Molière in bicicletta

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Il dilemma dell’attore
Il film è un cioccolatino ripieno di cianuro, una pellicola scritta con intelligenza che all’inizio avvolge e rassicura, poi tramortisce e spiazza.
Misantropo: persona che prova un sentimento di odio, di antipatia, di avversione per il genere umano. Un uomo che odia gli altri è condannato alla solitudine, all’infelicità, a mutare il delirio di onnipotenza che lo fa credere migliore degli altri in angoscia. Jean-Baptiste Poquelin, noto al mondo come Molière, uno dei più grandi commediografi di tutti i tempi dedicò a questa figura un dramma intitolato appunto Il Misantropo, il cui protagonista, Alceste, dichiara guerra a tutti, bacchettando l’amico Filinte, pericolosamente attratto dai suoi simili. “Non fa per me chi ama tutto il genere umano”, annuncia al mondo Alceste. Secoli dopo Philippe Le Guay realizza una vera e propria dichiarazione d’amore verso uno dei suoi attori feticcio, Fabrice Luchini, cucendogli su misura un film, Molière in bicicletta (Torino Film Festival – Festa Mobile), che ne enfatizza le grandissime doti interpretative, mescolando i temi cardine del Misantropo con l’attualità e con un’acuta e acre riflessione sulla recitazione. Luchini è Serge, un attore sul viale del tramonto che ha deciso di abbandonare il cinema, rinchiudendosi in una vecchia villa all’Isola di Ré. Gauthier, divo del piccolo schermo con un improbabile serial medico, prova a infrangere l’isolamento di colui che reputa il suo maestro, piombandogli in casa con l’idea di offrirgli la parte di Filinte in un nuovo allestimento del Misantropo. Serge rifiuta, ma è attratto dall’idea di tornare sul palcoscenico e sa di essere nato per interpretare Alceste; pian piano la lettura improvvisata di quelle pagine, le lusinghe e le attenzioni di Gauthier lo spingono a riconsiderare la scelta, concedendosi un periodo di quattro giorni durante i quali studiare la parte, chiedendo e ottenendo di poter essere anche Alceste. In questo periodo i due attori rinsaldano la propria amicizia e soprattutto Serge si lascia andare, aprendo il suo cuore al collega, confessandogli tutte le sofferenze legate alla depressione. L’arrivo di Francesca, poi, una vicina di casa italiana, sembra definitivamente riaccendere l’antica scintilla. Fino a quando un tradimento sentimentale e professionale inatteso non rimetterà tutto in discussione.
Fabrice Luchini in costume in una scena di Molière in bicicletta Il film è un piccolo gioiello di recitazione, un’opera bruciante e pessimista che grazie al teatro e alla musicalità dei versi alessandrini di Molière svela le ipocrisie di certi esseri umani, costringendoli a gettare la maschera o, come succede al protagonista, ad indossarla definitivamente per smettere di soffrire. Molière in bicicletta è un cioccolatino ripieno di cianuro, una pellicola scritta con intelligenza che all’inizio avvolge e rassicura, presentandoci un protagonista disilluso e amareggiato nel suo tentativo di gettarsi alle spalle la vecchia vita, di forzare tutti i blocchi che si era costruito in anni di depressione, poi tramortisce e spiazza; Serge ci riserva infatti una sorpresa finale che colpisce per la meticolosità con cui è stata costruita. La bellezza di questa opera è tutta nella capacità del regista (anche sceneggiatore) di mescolare i due piani della narrazione, quello di Serge e Gauthier come doppi di Alceste e Filinte e quello di Serge e Gauthier protagonisti della pellicola. In un prezioso gioco di rimandi e incastri, il teatro confluisce nella vita, diventa una chiave di lettura importante, forse l’unica, per interpretarne gli aspetti più reconditi, le paure, i sentimenti. Allo stesso tempo la vita si fa spettacolo, simulacro vuoto e triste, recita mal riuscita. Magistrale Fabrice Luchini nella duplice interpretazione, resa ancor più credibile dalla presenza di un partner artistico di tutto rispetto come Lambert Wilson; i battibecchi, i reciproci svelamenti, il modo opposto di concepire l’arte attoriale acquistano una vitalità inaspettata grazie all’alchimia tra di loro. A Maya Sansa spetta il compito ingrato di fare la “ragazza italiana”, e pur avendo un ruolo chiave nello sviluppo della trama, resta in secondo piano rispetto alla coppia Serge-Gauthier. Il personaggio femminile che non ti aspetti è a nostro parere la giovane pornostar presentata a Gauthier da una zia molto zelante; quando legge ad alta voce alcune pagine della commedia ad un divertito Serge, si ha davvero la sensazione che le parole di Molière appartengano e nobilitino tutti.
Francesca Fiorentino, da “movieplayer.it”

Gauthier Valence è un attore celebre e amato dal pubblico, che lo segue appassionato in un medical drama francese. Stufo di interpretare eroi buoni di fiction televisive decide di mettere in scena Molière e di chiedere aiuto a Serge Tanneur, grande talento del teatro ritiratosi tre anni prima al culmine della sua carriera. Raggiunto Serge a l’Île de Ré, Gauthier prova a convincerlo a tornare a recitare, proponendogli “Il Misantropo”, che Serge ha sempre sognato di interpretare. Adulato e lusingato, Serge fa resistenza e chiede a Gauthier qualche giorno di prova. Narcisi ed egoisti, decidono di fare a turno la parte di Alceste, il protagonista innamorato di Celimene e amico di vecchia data di Filinte. Alternando il ruolo di Alceste con quello di Filinte e ripetendo fino allo sfinimento la scena uno dell’atto primo, Serge e Gauthier arrivano al termine della ‘recita’ e a un passo dal capirsi. Ma l’incontro con Francesca, una bella italiana divorziata, sconvolgerà il loro equilibrio, scompaginando testo e vita.
Commedia in versi e in cinque atti, “Il Misantropo” è la storia di un uomo intransigente, che rifiuta l’ipocrisia ed esibisce una rigida rettitudine che si ripete ‘per principio’, allontanandolo dal mondo e dalle relazioni umane. E come l’Alceste di Molière, Serge Tanneur si è congedato dalla mondanità e dai riflettori, ripiegando nella solitudine e nella lagnanza, da cui lo stana Gauthier Valence. Scorbutico, geloso e crudelmente sincero, il personaggio di Fabrice Luchini trova in Lambert Wilson un’antagonista all’altezza, con cui provare e (ri)provare a se stesso di essere il migliore. Portatori di una comicità corrosiva, Luchini, saturo di bile nera, e Wilson, pieno di vanagloria, interpretano a turno l’Alceste molièriano, esibendo la dimensione atemporale del suo carattere e la modernità dei suoi difetti. Nato dall’ossessione di Fabrice Luchini per il commediografo francese, Molière in bicicletta è una commedia che mette in crisi, ridicolizzandoli, gli automatismi su cui la società (dello spettacolo) si fonda.
Confrontando due attori diversi per fama e formazione, uno si è ritirato dal mondo e non scende mai a compromessi, l’altro vive nel mondo a cui si adatta attraverso il compromesso, Philippe Le Guay realizza un omaggio al mondo del teatro e alla fragilità dei suoi protagonisti, battuti dal vento dell’Atlantico e trionfanti sulla metrica francese. Lo schema ritmico della commedia è alessandrino e fedele alla musicalità del poeta, al cui servizio si mettono Luchini e Wilson, entrando in comunicazione col movimento creativo del testo originale. Sul divano o in sella alla bicicletta del titolo, Serge e Gauthier declamano versi e incarnano la ‘cattiva piega’ dell’anima, infilando curve senza freni e specchiando l’uno nell’altro la propria crisi e i propri fallimenti. Alla ricerca di una felicità che si allontana, si spingono a largo fino a un irrecuperabile distacco, che arena Serge sulla spiaggia e ‘inciampa’ Gauthier sul palcoscenico. Le parole, quelle in versi e quelle in prosa, servono da travestimento della realtà e da segno di riconoscimento ma pongono continuamente a rischio il suo disvelamento.
La pièce ripetuta e ridetta non è altro che il riflesso di un’altra messa in scena, fatta degli scambi interminabili e delle piccole ipocrisie dei protagonisti, scambi che tradiscono un presente cupo e cercano una rivalsa nella creazione artistica, che al contrario non salva nessuno e dice a ciascuno il fatto suo. Nella forma cortese di Molière o in quella leggera di Jimmy Fontana, che mette in guardia sulla volubilità dell’uomo e la mobilità del mondo.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Per gli amanti della commedia francese – sempre acuta e mai banale – è uscito il 19 dicembre Molière in bicicletta di Philippe Le Guay.
Il film, presentato anche in anteprima al Torino Film Festival, è caratterizzato da un cast eccezionale: uno strepitoso Fabrice Luchini (Nella Casa – Le donne del 6° piano), Lambert Wilson (per chi avesse la sensazione di averlo già visto, ha interpretato il Merovingio in Matrix) e Maya Sansa oramai adottata ufficialmente dal cinema francese.
Serge Tanneur – Fabrice Luchini – è un attore di teatro che ha abbandonato la sua luminosa carriera, deluso e amareggiato dalla falsità dell’ambiente, e vive nascosto a l’Île de Ré, un’isola nell’Oceano Atlantico di fronte a La Rochelle e collegata al mondo tramite un lungo ponte. In questo poetico paese, dove tutti si muovono in bicicletta, lo raggiunge Gauthier Valence – Lambert Wilson – un collega e amico, famoso per il suo ruolo di medico in una serie televisiva. Gauthier lo vuole spingere in una nuova prova: interpretare insieme il Misantropo di Molière, a teatro.
Tra mille lusinghe e ruffianerie riesce a convincerlo in parte: un periodo di prova di alcuni giorni in cui, chiusi in casa, proveranno fino allo sfinimento alternandosi nei ruoli di Alceste e Filinte, il Misantropo e l’amico, che tenta di farlo ragionare.
Tra giochi di parole, passeggiate in bicicletta e racconti sul teatro incontrano Maya Sansa, un’italiana un po’ scorbutica che vive a l’Ile de Re, ma non vede l’ora di andarsene.
Molière in bicicletta parla di due mondi che si scontrano, due culture e formazioni diverse: da un lato l’attore intransigente che non accetta nessun tipo di compromesso, valutandolo come ipocrita; dall’altro l’attore televisivo indulgente, abituato proprio a quegli stessi compromessi tanto odiati dal primo.
Ma è anche lo stesso mondo vanitoso, orgoglioso e pieno di pretese che è il teatro, che li unisce, facendo scoprire loro che, in fondo, stanno creando qualcosa di veramente bello.
Molière in bicicletta è un film che si deve godere, a tutti i costi, in lingua originale. Non ha senso, infatti, ascoltare i giochi di parole e le battute di Molière in Italiano, perché non si riuscirà a comprendere la difficoltà di esecuzione di un atto e la bellezza complicata e aspra della commedia francese.
E’ una commedia caustica e divertente, dal retrogusto amaro. Di sicuro Molière in bicicletta è un film intellettuale da vedere con la mente sveglia e pronta a recepire tutte le – infinite – parole.
Silvia Cannarsa, da “retronline.it”

Riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano.”
Ci voleva Molière per finire la commedia. Ed era necessaria la commedia, mestiere che al momento i francesi fanno meglio di ogni altro, per spegnerci il sorriso, quello peggiore, accomodante con le miserie umane. E allora due volte grazie a Molière in bicicletta, la commedia che cita la grande mentre finge di inseguire la piccola per poi prenderla a calci. Il film di Philippe Le Guay (Le donne del 6° piano) è deliziosamente sconcertante. Ci punge: fino a che punto è lecito ridere di se stessi se vediamo ciò che siamo? Quando lo sberleffo finisce di essere catartico e inizia a diventare compiacente? E’ in fondo la questione che la grande satira settecentesca poneva ai suoi ipocriti contemporanei e che oggi, mutatis mutandis, sferza cinici e complici della nostra miserabile specie. Moralista? Elitista? Borghese? Sono ammesse tutte le etichette, a patto di non farne scudi di risentimento e di non tirarsi fuori: chi può dire di non essere manigoldo oggi, denuncia Il misantropo di Molière?
L’ossessione per l’opera costerà cara a Gauthier Valence (Lambert Wilson), star del grande e piccolo schermo (nonostante il talento, deve la sua fama e le sue ricchezze a una penosa fiction televisiva), di passaggio a Ile de Ré per convincere l’eremita Serge (Fabrice Luchini), a tornare sulle scene. Gli vorrebbe affidare la parte di Filinte, l’uomo capace di tollerare i comportamenti dei suoi simili: “Un rassegnato, il vero pessimista della piéce”, lo definisce Serge. Che da par suo non ne vuole sapere. Rintanatosi in una vecchia casetta avuta in eredità, ha chiuso col teatro, con gli attori e con gli uomini per via di una cocente, passata, delusione.
E poi, se dovesse scegliere, farebbe Alceste, il misantropo, “il vero ottimista della commedia”. Si danno tempo. Quattro giorni di prove, per provarsi e provare di essere meglio l’uno dell’altro. I dialoghi rimpallano, da Molière ai rapporti umani, dai personaggi ai loro interpreti (uno puro e intransigente, l’altro più votato al compromesso). Emergono pian piano rancori, slanci, animosità e bassezze, materiale umano che si stacca dalla pagina e affonda impietoso nei vissuti, in un magnifico, amarissimo, duetto di finzione e verità, teatro e vita.
La sceneggiatura (di Le Guay e Luchini) è musica, ma senza questi due splendidi attori (affiancati per un tratto di strada dalla nostra Maya Sansa) sarebbe muta.
Le nubi si diradano, qualcuno ritrova il sorriso, la fiducia, l’amore, il film si apre (la bicicletta, o dell’uomo in movimento), l’arte guarisce. Ma l’arte non mente. Diffidate allora di canzonette (c’è anche Il mondo di Jimmy Fontana), demagogiche stoccate – cultura alta vs. cultura bassa, vecchie e nuove generazioni – e gag facili facili. Il film lusinga, il film inganna, l’arte no.
Questo Molière avvinghia il suo pubblico come un amante. Ma quello del Misantropo resta un serpente. Un morso vi sarà fatale.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Chi è più pessimista nei riguardi del mondo, colui che lo critica in modo cinico e sprezzante o colui che lo accetta così com’è, poiché esso non è passibile di cambiamento? L’intelligenza del film “Molière in bicicletta” è di solleticare lo spettatore con questo dilemma al centro de “Il misantropo” attualizzandolo attraverso la storia di amicizia e rivalità tra due attori, Serge e Gauthier. Il primo si è ritirato dalle scene andando a vivere da eremita a all’ Ile de Ré, mentre il secondo ha successo come attore televisivo. A Gauthier viene l’idea di portare in scena “Il misantropo” e va a trovare il suo amico di lunga data, burbero e solitario ma di indubbio talento. Iniziano a provare le parti di Alceste e Filinte, alternandosi nell’interpretazione dei personaggi, esprimendo tramite quelle maschere anche le loro personalità. Per volontà di Serge le prove si protrarranno per una settimana, al termine della quale deciderà se far parte del cast. Così le parole di una delle opere più celebri del teatro francese si innestano nel contesto contemporaneo, mischiandosi con la realtà quotidiana dei due, venata dalla rivalità per il ruolo di Alceste – il titolo originale è “Alceste à bicyclette”, per l’appunto – e per l’attenzione di Francesca (interpretata dalla bravissima Maya Sansa). La pellicola è fresca, deliziosa, riflessiva senza essere pedante e ridondante. Degna di nota la scelta del regista Philippe le Guay, già applaudito per “Le donne del 6° piano”, di inserire stralci di prove reali de “Il misantropo” tra Luchini e Wilson. Si ha l’impressione di entrare nell’intimità di un camerino nei momenti precedenti l’alzata del sipario, con lo svisceramento e la recitazione del testo che lo fanno apprezzare ancora di più. L’ostacolo della proiezione in lingua originale sottotitolata è superata dalla bravura degli attori protagonisti Fabrice Luchini (Serge) e Lambert Wilson (Gauthier). Questo film è una perla che si fregia di una regia notevole, una sceneggiatura ben tessuta e scorrevole, di attori bravi e misurati. E come collante Molière, come a dire che la genialità dei grandi sta nell’essere sempre attuali.
Ylenia Pettinelli, da “cinema4stelle.it”

Ritiratosi a vita privata e a una bucolica solitudine presso l’Île de Ré, l’ex attore prodigio Serge Tanneur (un – come sempre – irresistibile Fabrice Luchini) riempie le sue giornate disegnando nudi di donna e andando in bicicletta. Lontano dal palcoscenico da oramai tre anni e sempre più in conflitto con lo spirito ‘imprenditoriale e affaristico’ del mondo dello spettacolo, lo stato d’isolamento di Serge verrà però interrotto dall’arrivo di Gauthier Valence (Lambert Wilson), vecchio amico e collega ora all’apice del successo grazie a una popolare serie televisiva dove veste i panni dell’affascinante Dr. Morange. E insieme all’inaspettata visita giungerà dall’amico anche una proposta a sorpresa, ovvero tornare sul palco per portare in scena niente meno che Il misantropo di Molière, opera alla quale Serge è da sempre assai legato e che ora sembra indicare anche una singolare affinità con la sua stessa, asociale vita lontana da tutto e tutti. Restio ad accettare ma affascinato dall’idea di recitare il “suo” Molière, Serge accetterà dunque di cimentarsi per qualche giorno con le prove dell’opera, al fine di decidere se cedere o meno al richiamo del palcoscenico. In disaccordo su chi dei due dovrà fare il protagonista Alceste e chi Filinte (presente solo in poche scene) i due attori si contenderanno di giorno in giorno il ruolo più ambito con un casuale testa o croce. Tra il divismo di Gauthier e l’attaccamento al rigore artistico e morale di Serge, i loro duetti saranno momenti di teatro sempre più imbevuti di realismo, interrotti dall’improvvisazione di un quotidiano che si affaccia portando in scena la realtà. All’interno di prove sempre più in bilico tra realtà e finzione, appariranno così di tanto in tanto nuovi volti e storie, ventate d’ottimismo e improvvisi tradimenti, e ai quali s’intreccerà poi anche il percorso di una bella e misteriosa italiana (Maya Sansa) in preda a una ‘crisi da divorzio’. Il dibattere tra Alceste e Filinte sul concetto di stima, amicizia e affini fungerà dunque da lente di in gradimento per mettere a fuoco prima le affinità e poi le insanabili divergenze nel modo dei due ‘amici’ di intendere e vivere la vita: scegliere o disdegnare di scendere a compromessi con il mondo, guidare o meno una bicicletta dai freni rotti. Uno scambio di ruoli concettuale che diverrà poi motivo (reale) per riappropriarsi delle proprie scelte: la via di una mediocrità votata al successo per Gauthier Valence, il rigido perfezionismo destinato a ripiegare su sé stesso per Serge Tanneur.
“…stimare tutti è lo stesso che non stimar nessuno”.
“Riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano.” (Il misantropo).
Dopo la divertente e originale commedia Le donne del sesto piano, il regista francese Philippe Le Guay sforna un’altra commedia che ha già fatto incetta di consensi, grazie a una sofisticata ispirazione teatrale e alla bravura di due attori che duettano recitando e riportando al centro la grazia e le aberrazioni dell’attore in quanto esasperazione narcisistica dell’uomo. L’idea, nata proprio dalla passione di Fabrice Luchini (che ammette di conoscere Il misantropo a memoria) per il palcoscenico e in particolare per Molière, si traduce in un omaggio al teatro così come alle idiosincrasie stesse dell’uomo. Inclini o meno a vedere il prossimo come un’opportunità piuttosto che come un fardello, i protagonisti di Molière in bicicletta indagano e si confrontano con quel senso di (auto) isolamento ed estraniamento della realtà indotto dalle dinamiche spesso crudeli e dolorose del mondo delle spettacolo o della vita in generale. Molto abilmente Le Guay fa poggiare l’opera sullo scambio (che alterna momenti costruttivi a momenti distruttivi) tra i due ottimi protagonisti e ottenendo numerosi momenti di ‘ironica o amara riflessione’. In particolare, è attorno alla misantropia di Serge e alla sua affinità elettiva con il misantropo Alceste che Le Guay aggiunge personalità a un film che non dice molto ma sa bene come dirlo. Più spostato verso l’estetica e l’intimità narrativa del teatro, Molière in bicicletta è senza dubbio una di quelle piccole pellicole-chicche francesi che soddisfano il gusto raffinato di un pubblico attento e alla ricerca di opere dall’aura sofisticata. Uno di quei film che si fondano sulla pregnanza di ogni singola scena e sull’astuto intarsio creato dai dialoghi piuttosto che sulla più classica visione d’insieme.
Nato con l’intenzione di ‘portare a passeggio’ Molière e il suo pensiero a bordo di un film che confronta le asperità del teatro a quelle della vita, l’ultimo film di Philippe Le Guay è un’opera che mescola sacro e profano facendo scontrare il gusto raffinato dell’opera teatrale con la veste patinata e prosaica delle contemporaneità (incarnata dalla popolarità delle serie televisive). Un ottimo Fabrice Luchini nei panni di un moderno misantropo e la buona spalla di Lambert Wilson in quelli della sua antitesi sono senza dubbio la vera carta vincente di un film che (altrimenti) sarebbe apparso ben più scialbo.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Molière in bicicletta è incentrato sulla prova recitativa dei due protagonisti, Fabrice Luchini, a cui si deve anche l’idea del film, e Lambert Wilson, che si dividono la scena dando vita a duetti scoppiettanti. Nei panni di due attori narcisi ma di stampo molto diverso, Luchini e Wilson sono Serge e Gauthier, l’uno più âgé, intellettuale, pessimista cronico inasprito dalla vita, l’altro impomatato, entusiasta, opportunista. L’uno “apocalittico”, l’altro “integrato”, Serge e Gauthier altri non sono che una versione riaggiornata di Alceste e Filinte con tanto di donna contesa, qu interpretata da Maya Sansa. Il film è infatti una mise en abyme de Il misantropo dove, nelle scene in cui i due provano, si respira il ritmo delizioso dei versi di Molière.
Philippe Le Guay schiva però il pericolo del teatro al cinema, facendo del testo seicentesco solo una fonte d’ispirazione e limitandosi a mostrare alcune prove informali che i protagonisti effettuano per lo più nella casa di Serge. Il regista si serve inoltre di un’originale astuzia: dacché ognuno vorrebbe per sé il ruolo principale di Alceste, i due lo tirano a sorte ogni giorno finendo quindi per alternarsi. In questo gioco di specchi tra cinema e teatro, la grande prova d’attore di Fabrice Luchini introduce un’ulteriore dimensione rifrattiva. L’interprete, con quel corpo nervoso e con quel viso che tende i suoi tratti per contenere una rabbia furiosa, sembra alzare il sipario su un territorio della psiche in cui si incontrano privato e pubblico, in cui ciò che l’attore è entra in collisione con ciò che nel suo lavoro gli viene richiesto di essere.
Questo risultava già chiaramente nel precedente lavoro di Le Guay, Le donne del sesto piano, in cui Luchini piegava la pellicola in una direzione favolistico-parodica scollandosi con astuzia da una cornice narrativa che altrimenti sarebbe apparsa disgustosamente consolatoria. In una storia in cui l’arte nasce dal duello/duetto tra due uomini in cui la vitalità dell’uno fa da contrappeso alla disperazione dell’altro sembra infatti esserci anche un po’ del rapporto tra un regista di commedie frizzanti come Le Guay e il suo sardonico e maniacale attore-feticcio Luchini. Quest’ultimo è capace di alternare, sovrapporre, stratificare registri linguistici ed emotivi, di collocarsi alla confluenza tra stati d’animo contradditori. Con occhi scintillanti di follia e un sorriso malefico e amaro, l’attore dà corpo a un interrogativo eterno : com’è possibile continuare a nutrire un po’ di fiducia nel genere umano quando si sono subiti tradimenti e delusioni, quando il pessimismo della ragione prevale e schiaccia ogni volontà di agire?
Silvia Nugara, da “cultframe.com”

Da anni Serge ha lasciato il palcoscenico per rifugiarsi in una casetta sull’Île de Ré. La sua quotidianità è però sconvolta dall’arrivo di Gauthier, collega e amico, che gli propone di affiancarlo nella messinscena de Il misantropo di Molière. I due provano la parte, ritrovano un’amicizia perduta, fanno la conoscenza di una donna, ma i nodi da sciogliere restano ancora molti.
Ogni trasposizione scenica di un classico al cinema comporta un bel rischio cui si provvede dosando astuzie d’attore, registri e genere di pellicola che, se incastonata in una commedia arguta e ingegnosa, ottiene un sicuro effetto di gradimento. È il caso di Molière in bicicletta, trama furba in ragione dell’artigianalità del soggetto e della sua resa affidata in primis a un attore di razza come Fabrice Luchini e a Lambert Wilson, spalla non meno efficace. I temi chiave del film chiamano in causa molte delle convenzioni, smanie e sregolatezze della recitazione teatrale che si fa metafora più larga di uno stato di rapporti e ascese, dove arriva primo chi è fisicamente e moralmente più prono agli ingranaggi della fama.
La scelta di Molière non è fortuita, anzitutto per la contemporaneità abbagliante dei suoi versi alessandrini, che offrono il fianco all’entrata e uscita di scena di due interpreti pronti ad affidarsi l’uno all’altro, quanto a colpire con subdoli mezzucci di rivalsa. Il più efferato, come da copione, è di certo Serge, che Fabrice Luchini costruisce mirabilmente su mimica e frenesie verbali fitte di asperità e paure, quella contraddizione tipica della gloria offerta su un vassoio tanto attraente quanto respingente per il timore di affondare nel fango di un tempo ormai finito.
Gauthier è così meglio inquadrato nel ruolo molieriano di Filinto, alter ego che affronta la misantropia dannata di Alceste, protagonista risolto nella verità del dire e dichiarare le bassezze della natura umana da cui preferisce astenersi per non esserne traviato. Su questo spessore di retorica, ritmo e altezza stilistica si innestano con intelligenza le fisime e gli scontri di due primedonne che invano si rinfacciano le proprie fragilità.
Due che perdono il senno non appena qualcuno osa scalfirne la presunta rispettabilità o il successo: da Serge a Gauthier si svincola un diritto di superiorità in rapporto a mestiere, formazione culturale e misura drammatica, da Gauthier a Serge l’umiltà dell’apprendere, ma anche il narcisismo dei trionfi televisivi che il secondo disprezza con battute spocchiose e sguardi davvero irresistibili. La miscela è dunque artigianale nel senso più pieno dell’affidarsi anche all’improvvisazione, alle sbadatezze, alle gag da slapstick comedy in salsa d’Oltralpe.
Lo stesso si affianca una sceneggiatura pienamente rispettata nei canoni tradizionali del conflitto al culmine nel secondo atto, con l’ingresso disturbatore di una donna (Maya Sansa) e lo sconvolgimento davanti a una giovanissima attrice di porno, che capovolge anche le più remote aspettative e i pregiudizi leciti dimostrando un’autenticità invidiabile e ben lontana dal vecchiume gigione di due vecchi attori.
Fascino e angustie dell’eterno divenire che travolge sia chi prova a rintanarsi al buio per non accettare d’aver fallito, ma anche chi si ritiene invincibile e crolla miseramente una volta solo a condurre la regata. Serge e Gauthier hanno tra le mani l’opportunità di una riconciliazione: l’uno con una carriera interrotta malamente, l’altro con l’etichetta di bell’Antonio senza talento. Ma per entrambi non esistono passi indietro sufficientemente coraggiosi e saggi da superare il limite dell’ego. Le vanità, le resistenze caratteriali e il bisogno irrefrenabile di avere la meglio non consentono l’effettiva padronanza delle vite. Se non per un ultimo atto quando serve che, davanti a un vuoto in scena o a un oceano aperto le battute di Molière si carichino della responsabilità di rammentare quel che resta di insanabile tra verità e finzione.
Philippe Le Guay – già regista di Le donne del 6° piano – guida i protagonisti in un lungometraggio che è perlopiù un vivace e non scontato fuori scena utile al pubblico per abbracciare la tentazione umana in perenne oscillazione tra gloria e ritiro, tra il bisogno di una storia da far rivivere e la brutalità delle giornate tutte identiche come le copertine dei rotocalchi e i sorrisi compiacenti di fan in delirio. La solitudine degli esiti è solo uno tra i livelli di vita ostici o epidermici che il teatro sa riflettere o rovesciare. Quella improbabilità che appartiene a un asse e poche quinte, a dei costumi pomposi e all’ostinazione di una lingua in cui due o più interpreti si dibattono provando a dare senso a un’arte che è tutt’uno con l’identità e l’ironia amara dei suoi tormenti.
Giulia Valsecchi, da “doppioschermo.it”

Non è difficile immaginare perché un attore come Fabrice Luchini, uno dei più versatili e noti del panorama del cinema francese, abbia deciso di impegnarsi in questo piccolo film (di cui è anche sceneggiatore). Un tipico esempio di un cinema raffinato e anche un po’ elitario, che offre agli interpreti l’occasione di mostrare tutta la propria bravura sul doppio piano di un racconto minimalista e di un testo sacro del teatro francese su cui si misurano due personaggi dal temperamento diverso e dal diverso stile di interpretazione (che si apprezza, ovviamente, di più con la versione originale). Non esiste una vera e propria trama se non quella di un’amicizia/competizione che si sviluppa sul filo dei versi teatrali e sulle infinite discussioni che da esse si travasano nel quotidiano dei due attori, che scoprono e riscoprono i paralleli tra la vicenda della più cupa delle opere di Molière (in cui a turno interpretano – con diversi accenti in parte autobiografici – il ruolo principale) e quella di due uomini di oggi, sballottati tra fama, depressione, crisi esistenziale e l’ipotesi di un ritorno alla vita.
Lo scontro è per l’appunto una questione di temperamenti, ma anche più profondamente un dibattito sui compromessi necessari (?) a coinvolgere un pubblico contemporaneo, che sono poi forse gli stessi che reggono il vivere comune. Serge, infatti, difende strenuamente il valore di un’arte e di un teatro classici e “puri”, mentre il suo collega, che ha conosciuto la fama con quella che da noi si chiamerebbe fiction, vorrebbe “imbastardire” il testo sacro con un gusto più popolare allo stesso modo in cui è abituato a millantare il suo buon cuore con i fan occasionali.
Il film naturalmente non pretende di dare una soluzione, ma gioca abilmente con due personaggi imperfetti (interpretati con gigionesca soddisfazione dai due attori francesi, soprattutto Luchini), due uomini di mezza età impegnati in una schermaglia che prima di essere letteraria è umana ed esistenziale. A complicare le cose (e a “smontare” le pretese dei due amici-rivali) il personaggio di una scostante donna italiana (la brava Maya Sansa) che non sembra affatto impressionata né dalla popolarità di Gauthier né dalle pretese intellettuali di Serge. Le cose cambieranno, ovviamente, ma la presenza femminile finisce per complicare ancora di più le cose spingendo la storia verso un finale amaro…
Il risultato è una pellicola che certamente seleziona il suo pubblico, ma, a fronte di un avvio un po’ lento, finisce per intrigare quando i due personaggi passano dal piano “letterario” e professionale a quello personale, tradendo insicurezze e fragilità che, andandosi ad intersecare con le interpretazioni del testo di Molière, ce li rendono a poco a poco più cari. I loro discorsi spaziano dalle sottigliezze interpretative ai progetti di ciascuno per il futuro (Serge, per esempio, pensa a farsi una vasectomia per escludere la possibilità di avere figli, ma poi cambia idea forse anche grazie all’incontro con Francesca), passando per i bizzarri abitanti del villaggetto dove Serge si è ritirato (come il nipote dell’albergatrice che recita in film porno, ma si rivela a sorpresa un’ottima interprete di versi alessandrini) e finendo in un litigio furioso per un accento sbagliato o la backstory immaginata di un personaggio da recitare… Per godersi lo spettacolo bisogna entrare in questo gioco che corteggia la cultura più alta ma non disdegna la prosaicità del reale, e infine lascia intendere, in una chiusa pieno di amarezza, che a volte l’orgoglio e il concetto di sé hanno la meglio su quell’intuizione di umanità che era balenata tra una prova e una corsa in bicicletta…
Luisa Cotta Ramosino, da “sentieridelcinema.it”

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dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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