Prossima Fermata – Fruitvale Station

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Oscar Grant, un ragazzo di 22 anni della Bay Area, va a festeggiare il Capodanno a San Francisco con la compagna e con gli amici. La madre gli raccomanda di prendere il treno del trasporto locale per maggior sicurezza. Ma al rientro, su quella carrozza affollata, il gruppo viene coinvolto in una rissa. Il treno si ferma alla stazione di Fruitvale, i provocatori sono già fuggiti ma la polizia ferma Oscar e alcuni dei suoi amici. Dal treno, i testimoni riprendono la scena coi loro cellulari. Mentre il ragazzo è ammanettato a pancia sotto un poliziotto all’improvviso gli spara alla schiena. In seguito a quel fatale viaggio Oscar muore, sua figlia resta orfana e una famiglia è costretta a fare i conti con un dolore inconsolabile e una giustizia umana inadeguata e reticente.
Quello che nel 2009 è accaduto a Oscar Grant è solo uno dei tantissimi casi documentati di abuso della forza da parte della polizia americana, in genere a danni di afroamericani. Le nuove tecnologie lo hanno reso più famoso di altri (il video è ancora visibile su youtube ed è servito a Ryan Coogler per ricostruire esattamente la scena del crimine), fornendo una testimonianza diretta e quasi insostenibile di come un attimo di follia devasti molte esistenze. Al processo, la difesa ha creduto alla versione del poliziotto che affermava di aver scambiato nella concitazione del momento il suo taser con la pistola, condannandolo a 2 anni di carcere (di cui 11 mesi scontati) per omicidio preterintenzionale.
Ryan Coogler, giovanissimo autore di premiati cortometraggi nonché consulente al riformatorio di San Francisco, ha scelto proprio questa storia per il suo debutto cinematografico. Ne è nato un film vero, serrato, intenso e breve come la vita di Oscar Grant, non presentato come un santo ma come un essere umano con i suoi difetti, le sue colpe e le sue potenzialità, azzerate quando sta cercando di rimettersi in carreggiata e di essere un compagno, un padre e un figlio migliore.
Il film – che si è avvalso della collaborazione della famiglia di Oscar – racconta un ragazzo allegro e affettuoso costretto a maturare troppo in fretta, che affronta la sua ultima giornata di vita accompagnato da strani presentimenti. Coogler gestisce da esperto anche momenti che potrebbero facilmente diventare retorici, come la scena in cui Oscar propone a Sophina di aspettare il Capodanno davanti alla tv invece di andare a San Francisco, le rassicurazioni date alla bambina, la tenerezza con cui tiene in braccio il cane travolto da un pirata della strada e il rimorso della madre per averlo convinto a prendere il treno.
Se Michael B. Jordan è assolutamente perfetto in un ruolo che richiede carisma e credibilità e Octavia Spencer dà vita a una figura materna che emana un grande senso di dignità e autorevolezza, tutti gli interpreti sono all’altezza di una storia che la finzione rende più vera e immediata di un documentario. Girato in 16 millimetri in appena 20 giorni con un piccolo budget, Prossima fermata Fruitvale Station è un bell’esempio di cinema civile indignato e maturo, reso più efficace nella sua denuncia dalla mancanza di grida e proclami.
Il fatto che a firmare e a interpretare questo film siano stati due ragazzi di 27 anni lo rende ancora più impressionante. Come se un giovane regista italiano scegliesse come tema del suo debutto la storia di Federico Aldrovandi o di Stefano Cucchi, e sapesse rendere senza filtri l’assoluta tragedia di una vita umana stroncata in quel modo. Un’ipotesi che da noi, purtroppo, è ancora pura fantascienza.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

Un titolo che è in realtà una sentenza. Nell’edizione dello scorso anno al Sundance, al debuttante Ryan Coogler toccò sorbirsi tanti di quei complimenti che gli valsero Premio del Pubblico e Premio della Giuria come miglior film drammatico. Non c’è che dire come esordio.
La tematica è di quelle che rischiano di stare strette, dato che il raggio d’azione appare in qualche misura limitato per via dei non pochi ricorsi. Un filone non recente, sebbene più volte evocato anche quando non strettamente centrale, vale a dire il serpeggiante razzismo all’interno di certi ambienti in cui simili derive comportano danni più evidenti che altrove. Stupido gonfiare un fenomeno che esiste ma che a conti fatti è ristretto ad un gruppo più o meno rilevante di poliziotti. Abusi che ahinoi non hanno avuto inizio ieri e che a fasi alterne tornano a tenere banco, con conseguenti ripercussioni su una comunità tutta spesso strumentalizzata dai media, che sul dolore, la paura e l’ignoranza di vittime e affini ci specula per sport. Ma di che tratta Fruitvale Station?
Una storia vera. Siamo nella notte di capodanno del 2009. Oscar, la sua fidanzata ed un gruppo di amici sono di ritorno dopo i festeggiamenti in centro nella città di Oakland. A seguito di una schermaglia all’interno di un vagone della metro, Oscar ed i suoi amici vengono fermati e trattenuti da alcuni poliziotti. Ad un certo punto, senza apparente motivo, esplode un corpo d’arma da fuoco. Uomo a terra. Si tratta del ventiduenne Oscar Grant III, il quale morirà la mattina immediatamente successiva per via di un’estesa emorragia interna.
Questi i fatti. Coogler, chiaramente, parte da lontano. L’intero film racconta le ventiquattrore precedenti l’accaduto, seguendo il giovane Oscar attraverso alcune ordinarie tappe. In questo frangente il regista è bravo a cogliere l’intimità nonché il realismo di certe vicende, andando dritto al sodo senza troppi fronzoli. Che si tratti dell’ennesima lite con la compagna o di una cena di compleanno in famiglia, Coogler riesce a dare continuità ad un discorso non semplice proprio per via della routine che è chiamato a rappresentare. Qui emerge il profilo del protagonista, un normale ventenne alle prese con un’esistenza nient’affatto semplice, con alle spalle almeno un’esperienza in carcere ed un passato di cui si vuole sbarazzare.
Dove Coogler cede qualcosa è probabilmente nell’eccesso di stima, se non di amore, verso lo sfortunato Oscar: non a caso il regista esordiente non nasconde affatto di aver vissuto quasi direttamente sulla propria pelle quel tragico evento, dato che si trovava proprio in quella zona quando avvenne, la stessa notte: «avevamo la stessa età, i suoi amici somigliavano molto ai miei, ed il pensiero che qualcosa del genere fosse potuto accadere a Bay Area mi distruggeva», dichiara proprio Coogler. Se a ciò aggiungiamo la comprensibile partecipazione emotiva a quanto avvenuto successivamente, tra veglie e sommosse, è facile comprendere il perché di un simile trattamento. L’idea, nient’affatto originale ma nondimeno abilmente sottoposta, è che il vero dramma stia non semplicemente nel fatto in sé, di suo già tremendo, bensì nel dovere di sopravvivere da parte di amici e parenti. Non a caso il film si chiude proprio su un’inquadratura della vera figlia di Oscar, Tatiana.
Il corollario però dispone una situazione che per certi versi appare “ritoccata”; sensazione che passa sottopelle in virtù della fenomenale interpretazione dei vari attori, Michael B. Jordan in testa. Il rinsavimento di Oscar pare consumarsi quasi interamente nell’arco di quelle ventiquattro ore o giù di lì, il che appare più una scelta volta a drammatizzare l’intera vicenda che altro. Necessità legittima nonché condivisibile, certo, anche perché bisogna in qualche modo caricare la molla lungo buona parte del film, mentre assistiamo a quella sorta di scorcio documentaristico sulla vita dei personaggi principali. Tuttavia, pur non mancando l’impatto emotivo quando il misfatto definitivamente si consuma, non si può negare di aver scorto, anche solo per poco, un intervento di troppo, quella mano del regista che proprio mentre sta per concludere il suo numero di magia viene pizzicato appena un istante prima della conclusione. Eppure, proprio in questo punto di transizione, emerge l’efficace gestione della tensione, con un ritmo coerente quantunque incalzante.
Ad ogni modo c’è da dire che non deve per forza trattarsi di una pecca, specie in relazione al fatto che per Coogler si tratta del film d’esordio e che fino a quel punto regge molto bene. E, con altrettanta onestà, s’ha da riconoscere che senza questo filtro ci saremmo trovati dinanzi ad un documentario tout court, quando invece le premesse erano altre. Ecco, forse è stato proprio questo repentino passaggio da un tenore per lo più descrittivo, un pelo freddo e distaccato, all’abbandono totale ad un sentimento di frustrazione e giustizia in prossimità della fine a dare vita a questo piccolo corto circuito.
Perché la cronaca di quel primo di Gennaio 2009 alla stazione di Fruitvale, Oakland, non lascia indifferenti, per quanto costituisca un episodio tutt’altro che isolato; uno in mezzo ad altri insomma. Forzando lo spettatore ad accostarsi a certi ideali evocati, su tutti il senso di giustizia, successivo, pensante e forse per questo ancora più frustrante. Scopriamo infatti che il poliziotto che sparò al ragazzo ha scontato appena undici mesi di carcere, oltre chiaramente ad essere stato allontanato dal corpo di polizia. Lasciamo ai giuristi dimostrare se una pena del genere sia equa o meno: resta il messaggio, su cui senz’altro possiamo e per certi aspetti abbiamo il dovere di pronunciarci. Nell’ambito di un sistema che tenda quantomeno a scoraggiare certi delitti, così gratuiti dunque evitabili, quale contributo apporta l’esito giudiziario di una vicenda come questa? Quesiti tanto terribili quanto urgenti, specie poiché di mezzo c’è chi la sicurezza dovrebbe garantirla e mai metterla di suo in discussione. Argomenti complessi, non poco delicati e che perciò meritano risposte ben più articolate di quelle che possiamo superficialmente fornire noi in questa sede. Su tutte, però, rimane quella martellante, per certi aspetti infantile domanda: Oscar che se ne farà di tutte queste risposte?
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Prossima fermata Fruitvale Station sorprende: basato su un fatto realmente accaduto – e amaramente sconfortante, è opera prima tesa, ben girata e avvincente. Grazie a un perfetto protagonista.
Come base c’è una storia, una storia vera, che irrompe in medias res: nelle prime ore del 2009 un ventiduenne perdigiorno ma dal buon cuore, Oscar Grant, di ritorno verso casa dopo aver passato il Capodanno con la compagna e gli amici, viene fermato dalla polizia nella stazione di Fruitvale e, a seguito di una rapida e inutile colluttazione, ferito a morte da un agente in servizio. È un fatto di cronaca impietoso e amarissimo, che in poche ore ha fatto il giro del mondo e che ancora oggi costituisce zona d’ombra nei rapporti tra i cittadini e il potere dei pubblici ufficiali.
Da qui il film di Ryan Coogler – al debutto nel cinema di lungometraggio – accende i motori della narrazione, e ritorna ai primi minuti del 31 dicembre 2008, ultimo giorno di vita di Oscar Grant. Una giornata come tante, che però per Coogler diventa momento di estrema fascinazione nei riguardi dell’utilizzo delle nuove tecnologie come contrapposizione necessaria alla vicenda: la giornata del giovane, prima di concludersi nel più triste dei modi, viene scandita in continuazione da invio e ricezioni di sms, da telefonate; il colpo di pistola che lo ucciderà viene immortalato dal video girato con un cellulare, garantendo per sempre da un lato le immagini in movimento della sua tragica dipartita, dall’altro l’unico strumento per garantirgli giustizia. Sono tanti gli elementi che riescono a intersecarsi con intelligenza, in questo piccolo film: grazie anche alla tesa e nevrotica performance di Michael B. Jordan, l’opera prima di Coogler svela una maturità inusuale per un’opera prima.
Mai sciatto o derivativo, Fruitvale Station segue andamenti quasi da romanzo, tanto è preciso, diretto e secco. Privo di qualsiasi sbavatura, fonde incredibilmente piglio cronachistico e eccellenti capacità di regia e narrazione; aiutato da un montaggio serrato e, al tempo stesso, capace di modulare immagini e movimenti in maniera incredibilmente dolce, Fruitvale non è certamente Quarto Potere, ma è un piccolo gioiello di dignitosa potenza e grande fascino.
Giuseppe Paternò di Raddusa, da “spaziofilm.it”

È la notte di capodanno del 2009 e Oscar Grant (un ragazzo americano, di colore, di soli 22 anni e già padre di una bambina) è sulla metro di ritorno dai festeggiamenti quando viene fermato dalla polizia e poi (inspiegabilmente e brutalmente) assassinato con un colpo partito dalla pistola di uno degli agenti. Facendo un passo indietro scopriremo poi come Oscar è una di quelle tante vite ai margini che tentano (vanamente) di rientrare in carreggiata. Dedito allo spaccio di fumo per mancanza di alternative migliori, il giovane Oscar ha infatti già ripetutamente sperimentato il buio del carcere ed è per questo (per non perderlo) che la sua compagna, sua madre e anche la sua piccola sono terrorizzate all’idea che si possa mettere di nuovo nei guai. Sarà proprio questa paura diffusa tra i famigliari il motivo per cui quella fatidica notte di capodanno (in cui cade anche il compleanno della madre di Oscar e la famiglia si riunisce per festeggiare il duplice evento) la stessa madre consiglierà caldamente al figlio di prendere i mezzi anziché avventurarsi con la propria macchina e con il rischio di ritrovarsi brillo in mezzo al casino dell’ultimo dell’anno. Uno sliding doors che cambierà il destino di quell’esistenza già così fragile, eppure così umana da fermarsi a soccorrere un cane ridotto in fin di vita da un teppista della strada, così sincera da aver instaurato con la propria figlia un rapporto di complicità e amore assai speciale.
Cinema di denuncia sociale
Spesso e tristemente è l’attualità (o, meglio, la cronaca nera) a ispirare opere che mirano a essere testimonianze di spinose dinamiche societarie piuttosto che mere pellicole basate su storie di finzione. Prossima Fermata – Fruitvale Station (Premio della Giuria e Premio del Pubblico al Sundance Festival) rientra senza ombra di dubbio in questa categoria. La violenza gratuita esercitata dalle forze dell’ordine a danno del cittadino è l’evidente manifestazione di una frustrazione umana che attraversa trasversalmente le nostre società (Diaz è a oggi forse il più eclatante tra gli ‘esempi’ nostrani). Un ‘tarlo’ che è manifestazione evidente di quella banalità del male indagata dalla Arendt e a cui non si sottrae neanche l’apparentemente giusta e democratica America, in realtà luogo di feroci ingiustizie sociali. Il regista Ryan Coogler parte dalle immagini, confuse, sgranate delle riprese fatte con i cellulari dai passeggeri della metro che in quella tragica notte di capodanno divennero testimoni inconsapevoli dell’orrore, di una tragedia che avrebbe spezzato per sempre la giovane vita di Oscar Grant assieme a quelle delle persone a lui più vicine. Il film segue poi una narrazione ‘a ritroso’, muovendosi all’interno della difficile eppure passionale vita del ragazzo, vissuta tutta su quel pericoloso confine tra la voglia di ricominciare e la lancinante sensazione di un equilibrio destinato (suo malgrado) a non durare che sopravvivrà forse alla prima, alla seconda e magari anche alla sua terza ‘chiamata’, ma che molto difficilmente giungerà intatto all’ultima tappa (il sottile paradosso racchiuso nel titolo). Coogler sceglie una narrazione non sempre lineare e non sempre a fuoco che procede isolando ed evidenziando i rapporti di Oscar con la vita e con il mondo circostante: i contrasti ma anche l’amore vissuti con la compagna, lo splendido rapporto con la figlia, il legame forte e solidale con la madre, la generosità diffusa verso il prossimo sempre in contrasto con la poca generosità con la quale la vita sembra invece negargli la sua chance, la sua opportunità di una vita serena, ordinaria. Un film perfettibile ma emotivamente travolgente, che ci riporta alla tragica realtà di quelle vite (sempre troppe) spezzate senza senso, senza pietà e all’interno di un meccanismo perverso che tende a uccidere (piuttosto che proteggere) i più deboli, quelli che ogni giorno lottano per ritagliarsi un loro spazio vitale.
Premio della Giuria e Premio del Pubblico al Sundance Festival, Prossima Fermata – Fruitvale Station è il racconto tragico e crudele di vite ai margini destinate a non avere mai la loro chance. La morte, gratuita e ingiusta di un ventiduenne di colore, incarna qui la straziante verità di una società iniqua dove diritti e doveri non sono equamente ripartiti e dove le responsabilità (anche sulla vita) hanno un peso diverso a seconda di chi le esercita.
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Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Quando il nero non fa chic e impegna molto

Forse è proprio vero che dall’attimo in cui nasciamo tutto è già scritto e tutto concorrerà a fare sì che ci troviamo al momento giusto dove è scritto che dobbiamo essere, in un’inesorabile riproposizione di quanto cantato in Samarcanda. Oscar Grant, 22 anni, nel Capodanno del 2009 ha incontrato il suo fato alla stazione di Fruitvale, Oakland (la città sulla baia di fronte alla tollerante e cosmopolita San Francisco).

Si è trovato là dove doveva essere, in linea di collisione con un poliziotto della Bay Area, probabilmente anche lui accuratamente posizionato là dal destino, con tutto il suo carico di impreparazione e panico, per ammazzare una persona del tutto innocente (e rovinarsi la vita pure lui). Oscar era un ragazzo con tutti i suoi problemi, che cercava di lasciarsi alle spalle (anche senza riuscirci) i suoi due anni a San Quentin per spaccio (ma non per questo è stato fermato e ammazzato per strada). A parte i dettagli sul rapporto con compagna, figlioletta e madre, dopo la cena in famiglia per il compleanno della mamma (che lo induce a non andare a San Francisco in auto ma a prendere il treno), il film si sofferma sulla notte fatidica, il trasbordo in treno con gli amici, da Oakland a San Francisco per vedere i fuochi d’artificio, gli incontri occasionali con alcuni passeggeri e passanti. Poi il ritorno, l’accenno di rissa in treno che provoca l’intervento della Polizia sulla banchina e il tragico degenerare degli eventi. Il film scritto e diretto dall’esordiente Ryan Coogler, vincitore di due premi (giuria e pubblico) al Sundance del 2013, racconta l’ultima giornata di Oscar, tracciando un quadro fin troppo edificante, anche se non ce n’era bisogno: fosse infatti stato reduce da una giornata da delinquente, in quella circostanza Oscar non doveva morire in quel modo. E’ indiscutibile che il film illustri una volta di più come, ancora oggi, negli Stati Uniti sia molto più facile finire giustiziati per strada se si è di colore (ci sono stati altri casi del genere nei mesi scorsi), mentre ai Poliziotti vengono comminate sempre pene blande. Il film, convenzionale nella narrazione della giornata, prende vigore nella parte conclusiva, che rende tragicamente concrete le figure che all’inizio del film vediamo in un video girato al momento dell’accaduto, un video scelto fra le decine girati da molti presenti alla scena, che diffusi grazie a Internet avevano provocato il coinvolgimento dei media e dell’opinione pubblica, cui avevano fatto seguito manifestazioni e disordini. Ma al di là di una denuncia sacrosanta, colpisce sempre in casi come questo la casualità di cui parlavamo all’inizio, il fatto che ogni passo vada nella direzione voluta da chissà chi, dio, caso, destino, come se tutte le azioni compiute da Oscar per imprimere una direzione alla vita fossero del tutto vane. Non si sterza dai binari del fato.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

Un esordio alla regia cinematografica decisamente importante quello di Ryan Coogler, ventottenne californiano che ha sceneggiato e diretto Prossima fermata Fruitvale Station: ne è solida testimonianza, del resto, il fatto che questa pellicola indipendente, prodotta da Forest Whitaker, sia riuscita a raccogliere significativi riconoscimenti, come il primo premio, sia della giuria che del pubblico, al Sundance Film Festival nonché quello come miglior film di debutto al Festival di Cannes ed agli Indipendent Spirit Awards. Si tratta, in effetti, di un lavoro che trasuda passione e partecipazione da parte dell’autore, che ha voluto raccontare una vicenda vera, di abuso di potere e di sotterranea intolleranza razziale, avvenuta in un contesto urbano e sociale a cui lui stesso si sente molto vicino; pur soffermandosi spesso su piccoli episodi di vita quotidiana e concentrandosi a delineare i contorni di una persona comune – con tante debolezze ma anche la ferma volontà di migliorarsi – il film riesce comunque a coinvolgere emotivamente lo spettatore, ad immergerlo completamente in una realtà di cui spaventa la letale normalità. Una piccola perla di un talento emergente, di cui sarà interessante seguire l’evoluzione.
La pellicola ripercorre l’ultima giornata di vita di Oscar Grant, ventiduenne di colore di San Francisco che, già padre di una bambina, sta cercando di trovare un lavoro pulito, dopo aver sperimentato il carcere per spaccio di droghe leggere. Per chi cerca di rimettersi in carreggiata, la strada è però irta di ostacoli ed il rischio di mettersi nei guai è sempre dietro l’angolo. E’ proprio per evitare potenziali problemi, magari dovuti a qualche bicchierino di troppo, che la madre di Oscar lo prega di non prendere l’auto e di utilizzare invece la metro per andare da lei a festeggiare il Capodanno 2009; durante il viaggio di ritorno, però, nel vagone scoppia un tafferuglio e, presso la stazione di Fruitvale, il giovane viene fermato dalla polizia insieme ad altri ragazzi di colore. Un colpo di pistola “sfuggito” ad un poliziotto pone poco dopo fine alla vita di Oscar, con decine di cellulari che riprendono quei concitati momenti; i filmati, diffusi rapidamente attraverso Internet e televisioni, hanno un effetto esplosivo, scuotendo l’opinione pubblica e suscitando profonda rabbia verso le forze dell’ordine.
E’ piuttosto probabile che, nello scrivere la sceneggiatura, Ryan Coogler si sia fatto influenzare da un certo sentimento di simpatia umana e di “contiguità” sociale col protagonista della triste vicenda; ne emerge infatti un ritratto forse un po’ troppo intriso di positività, in cui il desiderio di riscatto di Oscar Grant, il suo spirito solidale e il suo forte senso di responsabilità verso la famiglia prevalgono nettamente sui suoi difetti e su passati comportamenti non sempre irreprensibili. Il problema, tuttavia, è molto marginale perché al cinema ciò che conta veramente è come una storia, vera o romanzata che sia, viene messa in scena e quanto si rivela forte l’impatto visivo ed emotivo sul pubblico. Sotto questi aspetti i riscontri sono oltremodo positivi, poiché Coogler usa la macchina da presa come un bisturi per entrare nell’intimità del protagonista, rendendo gli spettatori pienamente partecipi del suo modo di essere, delle sue pulsioni, delle sue attese, dei suoi dilemmi morali. Pur rappresentando momenti di banale quotidianità, il regista riesce ad immergere il personaggio in un’atmosfera di tragica ineluttabilità, in cui il pathos drammatico viene ancor più alimentato dal manifestarsi beffardo del Fato; sul cammino di Oscar vengono ad aprirsi, infatti, varie “sliding doors”, come la scelta della metro invece dell’auto per compiacere una mamma preoccupata, ad esempio, oppure come la decisione di fermarsi per soccorrere un cane ferito, con la conseguenza di perdere la corsa precedente a quella fatale.
L’elevata qualità di Prossima fermata Fruitvale Station è ben corroborata peraltro anche dalla valida interpretazione di Michael B. Jordan, visto recentemente in Chronicle; l’attore dona credibilità e spessore al suo Oscar Grant e riesce a rappresentare con classe e sensibilità il complesso di emozioni che animano il suo personaggio, spesso in intimo conflitto tra tenerezza ed indignazione, tra ragionevolezza e frustrazione. Con un protagonista così ben caratterizzato – che attira un senso d’empatia nel pubblico – il film centra peraltro anche l’obiettivo di far scaturire genuino sdegno e compassione sulle assurde circostanze della sua fine; senza “alzare la voce”, quindi, Coogler riesce ad elevare con grande efficacia una denuncia forte sul latente razzismo ancora presente nella società americana, spesso correlato a forme di abuso di potere da parte della polizia.
Un bell’esempio di cinema d’impegno civile, che fa pensare, che fa emozionare, che fa indignare; niente male per un film a basso budget di un esordiente.
Alessandro Boni, da “close-up.it”

A più di un anno dalla sua vittoria al Sundance, esce nei nostri cinema (forse nella speranza di sfruttare un “effetto oscar” che di fatto non c’è stato, nonostante la distribuzione negli States targata Weinstein, in questo campo solitamente imbattibili) “Fruitvale Station”, film dedicato alla tragica fine di Oscar Julius Grant, giovane californiano ucciso la notte di capodanno del 2009 da un agente della polizia ferroviaria, intervenuto per sedare un tafferuglio che si era creato in un convoglio e nel quale Grant si era trovato coinvolto. Vicenda poco conosciuta da queste parti, in America ha suscitato un certo scalpore, specie dopo che sul web sono apparsi gli ultimi fatali momenti di Grant, ripresi dai presenti coi telefonini. Immagini che ci mostrano l’uomo fermato coi suoi amici, brutalmente immobilizzato dalle forze dell’ordine prima di essere ferito a morte da un colpo di pistola che il poliziotto asserì essere partito per caso (al processo, conclusosi prevedibilmente con una sentenza leggera, l’agente si difese affermando di avere scambiato la pistola con il dispositivo elettronico per immobilizzare che la polizia ha in dotazione) ma che certo non giustifica la condotta con cui l’operazione è stata portata a termine dagli agenti, palesemente violando i diritti delle persone coinvolte, come purtroppo spesso fanno coloro che in teoria dovrebbero tutelare il cittadino (anche in Italia come è tristemente noto non sono mancati episodi di questo genere).
Il regista Ryan Coogler, qui al suo debutto nel lungometraggio (prodotto fra gli altri da Forest Whitaker) dopo alcuni corti, naturalmente ha scelto di servirsi del materiale video amatoriale a disposizione e infatti il film inizia con uno di questi filmati (in effetti quanto vediamo difficilmente può lasciare indifferenti) e termina con le riprese di una recente manifestazione in ricordo della vittima, alla quale partecipa anche la giovanissima figlia Tatiana, ancora visibilmente provata per la terribile e assurda perdita. In mezzo alle due riprese di repertorio la ricostruzione dell’ultima giornata di Grant, passata tra i propri cari e cercando di rimediare a diversi pasticci. Qualcuno ha rimproverato a Coogler un ritratto fin troppo positivo del suo protagonista, per aver cercato di trasformare la vittima di un tragico episodio in una sorta di martire contemporaneo. In effetti, per quanto il regista sia evidentemente di parte rispetto al personaggio (ed è comprensibile data la vicenda), gli va riconosciuto di non averne nascosto gli aspetti meno cristallini (i guai col lavoro, lo spaccio di marijuana, le discussioni con la compagna); è chiaro però che scegliendo come interprete principale Michael B. Jordan, attore di grande energia e comunicatività finora conosciuto soprattutto per i suoi lavori televisivi (ma Hollywood difficilmente se lo lascerà scappare), lo spettatore non può fare a meno di guardare con simpatia al personaggio Grant, nonostante egli non sia un esempio di fedeltà nei confronti della sua pur innamoratissima Sophina (la brava Melonie Diaz), la mamma di sua figlia (impersonata da Ariana Neal) e neanche un esempio di puntualità sul lavoro (infatti lo hanno appena licenziato). È stato pure in prigione (anche se non ne viene spiegata la ragione, probabilmente legata alla sua “seconda attività”); insomma un ragazzo cresciuto dal lato sbagliato della strada che di grattacapi alla madre Wanda (Octavia Spencer, che pur apparendo in poche pose riesce comunque a lasciare il segno) ne ha senz’altro procurati parecchi.
Coogler in diverse occasioni ha sostenuto che le origini afroamericane di Grant abbiano contribuito in maniera non indifferente al suo tragico destino. Ci descrive perciò anche un uomo gentile, affabile, amatissimo dai suoi familiari e deciso a riprendere in mano la sua vita. Ci sarebbe riuscito? Ovviamente a questo non è possibile rispondere. il film è efficace nel comunicare il dubbio di “cosa sarebbe successo se…” (se non avesse preso il treno, se sul treno non avesse incontrato quel bullo provocatore, se i poliziotti avessero tenuto un comportamento diverso…) e il regista è bravo a dare all’escalation degli eventi un senso di inesorabilità che rende l’epilogo, per quanto annunciato, non meno duro e teso. Sarà interessante vedere come proseguirà la sua carriera dopo un debutto così fortunato (a fronte dell’irrisorio budget di novecentomila dollari, negli Stati Uniti ha incassato quasi venti milioni e in diversi hanno sostenuto che avrebbero potuto essere anche di più se fosse uscito in un periodo più propizio, rispetto a quello estivo, tradizionalmente più adatto a pellicole meno impegnative).
Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

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