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Paddington

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Nel misterioso Perù, una famiglia di orsi coltiva da decenni il mito dell’Inghilterra, paese ospitale e di ottimi gusti, come testimoniato dalla visita dell’esploratore Montgomery e dalla sua marmellata di arance. Così, quando giunge l’ora, il piccolo orso s’imbarca, con un cappello in testa e un cartellino che chiede gentilmente che ci si prenda cura di lui. Lo trovano alla piovosa stazione londinese di Paddington, tutto solo sotto l’insegna degli oggetti smarriti, i signori Brown e i loro figli Jonathan e Judy. Con loro, Paddington trova un nome, una casa e una famiglia, ma saranno soprattutto i Br own a scoprire di aver bisogno di Paddington almeno quanto lui ha bisogno di loro.
Arriva per Natale, festeggiando la ricorrenza della sua nascita letteraria, il film tratto dalle storie di Michael Bond, un regalo più che gradito, destinato, nel suo genere, a diventare un classico. Benché a produrre sia David Heyman – lo stesso di Harry Potter – non c’è traccia di incantesimi tra i trucchi del film, eppure la formula della composizione è a suo modo magica, specie nella naturalezza con cui fonde passato cinematografico e presente, dando luogo ad una sintesi orignale, intrisa del meglio del genere. Il Paddington di Paul King conferma le note migliori diBunny and the Bull, dalle invenzioni visive alla nota malinconica, associata allo spettro della solitudine e del distacco, ma soprattutto ne ripropone lo spirito da giocattolaio matto, mescolandolo con quello di un capolavoro quale Mary Poppins. L’arco narrativo del personaggio del Signor Brown non può infatti non ricordare quello di Mr Banks, così come il negozio di antiquariato di Portobello non può non ricordare la visita all’abitazione di zio Albert, le scarpe della signora Brown quelle di Mary Poppins e Windsor Gardens il viale dei Ciliegi. Ma c’è anche J.K.Rowling, nel capitolo dark del Museo di Storia Naturale e della bionda tassidermista, ci sono 007 e le sue parodie, c’è in definitiva un manto di britishness che tutto avvolge e (di) tutto fa sorridere. Dalla scozzese Mrs. Bird di Julie Walters, che non conosce limite al whisky che può ingurgitare, alla parabola dickensiana di Oliver Twist, orfanello dagli incontri disgraziati che si tramuta nel perfetto cittadino inglese, passando per il cambio della guardia della regina, i bobby in elmetto nero, il pallido Mr Curry e l’esclusivo e steampunk Club dei Geografi, tutto in Paddington omaggia lo spirito di Londra, dal punto di vista di chi viene da lontano e, pur tra mille difficoltà, arriva a far esperienza della sua leggendaria accoglienza del diverso.
Ispirato ai primi disegni, quelli di Peggy Fortnum, ma nuovissimo nella sua prima incarnazione in computer grafica e nella trasposizione ai giorni nostri, il film di King gioca con la materia del cinema con lo spirito esploratore di un bambino, rispolvera formati, ruba Sally Hawkins a Happy-go-lucky e Hugh Bonneville a Downtown Abbey, accoppia la commedia slapstick e la fiaba family e alla fine cattura proprio tutto, piccoli, grandi e orsi.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

Appartenente a una specie in via d’estinzione, l’orsetto protagonista di Paddington parla e interagisce con gli esseri umani, è ghiotto di marmellata e arriva a Londra in cerca di sistemazione, direttamente dalla sua terra natìa, il Perù. Qui viene adottato dalla famiglia Brown, che lo battezza ispirata dalla stazione in cui lo raccoglie. Travolti dalla sua liberatoria ingenuità, lo difenderanno dalle mire di una folle tassidermista, Millicent.

Michael Bond, cameraman per la BBC negli anni Cinquanta, ha inventato l’orsetto nel 1958, ispirato da un giocattolo di peluche rimasto solo su uno scaffale dei grandi magazzini. E’ stata la sua fortuna: oltre mezzo secolo dopo, ha pubblicato l’ultimo libro dedicato all’orsetto proprio quest’anno. Dopo tre adattamenti in animazione per la tv (nel ’75, nell’89 e nel ’97), l’orsetto passa ora attraverso la cura David Heyman, già producer cinematografico di un altro mito contemporaneo britannico, Harry Potter. Come è successo a David Yates, regista degli ultimi capitoli della saga del maghetto, anche l’autore di questo film, Paul King, viene dalla tv inglese e cerca di bilanciare il gusto british della serie con le esigenze di una produzione internazionale.

Come prodotto per l’infanzia, Paddington funziona molto bene, inutile negarlo: il protagonista, ingenuo ma non tonto come il più famoso connazionale Winnie Pooh di Milne, è intraprendente e divertente, disarmante quanto basta a innestare una visione paradossale della vita quotidiana, come faceva il buon vecchio Alf (chi se lo ricorda?). E scuote anche la vita familiare, sciogliendo le ansie del capofamiglia, maniaco di un controllo che con Paddington per casa non si può garantire affatto. Tenerezza e suspense leggera sono garantiti, e la confezione dal punto di vista tecnico, soprattutto fotografico, è raffinata.

I più grandicelli tuttavia potrebbero cedere alla tentazione di scavare sotto la superficie così accattivante, e qualcosa scricchiola. Il fotorealismo della CGI con cui è animato il personaggio è piuttosto straniante, nonostante la cura dell’animazione, e comunque lontano dalla naturalezza attivata dall’immaginazione di un lettore, appena solleticata dalla sintesi delle gentili illustrazioni nei libri. Nel tentativo inoltre di allestire una vicenda più lunga dell’usuale narrazione episodica che Bond usa sulla carta, King mira a un respiro più epico e snatura un po’ la leggerezza che ha tenuto magicamente sospeso a mezz’aria il personaggio per quasi sessant’anni: il mitico meschino vicino di casa Mr. Curry è costretto a diventare un lacché provvisorio di un villain vero e proprio, con le fattezze di una Nicole Kidman dai piani malvagi e sanguinari, in un registro fuori contesto. Così come azzardata nell’atmosfera originale sembra una gag scatologica cerumecentrica.

Meno male che questi dubbi sono se non cancellati almeno mitigati da due sorrisi che illuminano lo schermo: quello della spiritata mamma Sally Hawkins e soprattutto del sempre simpatico Jim Broadbent, nel ruolo dell’antiquario amico e confidente dell’orsetto. Se è il suo signor Gruber a offrire a Paddington il tè e l’usuale spuntino di metà mattinata, la sospensione dell’incredulità è salvaguardata.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

C’è stato un periodo in cui la letteratura per ragazzi parlava di sogni, speranze e cercava di insegnare ai suoi giovanissimi lettori come affrontare i problemi che la vita da adulto avrebbe loro sottoposto. Non che ora non lo faccia più ma, con il cambiare dei ritmi di vita, anche i libri hanno dovuto modificare il loro linguaggio, per evitare di essere tacciati di vecchi moralismi e antiquati metodi comunicativi. Ma da qualche parte, nel mondo, c’è ancora chi sente il bisogno di sognare alla vecchia maniera, in modo semplice, diretto e assolutamente favolistico e, anche il cinema, si sta lentamente rendendo conto di questa necessità. E così le riproposizioni di vecchi classici, più che un rivangare in un calderone in cerco di idee per nuovi progetti, divengono quasi una necessità narrativa, una richiesta di evasione dalla realtà e ci si ritrova a salutare sul grande schermo vecchi amici come l’orsetto Paddington. Nato dalla penna di Michael Bond nel 1958, L’Orso Paddington ha fatto subito breccia nel cuore dei lettori di mezzo mondo, divenendo un classico internazionale della letteratura per l’infanzia. Tantissime le trasposizioni che si sono susseguite nel corso degli anni, ma questa è la prima volta che l’orsetto peruviano approda al grande schermo, consegnato alle mani di David Heyman che, con il suo lavoro in Harry Potter, ha ampiamente dimostrato la sua sensibilità verso questo tipo di mondi delicatamente magici.
Ma non si sentirà un po’ troppo vecchio, un orsetto nato alla fine degli anni Cinquanta, oggi? “Paddington rappresenta una storia universale: è la storia di un’anima alla ricerca di una casa, una storia in cui ognuno di noi può identificarsi”. Scopriamo insieme come mai.

PER FAVORE, PRENDEVI CURA DI QUEST’ORSO. GRAZIE.

Esiste una zona del Perù nella quale vive una particolare razza di orsi bruni: tra di loro si trova un piccolo cucciolo, cresciuto dalle cure dei suoi due zii. Due tipi bizzarri, a dire il vero: per tutta la loro vita non hanno fatto altro che raccontare storie su un esploratore inglese e su improbabili viaggi futuri a Londra, dove avrebbero scoperto il mondo così come lo conoscono gli umani, ricco di meraviglie e stranezze. Come la marmellata, il gustoso cibo che l’esploratore ha portato nel loro mondo e del quale non possono più fare a meno. Un giorno però, una catastrofe si abbatte sulla loro casa e la zia si vede costretta a mettere l’orsetto sulla prima nave diretta a Londra: lì potrà finalmente incontrare gli umani che, sicuramente, si prenderanno cura di lui con amore e gentilezza. Ma in città la situazione è completamente diversa: tutti sono concentrati sui loro problemi e, correndo da una parte all’altra, non hanno il tempo e la voglia di occuparsi di uno sconosciuto. Fermo nella stazione di Paddington, l’orsetto inizia a perdere ogni speranza sul suo futuro, fino a quando non si imbatte casualmente nei Brown…

SIAMO STATI TUTTI UN PO’ PADDINGTON

Prende il nome dalla stazione londinese in cui i Brown l’hanno trovato per la prima volta, questo tenero orsetto le cui uniche conoscenze sugli esseri umani provengono da un mondo lontano, fatto di usi e costumi che non appartengono al presente. Appena arrivato in città si ritrova catapultato in un mondo completamente nuovo, al quale non è preparato, senza la minima idea di cosa fare e come reagire. Nonostante tutte le buone intenzioni e la gentilezza del mondo, nessuno sembra notarlo o volerlo aiutare e ogni speranza inizia a disperdersi con il calare della luce del giorno. E se è vero che stiamo raccontando la storia di fantasia di un orso parlante, è impossibile non riconoscersi in questa situazione di disagio e solitudine almeno un po’. Estrapolando la sua situazione dal contesto originale, Paddington racconta quella sensazione di sentirsi un pesce fuor d’acqua, la paura di non riuscire ad adattarsi e sentirsi a casa in un posto nuovo, che può essere tipica di moltissime situazioni quotidiane. Il protagonista stesso del film, accompagnandoci con umorismo e dolcezza attraverso i vari stadi della sua storia, ci spiega come, spesso, avere un tetto sulla testa non corrisponda al sentirsi a casa. L’empatia è immediata e lo spettatore si sente subito coinvolto nella storia di Paddington, pronto a seguirlo ovunque voglia andare a difenderlo, anche nella più bizzarra e poco giustificabile delle situazioni.
Il merito non è soltanto di un personaggio ben scritto, che sin dalle sue origini ha sempre avuto questa naturale capacità di farsi volere bene, ma anche del mondo che il regista Paul King e la produzione hanno costruito attorno a lui. Malgrado la presenza di luoghi facilmente identificabili di Londra, la città non appare del tutto reale e l’ambiente si adatta con fantasia al suo protagonista. Tutti i luoghi che vediamo nel film sono ben riconoscibili ma leggermente patinati e lucidati, per imprimere loro un’aria più onirica e creare un brillante gioco di colori. I reparti di fotografia, scenografia e costumi, infatti, hanno lavorato in sincrono per creare all’interno di Paddington un chiaro linguaggio cromatico: tu sai che i personaggi appartengono a certi luoghi e non ad altri perché sono i colori dei loro vestiti a dirtelo, perché quei colori stanno bene o non stanno bene con determinati ambienti. È una cosa sottile, però funziona benissimo a livello subliminale, rendendo la comunicazione del film assolutamente funzionale anche a livello inconscio.
Paddington si potrebbe riassumere in un solo aggettivo: adorabile, davvero su tutti i livelli. Un film semplice, ma costruito con una grandissima attenzione ai particolari, non solo narrativi, ma anche visivi e comunicativi. Dovrebbe essere una storia per ragazzi, capace di emozionare e intrattenere solo i più piccoli e invece, facendo leva su quelle sensazioni che tutti abbiamo sperimentato nel nostro passato, riesce a coinvolgere tutto il pubblico, accompagnandolo in un viaggio fatto di ottimismo e speranza. Perfetto per il periodo delle feste natalizie (non a caso il suo debutto cinematografico è fissato proprio per il giorno di Natale) e per tutti quei momenti in cui si sente la necessità di prendersi una pausa dalla realtà e immergersi in un mondo logicamente magico.
VOTOGLOBALE7

Antonella Murolo, da “everyeye.it”

 

Orsù… dovete scegliere l’orso in cgi che preferite. Volete il Ted di MacFarlane (scurrile, drogatone, perdigiorno, sessuomane e infantile) o il Paddington di King dai libri di Bond (educato, serio, disciplinato e dolcissimo)? King non è Stephen ma Paul e Bond non è James ma Michael. Sono rispettivamente regista e padre letterario dell’unica piacevolissima uscita in sala di questo Natale italiano 2014 ovvero Paddington.

Comunque e qualunque orso scegliate… scegliete bene perché sia la commedia scorretta della crescita maschile di MacFarlane datata 2012 che l’avventura favolistica oggi diretta da King sono due eccellenti prodotti cinematografici.

Il film di Paddington, libero e audace adattamento tratto dai libelli che l’ottantottenne Bond scrisse a partire dal 1958 poi diventati anche serie tv di successo dal 1975, vede il nostro orsetto educato arrivare via nave a Londra dal lontano, e soprattutto misterioso, Perù.

Prima, in un delizioso prologo che gioca con il linguaggio del documentario (sembra di vedere il geniale mockumentary Forgotten Silver di Costa Botes e Peter Jackson), avevamo assistito alla scoperta da parte di un esploratore britannico di una bizzarra famiglia di rari orsi (il Tremarctos ornatus), in grado di parlare e imparare molto velocemente le squisite gioie di un’impeccabile educazione british. E’ questo il formidabile gancio in sceneggiatura per giustificare l’arrivo dell’orsetto nella capitale britannica. Paddington, nipote di quegli orsi sui generis scoperti dall’esploratore nel misterioso Perù (l’irresistibile tormentone del film), è approdato a Londra dopo un cataclisma naturale e lì dovrà cercare riparo e conforto.

Incontrerà un’adorabile famigliola di squinternati ma umanissimi poveri diavoli composti da madre sognatrice, padre apprensivo, figlio represso e figlia problematica (semplicemente perché è adolescente).
Davvero fantastici questi signori Brown, realistici e fantasy insieme, soprattuto grazie al padre di Hugh Bonneville (una prova magistrale) ed alla madre di Sally Hawkins (che brava).
Cosa succederà al nostro tenero Paddington? Adattamento alla vita borghese (l’orsetto è un casinaro suo malgrado a differenza del volontariamente punk Ted), amicizia con i figli Brown, ricerca dei discendenti di quell’esploratore che incontrò i suoi zii (brillante l’idea di sfruttare il cappello come indizio) e… sopravvivenza.

Eh già… perché il film ha una marcia in più: Nicole Kidman.

Con gelido capello a caschetto biondo da nazista (o Raffaella Carrà), la Kidman è molto sexy e realmente cattiva nei panni di una signora che vuole uccidere Paddingotn. Avete capito bene. Non rapire, non minacciare, non venderlo a uno zoo o rubargli la marmellata. Lei vuole proprio ucciderlo e lo dice ogni tre per due. C’è la motivazione? Sì. Ed è grossa come una casa.
Veramente una psicopatica supersexy in stile Malefica o Crudelia De Mon questa letale signora Millicent.

Dispiace veramente che la Kidman non sia stata mai così convincente ne La bussola d’oro. Ma evidentemente mancava un tocco bizzarro ed estremamente sofisticato come quello di Paul King alla regia. E’ un cineasta che, dopo Paddington, terremo molto sott’occhio.

Il film è un’avventura per bambini mai stucchevole (a differenza del nostro Il ragazzo invisibile) perfettamente in target con un pubblico che si vuole conquistare (sempre a differenza del nostro Il ragazzo invisibile) attraverso la dolcezza dell’orsetto, la sua innata simpatia ma anche una bella dose di azione e avventura anche grazie a un villain riuscitissimo e accattivante come la bionda Millicent.
Davvero un gran bel film. Come Ted. Ma allora… perché scegliere per forza tra lui e Paddington e non prenderli tutti e due?
Anzi rilanciamo: vogliamo gli Avengers degli orsetti in cgi. Vogliamo presto una cross production dovePaddington & Ted possano vivere insieme un’avventura. Sai che ficata?

Nota: Francesco Mandelli è molto bravo nell’essere irriconoscibile come voce italiana di Paddington. Complimenti per la scelta e per come la si è adattata al tono del film.

Francesco Alò, da “badtaste.it”

 

 

Non è mai facile portare al cinema un personaggio classico della letteratura, soprattutto per quanto riguarda il dilemma della messa in scena ma, in questo caso anche per le gravi difficoltà nella produzione. Un Colin Firth che molla il doppiaggio del film a riprese quasi concluse, costringendo la produzione a correre ai ripari in fretta e furia per rispettare la data di uscita. Considerando però il risultato finale siamo contenti di poter dire che il vecchio Colin dovrebbe rimpiangere e non poco la sua decisione.

Paul King decide di baypassare un “canonico” film d’animazione e sceglie un riuscito mix tra questa e il live action, con un cast d’eccezione. La storia dell’orsetto Paddington, come dicevamo in apertura, è davvero incredibile e nonostante il personaggio abbia già goduto di tre adattamenti animati in tre film TV, possiamo senza dubbio affermare che l’autore dell’opera originale, Michael Bond, dovrebbe essere fiero di questa nuova incarnazione. Un film che oltre a voler far sentire pienamente l’atsmofera di festa, con quella leggerenzza e quella magia che dovrebbe caratterizzare una pellicola per tutta la famiglia che esce in questo periodo, rende omaggio anche a tutta la cultura letteraria Londinese, da Charles Dickens (Oliver Twist) a Pamela Travers (Mary Poppins), con una spruzzatina di J.K. Rowling che certo non guasta. Uno degli aspetti più curiosi di Paddington (e forse di quelli che stonano maggiormente con il resto della romanticissima storia) è questa venatura quasi horror rappresentata dai piani sanguinari della tassidermista Nicole Kidman, intenzionata a trasformare il piccolo orsetto in un animale impagliato.

Paddington, però, a parte questa insolita parentesi, fa davvero riscoprire la magia del Natale come un grande classico con una storia raffinata e che prende in esame tematiche molto importanti come la solitudine, l’abbandono ma anche la riscoperta di se stessi (la famiglia Brown che si rende conto di quanto ha bisogno del piccolo orso, quando invece all’inizio del film si credeva il contrario), unendoli ad un umorismo (spesso irresistibilmente slapstick) tipicamente british che ci fa vivere la proiezione con un costante sorriso stampato sulle labbra. Anche visivamente la pellicola di King è una piccola perla, soprattutto per quanto riguarda fotografia e resa dell’animazione del protagonista, vicinissima al fotorealismo, che lo fa integrare perfettamente (forse anche troppo se possiamo) nel resto del cast in carne e ossa. Una sapiente unione tra un film classico del passato e tecnologia moderna che, come abbiamo detto all’inizio della recensione, è destinata a farsi ricordare e a entrare nel cuore di molti, di tutti noi.

A patto di andare a vedere il film con il giusto spirito, quello Natalizio.

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

 

Live-action realizzato con una rappresentazione grafica del giovane orso fortemente realistica, dove i dettagli sono studiati per riprodurre il più verosimilmente possibile la coesistenza del mondo reale con quello fantastico dell’orsetto peruviano e dove ogni aspetto, dalla regia all’utilizzo della computer grafica, è edificato con cura e padronanza dei mezzi a disposizione

Nel “misterioso Perù” vive un orsetto, accudito amorevolmente da una coppia di zii, ghiotto di marmellata di arance e con il mito di Londra alimentato grazie ad una radiolina sintonizzata sulle frequenze della BBC e i racconti degli anziani orsi sull’esploratore londinese Montgomery che molti anni prima era partito dal suo Paese per studiare la loro specie. Quando un terremoto distrugge tutto quello che possiedono, zia Lucy capisce che è il momento di mandare il nipote in quella Londra sulla quale tanto avevano fantasticato, nella speranza che una famiglia si prenda cura di lui. Armato di una sola valigia piena di vasetti di marmellata, l’orsetto raggiunge la destinazione tanto agognata che si rivela però non essere così ospitale come immaginava. Sarà solo quando Mrs Brown (Sally Hawkins), una vivace ed esuberante mamma inglese, vedrà il piccolo orso solo e spaventato in una stazione ferroviaria e deciderà di portarlo a casa contro il parere del rigido Mr Brown (Hugh Bonneville) e dei loro figli che Paddington (così ribattezzato in onore della stazione inglese nella quale si sono incontrati) troverà una casa, anche se dovrà ben presto fare i conti contro la spietata tassidermista Millicent (Nicole Kidman), aiutato dalla sua nuova famiglia.

 

Nato negli anni ’50 dalla penna di Michael Bond ed ispirato alle illustrazioni di Peggy Fortnum, Paddington arriva per la prima volta sul grande schermo, dopo aver venduto oltre 35 milioni di copie nel mondo ed essere stato tradotto in 40 lingue, grazie al lavoro congiunto del regista Paul King e del produttore David Heyman (lo stesso della saga di Harry Potter e Gravity). Arricchito dalle coinvolgenti musiche di artisti caraibici londinesi e dalla fotografia calda e avvolgente di Erik Wilson che gioca sulle declinazioni cromatiche dei colori che hanno un vero e proprio ruolo narrativo, Paddington è un film live-action realizzato con una rappresentazione grafica del giovane orso fortemente realistica, dove ogni dettaglio è studiato per riprodurre il più verosimilmente possibile la coesistenza del mondo reale, rappresentato dai Brown e da una Londra che gioca nel bilanciare la sua immagine da cartolina ad un’aspetto meno turistico, con quello immaginario e fantastico dell’orsetto peruviano. Pellicola indirizzata ai più piccoli ma capace di coinvolgere anche adolescenti e adulti grazie ai componenti della famiglia adottiva, fortemente caratterizzati per permettere l’identificazione degli spettatori, Paddington è un prodotto realizzato con attenzione, dove ogni aspetto, dalla regia all’utilizzo della computer grafica, è edificato con cura e padronanza dei mezzi a disposizione.

Manuela Santacatterina, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

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