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Party Girl

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Appartiene a quel genere di felici intuizioni che fanno grande la rassegna Un certain regard qui a Cannes, Party Girl, film d’esordio di un trio di amici fraterni che hanno voluto condividere un’ avventura che celebra una singolare eroina. Marie Amachoukeli-Barsacq, Claire Burger e Samuel Theis dimostrano una sensibilità eccezionale e una grande capacità di lavoro di squadra nel trasformare un’attempata signora un po’ triste, un po’ bruciata, ma ancora vitale e vibrante di sogni, in una bellissima creazione cinematografica.

La danzatrice stagionata
La musica rimbomba, le ragazze si dimenano sulla passerella, gli uomini osservano e parlottano, forse più interessati all’alcool che ai corpi delle ballerine, alcune coppie si frugano, ridono, ruzzano. E lei siede al bancone, un bicchiere senza fondo davanti a sé, uno sguardo bistrato e malinconico eppure brillante come l’eternità. Angélique non ha più l’età, è evidente a tutti, ma la proprietaria del locale, i suoi impiegati, le ragazze le vogliono bene: e anche qualche cliente affezionato, anche se ormai anche quelli non si fanno più vivi, stanchi di dover pagare fiumi di champagne per trascorrere qualche ora con lei. Michel, un ex minatore, la sorprende con la proposta di un futuro insieme: quel senso di vuoto, d’ineluttabile esaurimento, può essere colmato da una vita diversa accanto a un brav’uomo che l’ama anche se non le fa girare la testa?

Mamma si sposa
Quella di Angélique è una storia vera ed è suo figlio, Samuel Theis, che l’ha voluta raccontare al cinema, esplorando con i suoi colleghi e amici le sue giorni e le sue notti, visitando con lei quella strana e misconosciuta terra franco-tedesca che è la Lorena, guidandola con amore nel passaggio tra la quotidianità e l’arte: Sam – e Marie e Claire – trasfigurano la donna logora che incontriamo all’inizio di Party Girl perché vedono la bellezza della sua essenza, la magia della sua libertà. Di Theis ammiriamo non solo, quindi, la sorprendente maturità stilistica, la capacità di dirigere brillantemente interpreti non professionisti, nonché quella di gestire un compito difficile quale la creazione di un lungometraggio in piena sintonia con due co-registi, ma anche la sua capacità di amare una madre così irresponsabile ed egoista, una madre che avrebbe fatto impazzire i migliori di noi. Ma lui vede altro, ne va orgoglioso, e ne ha ben d’onde.

Come (non) si cambia
La ricerca di Party Girl è dunque quella dell’essenza intima di Angélique: un quid inafferrabile, ma immutabile, che la rende la donna che i suoi figli amano e che le sue amiche portano in palmo di mano, nonostante le fughe, i colpi di testa, l’abbandono dell’ultima nata, Cynthia, affidata a un’altra famiglia dai servizi sociali, e a cui si prepara a rinunciare per superare un momento di crisi e incertezza. La conclusione, ovviamente, è che rinunciarvi è impossibile, equivale all’autodistruzione: il Michel cliente era una compagnia piacevole e lusinghiera, il Michel marito è un padrone con cui Angélique non può fare l’amore. Così vicini sono i tre registi ai loro personaggi, così poco inclini a giudicarli, che possiamo soltanto sentire con loro, con i delusi e con i traditi, con i festeggiati e con i sedotti, con tutte le vittime e tutti i favoriti di una ragazza per sempre scatenata.

Conclusione
La selezione di Un certain regard rischia e vince con un film d’apertura in linea con la sua più schietta filosofia: un’opera prima ricca di emozioni e vitalità, con una protagonista dal cuore generoso e dal volto indimenticabile.

Alessia Starace, da “movieplayer.it”

 

La “party girl” del titolo non è, come ci si potrebbe erroneamente immaginare, una sgallettante adolescente discotecara, bensì una signora matura, Angélique, aggraziata come il suo nome e con due occhi che trafiggono il mondo, che fa l’hostess nei locali notturni a luci rosse, ed è perennemente circondata da una nugola ridente di amiche e di figli che accettano l’anticonvenzionalità della loro madre e le vogliono bene. Angélique ama e assapora una libertà che in tale ambiente lavorativo risuona immobile e immutata, quando un giorno viene ghermita da Michel, un anziano cliente innamoratosi di lei e deciso a impalmarla – e “salvarla”, come un novello Richard “Pretty Woman” Gere di mezz’età.

Angélique accetta, quasi per gioco, e si lascia trascinare in quella nuova avventura romantica, seppur non essendo travolta dalla passione; in bilico di fronte alle rinunce che le si prospettano, si trova di punto in bianco con un matrimonio da organizzare, una figlia da ritrovare, un lavoro da lasciare e un’esistenza da resettare. Oltre che, soprattutto, con una vita di coppia a cui (fa fatica ad) abituarsi, sentendosi pian piano imbrigliata dal pur sincero amore di Michel, ma anche in difficoltà con l’habitat che fino a quel momento l’aveva tenuta calorosamente fra le braccia e che ora, nella forma della sprezzante arroganza del pregiudizio giovanile, la respinge offensiva (“Vuoi rispetto? Vai a fare la cassiera”).

L’esordio nel lungometraggio di Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis,  finora esclusivamente registi di cortometraggi, è stato presentato nella sezione di Un certain regard a Cannes 2014 dove è uscito trionfatore, ottenendo il premio come miglior cast e la Caméra d’or. Riconoscimenti indubbiamente meritati: la protagonista Angélique Litzenburger, che porta il nome del suo personaggio, è in palla quanto gli attori (ma più che altro: le attrici) che la circondano cameratescamente, e Party Girl è un ardente ritratto di donna matura che ricorda, per acutezza e pulsione di cambiamento, i recenti Gloria e Irina Palm.

Dotato di una fresca naturalezza e fluidità di racconto, limpido e acuto, il debutto francese è una piccola sorpresa che si srotola lungo un’ora e mezza con placidità e senza scossoni, fino a spezzarsi – attenzione al vago spoiler – in un reboot finale spiazzante nonostante gli indizi di rottura seminati fino a quel momento.
Una frenata brusca e amarissima, che ributta in circolo una reiterazione di falsa, impantanata libertà e rimette in moto la giostra inceppata e malinconica delle illusioni.

Fiaba Di Martino, da “farefilm.it”

 

 

E poi mi parli di una vita insieme
Angélique ha sessantanni. Ama ancora le feste, il divertimento. Ama ancora gli uomini. La notte, per sbarcare il lunario, lavora in un cabaret vicino alla frontiera tedesca, intrattenendo i clienti e facendoli bere. Col passare degli anni i clienti che le girano intorno sono sempre di meno. Tra questi c’è Michel, che è innamorato di lei. Una sera, Michel chiede ad Angélique di sposarlo…

Sembrano quasi legate tra loro le pellicole d’apertura della Quinzaine des Réalisateurs e di Un Certain Regard. Band de filles, un teen movie ben giostrato da Céline Sciamma, e Party Girl del trio Marie Amachoukeli-Barsacq, Claire Burger & Samuel Theis, su una sessantenne alla ricerca di un centro di gravità permanente, mettono in scena due personaggi femminili complessi, mai domi, capaci di andare avanti nonostante tutto e tutti. Due pellicole sull’amore e sulla solitudine, sulle scelte difficili, sull’impossibilità di imboccare la strada apparentemente giusta. La strada del buon senso, del matrimonio, della famiglia. Marieme (Band de filles) e Angélique (Party Girl) sono due eroine sentimentali, alla ricerca di un equilibrio forse irraggiungibile.

Al loro esordio dietro la macchina da presa, Amachoukeli-Barsacq, Burger e Theis fanno precise scelte di campo: Party Girl segue la strada del cinema indipendente, partendo da un soggetto e dei personaggi reali, inseguendo suggestioni documentarie, romanzando il necessario [1]. Drammatica, sentimentale, fortunatamente non ricattatoria, questa opera prima si regge soprattutto sulle spalle dell’eccellente Sonia Theis-Litzemburger (Angélique) e di Joseph Bour, attorniati dai veri figli della protagonista, in un riuscito mélange tra attori professionisti e talentuosi dilettanti.
La performance della Theis-Litzemburger, come il peso specifico all’interno della pellicola, ricorda da vicino l’acclamata interpretazione di Paulina García in Gloria di Sebastián Lelio. Il cinema delle cinquantenni/sessantenni può essere vitale, appassionato, romantico, anche se ancora troppo legato al panorama indie. Rughe e taglie forti trovano difficilmente spazio nel mainstream.

Nella messa in scena e nella scrittura del giovane trio a brillare sono soprattutto le dinamiche sentimentali, le sequenze corali, la rappresentazione dell’amicizia (il gruppo un po’ strampalato delle ragazze del cabaret) e dell’amore, in primis tra la vulcanica mamma e i suoi figli. Nonostante un’inevitabile sensazione di déjà-vu e qualche lungaggine di troppo, Party Girl è un apprezzabile primo passo, capace di portare sul grande schermo emozioni reali, quasi palpabili.

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

 

 

 

Party Girl è stata una delle sorprese tra le pellicole della selezione ufficiale del Festival di Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard.

Le vicende di Angelique, entreneuse ormai alle soglie della pensione, e dell’amore non corrisposto da parte di un cliente deciso a fare di lei una donna onesta e di trasformare il loro rapporto in una normale vita di coppia, costruiscono nel complesso una storia essenziale – priva di eventi spettacolari o particolari colpi di scena – contenente elementi che danno a questo film un’aura speciale.

Il primo è legato alla forte empatia che la famiglia allargata e incasinata riesce a creare nello spettatore, gli affetti e i sentimenti sono estremamente credibili e tutto ciò non è casuale perché i protagonisti di Party Girl sono quasi tutti imparentati tra loro (date un occhiata al cast e alla regia).

Il secondo, e probabilmente più importante, è che Angelique appare come un personaggio di notevole autenticità. La donna ha letteralmente scritto in faccia il suo difficile passato, non privo peraltro di momenti di grande entusiasmo, e rivendica fragorosamente la sua libertà in modo sgradevole, ma con il merito di non sconfinare mai nel caricaturale. È ingrata verso il povero fidanzato – con il quale non ha nessuno contatto fisico – mentre lui è intento a nutrire il loro rapporto cercando di soddisfare i suoi desideri materiali e supportare emotivamente la donna nella complicata relazione con la famiglia, nell’attesa che il loro amore si compia.

Il film diventa così – probabilmente oltre le intenzioni degli autori – una riflessione convincente sulla vecchiaia femminile e i tabù a essa connessi: la sessualità, la famiglia non tradizionale e la marginalità, elemento quest’ultimo che la protagonista rivendica con orgoglio.

Parte della critica ha insinuato che sia stato premiato perché i Festival amano i sottoproletari, e nonostante ci sia un un fondo di verità in questa affermazione, a differenza di un certo tipo di cinema caratterizzato dal realismo estremo, Party Girl è una pellicola dotata di leggerezza e gusto nella messinscena, tutti fattori che potrebbero renderla piacevole anche a un pubblico che ‘rifiuta’ la durezza dei fratelli Dardenne o la lentezza di registi allaMike Leigh.

Insomma, non un capolavoro ma grandemente consigliato.

Personaggio Venefico: Angelique

Momento Venefico: il lungo piano sequenza finale sul volto della protagonista, accompagnato dalla bellissima title track della cantautrice canadese Chinawoman

Michele Rea, da “venefico.it”

 

C’è un vecchio monito, nell’immaginario umano condiviso, che invita a godersi il viaggio più ancora della meta che si desidera raggiungere. Questo usurato modo di dire sembra pressoché perfetto per descrivere Party Girl, esordio di tre registi che – dopo aver condiviso i “banchi” alla famosa Fémis di Parigi – decidono di raccontare una storia intima, toccante e meravigliosa. Marie Armachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis esordiscono alla regia con la vicenda di una donna che, a sessant’anni, si trova davanti a un bivio: proseguire con una vita fatta di avventure, eccessi e divertimento oppure decidere finalmente di mettere la testa a posto. Il quesito, Party Girl lo tratta quasi con noncuranza: non è l’interrogativo a interessare il pubblico, quanto il percorso che la protagonista Angélique affronta giorno dopo giorno, con il suo spirito selvaggio e ribelle.

Angélique (Angélique Litzenburger) è una vecchia fiamma della movida notturna: tra night club e lap dance, la donna ha vissuto un’esistenza intera passata a far festa. Con l’arrivo dei sessant’anni, la sua indole non si è affatto placata e sul suo volto cadente e stanco – sempre nascosto da una quantità smisurata di make up – la donna mostra occhi ancora febbrili, mai vuoti. Angélique è ancora una party girl di tutto rispetto. Una sera, mentre serve da bere in un night club, finisce col fare innamorare di sé un cliente che la chiede in moglie. Ecco che si apre allora per la donna uno degli interrogativi più importanti della vita: mettere in soffitta il suo temperamento indomito a favore di una vita monogama al fianco di un uomo che la ama?

Scelto come film d’apertura per la sezione Un Certain Régard al festival di Cannes 2014, Party Girl è una pellicola che racconta – persa nelle luci soffuse dei locali notturni – la voglia di una donna di rimanere sè stessa, di combattere contro stereotipi culturali e preservare la libertà che ne caratterizza la personalità. Si tratta di un film a tratti lento, intimo e piatto: nella prima ora di visione succede poco o nulla, tanto che la macchina da presa è talmente sedotta dal viso di Angélique – non bello, ma intenso – che non si cura affatto di riempire la diegesi con chissà quale invenzione contenutistica. Il cuore della pellicola è costituito infatti dall’interpretazione della Litzenburger, una donna affascinante che cammina per strada tagliando il profilo della notte, che si perde in una vita a cui non vuole rinunciare. C’è spazio anche per la riflessione sulla famiglia, sul bisogno di concilazione e – soprattutto – sul desiderio di autoaffermazione. I tre registi francesi dirigono un film imperfetto (con delle lungaggini di cui si sarebbe potuto fare a meno) ma così pieno di anima, coraggio e commedia che è impossibile, per lo spettatore, non tifare per questa protagonista adorabile.

Erika Pomella, da “silenzio-in-sala.com”

 

Da anni ormai le sezioni cosiddette minori del Festival di Cannes, come Un certain regard, la Semaine de la critique e la Quinzaine des Réalisateurs ci offrono non solo film interessanti e originali, ma veri e propri gioielli, degni si stare alla pari con le pellicole del concorso principale. La felice tradizione non sembra essersi interrotta quest’anno, almeno a giudicare da questo primo film che tra poco sbarcherà nelle nostre sale, vincitore della Caméra d’Or e del Prix d’ensemble.

La trama di Party Girl può sembrare a prima vista poco originale e significativa, tanto da richiamare per diversi aspetti i recenti Gloria di Sebastian Lelio e Irina Palm di Sam Garbarski: Angélique, protagonista del film, è infatti una donna matura, frequentatrice di night clubs e locali poco raccomandabili, dedita all’alcool e al fumo, poco incline alle relazioni stabili, sempre alla ricerca di un facile divertimento, che avverte però l’inquietante scorrere del tempo e inizia a cercare una sicurezza affettiva che la affascina e la atterrisce ad un tempo. Sembra trovarla in Michel, un uomo semplice e romantico, che è da sempre innamorato di lei, e che le chiede di sposarlo; le cose non saranno però così semplici come Angélique si augurava…

Ci sono film che ruotano interamente intorno alla loro protagonista, e che sulle sue spalle caricano tutto il loro peso; Party girl è uno di questi, e se la scommessa risulta vincente è in buona parte merito di una straordinaria (e assolutamente sconosciuta) Angélique Litzenburger, capace di rendere credibile e persino simpatico un personaggio che sarebbe potuto apparire facilmente detestabile o, peggio, ridicolo. Il merito del film è infatti quello di osservare la protagonista con pudore e sensibilità, senza giudicarla mai, senza trasformarla né in un’eroina, né in una vittima, né in un mostro. Angélique è prima di tutto un essere umano, ed è questa sua fragile umanità a emergere prepotente dallo schermo e a colpire ed incantare lo spettatore; almeno uno spettatore paziente e attento, sensibile alle sfumature, che nel cinema cerca la vita autentica più che l’azione o il divertimento. Se ci si lascia avvincere dal personaggio, la lentezza del ritmo e l’apparente inconcludenza di certe scene passano in secondo piano, perché risultano pienamente funzionali al ritratto delineato dai tre registi: un ritratto autentico e sincero, che fa di questo film un promettentissimo esordio, e anche qualcosa di più.

Alessandro Merci, da “cinemabendato.it”

 

 

Una città di provincia, al confine fra la Francia e la Germania, una strada anonima che di notte si anima con le luci al neon e la musica che supera le pareti sottili di un locale. Un night club, verrebbe da chiamarlo, con la definizione demodé che meglio si adatta a questo posto mai pieno, con qualche ballerina che azzarda goffamente una lap dance ginnicamente discutibile. A spogliarsi sono tutte straniere, al massimo c’è qualche esponente orgogliosa delle classi più povere alsaziane. Al bar c’è anche Angélique, non manca mai, si fa guardare e prende una percentuale dagli alcolici comprati dai suoi corteggiatori.

I corpi e il sesso che ci vengono proposti ogni giorno dalla società delle immagini sono sempre lustrati, perfetti, giovani. Scordatevi tutto questo nell’opera prima di tre registi: Marie Armachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis. Prendendo spunto dalla storia della madre di quest’ultimo i giovani esordienti, compagni di corso alla prestigiosa Fémis di Parigi, hanno scelto quasi tutti attori non professionisti. Su tutti la fantastica protagonista, Angélique Litzenburger, ex ballerina di cabaret.

In Party Girl il primo elemento spiazzante è proprio la sua protagonista. Angélique ha 60 anni, ma ne dimostra anche di più. Non è bella e rimane ostinatamente ancorata a una vita di vizi e risvegli da sbornia. Si accende una sigaretta dopo l’altra, non riesce a concepire una relazione stabile o una serata a casa davanti alla televisione. Insomma, è una party girl e se ne frega di quello che gli altri possano pensare di lei, delle sue minigonne leopardate, del trucco pesante. Quello che parla in lei sono gli occhi, arzilli e maliziosi come quelli di una ventenne.

La sua libertà contro tutti e tutto la rende a suo modo una eroina in lotta contro i canoni della bellezza, per l’affermazione della sua identità. Non che di danni non ne abbia fatti e non ne faccia ancora: i suoi figli sono ormai grandi, ma sono loro a doversi prendere cura della madre, a tamponarne gli eccessi. Un giorno un cliente molto affezionato si innamora di lei e vuole averla tutta per sé. Angélique allora si pone di fronte a un bivio obbligato, alla decisione, con qualche decennio di ritardo rispetto alla media, se continuare con la sua vita da party girl o trovarsi un marito con cui vivere una vita stabile e regolata.

In fondo questo è il viaggio del film, quello di una donna eterna bambina, sognatrice gaudente, alle prese con le sfide di un adolescente, ma a 60 anni. Si accaserà o la sua natura ribelle rimarrà indomabile? La risposta poco importa, la destinazione del viaggio è solo una scusa per mettersi in marcia e nel frattempo lo spettatore è conquistato da questa paladina in lotta contro il politicamente corretto e il socialmente accettabile. Siamo pronti a tutto, ad accettare in pieno le sue scelte, di cui è sempre pronta a pagare il prezzo, a seguirla ovunque. Fragile, ma decisa, sembra Anna Magnani in Mamma Roma, ma invece è un’alsaziana bilingue, che cammina di notte, senza meta, sulle note di Chinawoman.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Angélique ha sessant’anni e per tutta la vita ha fatto l’entraîneuse in club per soli uomini. Quando la incontriamo è seduta al bancone di un bar, mentre intorno a lei alcune spogliarelliste ballano sui pali e sparuti clienti ordinano bottiglie di champagne per comprare l’attenzione delle ragazze del locale. Angélique invece è sola, gli occhi bistrati di nero, i suoi monili dozzinali e i troppi bicchieri di liquore come unica compagnia. A fine serata i buttafuori la scortano, ubriaca e sfatta, nella sua stanzetta ammobiliata, un loculo saturo di ninnoli e paccottiglia al piano superiore del locale in cui lavora.

La scena sembra ripetersi come un grottesco ritornello nella vita della donna, la quale, nonostante l’amicizia e la complicità delle colleghe, appare ormai esausta. Per questo si reca a casa di Michel, minatore in pensione e suo cliente di lungo corso che, innamorato da sempre, con un colpo di scena di sincero romanticismo, le chiede di sposarlo. Angélique, spiazzata e lusingata, accetta: si trasferisce, arreda la nuova casa, mette ordine nei suoi affetti e cerca di adattarsi alla sua nuova quotidianità. Ma nonostante le più rosee aspettative, il cambiamento si rivela più ostico del previsto.

Lungometraggio d’esordio dei registi Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis , “Party Girl” è stato insignito della Camera d’Or all’ultimo Festival di Cannes. Quando la presidente di giuria Nicole Garcia è salita sul palco per annunciare il premio, ha definito il film “selvaggio, generoso, ribelle”. La descrizione, calzante, si addice bene anche alla complessa e sfaccettata protagonista che, infatti, è il cuore pulsante dell’intera opera.

Ispirato alla storia vera della madre di uno dei tre autori, Samuel Theis, anche interprete di se stesso, “Party Girl” è il ritratto di una donna passionale e contraddittoria, caparbia e vulnerabile, capace tanto di imprevedibili slanci emotivi quanto di chiusure egoistiche e infantili. Una donna, provata da una vita ai margini, che sa essere anche scostante e brusca. Eppure è impossibile non amarla, così sincera e vitale nei suoi moti d’entusiasmo, nelle sue aspirazioni, nelle sue fragilità.

La amano le sue amiche e colleghe, sodali compagne di troppe notti balorde. La amano i suoi quattro figli, che pure hanno sofferto a causa di questa madre impulsiva e irresponsabile, ma che la accudiscono con benevola clemenza. La ama, teneramente e incondizionatamente,  Michel, che le offre, per la prima volta, la possibilità di una vita stabile, serena, pacificata.

Ma tutto questo non sembra appagare Angélique. La macchina da presa, assai mobile e inquieta, la assedia per tutta la durata del film, alla ricerca di qualche indizio del suo vero stato d’animo nei guizzi vivaci degli occhi azzurri, nelle pieghe della bocca, nei solchi lungo il viso. Ma i numerosi primi e primissimi piani, così attenti al dettaglio e dimentichi del contesto, non possono che restituirne un ritratto frammentario e incompleto, che non infrange mai il velo della sua misteriosa impenetrabilità.

La “falena” Angélique, creatura notturna senza radici, resta dunque inaccessibile: il suo non è un viaggio di scoperta né di crescita interiore. Compie piuttosto un giro su se stessa per ritrovarsi nell’esatto punto di partenza, solo appesantita (forse) da una delusione in più: basti pensare alla dolente marcia di ritorno verso il locale con cui si chiude “Party Girl”, accompagnata dalle note struggenti della canzone omonima di Chinawoman.

In questo senso, il film è coraggioso nel rinunciare a qualsiasi happy ending o scorciatoia conciliatoria. E i suoi autori onesti nel seguire senza giudicare mai la loro protagonista, in un’operazione di riscrittura cinematografica che, vista l’impronta documentaristica e il dato autobiografico, si propone come più vera del vero.

Spiace solo che non abbiano usato la stessa sensibilità e la stessa lucidità di analisi per allargare lo sguardo al contesto, sociale e umano, in cui si muove Angélique: una cittadina povera e degradata al confine tra Francia e Germania, un non-luogo di frontiera e di passaggio che potrebbe dire molto sulla natura irrisolta e sfuggente della protagonista.

Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

 

 

Angelique (Angelique Litzenburger) ha 60 anni e fa la stripper al confine tra Francia e Germania. Con le colleghe è complicità, mutuo-aiuto, vincastri dati e avuti. Ma Angelique di primavere ne ha macinate tante, tra un uomo e un bicchiere, una sigaretta e una festa: quattro figli, una non la vede da un sacco, e i clienti più rari. Sempre più rari. Uno, però, questa donna l’ha nel cuore: Michel (Joseph Bour), ma nemmeno lui si fa vedere più. Angelique lo va a stanare, Michel rilancia: “Mi vuoi sposare?”. Ma i due cuori e una capanna sono a misura di Angelique?
Opera prima di tre giovani ex allievi della celebre scuola di cinema francese La Fémis, Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis (Angelique è la madre, nel film anche gli altri membri della famiglia), Party Girl ha aperto Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes, marcando il nuovo corso di Thierry Fremaux: non più i Van Sant e la Coppola a inaugurare la sezione, ma tre esordienti, con qualche santo in Paradiso. Tant’è, e sono stati prevedibilmente premiati: Prix d’ensemble.
Tra realtà – vedi i legami di parentela e il supposto copia & incolla su schermo delle dinamiche familiari – e l’ovvia, benvenuta finzione, un piccolo film sugli anta, le bruttine stagionate, il mestiere più vecchio del mondo e il solito “one woman show”, un po’ alla mano stile Irina Palm e un po’ “l’utero è mio e me lo gestisco io” post litteram. Però, questo filmetto ha una dote incontrovertibile: l’happy ending può rimanere nel fuoricampo – intesa fosse quella la felicità… – e Angelique fare di testa propria, che la festa lei sa davvero come farla e a chi farla. Nomen omen, party girl. Un buon esordio, insomma, che le mani le lascia in tasca, ma lascia intravedere applausi futuri per i tre alla regia. Ma per Angelique, una e bina, potete fare clap clap: il suo domani non muore mai. Se doveste incontrarla a braccetto con Keith Richards, non stupitevi, perché il Paradiso e il Gerovital possono attendere: let’s go party.

di Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Film d’apertura della sezione Un certain regard (premiato con la Camera d’or per la miglior opera prima) al Festival di Cannes 2014, Party Girl è il lavoro scritto e diretto ‘a sei mani’ da tre giovani e promettenti registi (un ragazzo e due ragazze): Samuel Theis, Claire Burger e Marie Amachoukeli-Barsacq. Da quest’amicizia e da un’idea originale a stampo autobiografico di Samuel Theis, nasce dunque quest’opera prima forse non del tutto compiuta ma che ritrae con garbo e intensità la vita di una sessantenne rimasta intrappolata in una mente e in un’anima da ragazzina.

Angélique (Angelique Litzenburger, madre del regista Samuel Theis qui nei panni di sé stessa) è una donna del cabaret, che ha speso la sua intera vita a sedurre e intrattenere uomini per guadagnarsi da vivere. Una donna notturna, abituata alla vita rumorosa e disinibita dei locali della notte, l’esistenza estemporanea di un vivere sempre alla giornata e che ha reso Angélique un’eterna adolescente, nonostante i suoi quattro figli (di cui l’ultima – giovanissima – affidata a un’altra famiglia). Da qui e da questo background nasce dunque l’incapacità di relazionarsi al mondo in maniera matura, di prefigurare per sé stessa e per i suoi legami un futuro di donna più canonico e a sfondo famigliare. Eppure, al traguardo dei 60, Angélique, nonostante il calo della clientela e dell’interesse suscitato negli uomini, non sembra ancora pronta a salutare quel mondo che ha sempre vissuto e che sente ancora profondamente parte di sé. Il dubbio, fulmineo  e profondo, giungerà però quando uno dei suoi (da sempre) più fedeli estimatori e innamorato di lei, Michel, la chiederà in sposa. La volontà di cambiare per sempre vita da una parte e quella invece di rimanere legata alla sua identità di donna libera e disimpegnata dall’altra, entreranno così in un complesso conflitto, generando nella donna uno stallo esistenziale dal quale non sarà facile trovare una via d’uscita.

‘RAGAZZ(E)’ DI VITA
A colpirci di Party Girl ancor prima dell’interessante elemento registico relativo all’opera in sé, è il trio di giovani registi poco più che trentenni (Samuel Theis, Claire Burger e Marie Amachoukeli-Barsacq) che è cuore e motore dell’opera. Una realtà giovane insolita per il nostro cinema italiano e che invece conferma lo stato di estrema salute del sistema produttivo francese, in grado di dare sempre spazio ai giovani talenti dal grande potenziale e in cerca di una fondamentale esperienza/vetrina artistica. Premessa doverosa per quest’opera che nasce come progetto-studio e che diventa poi film, assieme ai pregi e ai difetti che possono contraddistinguere un lavoro del genere. Molto (forse troppo) impegnato a catturare l’immagine di una donna estremamente chiusa in sé stessa e negli schemi della sua vita (uomini, ballo, alcool), e mai realmente proiettata verso il mondo esterno, Party Girl risulta un film dal grande potenziale, estremamente in grado di mettere a fuoco il suo nucleo centrale attraverso una regia che ritrae la protagonista nei suoi tanti silenzi (e nelle poche parole) colmi di inadeguatezza. D’altro canto, Party Girl sembra non muoversi in nessuna direzione, ritratto per lo più statico di una donna dalla vita fortemente esteriore (fondata principalmente sulla bellezza e sull’utilizzo del corpo) che non ha (di contro) sviluppato un suo io interiore sufficientemente solido per gestire il passaggio a una fase di vita ‘più che matura’. Si tratta di un’impasse emotiva che i tre giovani registi tratteggiano molto bene, ma alla quale in un certo senso non forniscono un percorso più preciso, interessante, che indaghi quel vuoto interiore in maniera più organica e compiuta.
Premio Camera d’or al Festival di Cannes 2014, Party Girl è l’opera d’esordio di tre giovani e interessanti registi. Un film che indaga con grande sensibilità il tema di una solitudine esistenziale generata da una vita ‘ipotecata’ all’apparenza piuttosto che all’essenza. La difficoltà di una donna (anagraficamente più che matura eppure racchiusa in un’eterna adolescenza) a instaurare rapporti di intimità emotiva con gli altri (e specie con l’altro sesso) è qui fotografata con grande intensità in un’opera che forse nel suo complesso manca di una struttura più completa e compiuta.
VOTOGLOBALE6.5

Elena Pedoto, da “everyeye.it”
Confine franco-tedesco, giorni nostri. Angelique, nonostante un’età non propriamente verdissima, vive e lavora ancora al Tanz Cabaret, locale notturno frequentato da soli uomini. Senza l’avvenenza e la freschezza di un tempo, Angelique trascorre le notti sola, al bancone del bar, trovando in un bicchiere sempre pieno l’unica e triste compagnia. Stanca di osservare, ogni notte, le giovani colleghe danzare e intrattenere gli avventori del locale, Angelique si decide di andare a trovare Michel (Joseph Bour), suo vecchio ed affezionatissimo cliente che da tempo non vede più. Aperto il suo cuore, Michel chiederà alla donna di sposarlo, dandole l’opportunità di cambiare vita, di dare un taglio netto a quell’ esistenza balorda. Va bene ti sposo, ma è proprio questo ciò che voglio?
Party girl è un film di Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis premiato all’ultimo Festival di Cannes con la Camèra d’or. Film che racconta, in modo secco e diretto, la storia di una donna non più giovane che ha condotto una vita tribolata, una vita disordinata, fatta di relazioni fugaci, di uomini senza volto ed eccessi di ogni tipo. Angelique, intepretata dall’enigmatica Angelique Litzenburger, giunge così ad un punto morto dove si trova costretta a decidere se proseguire quella vita, oppure sistemarsi sposando un brav’uomo, gentile e per bene. Il film racconta di questo suo tentativo, di come questa opportunità gli dia modo di riavvicinarsi ai suoi figli, anche a Cinthia, la più piccola, toltale anni prima per essere affidata ad una famiglia di Metz. Ma la sua natura è dura da ingorare. Come conciliarla con l’opportunità di vivere una vecchiaia serena e al fianco di un uomo leale?
Party girl è quindi un film sulle scelte di fronte alle quali la vita ci mette in momenti chiave della nostra esistenza, quando bisogna imboccare una via anziché un’altra. Un film sulla disperata e interminabile ricerca della felicità, quella vera e spontanea, da non confondersi con la sicurezza, e che per le anime sole come Angelique, è destinata a rimanere un mito irraggiungibile.
Una regia interessante, che alterna inquadrature con camera mobile, forse per conferire maggiore realismo espressivo, ad altre dove è molto apprezzabile la ricerca del particolare, del dettaglio significativo. Interpretazioni asciutte per una sceneggiatura priva di retorica ma forse un pochino monocorde nel suo sviluppo narrativo. Dialoghi non sempre brillantissimi, ma forse volutamente carichi di pause e silenzi che a volte possono apparire stucchevoli.
Quasi assente la colonna sonora, tolti pochi brani celebri che inframezzano la narrazione e che, come nel caso degli Scorpions, ben si sposano con l’ambientazione, con questa provincia tedesca ai margini dello stato. Adatto il brano finale, omonimo del film, che chiude in modo impeccabile l’ultima e amara sequenza.
Gianluca Chianello, da “cinefilos.it”
“Quando appartieni alla notte, abiti lì dove si balla”. Angélique ha abitato un po’ ovunque nell’area dei locali di striptease e club per signori al confine tra Francia e Germania. A sessant’anni, consumata dal suo stile di vita, Angélique si prepara a lasciare il campo sposando un cliente regolare, il buon Michel di cui non è innamorata. Aiutata dai suoi quattro figli e dalle amiche/colleghe, prepara un matrimonio che le infonde un certo timore in vista di una nuova routine che non conosce. E’ il giorno e la notte, e Angélique si è sempre sentita più viva alla luce dei neon colorati che non a quella del sole.
Party Girl è basato sulla storia vera di Angélique Litzenburger scritta da un’idea di suo figlio, Samuel Theis, anche attore nel ruolo di se stesso e co-regista con le sue amiche di lunga data Claire Burger e Marie Amachoukeli. Uniti da una sensibilità comune, questo giovane trio di registi realizza un’opera prima che colpisce per la sua autenticità e il vissuto tangibile dei personaggi, in gran parte attori non professionisti. Anche se a volte strizza l’occhio al documentario, il film è ben costruito come un’opera di finzione che testimonia l’arrivo non di uno, ma di tre nuovi talenti sulla scena francese. Attraverso la sua scrittura forte e naturale, la messa in scena nuda e sensibile e la precisione nella direzione degli attori, Party Girl non è mai eccessivo. Ci si lascia facilmente coinvolgere dalla storia di Angélique, una donna tanto complessa quanto carismatica che buca letteralmente lo schermo senza artifici o l’esuberanza generalmente associata alla sua professione. E’ proprio il pudore di Angélique a prenderci al cuore e la regia segue il passo.
Party Girl non è mai osceno. E’ semplicemente la storia di una donna che porta i dolori, i rimpianti ma anche i sogni di una vita intera e che vacilla come la fiamma in cima a una candela quasi completamente consumata. Invitandoci nella sua intimità, gli autori riescono a cambiare la nostra percezione del personaggio. Angélique non vacilla, danza e la sua fiamma non sarà meno bella fino a quando rifiuterà di spegnersi e brillerà in una notte di quelle che non finiscono mai.
Domenico La Porta, da “cineuropa.org”
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