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Storie pazzesche

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“Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporterò più”.
Era il grido di guerra del protagonista di Quinto potere, 1976. Sidney Lumet sapeva che della violenza si poteva anche ridere, a patto che fosse così estrema, così sopra le righe, da rivelare la sua matrice parodistica e, aprendo porte su scenari di inatteso squallore esistenziale, ristabilisse l’equilibrio nel rapporto fra l’uomo e il mondo. Senza voler fare paragoni impropri, avvertiamo lo stesso umor nero in questo collage di sei storie assemblate dall’argentino Damian Szifron, nome poco noto dalle nostre parti ma introdotto da un viatico importante, Pedro Almodovar, produttore di Relatos salvajes. In concorso a Cannes 2014, promessa sicura del cinema nel suo paese, sceneggiatore e regista con lunga pratica massmediatica alle spalle, Szifron sa tenere costante l’attenzione del pubblico, modulando continue variazioni sulla tastiera del comico e del tragico. Prevale il comico, anzi il grottesco, e il talento del regista nell’innescare un crescendo folle e inarrestabile è evidente. Ognuna delle sei storie messe in scena ha un tranquillo incipit da commedia leggera, ma ben presto comincia a virare verso esiti di stupefacente follia e arriva all’acmè finale in un glorioso tripudio mozzafiato. Quello che accade ai vari protagonisti scombina ogni volta tutte le carte del gioco. Nulla di prevedibile, le attese canoniche che una narrazione sviluppa sono azzerate dallo scarto imprevisto e ci si ritrova in una dimensione che continua ad essere quella del reale, ma non ha più le credenziali che la rendano verosimile. E’ l’atmosfera straniante di un reality? Possiamo dirlo, richiami al film di Garrone sono evidenti nell’episodio del matrimonio che esplode, con corna e quant’altro, il giorno stesso del grande banchetto. Non manca neppure il ricordo dei “nuovi mostri” nostrani in questi “nuovi selvaggi” che popolano la scena, anche se quelli erano più “caserecci” e meno “tarantiniani”. Ma in quarant’anni molto può cambiare, e in peggio. Questi di Szifron appartengono ad un mondo che la coerenza e la compattezza dell’universo tragico non basta più ad illuminare, bisogna ricorrere ai meccanismi del comico, che è quanto di più spietato l’uomo abbia creato per rappresentarsi. La crisi dell’orizzonte politico, sociale e culturale in cui la commedia si radica è infatti fertile terreno di coltura per quei meccanismi. “Mi capita spesso di pensare alla società capitalista occidentale vedendola come una sorta di gabbia trasparente che riduce la nostra sensibilità e distorce i nostri legami con gli altri. Relatos salvajes presenta un gruppo di individui che vivono all’interno di tale gabbia senza essere a conoscenza della sua esistenza. Mentre la maggior parte di noi sarebbe portata a fare un passo indietro o a deprimersi, loro vanno avanti e ingranano la marcia”. Parole del regista, utili per misurare lo spazio in cui sceglie di far muovere i personaggi, la gabbia. E’ il quotidiano gioco al massacro quello a cui assistiamo, la violenza che si nasconde nelle pieghe della routine giornaliera, pronta ad esplodere alla prima occasione. Un umor nero graffiante colora i sei episodi che attingono materia qua e là dalle occasioni più disparate, incontri e scontri di normale amministrazione pescano i loro anti-eroi in tutte le fasce sociali. Ci si può mettere allora in fila allo sportello per dissequestrare l’auto che era in divieto e non trovare un impiegato particolarmente simpatico. Se poi si è abituati a maneggiare esplosivi l’esito è quasi scontato. Si può salire su un aereo guidato da un paranoico in vena di vendette per tutto quello che, secondo lui, ha dovuto subire dall’infanzia alla maturità. Se la porta della cabina di pilotaggio è serrata a doppia mandata non serve molta fantasia per capire come andrà. Si può entrare in un posto di ristoro, sull’autostrada, dove un usuraio e una cuoca dal coltello facile non dovrebbero mai incontrarsi. Si può viaggiare lungo una statale deserta, fra aride gole e orizzonti senza fine, dove non è consigliabile mostrare il dito durante un sorpasso. Si può guardare all’opera una  famigliola borghese, ben fornita di mezzi, che le pensa tutte per evitare la galera al rampollo, pirata della strada che ha fatto fuori una donna incinta e ora bela come un agnello sgozzato. Infine si può capitare in una rumorosissima e opulenta festa per gli sposi dove non era opportuno invitare anche l’amante in corso dello sposo. Scatenate dall’imprevisto che sconvolge le abitudini e mette in discussione le certezze, sembra che ogni volta prendano corpo le pulsioni inconsce più inconfessabili annidate nel profondo e trovino libero corso conati a stento trattenuti. Costretti dalle regole della convivenza in una società dal degrado antropologico in corso, la liberazione degli istinti barbarici è una catartica rivincita dalle frustrazioni, reali o immaginarie, della vita in diretta. La descensio ad Inferos diventa a quel punto una corsa folle e perfino gioiosa, un piacere irrinunciabile che contagia il pubblico, galvanizzato dalle molteplici possibilità di infrazione ed espansione dell’esperienza reale. “… loro vanno avanti e ingranano la marcia”, dice Szifron. Forse non escono dalla gabbia, o forse sì, ma comunque uno scossone alle pareti lo danno. L’empatia col pubblico è assicurata, il transfert è inevitabile, non siamo dalle parti del capolavoro, ma di un intelligente, ben costruito e anche divertente viaggio in bilico tra realtà insopportabile e sogno non esattamente salvifico.
Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

Sin dai titoli di testa, una serie di fermo immagine che ritraggono animali selvatici, intelligentemente inseriti alla fine del primo episodio, possiamo intuire il leitmotiv di Storie pazzesche, il secondo lungometraggio di Damián Szifron prodotto dalla El Deseo di Pedro ed Agustín Almodóvar. In realtà anche il titolo originale, Relatos Salvajes, sarebbe abbastanza esplicito se nella traduzione italiana non gli avessero attribuito un significato abbastanza diverso. Infatti gli episodi che Szifron ci propone sono sì storie pazzesche ma ciò che più interessa al regista è l’elemento selvaggio che riporta l’uomo alla sua vera natura, una natura imbrigliata dalle convinzioni (e dalle ipocrisie) della società capitalistica occidentale. Quest’ultime sono state elaborate per favorire il vivere cosiddetto civile e, in teoria, per tutelare gli elementi più deboli delle società, ma col tempo sono invece divenuti strumenti delle classi più forti per  perpetrare sopraffazione e ingiustizia.

Così può capitare che una giovane cameriera possa incontrare, nel locale in cui lavora, l’uomo che ha distrutto la sua famiglia in veste di cliente. Costui è un usuraio, quindi un criminale ma, essendo dalla parte dei poteri forti, è tranquillamente a piede libero e, anzi, sta anche per candidarsi come sindaco del suo paese. Oppure succede che un bellimbusto con una potente macchina nuova si senta in diritto di insultare un contadino che procede sulla sua stessa strada ad una velocità meno sostenuta. Abbiamo anche un esempio dell’arroganza dello stato nell’episodio in cui un ingegnere viene vessato a causa di una multa per sosta vietata, o della persistenza delle strutture familiari ingabbianti nell’episodio in cui una giovane sposina scopre di essere stata tradita proprio nel giorno del suo matrimonio.

La forza catartica di Storie pazzesche sta nella reazione dei protagonisti di queste vicende. Essi, infatti, non incassano il colpo, come solitamente succede nella realtà, ma decidono di dare sfogo ai loro istinti più ancestrali reagendo all’ingiustizia subita tramite una potente carica distruttiva. La violenza è vista come un atto liberatorio, l’unico che può portare finalmente giustizia in un mondo in cui i veri predatori ormai si affidano alle leggi ed ai loro vari cavilli per trionfare. Il messaggio di questo film è forse un po’ esasperato ed estremo ma è anche un segno dei tempi. Ogni episodio si conclude con una dissolvenza in uscita sul nero, quasi a volere personificare l’oscurità che alberga in ognuno di noi e quella in cui vivono tutti i nostri istinti meno nobili e rimossi. Szifron ci ricorda, anche facendo uso di molto humour nero, che in ognuno di noi, animali addomesticati, alberga un essere selvatico pronto a venir fuori quando la pressione si fa troppo alta.

Maria Rita Maltese, da “cinemonitor.it”

 

Il lato oscuro di Pedro Almodóvar, la sua passione per il grottesco, il surreale e la rappresentazione delle emozioni umane, emerge nella black comedy di Damián Szifrón da lui prodotta. Una pellicola tragicomica e irresistibile che rappresenta il volto nuovo del cinema argentino – uno dei più più versatili del momento, in grado di passare con naturalezza dal romance al drammatico – e che ha giustamente alle spalle una realtà produttiva come El Deseo. Un cast di stelle ispaniche provenienti dai più disparati mondi del cinema indie, della tv commerciale e del teatro per interpretare un panorama umano variopinto e spassoso. Un bellicoso ingegnere alle prese con una sosta vietata, una cameriera incontra l’aguzzino di suo padre, una sposa inferocita scopre il tradimento del marito il giorno delle nozze, un sorpasso di troppo diventa un’esplosione di violenza: sono solo alcune delle paradossali situazioni di Storie Pazzesche, la surrealtà della vita quotidiana raccontata attraverso un serratissimo racconto corale.

Il film che ha sorpreso e divertito il Festival di Cannes 2014 non farà sfigurare l’altisonante nome che ha alle spalle: Almodóvar come garanzia non tanto di qualità eccelsa (dal momento che le più recenti pellicole del cineasta spagnolo non sono ancora riuscite a equiparare i capolavori Tutto su mia madre e Parla con lei) quanto piuttosto di un cinema fatto di situazioni estreme e di un umorismo nerissimo. La comicità su cui Damián Szifrón – due film alle spalle, qui alle prese con la sua prima grande occasione internazionale – fa affidamento è imprevedibile e sfrontata. Le storie narrate non si limitano a valicare buon gusto e politically correct, ma propongono allo spettatore di rivivere tutte quelle occasioni – di vendetta o solo di pareggiamento dei conti – che nella vita succede di avere mancato, stabilendo “punizioni” esemplari o esiti inevitabili. L’esperienza di Storie Pazzesche è tanto più esaltante laddove il film cade in distribuzione proprio in periodo natalizio, quando la cinematografia si nutre di buoni sentimenti e immancabili lieti finali: non c’è nulla di tutto questo nella pellicola di Szifrón, nemmeno un pizzico di redenzione. Privo anche di qualsiasi interesse per una resa realistica del mondo contemporaneo, il film chiede allo spettatore seduto in sala solo di immedesimarsi, di perdere il controllo insieme ai personaggi sullo schermo e, per una volta (magia del cinema), di non preoccuparsi delle conseguenze. Un film catartico? Può darsi. Senza dubbio, una pellicola distensiva che fa ridere in modo intelligente e articolato. Forse un po’ chiassosa, come da tradizione latinoamericana, con una trama che indugia e scherza soprattutto intorno ai tempi melò della cultura mediterranea (anche quella esportata) e sull’abuso del colpo di scena.

C’è Almodóvar e non solo. Storie Pazzesche sembra citare più o meno espressamente tutto il cinema contemporaneo al limite della verosimiglianza: la satira del disaster movie, così come la rappresentazione dell”idiota” contemporaneo, è un’idea dedotta dai fratelli Coen; c’è Quentin Tarantino in certe soluzioni sanguinolente ed eccessive e, ancora, molto british – ma in stileTraispotting – è il ritratto inetto ma eroico dei protagonisti. In fondo però, si può anche scorgere fra le storie che legano il film un filo conduttore nel rifiuto dell’ingiustizia e della pressione sociale, di schemi precostituiti dal capitalismo (liberatorio l’episodio dell’automobilista e dell’autotrasportatore) o dalla struttura familiare (l’immedesimazione del pubblico con la novella sposa è assicurata). La scelta degli attori è determinante: volti apparentemente comuni, universali e vulnerabili come quelli del bravissimo Ricardo Darìn o della dolce Julieta Zylberberg che, nel corso del film, si scoprirà meglio non fare arrabbiare. Non è difficile infatti, trasformare l’uomo – e la donna – in un animale selvatico. Basta solo provarci.

Aurora Tamigio, da “silenzio-in-sala.com”

 

 

Un uomo decide di vendicarsi di tutti quelli che gli hanno fatto del male riunendoli in un luogo improbabile; un gangster capita per caso nel diner dove lavora la figlia di una delle sue vittime; un diverbio fra automobilisti si trasforma in un massacro grandguignolesco; un ingegnere vessato dalle multe trova il modo di vendicarsi; un incidente automobilistico dà il via ad una gara fra avvoltoi; un matrimonio da favola sfocia in un’escalation di insulti e ricatti.

Storie pazzesche è un buon esempio del lato commerciale (ma non privo di cura registica) del nuovo cinema argentino e riflette sui mostri della modernità lasciandosi dietro un retrogusto amaro. L’imprinting della commedia all’italiana è fortissimo, ma rispetto ai film comici a episodi prodotti in Italia in tempi recenti Storie pazzesche rimane saldamente agganciata alla realtà del paese che racconta, e tanto i dialoghi quanto le svolte narrative mantengono un occhio alla contemporaneità e un orecchio al vero modo di esprimersi della gente.
Lo stile di regia dell’episodio sul matrimonio sembra ispirarsi a Reality di Matteo Garrone, la violenza in chiave satirica piacerebbe invece a Tarantino, e certe volgarità alla nuova commedia yankee del filone Una notte da leoni. Ma Storie pazzesche riesce a trovare una sua identità originale filtrando le varie influenze attraverso una discreta sensibilità autoriale. L’accento è sulla violenza e la brutalità ferina dei personaggi (di qui i ritratti di animali della giungla che appaiono dietro ai titoli di testa), ma anche sul potere di compressione di una società basata sulla sopraffazione e sulla disparità economica. Prodotto da Pedro Almodovar, Storie pazzesche (che significa storie selvagge), colora di ironia e di spunti polemici ogni situazione, e il cast riunisce il meglio del talento argentino attuale, a cominciare da Ricardo Darin che dà all’ingegnere stanco di subire la giusta sfumatura malinconica.
La colonna sonora, composta e arrangiata da Gustavo Santaolalla, fa da contrappunto tragicomico alle vicende narrate, e non disdegna gli excursus nel pop, da Flashdance a Lady lady lady. Il risultato è un mosaico della contemporaneità dolorosamente realistico anche quando vira verso i toni della farsa, del pulp e del kitch.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Se volete avere una vita tranquilla Damián Szifrón suggerisce: non offendete il prossimo, non fatevi corrompere, non guidate in stato di ebbrezza e soprattutto, non rovinate mai e poi mai il matrimonio di una donna. Al suo terzo lavoro il regista argentino (inedito nelle sale italiane) fa tesoro di un particolare periodo di sconforto per regalarci un incandescente e lungimirante promemoria: non dimenticare mai quanto le cattive azioni possano ritorcersi contro (a tal proposito appuntatevi il nome Gabriel Pasternak).
Sei racconti per sei personaggi in cerca di riscatto, presentati a Cannes 2014 e accomunati da rabbia latente, la cui ultima goccia trabocca in uno scatenato e “furiosissimo sdegno” (direbbe il Samuel L. Jackson tarantiniano). Szifrón prende per mano la commedia mentre strizza l’occhio al cinema pulp, elargendo attacchi sanguinolenti, azioni esplosive e adrenalinici punti di rottura. Storie Selvagge (nella traduzione fedele all’originale) è il frutto della violenza catartica che tracima dai confini delle fantasie più remote, per affacciarsi sull’innegabile piacere di perdere il controllo.

Non è semplicistica pazzia come il titolo italiano vuole farci credere (ignorando in un colpo solo sia i caratteristici e animaleschi titoli di testa, sia lo spirito che governa il film), piuttosto è il primitivo istinto di sopravvivenza. Sfrenato all’ennesima potenza, a metà strada tra Un giorno di ordinaria follia e Sei gradi di separazione, prodotto in chiave disfunzionale, comica, farsesca e pur totalmente tragica. Quasi fosse il naturale ciclo darwiniano trasformato dalla società: l’adattamento muta oggi in vendetta e gli animali in gabbia incompresi, ingannati o frustrati siamo noi, che rispondiamo alle minacce dell’ambiente con un sovraeccitato e illogico livore. Da omicidi imprevisti, crimini passionali, trattative milionarie fuori controllo, fino all’isterica allegria psicopatica di una sposa.

Eppure quello del regista non è un esercito (né esercizio) di killer, i suoi barbari personaggi semmai sono delusi o costernati, preoccupati o umiliati, stanchi, intimoriti, vigliacchi o troppo ricchi. Umani a nervi scoperti, autolesivi per amore e ribelli per dolore, tutti però coinvolti in una progressiva e viscerale esasperazione. Szifrón resta perlopiù in superficie, si diverte e ci diverte, mostrando nella sua ascesa di bizzarre congiunzioni astrali il lato catastrofico e indomabile di noi stessi. Certo non mancano le riserve, la sensazione che tutto accada troppo velocemente, ma camminiamo sul filo della (in)civiltà, realistica a sufficienza per farci venire il magone e grottesca quanto basta per farcelo passare. Presenta Pedro Almodóvar e alle musiche del premio Oscar Gustavo Santaolalla (I segreti di Brokeback Mountain) si aggiungono note di lirica, momenti dance e pezzi di malinconia (su tutti Ricardo Darín).

Annamaria Scali, da “farefilm.it”

 

Quando la realtà viene portata all’eccesso, la quotidianità viene stravolta e l’imprevedibilità ha la meglio sulla logica, ecco che nascono delle Storie pazzesche.
Una commedia nera che mette in scena diversi episodi, in cui si riflette sulla condizione dell’uomo contemporaneo, attraverso una risata rumorosa, a tratti imbarazzata ma di certo divertita.
Un volo con un biglietto speciale in cui la teoria dei 6 gradi di separazione viene rivista, una vendetta servita su un piatto caldo, un viaggio con tutti i confort di una macchina nuova, una multa “ingiusta”, un incidente e infine un matrimonio con sorpresa. Attraverso questi momenti che possiamo ricondurre alla vita quotidiana (chi ritiene di dover giustamente pagare una multa?), vediamo oltrepassare il sottile confine traciviltà e barbarie.
Il grottesco è da ricercare proprio in questa linea di passaggio in cui una cuoca si chiede se il veleno scaduto faccia bene o male alla vittima, nel modo animalesco in cui i due maschi alfa tentano di sfregiare la macchina dell’altro o ancora nel giardiniere che fa di tutto per voler andare in prigione.
Insieme a questi atteggiamenti paradossali troviamo molti elementi che ci ricollegano alla nostra vita, le lunghe code nell’autostrada, il desiderio di proteggere un figlio, i lunghi video degli sposi, proiettati durante la cerimonia, da guardare con un sorriso compiaciuto.
Il regista stesso Damiàn Szifron sembra mettere alla prova la pazienza degli uomini: “Questo film racconta le storie di alcuni individui che vivono dentro la gabbia imposta dalla nostra società, senza esserne consapevoli. E quando arrivano al punto di rottura, anziché reprimersi- o deprimersi- come facciamo quasi tutti, partono in quarta senza riuscire a fermarsi”.
Un cast variegato in cui grandi star del cinema argentino lavorano a fianco di attori del cinema indipendente, del teatro e della televisione. Fantastica l’interpretazione di Ricardo Darìn, un ingegnere stanco della società che diventerà un eroe del nostro tempo.
Storie pazzesche ricorda un po’ il filone corale della commedia italiana recente, anche se riesce a mantenere una propria identità soprattutto attraverso l’elemento animalesco e brutale dei protagonisti (animali che appaiono proprio nei titoli di testa).
Film prodotto dai fratelli Almodovar, notiamo fin da subito il desiderio del regista di mostrare le proprie abilità dietro la macchina da presa. Una colonna sonora variegata dalla musica classica ascoltata dal padre protettivo, ai successi dance di David Guetta che fa scatenare gli ospiti del matrimonio, prima che avvenga il climax di disastri.
Una “caciara” generale che lascia allo spettatore il sentore che quello che ha appena visto, la sopraffazione, la voglia di ribellarsi alla società, la gelosia, l’egoismo, sono tutte qualità che si porta dietro ogni giorno, anche se in modo meno spettacolare.

Marta Leggio, da “cinemamente.com”

 

Solo una parola per il nuovo lavoro prodotto da Pedro Almodovar: pazzesco! Però: imperdibile.

Storie Pazzesche è un collage di sei episodi narrativamente perfetti, con una bella fotografia tutta dedicata agli scorci più vari della terra Argentina, ed uno stile coinvolgente che strizza l’occhio non solo alla passionalità tipica di Almodovar (che lo ha tradito agli ultimi premi Goya), ma anche (e molto) al pulp di Tarantino. L’unico filo conduttore? La violenza. Che diventa vendetta, non gratuita: ma più che giustificata. La sinossi ufficiale è:possiamo tutti perdere il controllo.

I personaggi sono una carrellata di umanità disparata che anima di follia storie incredibilmente reali. Tanto per capirci:
1-un uomo frustrato diventa pilota e riunisce su uno stesso volo tutti coloro che lo hanno deriso
2-una cameriera si ritrova a servire in tavola al mafioso che ha costretto suo padre al suicidio
3-cosa fareste se fosse in panne il riccone che vi ha da poco sorpassato col Mercedes facendovi un gestaccio?
4-burocrazia e tasse. Vessazioni che rovinano la vita di un marito normale
5-un’omissione di soccorso si trasforma in un assurdo ricatto
6-una sposa scopre le corna durante la festa di nozze. E la traditrice è in sala

Solo sul grande schermo, finalmente uno sfogo meritato delle frustrazioni accumulate ogni giorno dalla più normale umanità.

Vicende amare, ma raccontate in una commedia condita di splatter: il film risulta una chicca, un invito al cinema.

Giulia Zigiotti, da “40secondi.com”

 

 

 

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