Tim Hetherington: dalla linea del fronte

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Perché un giovane uomo, amato e amante della vita, dovrebbe rischiarla più e più volte per scattare una fotografia o registrare un filmato? Il giornalista Sebastian Junger racconta la vita e la passione del suo amico e collega Tim Hetherington, il fotografo inglese caduto nel 2011 a Misrata , in Libia, durante la guerra civile, e prova a rispondere (anche) a questa domanda. Junger ha un’ipotesi personale, riguardo al richiamo che ha trascinato l’amico quell’ultima volta in prima linea, ma è un’ipotesi tra le altre, che nasce dall’umano bisogno di darsi una ragione, come lo sono i presentimenti dei genitori, toccanti e immateriali. Eppure il documentario stesso, nel suo comporre un ritratto che mescola l’autobiografia ad altre voci lasciando però sempre l’ultima parola alle immagini, una sorta di risposta la indica, e non è nella fotografia, intesa come mestiere, arte o missione, ma proprio dentro la personalità dell’uomo. Come se il suo approccio alla vita portasse inscritto dentro di sé anche quello alla sua morte. Abituato ai viaggi dal lavoro itinerante del padre, Tim s’iscrive ad un corso di fotogiornalismo con il desiderio di raccontare delle storie attraverso le immagini ma è subito chiaro che il suo non sarà mai il racconto di un narratore esterno. Armato (è la parola giusta) di una reflex che può azionare senza dover portare l’apparecchio davanti al volto, Hetherington entra nella situazioni che documenta, convinto che l’interazione col soggetto non rompa l’incanto della fotografia ma la ponga dentro un quadro di maggior onestà.
Il progetto “Healing Sports” del 1999 è l’inizio di tutto: due anni dopo la fine della guerra civile in Liberia, si reca sul posto per parlare della guerra attraverso il calcio. Si delineano due certezze del suo lavoro: da un lato, il rifiuto degli stereotipi dell’orrore in favore di uno sguardo al quotidiano, che non dimentica mai le persone e prende il conflitto armato a metafora di concentrato di vita, momento dell’esistenza in cui le emozioni sono spinte all’estremo; dall’altro lato, l’attenzione ai ragazzi. Che siano i teenagers liberiani della giungla o i soldati americani in Afghanistan, non fa quasi differenza: è la forza dei legami umani che stringono che lo affascina; di nuovo, non tanto la guerra quanto l’umanità. Chiedendosi, attraverso il suo lavoro, come e perché i giovani uomini si vedano in guerra, Hetherington sembra inseguire una domanda che riguarda anche lui stesso, e non a caso nel 2010 sentirà l’esigenza di riflettere direttamente sulle ragioni e sui limiti del suo mestiere, con il progetto autobiografico “Diary”.
Il documentario di Junger è un omaggio più che mai generoso e rispettoso del lavoro di Hetherington, che lascia parlare Tim stesso, le foto che lo ritraggono – straordinariamente eloquenti – e le foto che ha scattato. Il film dice anche della sua abilità di cameraman e delle testimonianze uniche che le sue riprese hanno spesso rappresentato. Infine, evoca il dramma della guerra, che non è quello di rischiare la morte, ma di dover convivere con la morte dei propri fratelli, e solo a questo punto non si può non pensare che Junger stia parlando anche di sé.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Il lavoro del fotoreporter Tim Hetherington attraverso foto e filmati sul campo, per scoprire quel che la guerra non dice ma che pochi come il giornalista anglo-americano hanno mostrato
Liberia, 1999. È questa una tappa fondamentale per Tim Hetherington, fotogiornalista appena sbocciato, perché fino a quel momento è ancora in cerca della sua vocazione. Termine tutt’altro che estraneo ad un ragazzo che ha studiato presso i gesuiti e poi ad Oxford, e che dopo aver conseguito la laurea viaggia, viaggia tanto. Suo padre dirà che, una volta partito per l’India, non si riuscì a trovare il modo di farlo tornare.
Spirito inquieto, come sono tutti coloro che combinano realmente qualcosa, Tim incappa per sbaglio in un corso di fotogiornalismo; l’appuntamento che gli cambia la vita. Siamo nel 1996 e Tim decide di tornare a studiare; ciò che è cambiata è la consapevolezza del diretto interessato, un processo che abbiamo voglia a ricostruire: non riusciremo mai a dargli una forma veritiera, figurarsi completa. Sta di fatto che il giovane Timothy Alistair Telemachus s’impone da subito come una figura atipica, uno che ammette candidamente di non essere interessato per nulla alla fotografia. Ma cos’è allora che lo attrae?
Franco Pagetti, anch’egli fotoreporter nonché amico di Hetherington, lo descriverà come una sorta di poeta: «Tim scattava foto in quei contesti come avrebbe potuto dipingere quadri o scrivere versi». Si dirà che questa altro non è che una versione a posteriori per lo più motivata dalla stima e dall’amicizia, ma i maliziosi dovrebbero poi vedere alcune sue foto. C’è un momento, durante la guerra in Afghanistan, che la dice lunga in merito a quale fosse la precisa idea di Tim. Siamo nella valle di Korangal, dove di stanza si trova un gruppo di militari americani: tutti giovanissimi, vengono dalle zone meno glamour degli USA. Al contempo ciascuno di loro, a suo modo, è il prototipo del soldato americano, il vincitore per eccellenza, l’intrepido che ristabilisce la pace dovunque è impegnato, elargendo democrazia a colpi di mitragliatore. Ebbene, proprio lì, in quella conca geografica dimenticata dal Signore, il fotoreporter ha un’illuminazione: perché non fotografare i ragazzi mentre dormono?
E così avviene. Sono immagini che stonano proprio perché reali; non c’è ironia, né accondiscendenza, solo la cruda realtà dei fatti, che vuole questi ragazzi ciò che sono per l’appunto: ragazzi. C’è chi si accuccia in posizione fetale, chi invece si sbraga spalmandosi nella branda. Ma sono i loro volti che ci colpiscono, quelli che non diresti mai appartenere a persone che qualche ora prima o qualche ora dopo ha fatto la guerra, quella vera. Da questo reportage, pubblicato poi su Vanity Fair, si evince quale fosse il “pallino” di Tim Hetherington, cosa davvero lo muovesse: «niente come la guerra unisce così tanto», dirà all’incirca. Dal canto suo, una constatazione. E state sereni, perché il senso è esattamente questo in ogni caso.
Un’affermazione che spazza via tanti di quei luoghi comuni, di quelle cose dette tanto per dire, che non se ne coglierà mai a pieno la portata finché non ci si troverà in situazioni analoghe. Ciò che colpisce è la lucidità attraverso cui Tim dimostra la sua tesi, senza celare le contraddizioni, i limiti e tutto quel bagaglio umano che nel bene e nel male la guerra esaspera. Anche nel bene, certo. Forse soprattutto. I soldati in guerra sono come fratelli: «qui non importa chi sei, quanti soldi hai, come vesti, quanto è bella la tua ragazza», dice uno di quei soldati, «qui siamo tutti gli stessi». È paradossale, ogni volta, rendersi conto che nessun’altra cosa su questa terra azzeri le differenze come la guerra. A dispetto dell’impegno, peloso o meno, di ristabilire uguaglianza anche attraverso il conflitto, ma per amore della pace. Un inghippo tremendo, su cui l’arguto fotoreporter non emette sentenze; sebbene si capisca verso dove penda il suo cuore, lui che tutto sembra fuorché un guerrafondaio, anzi. Ne ha viste abbastanza per idolatrare una cosa del genere, che però esiste; perciò non ci si può semplicemente girare altrove.
Nel 2010 infatti Hetherington, insieme al collega Sebastian Junger, firma il documentario Restrepo, poi candidato agli Oscar. In quei giorni Tim appare insofferente, e non fa nulla per celare questo suo stato d’animo. Quando una giornalista gli domanda cosa lo spinge a rischiare la vita in quei conflitti, l’intervistato risponde secco: «forse è qui che dovrei indossare un giubbotto antiproiettile». Lì però è Los Angeles, anzi Hollywood, e Tim si appresta a partecipare all’evento principe dello showbiz americano. C’è poco da fare, non è quello il suo mondo.
Malgrado dunque ciò che qualche tempo prima aveva dichiarato, ossia che non avrebbe più partecipato ad alcuna spedizione in zone a rischio, nel 2011 Tim parte per la Libia. La decisione non viene presa a cuor leggero: le settimane che precedono la partenza sono tormentate, più di una persona gli sconsiglia di intraprendere quel viaggio. C’è chi addirittura gli fa notare che quella guerra non gli appartiene, non è la sua. Tutto inutile. La voce interna di Tim vince su tutto e su tutti, “forzandolo” a partire per Misurata. Lì, il 20 aprile, Tim Hetherington concluderà il suo viaggio. La guerra per lui è finita. Una volta per tutte.
Ripercorrendo alcune delle tappe della sua carriera attraverso questo documentario a lui dedicato, ciò che più colpisce è la dedizione e la passione con cui Tim (che oramai sembra quasi un conoscente) si diede al suo lavoro. Perché nonostante tutto di questo si trattava, un’occupazione. Qualcosa che però lui ha impreziosito ed elevato a tal punto da lasciare il segno. Tim Hetherington: Dalla linea del fronte è solo uno stralcio, un piccolo contenitore di frammenti circa un uomo alle prese con ciò che faceva per vivere – letteralmente, non semplicemente per sbancare il lunario. Senza alcuna introspezione, sbirciando sulla vita del suo protagonista prediligendo soffermarsi anzitutto sul suo lavoro. Se ne vorrebbe di più, ma certe esigenze devono avere la meglio: tutto di guadagnato se ciò contribuisce alla proliferazione dell’opera. Tanto che alla fine la scomoda e forse inutile domanda resta irrisolta: Tim si è spinto troppo oltre? Non saremmo certo noi anche solo a tentare una vaga risposta.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

“Dimenticate gli eroi. Tim non era un “fotografo cowboy”, ma un uomo intelligente, colto e follemente innamorato dell’essere umano. Lui cercava le persone, non il territorio di guerra, né tantomeno il martirio sul campo”. Così lo descrive l’amico e collega italiano Franco Pagetti, fotoreporter per le massime testate internazionali e, come l’amico ucciso tre anni fa in Libia, spesso impegnato in territori sfregiati dai conflitti. Il britannico Tim Hetherington è stato colpito da un’arma da fuoco il 20 aprile 2011 a Misurata, dove era andato in piena esplosione dei disordini libici. Pochi mesi prima era stato protagonista a Hollywood, candidato all’Oscar con il suo documentario Restrepo – Inferno in Afghanistan – già vincitore del Sundance. L’aveva codiretto col collega Sebastian Junger (nella foto), che per ricordarlo ha firmato in solitaria un doc-biopic su di lui, dal titolo Tim Hetherington: dalla linea del fronte, dal 3 aprile nelle sale italiane.
Ironia della non-sorte, il film esce a pochi giorni dal ventennale della scomparsa della nostra Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, vittime di guerra a Mogadiscio. Sembra un monito a non dimenticare chi ha vissuto (e vive) il giornalismo sul campo non per diventarne protagonista, ma per esserne testimone-documentatore, veicolo di un’etica della comunicazione che sembra sbiadirsi nel mare magnum digitale del “siamo tutti reporter, fotografi e scrittori”. No, non è così. Passione reporter, come tuona il titolo del volume di Daniele Bianchessi (Chiarelettere, 2009) è un’altra cosa. “È la capacità di capire e restituire una storia dentro al caos del dolore. Perché non dimentichiamo che la sintesi di una guerra equivale alla parola dolore”, sottolinea Pagetti. “E questo dolore non è univoco, ma assolutamente ambivalente in un contesto complesso come quello di un conflitto armato. Il reporter di guerra – anche se odio questa espressione – non deve sentirsi il protagonista dell’azione, ma a servizio di essa. È un lavoro etico, prima di tutto. Oggi troppi giornalisti e fotografi si sentono divi e questo atteggiamento per gente come Tim, come Chris Hondros (finalista al premio Pulitzer, ndr) ucciso insieme a lui, ed anche come me, è insensato, assurdo”, precisa il fotoreporter milanese, non estraneo all’attività fianco-a-fianco con soldati sbattuti al fronte, e non sempre volontariamente. “Il tema è antico quanto l’uomo, ma non perde d’attualità ogni qualvolta alcuni episodi risultano fatali a chi si pone da intermediazione neutrale, ovvero i foto e videoreporter. Fare il fotografo o il foto/videoreporter non è una professione, è uno stile di vita, di pensiero, una visione di mondo che necessariamente ti mette in un atteggiamento di servizio agli altri”.
Pagetti consceva bene Tim Hetherington, erano amici stretti. Il collega inglese, morto a soli 41 anni, lo ospitava ogni volta che si recava a New York, nella sua abitazione di Brooklyn che “non era aperta a tutti, perché Tim era una persona molto riservata e discreta”. “Ci siamo sentiti al telefono fino a poche ore prima dalla sua morte – ricorda con la voce ancora spezzata – perché mi aveva chiesto di fare alcune spese che gli servivano al ritorno dalla Libia, dove ci eravamo rivisti un mese prima nello stesso hotel. Poi io ero ripartito alla volta di Doha a fare un servizio per Al Jazeera. Sono sceso a fare quelle compere, e nel pomeriggio alle 16 mi hanno telefonato dicendomi che Tim non c’era più”. La descrizione illustrata da Franco Pagetti del giovane non-eroe inglese coincide con quanto è mostrato nel bel documentario girato e montato da Junger, che pure lo conosceva assai bene, avendo condiviso con Hetherington il periodo di riprese nella afgana Restrepo per documentare la vita dei soldati americani sul fronte, che poi è il tema sviluppato nel film premiato al Sundance e candidato dall’Academy. Alto, slanciato, bellissimo. Tim aveva un sorriso largo, lo sguardo cristallino devoto alla curiosità di conoscere il genere umano da vicino, di mescolarsi al suo “(s)oggetto fotografico”.
Pagetti e Junger lo definiscono “persona particolare, un uomo che cercava la gente, non si sentiva artista e forse poco gli interessava la fotografia tout court. Spesso lo si incontrava al parco assorto ad osservare gli scoiattoli”. Era raffinato, coltissimo, avendo studiato ad Oxford, e semplicemente molto intelligente. “Tim aveva un solo difetto: faceva un risotto agli asparagi che faceva schifo. E ogni volta me lo propinava sperando nei miei complimenti!” scherza Pagetti. Ha vissuto più in Africa che altrove, dopo esservi recato per un servizio sulla Liberia durante la guerra. E non a caso la sua compagna era somala. Dell’intenso Restrepo – Inferno in Afghanistan colpiscono soprattutto alcune immagini: gli scatti effettuati da Hetherington ai soldati che dormono. Sono lontani dal campo d’azione, innocenti come bambini, esseri umani allo stato puro. “A Tim interessava spogliare la realtà del superfluo. Davanti a lui il re è nudo. Questo lui voleva e su questo ha fatto un libro. Di certo non è andato a cercare la sua morte perché ripeto: non era un cowboy”.
Anna Maria Pasetti, da “ilfattoquotidiano.it”

Ci sono vite vissute come sport estremi. Se personaggi come Patrick De Gajardon o Shane McConkey sono morti sfidando le leggi della fisica, altri sfidano meno ludicamente e per scopi più seri pallottole e bombe. Si tratta dei fotoreporter, categoria che all’uomo della strada sembra fatta di pazzi incoscienti, senza i quali però non sapremmo e soprattutto non vedremmo ciò che veramente succede in tante parti del mondo (anche in epoca di internet il loro lavoro è necessario).

Uno di questi personaggi è stato Tim Hetherington, morto a 41 anni, alla cui breve (ma felice) vita questo documentario è dedicato. Inglese di buna famiglia e buoni studi, con una vocazione per un nomadismo illuminato, ha cominciato a viaggiare fin da ragazzo, restando mesi nelle zone scelte per meglio entrare in sintonia con lo spirito locale. Questo desiderio di conoscenza e di fratellanza lo ha spinto, una volta scoperta la sua passione per la fotografia, a decidere di fare di quella passione il mestiere della vita, per raccontare da vicino le storie di popolazioni lontane di cui poco sappiamo, noi occidentali. E quali storie più appassionanti di quelle che può offrire una guerra? Il battesimo è in Liberia poi in Sierra Leone a documentare massacri di rara atrocità. Seguono altri anni in Africa. Poi Tim si sposta in Afghanistan e da quell’esperienza, insieme all’amico Sebastian Junger, ricava il documentario che lo ha reso noto, Restrepo, che ha vinto al Sundance ed è stato candidato agli Oscar nel 2010. Questa parentesi lontano dalle zone di guerra gli aveva fatto anche trovare l’amore e forse per un attimo era balenato il pensiero di mettersi tranquillo. Invece la primavera araba aveva bussato alle porte del mondo e Hetherington era partito per la Libia nel periodo della cacciata di Gheddafi, nel 2011. Lì una scheggia di shrapnel ha posto termine alla sua vita. Il documentario di Sebastian Junger è un omaggio a un amico e a un collega, sempre appassionante e commovente perché certo Hetherington non poteva immaginare in quale occasione sarebbero state usate le sue dichiarazioni. E invece ogni tanto, in modo quasi commovente, sembra saperlo. Il documentario mescola filmati a tante fotografie, tutte scattate con una reflex, che fanno capire quale fine perseguisse l’autore nello scattarle, entrando negli eventi che documentava, non per semplice sensazionalismo o in cerca dell’effetto forte, ma con l’intenzione di far scaturire riflessione e compassione e così maggiore coinvolgimento. Non la Guerra ma l’Umanità. Se davvero, come si dice nel film, la guerra significa convivere con la morte dei propri amici più cari, questo documentario significa altrettanto per Sebastian Junger.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

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