Stop the pounding heart

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Passato a Cannes e al Festival di Torino, dove ha vinto il Premio della Giuria nella sezione Internazionale.doc, “Stop the Pounding Heart” è il capitolo conclusivo della trilogia sul Texas firmata da Roberto Minervini, cineasta marchigiano espatriato negli Stati Uniti.
Ambientato nella campagna fangosa dei dintorni di Houston, il film segue lo scorrere quotidiano di una famiglia di allevatori di capre, cattolici ferventi che vivono ed educano i propri figli secondo i rigidi precetti della Bibbia. Fa parte di questo nucleo Sara, adolescente mansueta dalla bellezza austera, che passa le giornate tra le fatiche lavorative, i gruppi di preghiera, il tiro al bersaglio e gli studi casalinghi. L’incontro con Colby, giovane e piacente bull rider, spingerà la ragazza a dar voce ai dubbi e agli smottamenti interiori che agitano il suo animo di giovane donna.
Per realizzare quest’opera, ambiguamente in bilico tra fiction e documentario, Minervini ha trascorso due mesi assieme ai suoi personaggi. Ha chiesto poi loro di interpretare se stessi sulla base di un canovaccio che, se non vero, risulta quantomeno verosimile, per consegnare infine alla mano sicura della montatrice Marie-Hélène Dozo, assidua collaboratrice dei Dardenne, oltre 80 ore di girato. Da questa gestazione imponente è nato “Stop the Pounding Heart”, opera toccante e sfaccettata, ricca di suggestioni, originale e anomala nel panorama cinematografico odierno.
Adottando uno sguardo sempre empatico, mai giudice, Minervini è riuscito a tratteggiare l’emozionante ritratto di un’adolescente in (tras)formazione, che allo stesso tempo contiene al suo interno una riflessione inusuale sui temi della spiritualità e della fede, nonché un accurato affresco dell’America rurale contemporanea.
Al centro di questo racconto corale su una comunità “ai margini” c’è la giovane Sara, cuore pulsante della pellicola, attorno alla quale l’autore ha imbastito una narrazione tanto esile e rarefatta, quanto vibrante e sincera. Con costanza e ammirevole naturalezza, Minervini segue la sua protagonista mentre munge le capre o piange tra le braccia della madre, recita una preghiera o si confida con le sorelle. Memore della lezione di Zavattini, il regista si rivela abile nel pedinare i personaggi, colti con spontaneità nella loro laboriosa quotidianità, concedendo la giusta rilevanza anche all’ambiente di cui sono parte integrante.
La macchina da presa si muove infatti leggera e partecipe, mai intrusiva, riuscendo a cogliere con mirabile grazia l’autenticità di momenti assai intimi e di sentimenti sottaciuti. Minervini dilata i tempi del racconto, concede spazio agli sguardi e ai respiri, indugia su particolari apparentemente insignificanti per sottolineare ogni sfumatura emozionale, ogni increspatura che percorre il volto di Sara, promuovendo così un’adesione completa tra spettatore e personaggio.
Emergono dunque forti e vitali i turbamenti di Sara, le fibrillazioni amorose, i dubbi sulla fede, le paure e le amarezze nei confronti di un destino che sembra già segnato. Le pause e i silenzi di cui il film è ricco non sono sterili e intellettualistici, bensì pregni di pensieri e sensazioni che una regia sensibile e pudica coglie attraverso uno sguardo fugace, un sorriso trattenuto, un pianto sommesso.
Minervini osserva tutto con attenzione e partecipe rispetto: all’autore non interessa condannare le chiusure e gli integralismi di una piccola collettività che ha scelto di vivere secondo costumi oggettivamente arcaici e dogmatici. “Stop the Pouding Heart”, al contrario, è animato da un sentimento di genuino umanesimo, che rivendica la dignità dei suoi personaggi e cerca di coglierne la verità palpitante, a volte indecifrabile, nascosta oltre le parole e le immagini.
Grazie anche a una fotografia sofisticata e di composta eleganza, che dona complessità e forza poetica, la pellicola è capace di allontanarsi da un’impostazione documentaristica per sorprendere lo spettatore aprendosi, all’unisono con la sua protagonista, a momenti di commovente lirismo.
Affascinante e profondo, mai banale, “Stop the Pouding Heart” colpisce infine per la grazia del tocco e la maturità dello sguardo che fanno di Minervini, a buon titolo, un autore autentico.
Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

Sara ha pochi anni e tanti fratelli educati in casa da mamma e papà, allevatori di capre in Texas. Figlia maggiore dei Carlson, Sara conduce una vita serena accudendo gli animali della fattoria, collaborando all’economia domestica e all’educazione dei suoi fratellini. La sua giovane vita è scandita dalle preghiere e dalla lettura della Bibbia, che commenta e argomenta con la madre e le sorelle. L’incontro con Colby Trichell, allevatore di tori e cowboy senza sella, turba la sua esistenza ordinata precipitandola in una crisi profonda. A scompigliarla è un sentimento nuovo che la conduce frequentemente davanti al recinto e al sorriso accogliente di Colby. Ma un giorno nel suo ranch, Sara scopre una coetanea più intraprendente e il suo cuore si ferma. Rifugiatasi nell’imperturbabilità bucolica del suo mondo, diventerà più grande attendendo il domani dentro un abito bianco.
Come nei migliori romanzi di formazione, Stop the Pounding Heart segue l’evoluzione della sua protagonista verso l’età adulta e dentro l’America rurale, che ‘coltiva’ un sentimento religioso e conservatore. Inchiodata a una realtà arcadica, che la madre predica e il genitore ‘recinta’, la giovane protagonista non sembra conoscere la fragile pesantezza dell’essere, seguendo una decisa traiettoria e una vita già scritta che ne ha fatto una buona cristiana. È a questo punto che Roberto Minervini, autore marchigiano ‘emigrato’ negli States, inserisce Colby Trichell, local cowboy ed espediente drammaturgico, che interromperà l’inerzia emotiva di Sara confondendo i confini e tutte le nozioni fino a quel momento apprese. L’amore diventa l’ineluttabile punto di fuga della protagonista che interpreta se stessa, emergendo da una favola pastorale da cui è escluso il mondo. Immerso in una natura malickiana, muta e osservatrice, Stop the Pounding Heart racconta un sentimento intenso, quanto più casto e silente, che non ha bisogno di dialoghi per dirsi. Perché Minervini scava nei volti auscultando i ‘battiti del cuore’ di Sara, calata in un rituale quotidiano che parla solo la parola di Dio. Lo sguardo del regista si allarga alla famiglia e alla comunità rurale texana che prega, spara e cavalca tori senza domarne mai la resistenza. E indomita è pure la natura umana che cede alla gelosia e al desiderio in un film ‘incurante’ del presente e concentrato sul passato remoto dell’entroterra.
Stop the Pounding Heart però è un passo avanti col suo silenzio da film muto che si dipana, all’interno delle sequenze, tra i primi piani e le aperture sul paesaggio. Al suo terzo lungometraggio, Roberto Minervini avvicina l’ordine sociale e familiare dei Carlson per ‘registrare’ la realtà, o meglio una precisa e morale visione di essa, senza nessuna preoccupazione didascalica. Sulla limpida voce della natura, che ‘richiama’ nella foresta la protagonista, fluttua impalpabile il suo volto, in cui un vissuto e una cultura si esplicano in modo diretto. Sull’impossibilità di tradurre la sua inquietudine in amore, si interrompe invece il film e decide il suo destino di donna.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Sondare l’impensato del mondo
L’abbraccio, come necessità, dimostrazione d’essere i due una cosa sola, esito che dava senso al vagare senza meta del ragazzino di Low Tide, in Stop the Pounding Heart, ultima regia di Roberto Minervini che chiude la sua Trilogia del Texas cominciata con The Passage, diventa stretta soffocante, che opprime e sopprime il singolo a compiacenza della comunità.
Quella in cui cresce Sara, adolescente educata secondo i precetti dell’ortodossia biblica, che le insegnano a sottomettersi all’autorità paterna per essere poi pronta ai doveri coniugali. Dove non si va a scuola, perché si è istruiti in casa dai propri genitori, e si impara presto a contribuire all’azienda di famiglia.
Un mondo paradossalmente chiuso quello della sterminata provincia proletaria statunitense, cameratesco, in cui i ragazzi hanno come unico divertimento giocare ai cowboys nei rodei e le ragazze come solo orizzonte il matrimonio. Tutti devoti a Dio e al Secondo emendamento della Costituzione, quello che garantisce il diritto inviolabile a possedere armi, maneggiate con disinvoltura anche dalle donne incinte, quasi che volessero, inconsapevolmente, trasmettere al loro feto l’ancestrale vibrazione del rinculo.
In questa legione di redneck Sara conosce Colby, un giovane allevatore di tori. Quando stanno assieme sono impacciati, incapaci di sciogliere quel grumo di timidezza che strozza le parole in gola. Non riescono ad andare al di là della reciproca curiosità. Eppure questo già basta a mettere in crisi Sara, che si scopre inadatta alla vita, inconsolabile dalla fede.
Un materiale umano e sociale, quello a cui si è trovato di fronte Minervini, che sarebbe stato facile adoperare come bersaglio di critica subordinata a convinzioni ideologiche. Ma, come ricorda Deleuze, una critica concepita unicamente come rappresentazione di conflitti rimane interna a un sistema rappresentativo precodificato e, quindi, sostanzialmente inefficace.
Minervini non vuole avere a che fare con un occhio vuoto, uno spettatore passivo, controllato, assoggettato alla narrazione, identificato con i personaggi e soggiogato da schemi preliminarmente predisposti, e lo pone davanti a una visione che lo obbliga a dimenticare le abitudini stereotipate del guardare e del pensare.
«Come dice Bergson noi non percepiamo la cosa o l’immagine intera, ne percepiamo sempre meno, ne percepiamo solo quel che siamo interessati a percepire, o piuttosto quel che abbiamo interesse a percepire, in ragione dei nostri interessi […]. Abitualmente percepiamo dunque soltanto cliché», conflitti istituzionalizzati, normalizzati, che ingenerano un’idea estremamente semplificata e banalizzata del reale, ridotto alla somma di azioni concatenate secondo un semplice legame causale, un gioco di stimolo e risposta, di coercizione e resistenza.
Minervini sfugge da questi cliché per cercare di ritrovare tutto quel che non si vede nell’immagine, tutto quel che le è stato sottratto, o aggiunto, per renderla “interessante”, conforme ai parametri delle logiche spettacolari. Vuole restituire un’immagine intera e senza metafora, che mostri le cose in sé, nei propri eccessi d’orrore o di bellezza, nel loro essere radicali o ingiustificabili. Da parte sua non c’è mai un’inquadratura giudicante, un eccesso didascalico.
La sua m.d.p. «tollera o sopporta […] ogni cosa, dal momento che è presa in un sistema» di relazioni. Il regista è lì, affianco alla sua protagonista, la segue, la sostiene con lo sguardo, senza mai condizionarla alle strutture ingabbianti della narrazione. Un’immersività trasmessaci per mezzo dell’uso ininterrotto della macchina a mano, non finalizzata all’identificazione ma alla partecipazione. La regia si apre agli stimoli esterni, per poter essere continuamente interagente con ciascun altro corpo con cui condivide quello spazio e quel tempo comuni.
Per Minervini è necessario non nascondere il proprio coinvolgimento fisico, tangibile, perché soltanto così può riuscire a mettersi in relazione con gli altri. Un tentativo di esistenza, ché essere è essere presenti a qualcuno. È cinema come impresa inaudita, sforzo di fare della visione un mezzo di conoscenza e di azione.
Come sostiene Giovanni Bottiroli «il mondo reale deve essere conosciuto, l’involucro della vita fittizia dev’essere oltrepassato». Che poi, ci ricorda Alessandro Simoncini, è un po’ lo stesso di quello che suggeriva Delezue, secondo cui «Occorre credere al mondo proprio sondando l’impensato del mondo, il suo nuovo e le possibilità che giacciono inascoltate nelle sue stesse pieghe. Occorre credervi costruendo le condizioni di possibilità di una inedita conoscenza di questo stesso mondo».
Matteo Marelli, da “cineforum.it”

Sulla muta potenza di una ribellione in forma di dubbio Minervini costruisce il terzo tassello della “trilogia texana”. Il ritratto reiterato della quotidianita’ disperante di questo corpo sgraziato e commovente di adolescente dalle trecce bionde e l’apparecchio ai denti, costretta a crescere in un ranch dove si replica tra i tori e le capre l’America del Red State
Ditemi, voi che volete essere sotto la legge: non sentite forse cosa dice la legge? Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma quello dalla schiava è nato secondo la carne; quello dalla donna libera, in virtù della promessa. […] Ora voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. Però, che cosa dice la Scrittura? “Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera.” Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma di una donna libera – San Paolo, Lettera ai Galati
La vicenda di Sara, moglie di Abramo, e’ una delle allegorie piu’ chiare di tutte le Scritture: sorellastra del marito, gli rimane talmente devota sino ai 90 anni da sopportare di esserne segretamente la moglie sterile, e di dover crescere il figlio avuto da Abramo con la schiava Agar. dio la ricompensa cosi’ con una gravidanza dalla quale vedra’ la luce Isacco, che la donna crescera’ sino ai 127 anni. Per Paolo Sara rappresenta cosi’ il superamento della Legge, suggellata in passato invece proprio dal patto di Abramo con Agar.
Sara Carlson ha dunque il proprio destino nel nome, ma non riesce a credere alla promessa divina: sulla muta potenza della sua ribellione in forma di dubbio Minervini costruisce il terzo tassello della “trilogia texana”. Siamo in un ranch che e’ una caduta verticale in quell’America che educa i propri figli a casa con la Bibbia come unico libro di testo e li disciplina all’etica del lavoro, le donne alla sottomissione e ad una vita all’ombra dei mariti, i bambini a montare i tori per poter gareggiare ai rodei. Se ci fosse il predicatore folle non saremmo troppo lontani da volti e concezioni affrontate da Kevin Smith nel suo potente Red State – solo che questo e’ un documentario. Minervini, seppure con meno purezza in confronto ad esempio al Gianfranco Rosi “americano” di Below Sea Level, inserisce una flebile traccia narrativa (il rapporto tra Sara e il figlio della famiglia che abita la fattoria vicina) in quello che e’soprattutto il ritratto reiterato della quotidianita’ disperante (badare alle capre e ai fratellini, costruire steccati, studiare a casa…) di Sara, corpo sgraziato e commovente di adolescente dalle trecce bionde e l’apparecchio ai denti che attraversa questa indagine su di un microcosmo di ostile chiusura all’esterno dai tratti quasi wisemaniani nelle intenzioni: con l’incedere del film cresce progressivamente anche la forte crisi della ragazza, che sogna per se’ un altro futuro, un’altra liberta’.
Ma proprio come nell’horror di Smith (tutt’ora inedito in Italia), i momenti maggiormente stranianti non sono quelli che spingono subito lo spettatore “progressista” ad un aperto dissenso nei confronti di questo stile di vita, quanto gli istanti di placidi, suadenti, convinti incontri di preghiera, durante i quali dall’educatrice senti venir fuori un minaccioso, anche violento indottrinamento. Ed ecco che il frammento piu’ fenomenale di tutto il film e’ quella breve invocazione di Sara a Gesu’ affinche’ possa aumentare in lei la convinzione e la soddisfazione per la propria vita come le e’ stata preparata dai familiari. Un urlo d’aiuto sospirato con la testa nascosta nelle mani durante una preghiera collettiva, straziante.
Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

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L’America delle periferie secondo Roberto Minervini. Tenero e agghiacciante, al TFF31-DOC, a Tertio MIllennio e in sala
Fuochi d’artificio. Un bambino fa su e giù su un cavallo a dondolo vestito a festa con la bandiera americana. Una ragazza bionda, un po’ slavata, accarezza una capretta. E’ una comunità di persone, alcuni sono lì temporaneamente. Altri sparano o cavalcano i tori per la fiera annuale. Sara fa parte di una grande famiglia con tante sorelle. La responsabilità del passaggio all’età adulta incombe su tutte: alcune di loro fanno progetti per il futuro: chi sogna di sposarsi, chi di viaggiare per il mondo. Grace spera di avere almeno due figli. Sara non sa, vuole rimanere nel Texas, in questa terra brulla e desolata. Osserva la vita (una donna incinta, il ritrovo di allevatori di tori) e incomincia a percepirla come tale quando incontra Colby. Un ragazzo di passaggio, un cowboy. La madre le suggerisce di parlare con Dio, perché le spiega: “Siamo solo lavori in corso. E molte tempeste ci attendono nel cammino della vita”.
L’italo americano Roberto Minervini ha vissuto per due mesi con una famiglia di allevatori e i suoi dodici figli. Ha frequentato la loro comunità, girato circa 80 ore che ha ridotto a 98 minuti in modo da trasformare un documentario in storia di finzione. Stop the Pounding Heart (che dopo Torino sarà a Roma in rassegna per Tertio Millennio) va ben oltre il film precedente, seppur struggente, Low Tide, in Orizzonti al festival di Venezia lo scorso anno. E’ un cinema dell’attesa questo, in cui succede poco o nulla. Eppure vibra di passione dalla prima all’ultima nota. “Sono molto orgogliosa di te”, dice la mamma a Sara. Che si aggira vestita di bianco in un recinto.
Marina Sanna, da “cinematografo.it”

Sara Carlson ha 14 anni e vive in una famiglia di agricoltori, molto religiosi e tradizionalisti. Lei e le sue sorelle e fratelli minori non vanno a scuola, ma vengono educati dai genitori secondo l’insegnamento cristiano: pregano, studiano la Bibbia e imparano che il ruolo della donna è quello di essere moglie e madre, e che le storie sentimentali dei ragazzi sono inutili e sciocche perchè solo il matrimonio compie la volontà divina. Colby Trichell è un coetaneo di Sara che cavalca tori nei tornei di paese: lo scopo del gioco è resistere in groppa all’animale per una manciata di secondi, prima di finire scaraventati per terra. Sara e Colby si incontrano e parlano: del più e del meno, del cavalcare i tori, dei mercatini in cui i Carlson vendono i prodotti della loro terra e dei loro animali. Forse c’è un’attrazione tra loro, non è dato saperlo, forse non lo sanno neppure loro. Roberto Minervini sceglie un approccio radicale per dipingere questa peculiare storia d’adolescenza: un distacco paziente e radicale, una produzione dal budget inesistente che osserva dall’esterno gli attori recitare essenzialmente se stessi (o, comunque, il loro vero mondo), un minimalismo di forma e sostanza che accenna a umori e conflitti senza mai lasciarli esplodere. E’ un documentario, nel senso che Sara e Colby esistono nel mondo reale e vivono così come Minervini ci mostra. E’ un film di finzione, nel senso che c’è uno script – per quanto esso sia essenziale e minimo, tutto intento a ricostruire o rimettere in scena il mondo autentico degli attori-personaggi. La comunità in cui vivono i due protagonisti è esotica e lontana dal mainstream occidentale nonostante sia piantata nel cuore della Nazione che fabbrica il mainstream occidentale: questa tensione tra individuo e comunità, tra l’America del liberalismo e l’America del tradizionalismo religioso emerge più nitida e forte dei tiepidi sommovimenti sentimentali che fanno sobbalzare il cuore di Sara. In una scena, una donna incinta spara a un bersaglio durante una scampagnata della famiglia Trichell (sparare è il passatempo preferito dei Trichell subito dopo quello di cavalcare i tori; i Carlson preferiscono mungere capre e pregare). In un’altra scena, Sara indossa degli abiti d’epoca senza apparente ragione. Minervini tesse un disegno simbolico accostando frammenti di verità riprodotta e segni allegorici, un limbo tra fiction e non fiction esplorato con grande self restraint: Stop the pounding heart rinuncia a qualsiasi costruzione drammatica, sviluppo o plot. Lo script è radicalmente parattatico e Minervini si limita a suggerire significati flebili nell’accostamento di piccoli turbamenti, chiacchiere poco importanti, attività quotidiane. Dai contorni del quadro s’infiltra il giudizio del compositore: le armi, la repressione sessuale, il radicalismo antimoderno non sembrano portare nulla di buono. Eppure non c’è un solo personaggio negativo e anche le lezioni morali di Mamma Carlson, così retrive e oscurantiste, sono piene di tenerezza e sincerità. Alla fine, il film non fa i conti con le correnti sotteranee che lo attraversano senza mai affiorare né fare troppo rumore, ma la purezza dello sguardo di Minervini, così come la luminosa spiritualità di Sara, lasciano un’eco potente nella mente dello spettatore.
Roberto Tallarita, da “spietati.it”

Roberto Minervini rappresenta l’Italia a Cannes – assieme ai blasonati Sorrentino e Golino – con il suo Stop the pounding heart, che conclude idealmente la sua ‘trilogia del Texas’ iniziata con The Passage e proseguita con Low Tide (a Venezia nella sezione Orizzonti). I tre film sono legati dalle tematiche – l’adolescenza, la famiglia, i ruoli sessuali, i valori sociali e la religione nell’America rurale del Sud – ma anche dalla presenza costante di alcuni personaggi: “The Passage – spiega il regista – è un road movie, esplorazione del paese dal punto di vista di una malata terminale. Nella ricerca di un guaritore, passa dei giorni presso una famiglia di allevatori di pecore, che è la stessa protagonista di questo film. Il cowboy che cavalca i tori in Stop the pounding heart appariva in Low Tide, che è la storia di un ragazzo emarginato e del mondo che si costruisce per sopravvivere”.
LA VITA, L’AMORE E LE VACCHE
Se l’addizione Italia + cowboy fa subito pensare allo ‘Spaghetti western’, Minervini propone piuttosto quel che si potrebbe definire, con un po’ di fantasia, una visione da ‘Spaghetti southern’, virata però al cinema del reale, senza risolversi in documentario. Non ci sono attori. I personaggi sono interpretati da gente reale, nel ruolo di sé stessa: “Non uso attori nel senso tradizionale del termine – spiega il regista – Allo stesso tempo, gestisco il fluire della storia, così si può dire che la mano del regista è ben presente. Il mio impegno con queste comunità è un’esperienza molto intima, e richiede tantissima fiducia reciproca. Ho chiesto loro di aprirmi le loro vite, e io dovevo ritrarle in pubblico in modo adeguato. Il mio lavoro è anche di far sentire questa gente a proprio agio di fronte alla telecamera. La mia crew è formata da sole cinque persone, niente luci artificiali, e sempre ‘buona la prima’”. Stop the pounding heart si concentra su Sara, la giovane figlia degli allevatori di cui sopra. È cresciuta nella fattoria e i suoi genitori le fanno da insegnanti, seguendo rigorosamente i precetti della Bibbia. Come le sue sorelle, Sara è indottrinata per diventare una moglie devota e sottomessa, e per tenere assolutamente intatta l’integrità delle sue emozioni e del suo corpo fino al matrimonio. Ma quando Sara incontra Colby, un giovane ‘bull rider’, cade in una profonda crisi, mettendo in discussione l’unica modalità di vita che fino ad allora abbia mai conosciuto.
Interessante nella forma e attraente nel contenuto, il film di Minervini offre un ritratto originale di un’America sconosciuta ai più. La vita delle comunità rurali statunitensi ci appare più familiare dopo la sua visione, offrendo degli innovativi spunti di riflessione che accostano l’opera a un’accurata ricerca di stampo antropologico tramite il mezzo dell’audiovisivo.
VOTOGLOBALE7
Andrea Guglielmino, da “everyeye.it”

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