composto e suonato alla tromba da Paolo Fresu. torneranno i prati è un film epidermico, che ci fa sentire il ruggito dei mortai in lontananza, il rosicchiare del trapano che scava una galleria nemica sotto la trincea, il gelo e la monotonia delle giornate segnate dal rancio e dalla consegna della posta, unica occasione in cui i nomi dei soldati vengono pronunciati, riconoscendoli come esseri umani invece che come semplici numeri. I militari, dal capitano alla recluta, restano attoniti davanti all’orrore dell’inganno in cui sono caduti per aver creduto nell’amor di patria e nel dovere del cittadino italiano. Alcuni guardano verso di noi e raccontano quell’orrore e quella solitudine, ricordandoci i magistrali sguardi in camera de Il mestiere delle armi. Anche questi soldati semplici sono testimoni della storia, una storia che si è consumata sulla loro pelle, e a loro insaputa.
La fotografia profondamente evocativa di Fabio Olmi, a suo agio nel gestire tanto le nebbie quanto il profilo nitido delle montagne, allinea quadri grigi in successione atemporale, sottolinea i colori dell’oro e del sangue; le scenografie di Giuseppe Pirrotta ricostruiscono con esattezza storica ed emotiva la miseria della trincea, fatta di pochi pezzi essenziali – la gavetta, la lampada ad olio – e i costumi di Andrea Cavalletto (con l’amichevole supervisione di Maurizio Millenotti) trasformano i soldati in fantasmi, ombre imbacuccate irriconoscibili a se stesse sotto pile di coperte che non bastano a cacciare il freddo dalle ossa. Ci vuole pudore per raccontare una guerra senza senso, come lo sono tutte le guerre. Ci vogliono lunghi silenzi, profondità di sguardo e di coscienza, per intonare un de profundis dedicato alla memoria dei tanti giovani (e meno giovani) morti in luoghi dove poi sarebbero ricresciuti i prati, cancellando la memoria del loro sacrificio. Un sacrificio di cui il regista si fa cantore, ritraendo i suoi soldati nel momento dell’estrema consapevolezza di essere andati a morire invano, in una guerra di posizione che si è rivelata una mera attesa del proprio destino finale.
In torneranno i prati c’è la lezione di Remarque e Rigoni Stern e Buzzati, nessuno citato perché tutti assorbiti nel sapere di Olmi, che crea un mondo da incubo i cui personaggi si rivolgono a noi dicendo: questo ero io, e lo ricordo proprio a te, sperando che tu sia custode della mia memoria, e che porti con te il mio messaggio. Perché “anche quelli che sono tornati indietro hanno portato dentro la morte che hanno conosciuto”, e se il piccolo Ermanno ricorda i racconti del padre, cui ha dedicato questo film, il regista più che ottantenne teme che, come dice un soldato, “di quel che c’è stato qui non si vedrà più niente, e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero”.
torneranno i prati è un film perfettamente centrato nel cuore di tenebra di una trincea, e di una guerra, buia e allucinata, il nostro Apocalypse Now, cronaca di un conflitto supremamente inutile, e che la Storia vorrebbe dimenticare.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Una sola notte per tentare di descrivere l’orrore di una pagina di storia per certi aspetti oscurata dalla Seconda Guerra Mondiale, ossia la Prima, la cosiddetta Guerra del 15-18 (almeno per gli italiani). Ermanno Olmi cerca di colmare, fin dove possibile, tale lacuna; lui il cui padre a quella guerra vi ha partecipato, trasmettendone i ricordi ai figlioletti attraverso vari racconti.

Ma Torneranno i prati ha anche una valenza ulteriore, se si pensa che poche sono le pellicole, specie in tempi tutto sommato recenti, che si sono soffermate su questo segmento storico. In più perché una sorta di unicum anche nel panorama delle produzioni italiane odierne, in quanto un film di guerra di questa fattura è una rarità non da poco. Siamo sugli Altipiani, zona Nord-Est. È il 1917 e a quanto pare si è entrati in una fase che in gergo, se non andiamo errati, si dice di logoramento. L’avamposto italiano deve mantenere la posizione in una trincea da cui sarebbe in ogni caso impossibile avanzare. L’austriaco è lì a due passi che segue ogni minimo bisbiglio del nemico, preparando a sua volta l’offensiva.

Qualora ce ne fosse bisogno, meglio chiarire sin da subito la posizione di Olmi e dunque del suo film, che si sviluppa in chiave decisamente antimilitarista, di segno nettamente contrario a simpatizzanti di ogni tipo verso la tragedia che è la guerra. E per farlo ricostruisce l’assurdità di una delle tante, innumerevoli missioni che furono eseguite, a fortune alterne, nel corso di quella guerra specifica. Ad una ventina di giovani italiani viene chiesto di eseguire un ordine praticamente suicida, al quale però non è possibile sottrarsi senza conseguenze. Colpisce, e in positivo, la ricostruzione scenica, piuttosto accurata o per lo meno credibile, di una trincea dentro alla quale i soldati sono più che altro ingabbiati, in condizioni penose per via della neve che copiosa copre l’intera zona e dunque delle temperature proibitive.

Sogni, speranze e angosce di questi giovani strappati alle rispettive famiglie per combattere una guerra di cui non sanno alcunché, vengono pallidamente rievocate attraverso foto, sguardi, espressioni dialettali, che lasciano trasparire quella nostalgia che raccontata a parole non avrebbe avuto lo stesso effetto. Torneranno i prati è sì un film di guerra, ma più dalla parte di unOrizzonti di gloria che di un Apocalypse Now; azione quasi del tutto assente, le vicende trattano l’effettiva vita di questi ragazzi intrappolati come topi, affamati e ammalati, mentre attendono istruzioni “dall’alto”.

Un andamento dunque dimesso ma senz’altro funzionale a un film che intende ragionare con calma, offrendo spunti interessanti sul delirio di un evento segnato da un’irrazionalità congenita, che a tratti confonde, oppure atterrisce proprio chi ne viene coinvolto. Questo tipo d’esperienza d’altronde, più di qualunque altro, difficilmente può essere restituito, non dico integro, ma anche solo vicino alla realtà dei fatti. Olmi allora decide per l’approccio simil documentaristico, che si manifesta anche e soprattutto attraverso una fotografia dal bianco e nero dissimulato. Nebbia ed un grigiore monocromatico di fondo la fanno da padrone, ed è la scelta migliore per consentirci di entrare meglio in questa storia.

A fare la differenza sono anche i volti dei protagonisti, gente quanto più possibile comune, facce che non è difficile immaginare in molte tra le fila di quei battaglioni. Dribblando in maniera accettabile la retorica pur insita in un discorso su cui Hollywood ha talmente speculato, per lo più male, preferendo un’opera che lavorasse su pochi elementi ma bene. In torneranno i prati si fa economia in tal senso; i dialoghi, per esempio, tutti sensati, senza inutili giri di parole o uscite inopportune. Addirittura poetici alle volte, ma di quella poesia che entra a meraviglia in un discorso tra due persone normalissime, senza scuole alte ma con un contatto con la realtà che è davvero d’altri tempi.

Non a caso, quando alludiamo ad un certo antimilitarismo, non vorremmo che passasse il messaggio sbagliato: l’onore e la compostezza attribuibile a quegli uomini viene qui salvaguardata, pur nell’orrore e nel conseguente clima da disfatta, con annessa angoscia, di chi è dovuto crescere troppo in fretta, tutto in una volta. Un progetto interessante, che solca mari per lo più inesplorati dalle nostre parti, consegnandoci un film sulla guerra tenendo finalmente conto del mezzo, divincolandosi perciò da una certa letterarietà – tentazione alla quale produzioni mediamente ambiziose qui in Italia cedono molto volentieri.

Ci voleva un maestro, uno della vecchia guardia si direbbe, per girare un film a conti fatti fresco, per nulla avulso dai tempi soprattutto a livello tecnico, tanto che è il primo ad essere stato realizzato in 4K in Italia. Un segnale importante, al quale speriamo faranno seguito altri. Ma soprattutto un film al quale chiunque può prestarsi, senza troppi sbadigli o peggio, indifferenza. E sebbene il coraggio stia altrove, è lodevole la scelta rispolverare una tematica “vecchia” raccontandola in maniera più incline ai nostri tempi, attuale. Senza sfoggi di originalità forzata, ché quelli non fanno bene a nessuno, specie a chi dimostra di essere realmente interessato a trasmettere la storia che sta rappresentando sullo schermo.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Poetico, sofferente, istruttivo.
Tre aggettivi che soltanto a malapena riescono a descrivere Torneranno i prati, un film la cui essenzialità colpisce al cuore il senso di colpa degli esseri umani di qualunque età, epoca e generazione. Appartenere alla razza è sufficiente per essere colpevoli perché l’umano, così (in)adeguatamente equipaggiato di cervello e coscienza, è incapace di debellare il seme dell’autodistruzione che porta dentro di sé. L’83enne regista Ermanno Olmi racconta un’innevata notte in trincea al confine italo-austriaco, durante la Prima Guerra Mondiale di cui si celebra quest’anno il centenario.

Ma la storia valica facilmente i confini storico-geografici. Le vite di quei soldati traditi dai loro superiori, sono anche le vite dei loro corrispettivi austriaci, o le vite dei combattenti delle guerre Puniche, Bizantine, Napoleoniche, Mondiali, del Golfo, di quelle attuali e delle future. Sono secoli che l’uomo non fa tesoro dei propri errori che si perpetuano di generazione in generazione e, con essi, il senso di colpa di non avere memoria storica. Torneranno i prati non arriva esplicitamente così lontano, eppure provoca riflessioni profonde.

Il dramma dei soldati in trincea è distante da chi guarda, non solo perché racconta un episodio che appartiene ormai più ai nostri libri che a noi stessi. Ma l’essenzialità del testo e della messa in scena si insinuano nella coscienza di minuto in minuto. Facendosi padroni dei propri tempi teatrali e delle proprie emozioni, gli attori interpretano soldati fantasmi dai quali la speranza ha preso il largo e anche la disperazione si tiene a distanza. L’irrazionalità della guerra li ha già sconfitti, lasciandoli in preda a solitudine, paure, rancori, rassegnazione. È vera la storia da cuiOlmi ha tratto il suo film, come vere sono le contraddizioni del genere umano che quelle guerre continua a generarle. E il titolo parla chiaro: Torneranno i prati in quei luoghi per coprire la sofferenza e dimenticare. E forse, prima o poi, per imparare a non ripetere gli stessi errori.

Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

 

 

Per il centenario della Grande Guerra, mentre in Italia e in Europa si allestisce la fiera della mistificazione, ci voleva Ermanno Olmi per stracciare il velo dell’ipocrisia istituzionale; “Torneranno i prati” è un lamento, non una celebrazione, e si eleva durante una nottata, dallo spazio circoscritto di una trincea italiana nord-orientale, poco tempo prima di Caporetto. L’ispirazione sono i ricordi famigliari di Olmi, legati all’esperienza del padre in trincea e un racconto di Federico De Roberto, “La paura“, pubblicato nel 1921. Dalla scarna prosa naturalista dello scrittore napoletano, Olmi recupera alcuni aspetti, realizzando un’opera asciutta e rigorosa, ma in una direzione maggiormente astratta, estremizzando quel senso di isolamento in mezzo alla natura e di fronte ad un nemico invisibile, nel racconto di De Roberto rappresentato dalla presenza immateriale di un cecchino, mentre nel film del grande regista bergamasco, mostro irrazionale che emerge dal silenzio della montagna con il rumore dei mortai e le luci spettrali dei segnalatori. I soldati della trincea, sepolti da quattro metri di neve, vivono in un tempo sospeso che sembra conservare la magia dei racconti popolari che attraversano il cinema di Olmi, ma con una contrapposizione dolorosa tra l’austera indifferenza della natura e la presenza della morte “acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire” L’addensarsi della durata diventa visibile, nelle foto che ritraggono i famigliari dei soldati, quasi fossero immagini di una dimensione ormai lontana e intangibile, nella polvere materializzata dalla luce incidente, nella neve che a un certo punto occuperà l’intera inquadratura per sostituirsi alla memoria. Olmi sposta la violentissima conclusione del racconto di De Roberto al centro della narrazione,  spezzando in due un’attesa immutabile con uno schianto improvviso, presagio di morte che si abbatterà sulla trincea come un terremoto, un’improvvisa aberrazione della natura, con lo sguardo calato dentro l’orrore. E i sopravvissuti che si muovono tra i cadaveri e le macerie, pregando o bestemmiando Dio, sembrano restituirci questa ambiguità terribile, con il plenilunio che sovrasta la carneficina e la montagna che appare come l’origine e la fine di tutto. “Torneranno i prati”, girato interamente in pellicola con la direzione della fotografia di Fabio Olmi, cerca nel brulicare della grana il senso del tempo che descrivevamo, possibilità che la staticità dell’immagine digitale, con la luce rielaborata dai sensori,  non avrebbe consentito. Nonostante le proiezioni in sala, effettuate in 4k, rimane vivo e vibrante l’incredibile lavoro sulla luce e sui colori desaturati, un miracolo visionario che scolpisce letteralmente l’immagine e i corpi dei soldati e allo stesso tempo li circonda con un’aura evanescente, antimateria che assorbirà tutto.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Fa male, fa tanto male “il grande tradimento compiuto nei confronti di milioni di giovani e civili morti in quella guerra senza che sapessero perché”. Che fare? Un film, partito su commissione, ma cresciuto con quell’amore per il cinema , per l’uomo e per gli ultimi tra gli uomini che da sempre sono il marchio di fabbrica di Ermanno Olmi.
torneranno i prati, dunque, e Olmi cita Camus, “se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso”, per illuminare la cifra poetico-ideologica di un film che è qualcosa di nuovo sul fronte nord-orientale: siamo all’alba di Caporetto, nel 1917, e un avamposto italiano ha l’ordine di trovare un altro posizionamento per spiare la trincea avversa. Non è un ordine, quello che arriva dagli alti comandi per mano del maggiore Claudio Santamaria, ma un diktat per il massacro. torneranno i prati non elude quel massacro, ma fa di più, altro e meglio: dice la verità umana della guerra, mette in bocca ai soldati abbandonati al freddo e febbricitanti in prima linea l’indicibile, ovvero quello che l’amor patrio avrebbe dovuto scongiurare, cancellare.
“Nei nostri sogni non c’era la morte”, dice uno, “Quando sentono l’odore del sangue le bestie cagano e pisciano prima di andare al macello… siamo bestie anche noi?”, si chiede un altro. Piovono bombe, un larice, “albero bellissimo”, sembra d’oro e tale diventa nelle fiamme, mentre i colpi di mortaio zittiscono il conducente di mulo che cantava agli austriaci Tu ca nun chiagne, ribaltano lo status quo, disattendono gli ordini, aprendo all’espressionismo pacifico del regista.
Oltre tre metri e mezzo di neve a seppellire le due trincee ricostruite a 1800 e 1100 metri d’altezza, temperature glaciali, tanta solidarietà e un po’ di grappa per riscaldarsi, il set è stato speciale, ma normale per Olmi: fraternità, oggi come allora, quando ti trovavi a sparare a chi era come te, nella trincea di fronte. Un paradosso, ma solo per chi la Grande Guerra e le altre non le ha combattute e non le ha intese: Olmi non usa la matita rossa per correggere gli errori della Storia, scritta dai vincitori e dai vincenti, ma sull’Altopiano di Asiago ricordava ai suoi attori Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi e Niccolò Senni  che “voleva soprattutto che fosse un film utile, voleva – ricorda Di Maria – che sentissimo il sangue sotto quella neve bianchissima”. Qui, tra il sangue che non c’è più e il nitore diffuso dell’Altopiano, scorre il film, che è tanto, ma mai troppo: neorealismo e realismo magico, impressionismo teatrale ed espressionismo fantasmatico, Kammerspiel da trincea e apologo umanista, villaggio di cartone e albero (larice) degli zoccoli.
Speriamo non sia l’ultimo di Ermanno, ma è un film-summa, che evangelicamente ricorda come gli ultimi saranno i primi, ma solo se qualcuno sa raccontarli: senza appigliarsi alla storiografia ufficiale, Olmi si guarda in casa (il padre soldato), prende dagli illetterati e trova l’alfabeto della pace. Quello che istruiva La grande illusione di Renoir, La grande guerra di Monicelli e pochi altri, e che sola sa dire: No alla guerra!
di Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”
Sono stufo di dire “non faccio più film” e poi smentirmi
[Ermanno Olmi]

1914-2014. Un secolo dallo scoppio della Grande Guerra. Un secolo di ricordi tormentati, di memorie indelebili. Eppure lo scorrere inesorabile del tempo non fa altro che rendere il passato sempre più lontano. In qualche modo affievolisce, smorza e indebolisce quelli che furono gli anni di un ecatombe tanto grande quanto assurda. Il nuovo millennio è popolato da nuove generazioni, da nuovi martiri al cospetto dei fantasmi del proprio tempo, colpevolmente abbandonati al rispetto della Storia e del passato. Nessuno di coloro che ha combattuto a quei tempi può più testimoniare col proprio vissuto le urla nere della guerra ma fortunatamente le lettere e tutte le altre fonti scritte, quelle si, sono ancora vicine a noi. Il maestro Ermanno Olmi questo lo sa. E a conferma di una sconsolante e progressiva ottenebrazione dell’uomo contemporaneo, colpisce il fatto di come sia proprio la purezza e la saggezza di un regista giunto alla soglia delle ottantatre candeline a riuscire ancora a commuoversi dinnanzi alle telecamere nel tentativo di sottolineare il bisogno di rievocare il passato. “Perché la guerra? Perché succede ancora? Com’è possibile che l’umanità non abbia imparato a capirne la stupidità?”.

Si, certo, “Torneranno i prati” è innanzitutto un film su commissione. Anzi, un evento senza precedenti visto che la pellicola sarà proiettata in contemporanea in un centinaio di paesi che hanno aderito all’iniziativa lanciata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un film che coinvolge il mondo intero si direbbe, proprio come a quel tempo fece la Grande Guerra. Il paradosso è che il film coinvolge anche il Ministero della Difesa e i nostri soldati ora in Afghanistan, Kosovo e Libano. Ed è proprio da qua che nasce l’esigenza autoriale. A Olmi queste bandiere ancora alzate, questa retorica patriottica non piace. Perché “Torneranno i prati” muove i suoi passi in ragione di una definitiva presa di coscienza: quella dell’alto tradimento nei confronti di tutti quei giovani caduti in guerra. Morti senza un perché, come bestie al macello che prima di soccombere, avvertendo l’odore del sangue, pisciano e cagano dal terrore.

Per questo il nuovo film di Olmi è elegiaco e al tempo stesso straniante. Perché la doverosa ricorrenza di un avvenimento bellico lascia spazio a una parabola universale sulla condizione dell’uomo, dall’impronta anacronistica, sorretta da una narrazione rarefatta, da personaggi senza nome (perché simboli di tutta l’umanità), messa in scena in modo ammaliante e incantevole, nonostante il tema trattato. In appena ottanta minuti il regista bergamasco si sofferma interamente sulla vita di trincea, in un tempo filmico che coinvolge una sola notte e senza che il nemico venga mai filmato. È il 1917, siamo ormai a un passo dalla disfatta di Caporetto, e l’altopiano di Asiago culla le vite di decine di soldati pronti a morire per nulla.

C’è il soldato che esclama con un “Dio infame!” la rabbia di chi non viene ascoltato, perché quello dall’altra parte, invece di accorrere in soccorso, si nasconde nel buio del silenzio, che sia esso Dio, la Madonna, il Papa o il Generale che impartisce gli ordini di morte (“ma se Dio non ha ascoltato il figlio sulla croce, può dunque ascoltare noi poveri cani?”). E proprio in un film volutamente spoglio della dignità e della ragione, la disobbedienza agli ordini di guerra rappresenta l’unico eroico atto morale (anche se porta al suicidio), perché “non ci sono ordini quando un ordine è un crimine”.
C’è il soldato che canta per sentirsi ancora attaccato alla vita (la musica di Paolo Fresu ricopre una componente essenziale), c’è la sentinella che, nel silenzio della notte e nel chiarore magico del plenilunio, osserva incantato la neve e gli animali (una volpe, un topo, una lepre), come se fossero un qualcosa di mai visto. La pace della montagna diventa così il posto per apprezzare e assaporare gli ultimi squarci di vita prima che i bombardamenti del nemico cancelli dagli occhi e dalla vita tutto ciò (emblematica la sequenza del larice, dove l’edenica fotografia del figlio Fabio tinge l’albero d’oro prima che esso venga arso dalle fiamme contingenti a un’esplosione).
Le confessioni dei soldati davanti alla macchina da presa (espediente già utilizzato per il capolavoro “Il mestiere delle armi“) veicolano il film verso un finale quanto mai illogico, allucinante. Chi è morto se ne è andato. Chi sopravviverà morirà due volte, come scrive nella lettera indirizzata alla madre il giovane studioso di scienze umanistiche divenuto “tenentino” in seguito all’abiura del suo superiore. E la parte più difficile è quella del perdono. Perché “se non sai perdonare, che uomo sei?”.

Il realismo essenziale centellinato da Ermanno Olmi torna qua su livelli importanti dopo aver subito piccoli sbandamenti negli ultimi anni con “Centochiodi”, “Terra madre” e “Il villaggio di cartone“. Non a caso, “Torneranno i prati” segna un trait d’union con “Il mestiere delle armi” con il quale ha in comune non solo il genere ma anche l’elemento della neve. Quella neve che un giorno si scioglierà lasciando intravedere non più i corpi dei soldati ma immensi prati verdi.

Matteo De Simei, da “ondacinema.it”

 

 

Olmi torna al cinema con un film amaro e ipnotico contro la guerra: torneranno i prati, ovvero il racconto della vanità del tutto e dell’inevitabile svanire di ogni cosa, a partire dall’uomo.

Linea d’ombra

Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata. Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. [sinossi]

In un sistema cinematografico come quello italiano, omologato e senza orizzonti, il nuovo film di Ermanno Olmi, torneranno i prati, appare come un oggetto alieno e alienante, spiazzante e non organico né integrato. Un film che arriva dal passato e che si lascia attraversare da un futuro post-umano e quasi fantascientifico.
Realizzato su commissione, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della Prima Guerra Mondiale, torneranno i prati assume una dimensione universale – come spesso accade per i film anti-bellici – ma soprattutto si eleva verso prospettive metafisiche e astratte, sia per via della messa in scena che della scrittura, come pure per una sua essenza per certi aspetti a-storica.
Difatti sembra banale dirlo, ma già l’essere ritornati a fare un film contro la guerra in un paese come il nostro, in cui ormai il pacifismo viene visto come estremismo radicale e pericoloso (per non parlare poi di quel che succede nel resto del mondo), in cui il centenario della Grande Guerra si festeggia con frecce tricolori e parate militari, in cui la Festa della Repubblica del 2 giugno diventa occasione per fare sfoggio di lustrini e parabellum, realizzare un film come torneranno i prati appare dunque come un gesto eccentrico e, a suo modo, tristemente vano. Così come si è certi che cadranno nel vuoto le parole di Olmi – che, ricoverato in ospedale per sospetta broncopolmonite, non è potuto intervenire alla conferenza di presentazione alla stampa, ma ha registrato un video di commento – il quale ha detto che bisognerebbe chiedere scusa per quei soldati mandati a morire, vittime di un grande malinteso: il patriottismo. Ed è quello stesso patriottismo, o meglio il suo ectoplasma, che viene ‘festeggiato’ per l’appunto in questi giorni in occasioni e incontri ufficiali, con l’obiettivo di riaffermare una qualche presunta gloria patria, vale a dire esattamente l’opposto delle intenzioni di Olmi.

Come vuole la tradizione iconografica dei film e dei racconti ambientati durante la Prima Guerra Mondiale (basti pensare a Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick), torneranno i prati si concentra e si rinchiude nella claustrofobia delle trincee, folle e straniante rifugio dei fronti di battaglia, luogo sintomatico di un vivere quotidiano che si andava via via sganciando dall’esperienza reale per farsi incubo oppressivo e opprimente. Il nemico infatti non viene rappresentato nel film di Olmi e la sua presenza è percepita solo dai colpi di fucile e dalle esplosioni delle bombe; mentre l’unica location scelta è per l’appunto la stretta trincea in cui sono rintanati i nostri soldati, circondati dal nulla e dal bianco rappresentato dalle nevi dell’Altopiano di Asiago. Non è un caso allora che anche l’opzione narrativa su cui è concentrata la prima parte del film, vale a dire il raggiungimento di un avamposto a pochi metri dalla trincea, venga evocata a parole ma mai resa visivamente: l’avamposto resterà un luogo altro e irraggiungibile, un Altrove insensato e probabilmente inesistente.

La narrazione, dunque, inizialmente focalizzata verso un obiettivo preciso, va via via sciogliendosi in orizzonti indefiniti, in digressioni stordenti e abbacinanti (come ad esempio il bombardamento messo in atto dal nemico o gli ‘a solo’ di qualche soldato), fino a scompaginarsi definitivamente nell’ultima parte del film in cui tutto procede e si accumula quasi come sotto ipnosi, dove la follia della guerra si tramuta in vera e propria allucinazione collettiva che avviluppa i protagonisti e, insieme, lo spettatore.
La coerenza del discorso di Olmi si ripercuote d’altronde anche sul piano visivo: girato in 35mm torneranno i prati è stato poi trasferito in digitale ed, evidentemente, desaturato in fase di post-produzione. Ne deriva un’immagine quasi piatta, di superficie, volutamente senza profondità, dove il discorso sui soldati destinati a sparire e a ‘sciogliersi’ nella neve, nell’indifferenza della Natura (laddove per l’appunto al posto delle trincee torneranno i prati), viene visualizzato attraverso una fantasmatica patina digitale.

Consapevole della vanità del tutto, a partire dalla memoria stessa degli orrori della guerra, come pure del ricordo della vita di quei soldati ‘evaporati’ (e di cui forse rimane solo l’eco tra i monti di una canzone napoletana, momento che viene visualizzato da Olmi nel corso del film), torneranno i prati sembra perfino voler sottolineare consciamente anche la vanità del suo stesso esistere, almeno nella parte finale quando uno dei protagonisti chiosa così quanto abbiamo visto fino a quel momento: “Torneranno i prati e sembrerà che nulla sia accaduto…”

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

 

Ermanno Olmi, regista attento alle piccole cose, alle psicologie minori, alla vita che scorre nel quotidiano, non trascura un anniversario: quattro novembre, giorno dell’armistizio firmato a villa Giusti che pose fine alle ostilità della Prima Guerra Mondiale. Cento anni sono passati dalla fine della Grande Guerra! “La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai” (Toni Lunardi, pastore). Fronte nord-est, 1917, sull’Altopiano ci sono stati terribili e sanguinosi scontri. I soldati ammassati nelle trincee, provati dal freddo e dalla fame, la paura è compagna inesorabile, tutti sanno che basta un attimo perche la morte li raggiunga. Fu una carneficina, la Grande Guerra. Un corpo a corpo animalesco, perché così si combatteva. Dagli alti comandi arriva l’ordine di trovare un posizionamento per spiare la trincea avversa, i soldati dell’avamposto devono eseguire l’ordine per depistare il nemico austriaco. Ma i soldati, poveri, italiani o austroungarici che siano, sono tutti uguali ed alla fine l’ordine non viene eseguito. Consapevoli delle loro limitazioni strategiche, quei soldati andarono incontro ad un massacro. Sull’Altopiano di Asiago Ermanno Olmi gira “Torneranno i prati”. Un film sulla memoria della Grande Guerra, un racconto che si svolge tutto in una nottata. Nelle trincee, lungo i camminamenti, nel bunker del capitano, nel ricovero dei soldati, è l’oggi che fa paura perché il domani non esiste. Eppure, la celata consapevolezza di quei soldati sul fronte, che la vita è speculare alla morte, è sostenuta da una forza tenuta sommersa che va al di là dell’umano, che è qualcosa di trascendente, di divino. Perché la guerra non ha niente di umano, di intelligente, è un evento infedele al progresso, al bene comune, ad un mondo che può progredire sono nella pace. Lassù, su quell’Altopiano, la montagna è silenziosa, ammantata sotto una soffice coltre nevosa. La neve è caduta copiosa, ha cancellato i sentieri dei pastori, le avventure dei cacciatori. Una volpe , al calar della sera, è fedele al suo appuntamento davanti all’avamposto. Nelle trincee scavate con le pale, i soldati sono sempre pronti, infreddoliti, ma pronti, scattano ad ogni rumore sospetto, ad ogni sibilo sinistro. Per il maggiore (Claudio Santamaria), ed il tenentino (Alessandro Sperduti), nel rigore del ruolo c’è l’esigenza di tenere salda la compattezza dell’intero reggimento. La Grande Guerra compie cent’anni! Su quell’Altopiano di Asiago Ermanno Olmi ha ricostruito le trincee, ha portato le attrezzature per i combattimenti, perché il suo ultimo film fosse una testimonianza ed anche un omaggio nel ricordare quella grande stupidità criminale che l’umanità ha commesso e che purtroppo continua a commettere. Fedele come sempre al neorealismo, Olmi scrive un affresco storico forte e commovente. In bianco e nero, con toni sommessi e delicati, i silenzi e le attese sono verbi, così come i volti rassegnati dei soldati accarezzati da una luce intensa. Fra realismo puro e simbolismo, “Torneranno i prati” è un’opera franca, poetica nella sua leale drammaticità umana, un’opera che coglie dal particolare un grande e potente messaggio universale all’umanità intera. Su quell’Altopiano, teatro di morte e di disperazione, finita la guerra, sono rinverdirti i prati, i nemici tacciono per sempre in una nenia sommessa continua , nel silenzio, ora, di pace.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

Prima guerra Mondiale, gli ultimi scontri. In un avamposto d’alta quota del Nord-Est italiano un gruppo di militari combatte a poca distanza dalla trincea austriaca le ultime ore di una guerra massacrante. Da un lato spiccano l’incanto dei luoghi, la bellezza del manto nevoso che copre ogni cosa, la quiete dei luoghi, mentre dall’altro risuonano il fragore brutale di quei bombardamenti che segnano (ogni volta) la possibilità di una fine imminente, improvvisa, eppur sempre vana. Mentre attendono le sorti di un destino perlopiù infausto, i militari sopravvivono mettendo in pratica ordini provenienti da scrivanie lontane e noncuranti, soffrendo il gelo e la fame, aspettando con ansia quelle sporadiche missive che giungono ad allietare una quotidianità altrimenti nera e a ricordar loro di essere uomini con un nome, un’identità, magari una famiglia, e non solo numeri sacrificati per il bene di una presunta e più alta causa (la difesa cieca della Madrepatria). In quel limbo crudele che giace tra vita e morte non ci sono infatti persone ma solo sventurate qualifiche di appartenenza: il Maggiore (Claudio Santamaria), il Tenentino (Alessandro Sparuti), il Capitano, il Dimenticato, o il Conducente di mulo. Gradi acquisiti che diventano fardelli pesanti come macigni, dove se il prezzo di una vita vale dieci lire e una licenza mai esaudita, una stella in più appuntata sulla giacca decide (in un sistema a ricasco di ordini inappellabili) della vita, o meglio delle vite altrui; quelle stesse vite che si spezzano una dopo l’altra come giovani rami inondati da un’abbondante neve. E allora l’unico modo per sopravvivere è spogliarsi della divisa, del proprio ruolo di militari della morte per riconquistare una propria umanità, che sia magari anche (come extrema ratio) la libertà della Fine. torneranno i prati (che sin dal titolo rifugge il maiuscolo nella descrizione di una storia straordinaria nella sua tragica ordinarietà), narra così l’orrore di decisioni infauste, mai giuste, eppure inappellabili piovute nel gelo di luoghi incantati divenuti (loro malgrado) prigioni infernali. Briciole di pane raggruppate in piccole sfere, i passi veloci di un topo che appare ignaro compare di sventura, i sempre più esasperati malori fisici e mentali, sono le immagini piccole, grigie di una stoica resistenza a un dolore indicibile nell’attesa che tutto quello scompaia per restaurare l’equilibrio perduto, far riemergere da quel colore cinereo la vita dei prati, pur nell’impossibilità di riportare sotto la luce del sole l’enormità di vite ingiustamente infrante.
IL “TEMPO DELL’ANIMA

“torneranno i prati… ricrescerà l’erba sopra le immense ferite della guerra, insieme all’erba cresceranno i fiori, le mucche torneranno a pascolare, tornerà la vita; la speranza mostra la luce anche nell’abisso buio della guerra “. Liberamente ispirato al racconto La paura di Federico De Roberto, l’ultimo film del maestro bergamasco narra le vicende realmente accadute sul fronte Nord-Est in una gelida nottata successiva ai sanguinosi scontri del 1917. Dalla sua personale filmografia e cifra stilistica Ermanno Olmi (uno dei maggiori registi italiani celebri tra l’altro per film quali L’albero degli zoccoli o Il mestiere delle armi) riprende quella capacità quasi unica di entrare negli occhi e nei volti della gente, intercettando le emozioni (spesso la sofferenza) con un’intimità e una partecipazione straordinarie, soffermando lo sguardo dello spettatore su ogni singola espressione, smorfia, ruga che nei volti dai protagonisti riempie poi l’inquadratura, cristallizzando quel tempo di un passato oramai remoto in tutta la sua dolente memoria. Attraverso quei colori tenui che trapelano dal bianco e nero vivido attraverso cui il film fregia la fiera memoria dei protagonisti, torneranno i prati innesta la poesia di un’umanità annichilita ma ancora tenacemente in piedi nell’orrore della guerra, restituendo dignità e tempo (presente) al sacrificio di quegli eroici protagonisti. Sono infatti proprio la bellezza delle immagini (pur nel loro raccontare vividamente il dolore) sostenute dalla toccante compostezza delle splendide musiche di Paolo Fresu a generare la forza di quest’ultimo film di Ermanno Olmi, un omaggio assai sentito e commovente al padre e ai suoi (indimenticabili e indimenticati) ricordi di guerra. Un’opera in cui i (seppur pochi) dialoghi diventano quasi superflui, didascalici, un’eco ridondante che si perde e si confonde nella forza dell’immagine e nella sua capacità di generare un’emozione viscerale a sé stante, assieme a una spontanea e più che doverosa empatia.
Alla veneranda età di 83 anni il maestro bergamasco Ermanno Olmi realizza un film su una memoria (personale e collettiva) che vibra d’emozione grazie alle splendide immagini del dolore e attraverso quella profonda contraddizione tra poesia e orrore che Olmi riesce magistralmente a fotografare. Un’opera in cui le parole risultano superflue, in cui è solo la forza della rappresentazione e del ricordo dolente a parlare. Realizzato per commemorare i cento anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, torneranno i prati rievoca il sentimento di un potente stato di dolore, un “tempo dell’anima” che non può essere non partecipato.
VOTOGLOBALE 8

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

 

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