Nebraska

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L’anziano Woody si convince di aver vinto un premio di un milione di dollari. Decide così di partire per il Nebraska, luogo in cui dovrebbe ritirare la somma. Il figlio David, preoccupato, lo accompagna.
“Does he have Alzheimer’s?” “He just believes things that people tell him”.
È un senso di profonda e sincera tenerezza quello che lascia “Nebraska”, la nuova straordinaria pellicola diretta da Alexander Payne, un on the road in bianco e nero che indaga il rapporto tra un padre ormai anziano e suo figlio.
Convinto di aver vinto un milione di dollari, il vecchio Woody decide di attraversare il Montana per raggiungere il Nebraska, dove intende ritirare il suo premio. Il figlio David, preoccupato per la difficile condizione clinica del padre, decide di accompagnarlo in questa folle avventura, considerando il viaggio un’occasione per rafforzare il loro rapporto e per rivedere alcuni parenti, che risiedono nella città di origine di Woody, Hawthorne.
Adottando la brillante sceneggiatura scritta da Bob Nelson, Payne resta fedele allo stile narrativo delle sue precedenti pellicole, dando vita ad una commedia agrodolce, dove dramma e divertimento procedono di pari passo. Rispetto ai suoi due ultimi film, “Sideways – In viaggio con Jack” (2004) e “Paradiso Amaro” (2011), il regista smorza l’ironia, lasciando emergere la dolcezza dei suoi personaggi. Per raccontare il tenero rapporto tra padre e figlio, non viene scelto soltanto il dialogo. Sono infatti le significative inquadrature della pulita regia di Payne – accompagnate da una bellissima colonna sonora – il miglior mezzo usato per approfondire questo legame, che si rafforza nel corso del viaggio.
Si rivela coraggiosa ed estremamente ben riuscita la scelta del casting. Payne sceglie Bruce Dern per il ruolo dell’anziano Woody. L’attore regala a questo personaggio un’aria sperduta e assente, ricca di dolcezza e decisamente realistica. Accanto a lui, Will Forte, nel ruolo di David. Come Dern, anche Forte si rivela un’ottima scelta, capace di dare credibilità al personaggio.
Il regista torna a lavorare con June Squibb, già protagonista nel 2002 del suo film “A proposito di Schmidt”. L’anziana attrice interpreta in “Nebraska” la moglie di Woody, una donna simpatica ed energica, che ottiene ampio spazio nella seconda parte del film.
Le commedie di Payne hanno sempre risvolti tragici, affrontati però con grande naturalezza e senso di accettazione. Anche qui, accanto al tema del viaggio e del rapporto padre-figlio, si inserisce una riflessione sulla questione dell’alcolismo negli Stati Uniti. Nei piccoli paesi come Hawthorne, l’alcolismo è un problema rilevante: non essendoci molto altro da fare, la gente cade in questo vortice di dipendenza che diventa sempre più grave. Sin dalla sua nascita il cinema ha cercato di sensibilizzare il pubblico nei confronti di questo problema – per citare un esempio, “A Drunkard’s Reformation” (1909) di David W. Griffith – Payne ci prova con la delicatezza che lo contraddistingue, senza additare colpe o mostrare conseguenze, ma semplicemente prendendo atto di questa problematica.
“Nebraska” è un film da non perdere, sperando che venga presto distribuito nelle sale italiane.
Voto: 9.
Giulia Bramati, da “storiadeifilm.it”

Woody Grant ha tanti anni, qualche debito e la certezza di aver vinto un milione di dollari alla lotteria. Ostinato a ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, Woody si avvia a piedi dalle strade del Montana. Fermato dalla polizia, viene ‘recuperato’ da David, figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici. Sensibile al desiderio paterno e dopo aver cercato senza successo di dissuaderlo, decide di accompagnarlo a Lincoln. Contro il parere della madre e del fratello Ross, David intraprende il viaggio col padre, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da soste e intermezzi nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti, che adesso chiedono il conto. Molte birre dopo arriveranno a destinazione più ‘ricchi’ di quando sono partiti.
Autore indipendente e scrittore dotato, Alexander Payne realizza una nuova commedia ‘laterale’ come le strade battute dai suoi personaggi, che si lasciano indietro lo Stato del Montana per raggiungere il Nebraska in bianco e nero di Bruce Springsteen. E dell’artista americano il film di Payne mette in schermo la scrittura ‘visiva’, conducendo un padre e un figlio lungo un viaggio e attraverso un territorio che intrattiene un rapporto simbolico col loro mondo interiore. Oscillando tra dramma e commedia, Nebraska, versione acustica di Sideways, coinvolge lo spettatore in un flusso empatico coi protagonisti, persone vere dentro storie comuni e particolari da cui si ricava una situazione universale.
Ambientato nella provincia e lungo le strade che la raccordano al mondo, Nebraska frequenta una dimensione umana marginale e fuori mano rispetto all’immaginario hollywoodiano, prendendosi alla maniera del protagonista tutto il tempo del mondo per arrivare a destinazione. Una destinazione dove si realizza un passaggio che non può mai avvenire come effetto di una retorica pedagogica ma si fonda sull’impossibile, l’impossibilità di governare il mistero assoluto della vita e della morte. Non è per sé che il protagonista di Bruce Dern sogna quel milione di dollari, a lui basta un pick-up per percorrere gli ultimi chilometri di una vita spesa a bere e a rimpiangere quello che non è stato. La vincita della sedicente lotteria a Woody Grant occorre per i suoi ragazzi, per lasciare loro ‘qualcosa’ con cui vivere e per cui ricordarlo. Ma David, sensibile e affettuoso, è figlio profondamente umanizzato, testimonianza incarnata di un’eredità più preziosa del denaro. È il figlio ‘bello’ di chi è stato e di cui perpetua adesso il valore.
Nebraska è una ballata folk che accomoda allora la bellezza e l’amore, quella di un figlio per il proprio genitore, che prima di lasciare andare torna a guardare dal basso, in una prospettiva infantile e accoccolata ai suoi grandi piedi e al suo piccolo sogno. Intorno a loro scorre l’America lost and found insieme a una storia sincera che battendo vecchie strade, la struttura da road movie che diventa pretesto di ‘formazione’ (Sideways), ne infila una nuova. Nebraska è una spoglia poesia di chiaroscuri, un’indicazione lirica verso le radici, verso i padri, davanti ai dilemmi di tempi paradossali e senza guida. Diversamente dagli antieroi springsteeniani, il protagonista di Payne non cerca terre promesse e non corre sulle strade di “un effimero sogno americano”, decidendo per la lentezza, l’impegno, il rispetto e il senso di responsabilità.
L’amabile David di Will Forte è il “giusto erede” di un genitore vulnerabile che Payne non presenta come esemplare ma come testimonianza eccentrica e irripetibile della possibilità di stare al mondo con qualche passione. E quella di Woody è l’amore, lingua franca di un viaggio che contempla le tracce paterne cicatrizzate nel proprio destino. Su quel padre incerto David ritrova il proprio senso e riprende la strada.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Le tappe di una vita
Con Nebraska Payne costruisce il suo film più riuscito, un malinconico road movie esaltato dall’abilità dei suoi interpreti, su tutti un Bruce Dern in stato di grazia.
Un uomo anziano cammina solo su una strada della provincia americana. Al poliziotto che lo ferma per sincerarsi che tutto sia a posto indica con evidente confusione che è diretto da qualche parte in avanti e che proviene da qualche parte alle sue spalle. E’ diretto a Lincoln, in Nebraska, dove vuole recarsi per ritirare una fantomatica vincita milionaria annunciatagli per corrispondenza, una di quelle missive, cartacee o elettroniche, che a tutti noi sono arrivate almeno una volta e che annunciano il miraggio di una svolta nella propria vita.
Preoccupati dalle sue condizioni e di una possibile demenza senile, i familiari discutono se sia il caso di chiuderlo in un istituto, ma uno dei figli non ci sta e decide di accompagnare personalmente il padre in questo viaggio dal Montana al Nebraska per ritirare il premio in cui crede fermamente. Il suo desiderio in fondo è semplice ed innocente: un nuovo furgone ed un compressore che tutti quei soldi gli garantirebbero.
Il loro viaggio è un lungo percorso durante il quale fanno tappa ad Hawtorne, dove Woody Grant, questo il nome dell’uomo, è nato e cresciuto e dove ritroverà luoghi e persone della sua gioventù.
Girato in un minimale bianco e nero, Nebraska, il nuovo film di Alexander Payne in concorso a Cannes 2013 è un delicato viaggio (fisico) sulle strade di una certa America che sta scomparendo e (emotivo) nella vita e nell’infanzia del protagonista.
Payne è abile nel costruire un film personale, insieme leggero e profondo, e nel tratteggiare con eleganza situazioni e personaggi, sia i suoi protagonisti che le figure di contorno che animano il loro percorso. Ed è capace di osservare e descrivere con sottile malinconia le tappe del loro viaggio lungo quattro stati americani: il suo sguardo è colmo d’affetto e tinge di tenerezza anche i momenti più divertenti, colorando il suo Nebraska di un’ironia che è diversa da quella dei suoi lavori precedenti.
Gli ingredienti, almeno alcuni di essi, non sono dissimili da quelli che ci ha già mostrato in film come Sideways, ma la miscela fa sì che il risultato finale sia il suo film migliore, il più equilibrato.
Un merito che va assolutamente condiviso con il fantastico cast che rende viva la storia, che enfatizza ogni risvolto ed ogni emozione dello script di Bob Nelson. June Squibb, Angela McEwan, ma soprattutto Will Forte che tratteggia il figlio minore David e lo straordinario Bruce Dern che dà vita al delicato ritratto di Woody T. Grant: è attraverso di lui che il tema dell’invecchiamento, con tutto quello che comporta in termini di rimpianti, prende forma e viene comunicato dal regista, il suo desiderio di rivalsa che si nasconde dietro il sogno della vincita a cui probabilmente lui stesso non crede fino in fondo.
Allo stesso tempo il complesso rapporto padre/figlio, che finisce per unire Woody ed il figlio David durante il loro viaggio in auto, si esalta nelle sequenze che vedono lui e Forte insieme in scena, capaci di costruire tensioni ed emozioni attraverso piccoli gesti e sguardi; un rapporto che segue anch’esso un percorso dolceamaro, pari a quello che i due compiono in auto sulle strade americane.
Voto del redattore: 8.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

Alexander Payne con Nebraska gira un piccolo road movie in bianco e nero, con tanto di logo vintage della Paramount in apertura. Una commedia che ragiona sul valore della memoria e sui ricordi, nascondendo sotto la superficie da divertente commedia una riflessione sulle radici dell’America. Premio per il miglior attore a Bruce Dern al Festival di Cannes 2013. Ecco la recensione.
David è stato appena lasciato dalla compagna con cui ha vissuto per due anni. In più un giorno riceve una telefonata dalla polizia: Woody, suo padre, si trova alla centrale perché è stato ritrovato a camminare da solo per strada. Direzione: Nevada. Partenza: Montana… Woody vuole infatti raggiungere la città di Lincoln per saldare un milione di dollari vinto grazie ad un volantino della Mega Sweepstakes Marketing. David non ha dubbi sul fatto che quel volantino non gli farà vincere nulla, ma decide comunque di partire in macchina col padre verso Lincoln.
Alexander Payne torna indietro, in tutti i sensi. Torna ad un progetto che aveva in mente anni fa, quando ancora girava Sideways, il film della sua consacrazione. Firma il suo secondo film dopo l’esordio basato su un progetto originale, con una sceneggiatura scritta dal semi-esordiente Bob Nelson. Ripesca addirittura il logo vintage della Paramount in apertura. E, cosa fondamentale, ritorna a casa sua, nel suo stato d’origine: quel Nebraska che dà il titolo al film.
Payne gira uno dei suoi film più piccoli e personali e non fa nulla per nasconderlo, anzi. Non usa nessuna star alla George Clooney, nessun budget da Indiewood, sfrutta il bianco e nero per creare un’atmosfera nostalgica alla Bogdanovich ed un’impressione di economia indie. Furbo? Diciamo consapevole: Payne non è più ormai uno che deve dimostrare nulla (c’è chi lo ama e chi lo odia, e le cose non cambieranno mai).
Però Nebraska sembra il suo film d’esordio, o al massimo – vista la sicurezza che traspare dal lavoro – un’opera seconda. Non perché risulti un po’ naïve, tutt’altro, ma perché è evidente che, caso più unico che raro, il “tornare indietro” abbia fatto bene al regista, facendogli guadagnare in freschezza e profondità. Cosa che molti ancora non trovano in Payne, e che invece chi scrive in fondo ha sempre intravisto tra le pieghe delle sue storie, tra i suoi personaggi a volte strampalati e le scenette comiche.
Dopo il successo di Paradiso amaro, Payne torna a girare un puro road movie per certi versi più vicino ad A proposito di Schmidt che Sideways, anche perché Woody (un eccezionale Bruce Dern a cui Will Forte non riesce a tenere testa) è scorbutico quanto Jack Nicholson in quel film. Woody è forse anche peggio: è cocciuto e non vuole saperne di ascoltare gli altri. “Ho servito il mio paese, pago le tasse, ho il diritto di fare quel che voglio”, dice da tipico anziano statunitense che le ha passate tutte. Continua anche a bere, nonostante il suo già precoce alcolismo sia peggiorato da quanto tornò dalla guerra in Corea.
Padre e figlio incontrano ovviamente vari personaggi nel loro cammino, ma come sempre nei film di Payne, compreso l’ultimo Paradiso amaro, non incontrano persone nuove, ma i personaggi visitano parenti e amici di vecchia data. Tra questi ci sono i componenti della famiglia di zio Ray, fratello di Woody, che vivono ad Hawthorne. Una tipica famiglia del Midwest, con tanto di figli rimbambiti e lunghi momenti assieme passati sul divano a guardare la televisione.
In questo percorso nella cittadina di Hawthorne, dove Woody ha passato gran parte della sua vita prima di trasferirsi in Montana, i due protagonisti vengono raggiunti dalla madre di famiglia, Kate (il ciclone June Squibb), e dal fratello di David, Ross. Assieme viaggiano tra le tappe della vita dei due genitori: nell’affrontare questo percorso basato sul ricordo e la memoria, il regista al solito non usa mai la mano pesante, ma si tiene bene in equilibrio. Perché, più che la commozione per il ricordo in sé, per il regista conta il valore di quel ricordo.
Ognuno in Nebraska racconta il proprio ricordo personale (e a volte, vista l’età, sbaglia!), ed è chiaro che a Payne interessa continuare in questo modo un discorso sulle proprie radici personali che ha porta avanti da un po’, anche se era soprattutto ben esplicito con Paradiso amaro. Che al regista interessi la “composizione” del Midwest lo si vede bene da come inquadra le grandi strade nel deserto, i motocuclisti che viaggiano in gruppo, le pompe di benzina, i motel, le chiese, i bar coi banconi e le taverne piene di vecchi e karaoke. C’è persino il Monte Rushmore.
Ci sono le gag e le battute tipiche del cinema di Payne, certo, ma c’è una triste riflessione sulle radici degli States e sulla sua (in)capacità di ricordare. “Ha l’Alzheimer?”, chiede un’impiegata della Mega Sweepstakes Marketing a David a proposito del padre. “No, crede soltanto nelle cose che la gente gli dice”, “Oh, che peccato”. Una frase così in un contesto del genere non può non far pensare che Payne stia parlando dell’America tutta, descritta in Nebraska come vecchia e, quindi, in procinto di morire assieme ai propri personali ricordi.
L’immagine finale, poi, conferma la visione inaspettatamente oscura di Payne, ben nascosta sotto il malinconico bianco e nero e il ritmo divertito da commedia. Ci si commuove per il rapporto centrale tra padre e figlio, certo, ma il cuore viene toccato soprattutto da altro. Così, dopo aver appreso tutte le informazioni sul passato e sul rapporto di Woody e Kate, quando lei gli dà un bacio sulla guancia, allora sì che scorrono le lacrime.
Voto: 8
Gabriele Capolina, da “cineblog.it”

Non c’è alcun dubbio sul fatto che una delle caratteristiche principali del cinema di Alexander Payne sia quello di essere “defilato” e poco propenso a dare nell’occhio. Una constatazione che lungi dall’esaurire la complessità di una poetica ricca e stratificata contiene il pregio di modulare lo sguardo dello spettatore rispetto ad una materia sfuggente, quasi inerte nella sua implacabile evidenza, ed affidata nel suo divenire a piccoli e quasi impercettibili scarti emotivi, simili a quelli che trapelano con fatica dallo sguardo sospeso e lontano di Woody Grant, l’anziano protagonista di “Nebraska”, ultimo film di Alexander Payne, presentato in concorso nell’edizione appena conclusa del Festival di Cannes. Prima di quel volto, su cui il regista tornerà con insistenza nel corso della storia si impone la visione di un america a doppia velocità, che Payne ci presenta in campo lungo nella sequenza d’apertura, con la modernità in continuo divenire sintetizzata dalle macchine che si succedono indifferenti e sfreccianti lungo la statale percorsa a passo claudicante dall’anziano signore chiamato a rappresentare l’altra faccia del paese, quella destinata a rimanere indietro rispetto al nuovo che avanza.
Per rappresentarla Payne si affida al sogno di una vincita impossibile, ed alla convinzione di Woody Grant di averla realizzata dopo aver letto il volantino di una lotteria del Nebraska. Deciso a riscuoterne il premio, Grant si mette in viaggio in compagnia del figlio David che vorrebbe approfittare dell’occasione per conoscere meglio l’attempato genitore.
Se la trama di “Nebraska” ricalca nella struttura on the road precedenti famosi del cinema americano come quelli di “Una storia vera” (1999) di David Lynch, e “A proposito di Schmidt” (2002) dello stesso Payne, in cui il motivo del viaggio si trasforma nel congedo esistenziale di personaggi avanti con gli anni, ed allo stesso tempo diventa la ricognizione sullo stato di salute del paese, bisogna dire che il bollettino del “capitano” Payne non è dei più confortanti. Girato in un bianco e nero elegante e pulito, “Nebraska” si dipana attraverso una serie di quadretti esistenziali e di situazioni singolari (memorabile la scena in cui Grant insieme al fratello che li ha raggiunti decidono di saldare l’antico torto patito dal genitore facendolo però pagare alle persone sbagliate) ambientate ad Hawtorne, cittadina natale del protagonista, dove, in un’immersione agrodolce e vagamente maliconica, Woody si ritrova a tu per tu con parenti dimenticati ed amici di gioventù. Una situazione apparentemente idilliaca che Payne si diverte a sabotare con intarsi invisibili ma efficaci nel denudare alcuni dei miti della cultura americana: dall’istituzione familiare, dipinta come un luogo anaffettivo e disturbante – basti pensare alla petulante consorte di Woody sempre pronta a lamentarsi ed a parlare male degli altri- al sogno americano, depotenziato per il fatto di sapere che il biglietto vincente esiste solo nella testa del protagonista, e sbeffeggiato attraverso la fascinazione dei compaesani di Woody, ignari della verità e disposti a dimenticare le antiche ruggini pur di condividere le fortune del figliol prodigo, per non dire della virilità machile, annichilita da rapporti inesistenti (quello di David, lasciato dalla compagna ad inizio film) o totalmente disastrosi, come accade al protagonista, sposato ad una donna che forse non ha mai amato.
La bravura di Payne è quella di mantenersi in equilibrio tra il riso ed il pianto, e di riuscire con tocco lieve e delicato a far emergere una poetica del quotidiano illuminata dal riscatto di un’umanità donchisciottesca, mortificata e poi risollevata, come capita a Woody in una delle ultime sequenze, quando, demoralizzato dalla consapevolezza della mancata vincita si ritrova poco dopo, rinfrancato e felice, alla guida della jeep che il figlio gli regala per compensare lo smacco. Con l’automezzo al posto del cavallo, e Woody nella parte John Wayne, “Nebraska” fa anche in tempo ad omaggiare il cinema ed in particolare il western, con l’uomo che sfila lungo la via principale di Hawtorne, sotto lo sguardo ammirato ed incredulo dei suoi cittadini. Interpretato da un Bruce Dern formato actor’s studio, impegnato in un ruolo che sarebbe piaciuto ai registi della sua generazione, “Nebraska” è un meccanismo perfetto ma non per tutti. L’assenza di glamour degli attori ma anche dell’argomento, il ritmo pacato e quasi immobile, la comicità “dead pan” alla maniera di Jim Jarmush, ed infine un ambientazione laterale e periferica sono una miscela poco adatta alla grande platea. Siamo certi però che imitando le vite dei suoi personaggi anche quella del film troverà il modo di emanciparsi da premesse così fosche. Magari durante la notte degli oscar, magari nella categoria del migliore attore protagonista.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Il burbero e taciturno Woody Grant, vecchietto alcolizzato e prossimo alla demenza senile, dopo aver ricevuto una lettera che lo informa della vincita di un milione di dollari, decide di lasciare la cittadina di Billings nel Montana e recarsi a Lincoln per riscuotere il premio. Temendo si tratti di una truffa, il figlio David decide di accompagnare il padre nel suo rocambolesco viaggio, durante il quale essi faranno ritorno alla cittadina natele di Hawthorne, Nebraska, dove si trovano le radici e i segreti di Woddy e della sua famiglia. Tra mille vicessitudini, padre e figlio vivranno una rocambolesca avventura, che riporterà a galla vecchi ricordi ormai sepolti. Pochi sono oggi i film in grado di raggiungere una profondità e una perfezione tale da poter essere marchiati a fuoco come vere opere d’arte, e Nerbraska è sicuramente uno di questi.
L’ultima pellicola di Alexander Payne, massimo cantore vivente dell’ipocrisia umana fin dai tempi di La storia di Ruth, si presenta come un vero e proprio trattato sociologico sui rapporti affettivi che legano a filo corto le varie esistenze, il tutto presentato come un’epopea moderna formato famiglia, una tragicommedia on the road sul commovente ritorno alle origini di un uomo da sempre incapace di aprirsi a se stesso e agli altri. L’Ulisse moderno, il vecchio Woody, mirabilmente interpretato dal mastodontico Bruce Dern (miglior protagonista maschile a Cannes) muove la propria esistenza verso un’unica meta: riscuotere il premio che gli è dovuto. Partendo da questo semplice macguffin (quello che Hitchcock definiva il pretesto narrativo), Payne tesse mirabilmente le fila di un approfondimento che si fa via via più stratificato, riuscendo a spremere fino in fondo l’ottima sceneggiatura di Bob Nelson, facendone emergere un perfetto campionario di vizi e virtù umane: gli attriti familiari, i vecchi rancori e gli amori dimenticati, il passato di guerra e i timori di gioventù, il tutto esposto sotto la luce ormai consolidata dello humor cinico e spietato.
Usando una vivida e nostalgica fotografia in bianco e nero, firmata dal veterano Phedon Papamichael, Payne confeziona un racconto fortemente simbolico, ma al contempo asciutto ed essenziale, senza eccessi o sbavature, tutto incentrato sulla vicenda che lega un padre e suo figlio, un profondo e amorevole Will Forte, impegnati in un viaggio che diventa allegoria del proprio rapporto irrisolto e di tutto ciò che il passato ha celato, rivelandolo gradualmente assieme al lato cinico e profittatore che colpisce gli uomini. Servendosi di un cast che comprende tra glia altri l’irriverente June Squibb (Kate Grant) e l’odioso Stacy Keach (Ed Pegram), la pellicola si presenta come un poema visivo di rara bellezza e perfezione, un piccolo gioiello narrativo ingiustamente ignorato ma che andrebbe tenuto in grande considerazione, almeno per il profondo significato esistenziale che esso si porta dietro e per la parodistica e mai inappropriata modalità rappresentativa.
Matteo Vergani, da “cinefilos.it”

L’anziano Woody Grant ha vinto un milione di dollari alla lotteria. Volendo ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, decide di arrivarvi a piedi partendo dal Montana. Quando viene fermato dalla polizia, è suo figlio David, che lavora in un negozio di elettrodomestici, a corrergli in aiuto. Dopo aver tentato inutilmente di dissuaderlo, decide di accompagnarlo, nonostante il fratello Ross e la madre glielo sconsiglino vivamente. Andando incontro ai tanti capricci del genitore, David compirà un vero tuffo nel passato del padre, conoscendone vecchi amori, sogni infranti e nemici di un tempo. Alexander Payne è un regista che si potrebbe definire impeccabile. Election, Sideways, Paradiso amaro sono tre titoli importanti per cui, rispettivamente, ha ricevuto una nomination agli Oscar, vincendone due. I suoi film sono perfetti, e questo Nebraska non fa eccezione. Un road movie con figlio a carico, oppure, con padre anziano al seguito, a seconda di quale punto di vista si desideri adottare. Il film è girato in bianco e nero per meglio sottolineare l’aspetto del passato che permea tutta la pellicola; in fondo quando ricordiamo, soprattutto eventi lontani nel tempo, non sono tanto i colori che riemergono, quanto gli odori e i sentimenti. Persino la messa in scena è impeccabile, come anche gli argomenti toccati nel film: il rapporto tra padre e figlio, le difficoltà della vecchiaia, i rimorsi, i rimpianti e la nostalgia. E allora cosa non torna? Un’eccessiva freddezza, una pignoleria quasi millimetrica nella realizzazione del film, quasi come se Payne stesse fabbricando manuali di regia e sceneggiatura aperti e pronti per essere consultati. Bravissimo Bruce Dern che all’ultimo Festival di Cannes ha ricevuto il premio come Miglior Interpretazione Maschile. Quindi, a livello tecnico il voto sarebbe 8, ma come impatto 6. Vedete e poi decidete. Onestamente Bomber, che si avvicina come tematica trattata, è molto più bello e andrebbe sicuramente visto.
Momento Cult: Il ritorno.
Elena Mandolini, da “supergacinema.it”

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