The Butler

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Un anno dopo il passo falso del noir The paperboy, sbertucciato dalla critica e pressoché ignorato dal pubblico, il regista americano Lee Daniels, già artefice del clamoroso successo di Precious (film pregevole benché alquanto sopravvalutato), è tornato a riscuotere consensi con la sua nuova pellicola, The butler, spalleggiato dalla prodigiosa macchina promozionale della Weinstein Company e rivelatosi uno dei grandi fenomeni della stagione estiva negli USA (dove ha registrato ben 116 milioni di dollari d’incasso). Ispirato alla vera storia di Eugene Allen, maggiordomo afroamericano in servizio alla Casa Bianca per 34 anni, e dall’articolo di Will Haygood A butler well served by this election, The butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca è il frutto della collaborazione fra Lee Daniels e lo sceneggiatore Danny Strong, autore dei pluripremiati copioni dei Tv-movie Recount e Game change, qui impegnati in un’impresa quanto mai ambiziosa: ripercorrere un lunghissimo tratto di storia americana, dagli Anni ’20 fino alla storica vittoria elettorale di Barack Obama nel 2008, attraverso il punto di vista di un singolo individuo.
I presidenti e le star
È così che l’intero film scorre davanti al pubblico filtrato dallo sguardo del maggiordomo Cecil Gaines, il quale ha la statura monumentale ma l’espressione timida e dimessa dell’attore Forest Whitaker: da bambino testimone del tragico omicidio di suo padre in un campo di cotone della Georgia, per poi diventare, in età adulta, spettatore silenzioso e impassibile di quanto avviene nelle “stanze del potere”, a partire dalla celeberrima Stanza Ovale, nonché del succedersi dei vari presidenti che, nel corso del tempo, si sono trovati a guidare gli Stati Uniti d’America nelle fasi cruciali della storia del Novecento. E qui Daniels sceglie di far sfilare un’autentica parata di star, chiamate a dar vita, anche se solo per pochi minuti e per una manciata di battute, ai più noti leader degli States: dal Dwight Eisenhower di Robin Williams, sepolto dietro una maschera di make-up, al carismatico John Kennedy di James Marsden; dal Lyndon Johnson un po’ patetico di Liev Schreiber, che impartisce ordini mentre è seduto sulla tavoletta del water, all’arrogante e tormentato Richard Nixon di John Cusack (una scelta di casting non troppo azzeccata); fino ad arrivare ad un Ronald Reagan contraddistinto dal cipiglio severo di Alan Rickman e all’impagabile ironia nel ritrovare la grintosa Jane Fonda (“Hanoi Jane”), capofila della Hollywood liberal degli Anni ’70, nientemeno che nei panni della First-Lady repubblicana Nancy Reagan.
All’ombra della Casa Bianca
Ma i nomi e i volti che scorrono durante le due ore di visione, entrando nell’esistenza di Cecil per uscirne spesso con estrema rapidità, non finiscono qui: tra una sequenza e l’altra sarà possibile infatti riconoscere pure l’intramontabile Vanessa Redgrave, Terrence Howard e la cantante Mariah Carey in un minuscolo, silenzioso cameo, mentre ad affiancare Cecil Gaines durante i tre decenni passati al numero 1600 di Penn Street sono Cuba Gooding Jr e Lenny Kravitz. Alla dimensione professionale del protagonista, la sua presenza dignitosa ed imperturbabile accanto agli uomini che hanno nelle mani i destini del mondo, si affianca puntualmente la sfera privata e familiare: l’amore della moglie Gloria, donna volitiva ed orgogliosa (un ruolo affidato all’energia di una Oprah Winfrey prossima alla candidatura all’Oscar), e il rapporto contrastato con il primogenito Louis (David Oyelowo), che costituisce forse il plot di maggior interesse di tutto l’intreccio. La vera tensione drammatica di The butler, difatti, è innestata sul contrasto – anche generazionale – fra il mansueto Cecil, che non alza mai la voce, neppure quando rivendica la parità di trattamento lavorativo fra bianchi e neri, e il più irrequieto (e magari consapevole?) Louis, che va a studiare all’Università del Tennessee, diventa un discepolo di James Lawson e si schiera in prima fila contro il razzismo, partecipando a sit-in di protesta, facendosi arrestare e iscrivendosi al movimento delle Pantere Nere.
La lunga lotta al razzismo
Il nervo scoperto del razzismo, fra le aggressioni del Ku Klux Klan, le aperture kennediane e l’assassinio di Martin Luther King, assurge dunque a principale nucleo tematico di un affresco che, se a tratti riesce a coinvolgere e perfino ad emozionare, in altri risente di un eccessivo didascalismo, quasi da “lezione di storia” concentrata in poche, emblematiche sequenze. L’intento di Lee Daniels e Danny Strong, del resto, non era dei più semplici, e difficilmente la complessità del lungo e faticoso percorso per la conquista dei diritti civili avrebbe potuto essere racchiusa in un film di appena due ore; inevitabile, quindi, che molti “capitoli” di questa cronistoria rimangano appena abbozzati o non abbastanza approfonditi, per quanto The butler rimanga un’opera di solidissima fattura. Il pathos proprio di alcuni fra i momenti salienti del film, in particolare quelli relativi alle vicende del figlio Louis, sconfina talvolta in un eccesso di enfasi o nella ricerca di una commozione forzata, laddove magari sarebbe stato preferibile uno stile più asciutto e rigoroso (ma questo, del resto, era lo stesso rimprovero già avanzato dai detrattori di Daniels nei confronti del pluripremiato Precious).
Il regista di Precious, Lee Daniels, costruisce un ambizioso affresco che ripercorre i passaggi fondamentali della storia degli Stati Uniti d’America attraverso lo sguardo di un maggiordomo di colore in servizio per trent’anni alla Casa Bianca, e si avvale di un super-cast capitanato da Forest Whitaker e Oprah Winfrey: il risultato è un film pregevole e di solida fattura, che sconta tuttavia alcuni eccessi di disascalismo e di enfasi.
VOTOGLOBALE7.5
Stefano Loverme, da “everyeye.it”

Cecil Gaines (Forest Whitaker) è figlio di uno schiavo in una piantagione di cotone della Georgia. Dopo aver assistito allo stupro della madre (Mariah Carey) e all’assassinio del padre (David Banner) da parte del crudele padrone, il piccolo Cecil decide di abbandonare la piantagione per cercare fortuna come cameriere in un hotel di lusso a Washington DC, forte degli insegnamenti della più clemente padrona della piantagione in cui è cresciuto. Grazie alla sua dedizione al lavoro e al suo mesto rispetto per i bianchi, Cecil viene ingaggiato come maggiordomo alla Casa Bianca: il lavoro ottenuto gli permette così di mantenere la moglie Gloria (Oprah Winfrey) e i figli Louis (David Oyelowo) e Charlie (Elijah Kelley). Dalla casa presidenziale, Cecil assisterà inerme ai cambiamenti dell’America, servendo tutti i presidenti da Eisenhower a Reagan, e all’avanzata del movimento per i diritti civili in un Paese che imparerà, insieme a lui, ad accettare le diversità. Diretto dal regista candidato all’Oscar per “Precious” Lee Daniels, “The Butler” è ispirato alla vera storia del maggiordomo Eugene Allen, raccontata dallo scrittore Wil Haygood, ex corrispondente del Washington Post che nel 2008, nelle settimane precedenti alla storica elezione di Barack Obama, aveva deciso di trovare un afro-americano che avesse lavorato alla Casa Bianca e fosse stato testimone del movimento dei diritti civili da “dietro le quinte”. Haygood trovò la persona giusta proprio in Eugene Allen, che all’epoca aveva 89 anni e aveva servito otto presidenti dagli anni ’50 agli anni ’80. Il Washington Post pubblicò la storia il venerdì seguente la vittoria di Obama, il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti. Si dice che il film di Daniels abbia commosso anche lui, e il motivo non è poi così difficile da comprendere: “The Butler” è un’orgogliosa e sentita dichiarazione di dignità e forza morale del popolo afro-americano, nonché un percorso attraverso la Storia che racconta le tappe della sofferenza e, infine, della vittoria del popolo nero nel veder riconosciuti i propri diritti in un Paese che, sebbene si proponga oggi come l’esempio lampante della democrazia, dimentica spesso di essere stato esso stesso una realtà schiavista e ben poco democratica. L’America di “The Butler” è una nazione che cresce con il protagonista e, come lui, impara ad accettare i cambiamenti: gli USA dovranno riconoscere al popolo nero diritti inequivocabili così come il mesto maggiordomo dovrà riconoscere al proprio figlio, seguace di Martin Luther King e dei suoi insegnamenti, il diritto di combattere per la propria libertà. Si comprendono facilmente, perciò, i commenti entusiasti della critica americana, e con essa degli spettatori, che ha accolto favorevolmente la pellicola e che vede finalmente esorcizzata quell’ombra oscura che da sempre aleggia tra le pagine della storia dell’America. Un esorcismo che riesce appieno a Lee Daniels (che aveva dimostrato un’attenta e notevole sensibilità per la diversità già nel 2009 con il suo “Precious”), forte di un cast che sembra celebrare con lui la Nazione stessa, grazie un film che cavalca l’onda dei film sugli schiavi (si vedano i recenti “Django Unchained” e “Lincoln”) e che precede l’imminente “12 anni schiavo” di Steve McQueen, combattendo dunque inevitabilmente per gli imminenti Academy Awards.
Davide Di Benedetti, da “cinema4stelle.it”

Liberamente tratto da un articolo del “Washington Post” che parlava di Eugene Allen, un maggiordomo che aveva lavorato per trent’anni alla Casa Bianca, il film di Lee Daniels (che aveva già scioccato il pubblico con Precious) crea il personaggio di Cecil Gaines (Forest Whitaker), che arriva nella più importante dimora di Washington con Eisenhower e conclude la sua carriera nell’attesa di essere ricevuto e onorato da Obama. Daniels bilancia il discreto e silenzioso servizio di Gaines con la storia del figlio Luis, prima attivista dei diritti civili (emblematica la scena nella quale il padre serve inappuntabile a un ricevimento, mentre il figlio sfida la discriminazione sedendosi ai tavoli riservati ai bianchi in un ristorante e viene malmenato), poi membro del “Black Power” e alla fine concorrente alle elezioni della Camera. Un doppio binario teso a rivalutare un ruolo oscuro, quello dei domestici di colore il cui scopo era rendere confortevole la vita dei bianchi, ma che ne esalta la grande dignità e il ruolo non secondario nell’affermazione della parità; ruolo spesso incompreso dagli stessi figli, che vedevano nei genitori una posizione servile e priva di una ribellione ritenuta necessaria (anche qui, esplicata nel film da una parte con la reiterata richiesta di Cecil al suo superiore di ricevere lo stesso trattamento economico dei dipendenti bianchi, dall’altra col figlio che a una riunione parla con disprezzo del mestiere del padre e viene ripreso da un altro attivista, che invece ne esalta il ruolo nella lotta per l’emancipazione).
Altra figura dominante nel film è quella di Oprah Winfrey che interpreta la moglie di Cecil; una donna innamorata ed appassionata di vita sociale, costantemente messa alla prova dai compromessi richiesti dalla vita del marito; ma altrettanto interessante è l’ambiente dei colleghi di Cecil (tra cui spiccano Cuba Gooding Jr., Lenny Kravitz, e Colman Domingo), in una serie di scene corali che ricordano molto i film di Robert Altman). E d’altra parte, come non soffermarsi sulle rappresentazioni dei presidenti offerte da attori come Robin Williams, Alan Rickman, John Cusack o James Marsden? Daniels oscilla tra il rispetto per alcuni e la caricatura di altri, sempre contrappuntando le loro decisioni alla presenza di Cecil intento a porgere una tazza o ad assistere silenzioso. Forse il finale per noi europei può risultare retorico ed eccessivamente enfatico, sottolineato com’è da musiche ridondanti e celebrative, ma The Butler rimarrà certo uno dei film che illustrano meglio gli ultimi sessant’anni di storia americana.
Beppe Musicco, da “sentieridelcinema.it”

Cecil Gaines ha imparato il mestiere di domestico nella Georgia degli anni Venti e nella tenuta dell’uomo che ha ucciso barbaramente suo padre in un campo di cotone. Riservato e (ben) educato nelle case dei bianchi, approda a Washington, dove sposa Gloria, diventa padre di Louis e Charlie e viene assunto come maggiordomo alla Casa Bianca. Orgoglioso della sua famiglia e appagato dal proprio destino, Cecil sta. Resta immobile (e invisibile) nella vita come lungo le pareti della stanza Ovale, dove serve il tè e soddisfa le richieste dei suoi presidenti. Fuori intanto il mondo si muove, il mondo si arrabbia, il mondo sta cambiando. In quel territorio infiammato milita il suo primogenito, deciso a lottare per i diritti della sua gente, resistendo al fianco di Martin Luther King o ‘armandosi’ al braccio di Malcolm X. Ripudiato il figlio, colpevole di non essere rimasto al suo posto, Cecil seguita a servire i presidenti che si susseguono mandato dopo mandato, sprofondando il paese nella guerra, riformandolo con le leggi sui diritti civili, integrandolo o mandandolo sulla Luna. Sette presidenti e diverse tazze riempite dopo, Cecil prenderà coscienza di sé e dei propri diritti, dimettendosi e scendendo in campo a fianco del figlio e di un sogno che ha il volto di Barack Obama.
Contestando la candidatura di Norman Jewison alla regia di Malcolm X, Spike Lee asseriva che soltanto un regista nero avrebbe potuto far giustizia alla sua opera e alla sua vita. D’accordo o meno con la dichiarazione del regista, quello che interessa adesso è la prossimità di pensiero e di posizione che assimila Spike Lee a Lee Daniels, convinto allo stesso modo che siano pochi i registi bianchi che abbiano saputo cogliere nel segno producendo film con tematiche afro-americane. A ragione di questo The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca adotta il punto di vista degli afro-americani ed esclude personaggi bianchi che infilano la presa di coscienza. In una lunga parabola che dai campi di cotone della Georgia arriva all’elezione di Barack Obama, The Butler ripercorre le tappe fondamentali della storia americana nelle pieghe di una vicenda privata, facendo dialogare passato e presente, padre e figlio. Ispirato alla vita di Eugene Allen, maggiordomo per trentaquattro anni alla Casa Bianca, intervistato e portato a conoscenza da un giornalista del “Washington Post”, The Butler fa il paio con Precious e prosegue il percorso di rilettura critica della Storia americana. In una dialettica costante, il film di Daniels intreccia e alterna la dimensione pubblica con quella privata, proponendo ciascuna come genesi e insieme contraccolpo di una storia più grande, che include sia gli eventi collettivi (il sit-in di Greensboro, i Freedom bus, l’attentato a Kennedy, la morte di Martin Luther King, la guerra in Vietnam) sia le tragedie intime (la morte del padre in Georgia, il decesso del figlio minore in Vietnam, le detenzioni del primogenito attivista per i diritti umani).
Approdato in sala dopo il Django Unchained di Tarantino e il Lincoln di Spielberg e prima di 12 anni schiavo di Steve McQueen, The Butler si accomoda tra opere che sembrano richiamarsi vicendevolmente, proseguendo l’una i discorsi dell’altra e componendo il colossale affresco di una nazione perennemente indecisa fra opzione morale e violenza brutale, tra parole e pistole. Insieme allo schiavo ‘slegato’ di Tarantino e al presidente (per)suadente di Spielberg, il maggiordomo di Daniels rimette mano (con guanto bianco) sulla questione razziale in un quadro politico-economico complesso e allargato, che contempla Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon e Reagan e confina nelle immagini di repertorio Ford e Carter, che dialoga coi padri buoni della nazione (Kennedy, Johnson) e disdegna fino al congedo quelli cattivi (Nixon, Reagan).
Con il narratore umile e schivo di Forest Whitaker, il regista identifica lo strumento perfetto per condurre la narrazione filmica, ottemperando alle istanze pedagogiche con ridondanza retorica e generose concessioni didascaliche, che seguono la ricostruzione puntuale. Diversamente da Tarantino, la cui visione eversiva e indocile sulla questione ‘nera’ viene giudicata ‘bianca’ e inadeguata, Daniels si incammina su una strada diversa, quella del romanzo popolare e della robusta iconografia, rivendicando una competenza antropologica e culturale che suona come una dichiarazione di apartheid. Una separazione dura a morire che mentre denuncia l’intolleranza razziale, discrimina un artista, riducendo al colore della pelle la sua capacità di affrontare certi temi.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

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One comment to The Butler

  • Redcloud nrc  says:

    The Butler – Director Lee Daniels.
    Film importante da vedere.

    Dei quattro commenti/con docum. da critica cinematografica autorevole, quello di Marzia Gandolfi puntualizza la vera sostanza del soggetto, meglio dei tanti soggetti & encilopedismo storico alla Reader’Digest di questo film.
    (quote)….”Diversamente da Tarantino, la cui versione eversiva e indocile sulla questione “nera” viene giudiata “bianca” e inadeguata, Daniels si incammina su una strada diversa, quella del romanzo popolare e della robusta iconografia,rivendicando una competenza antropologia e culturale che suona come una dichiarazione di apartheid.”….(unquote)
    Daniels appartiene a quella fascia superiore di elits intellettuale e artistica,di privilegiati che pretendono di scrivere la storia dalla loro cattedra per un pulpito di vip a loro immagine e somiglianza. Il vero obiettivo è politico, per il potere. Non pretende di “rieducare” gli Afroamericani e gli Americani “comuni”. La sua influenza e credibilità tra queste masse di “comuni” è scarsa se non quasi sconosciuto il “docente”.Gli Afroamericani di classe media, professionale, lavoratori che hanno avuto una vita molto dura per generazioni, oltre alla ferocia criminale della schiavitù sofferta – una vita molto dura come tutti gli immigrati negli States – non si sentono ben rappresentatri dai Mr. Daniels e non delegano a queste elits il confronto, la “mediazione”, la lotta per i loro diritti sociale, economici e politici.

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