MAPS TO THE STARS

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By the power of the word
I regain my life
I was born to know you
And to name you

Siamo da qualche parte nella prima metà del ‘900, quando Paul Éluard scrive Liberty, una poesia di cui poco sopra vi abbiamo riportato giusto gli ultimi versi. La stessa con cui David Cronenberg chiude Maps to the Stars, un film allucinante. Qualcosa di fresco, inedito, anche internamente al percorso del regista canadese, che il rischio praticamente lo adora. Questa sua ultima fatica non fa che confermare l’instancabile ricerca di Cronenberg, il suo fermo desiderio di spingersi sempre più oltre, senza però mai mollare la presa di un cinema che nonostante tutto rimane riconoscibilissimo.
Questo per rispondere indirettamente alle critiche di certi cronenberghiani della prima ora, che si sentono delusi, traditi come da un padre modello che è andato a letto con una ragazzina del liceo, la stessa magari per cui avevano una cotta. Il diretto interessato ha sempre lasciato correre, al tempo stesso manifestando diffidenza verso un fenomeno, il presunto tradimento, che a suo parere non esiste. Ma ci sono delle attenuanti, questo è certo. Perché se il cinema di Cronenberg non è cambiato, senz’altro si è evoluto; resta da discutere se le varie direzioni di volta in volta intraprese fossero quelle sperate o meno. Altro non-problema ad avviso di chi scrive.
Solo alla luce della libertà nonché del coraggio di un cineasta come lui sono concepibili film come Maps to the Stars. Piaccia o meno. Una diagnosi appassionata ed entro una certa misura appassionante, che muove dalla satira finendo col trascenderla. Torniamo alla poesia di Éluard. Cronenberg adora cavalcare i codici, servirsene a proprio piacimento per arrivare esattamente al proprio scopo. Cosmopolis si apriva su delle macchie di Rothko che scorrevano per l’appunto sui titoli di testa; in Maps to the Stars il film si chiude sui versi di Liberty. Pittura e poesia, due arti differenti poste in maniera speculare.
Ad un’occhiata un po’ superficiale tutto ciò potrebbe dire poco o addirittura nulla, ma per il regista è essenziale far fondo a discipline esterne al cinema per informarci di altro, per offrirci delle chiavi ulteriori. Non solo. Soprattutto per fare il punto della situazione circa quale sia la pista da seguire, il leitmotiv più indicato. In Cosmopolis l’indecidibilità della forme, la loro dissoluzione allo stadio terminale (e fin qui, lo scrivemmo già all’epoca, tanto Cronenberg); in Maps to the Stars l’assoluta e irrinunciabile urgenza di sottrarsi alla schiavitù di un ambiente perversamente circolare.
Hollywood in tal senso non è che un pretesto, così come buona parte di ciò che quest’ultimo film manifesta in superficie. A parer nostro è bene sottolineare quanto appena rilevato, perché tanti sembrano aver preferito la lettura più immediata, forse privando il film di una profondità ulteriore. Perché il discorso parte sì da un epicentro, che è Los Angeles, ma per poi diramarsi verso aree ben più estese, frutto di una mappatura che è anche geografica ma non solo. Credere che tutto si fermi ad Hollywood equivarrebbe a dire che in Cosmopolis tutto restasse confinato a Wall Street. Solo che mentre in quest’ultimo film Pattinson-Eric a più riprese dichiara esplicitamente che quanto avviene in quella limousine condiziona il sistema-mondo, in Maps to the Stars certe conferme vanno invece lette tra le righe. Quando Benjie va a trovare la ragazzina malata in ospedale, la mette al corrente degli incassi del film che lo ha reso celebre, Bad Babysitter (di cui è in lavorazione un sequel); una cifra oltremodo notevole che implica una diffusione tale da giustificarla.
Ancora una volta Cronenberg viola i corpi, mostrandoci che la mutazione fisica è solo uno dei processi attraverso il quale si sostanzia tale violazione. La diffusione di cui all’ambiente di Maps to the Stars riguarda un male oramai fuori controllo, impazzito, al cui ceppo è impossibile risalire. I suoi personaggi non sono altro che portatori sani, alieni in un mondo di terrestri senza più punti di riferimento. Per questo le “mappe verso le stelle” di cui al titolo sono tante, perché tanti sono i sentieri attraverso i quali ci raggiungono o vengono raggiunte.
Abbiamo temporeggiato il più possibile prima di soffermarci sulla trama, ma a quanto pare è giunta l’ora. La famiglia Weiss vive in una lussuosa e scintillante abitazione nei pressi di Hollywood. Il padre, Stafford (John Cusack) è un ciarlatano travestito da psicologo televisivo, peraltro molto seguito. La madre, Cristina, è una donna estremamente ambiziosa, sebbene a spese del figlio Benjie, che appena tredicenne guadagna già un pozzo di soldi, dà del «finocchio ebreo» ad uno dei suoi agenti ed ha già una scabrosa storia di dipendenza da droga alle spalle, dalla quale sembra però essersi ripreso. La sorella, Agatha (Mia Wasikowska), è tornata Los Angeles dopo un soggiorno su Jupiter, anzi a Jupiter, Florida. Ed è decisa più che mai a sfondare a Hollywood. Qui conosce l’instabile Havana (Julianne Moore), diva in declino, figlia di diva ancora più grande, alla spasmodica ricerca del copione definitivo, quello della svolta. Alla combriccola si aggiunge Jerome (Robert Pattinson) aspirante attore e sceneggiatore che fa l’autista di limousine per sbancare il lunario – le stesse limousine di cui, in Cosmopolis, si chiedeva che fine facessero la sera, altro giochino cronenberghiano.
Il contesto di Maps to the Stars appare capovolto: i vivi scompaiono mentre i defunti non fanno altro che apparire. Non si fa che parlare di questo o quel personaggio, di quanto abbia grosso il sedere (metaforicamente e non), di serie TV, film, progetti in cantiere e pubbliche relazioni di ogni genere. Tutti appaiono soffocati da un ambiente in cui certe cose si respirano, volente o nolente. E ciascuno vuole la propria parte. Solo quando Agatha comincia a domandarsi il perché di quelle ambizioni, quando comincia a testarne la portata, solo allora sembra voler cambiare rotta. Ma è un processo ermetico, sottocutaneo, che Cronenberg si sforza semmai di dissimulare anziché spiattellarcelo in faccia.
Ecco allora l’andamento costantemente canzonatorio, l’ironia a tratti pedante, il sarcasmo che permeano l’intero film, che sotto tale aspetto risulta alquanto spassoso, salvo non cogliere la cospicua mole di riferimenti reali e citazioni. In mezzo a tutto ciò, il regista canadese va silenziosamente somministrando una serie di colpi che lasciano stesi. L’incesto, per esempio, è una tematica di primo piano, che va senz’altro letta anzitutto in relazione ad Hollywood, che non fa altro che strusciarsi languidamente con ciò che era un tempo, in questo perverso incesto generazionale che non guarda in faccia nessuno. Poi, dal generale, Cronenberg si sposta con una disinvoltura incredibile, per quanto incisiva, sul particolare, lasciando che Havana riceva la stessa parte recitata in passato dalla madre. È la mania del remake, che ad Hollywood vuol dire trarre profitto da e su una creazione preesistente, mentre a livello umano significa danzare sulle carcasse dei morti, recitando incantesimi che sarebbe meglio non pronunciare. Devastanti le dichiarazioni di Havana, che eppure ci vengono sottoposte en passant, quasi non contassero: l’intervistatore la presenta, ma essendosi dimenticato un dettaglio importante, Havana sfoggia il suo sorriso dicendo: «hanno anche abusato di me sessualmente da piccola». Più avanti, alla domanda: «come ti senti a recitare il ruolo che recitò tua madre?», con altrettanta, rarefatta innocenza esclama: «è un’opportunità che andrebbe concessa a tutti». Brividi.
Opera estremamente stratificata, risulta pressoché impossibile intercettare tutto dopo una sola visione. Cronenberg ci consegna un film imperfetto ma suo modo compiuto. Complesso, certo, ma al tempo stesso sorprendentemente ordinato. Parliamo di uno dei pochi registi che fanno film da così tanto tempo a non essersi fossilizzato, sempre bramoso di nuove sfide senza mai abiurare alla propria, distinta personalità, oltre che con un disincanto decisamente in linea coi tempi. Maps to the Stars non fa altro che riempirci e svuotarci innescando shock continui, reiterati. E poi quel finale, che solo solo tra noi della redazione abbiamo recepito in maniera diametralmente opposta, concordando però sulla sua eleganza. Un film che punta alla testa prima che allo stomaco, ma che funziona nella misura in cui ci opprime con la sua pesante, consapevole e appiccicosa artificialità, sempre a cavallo tra realtà e finzione. Così la pessima qualità della computer grafica nella scena del piccolo “incendio”, diventa l’ennesima conferma, la più vivida probabilmente, di un regista che non trasforma il disprezzo in mero rifiuto, sublimando la sua più che legittima e giustificata intolleranza attraverso i mezzi che ha a disposizione. Cos’altro significa fare Arte?
Di Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

In Cosmopolis, Robert Pattinson abitava una limousine. Alla sua seconda collaborazione con David Cronenberg, l’attore si mette questa volta al volante, chaffeur che si trova a (ri)portare a Hollywood una Mia Wasikowska che, tra le ville dei divi, ha nascosto un ingombrante segreto. Assieme a loro, la diva interpretata da Julianne Moore, il terapista delle star John Cusack e ancora baby-attori arroganti e fragili, agenti, produttori, e tutto quello che compone il firmamento hollywoodiano.
Perché nelle sua fasi iniziali, quelle nelle quali il regista canadese gioca con insospettabile abilità col registro della commedia, Maps to the Stars sembra una satira a-la-Tom Wolfe di Tinseltown, delle sue dinamiche, dei suoi meccanismi, delle sue meschinità.
Poi, però, qualcosa nel registro del film cambia. E alle pagine di Wolfe, Cronenberg sembra sostituire quelle di Bret Easton Ellis, e la sua Hollywood assomiglia sempre di più a quella del Mulholland Drive di David Lynch, a forza di gelidi e spietati ritratti di ciò che si nasconde dietro le superfici, di fantasmi di bambini morti, di ossessioni incestuose e replicatrici.
Tutti i protagonisti di Maps to the Stars sono legati in maniera ossessiva e perversa al loro passato e al loro portato familiare: ci sono attrici che si dicono molestate dalla madre da piccole, ma che vogliono recitare nel ruolo che fu della genitrice morta prematuramente nel remake di un suo film; ci sono fratelli e sorelle che si sposano fra loro, per gioco o per davvero; ci sono genitori che non vogliono rivedere i loro figli o che da loro dipendono, e figli che vorrebbero dei genitori ma non possono più raggiungerli.
Il cinema e la famiglia. I meccanismi della celebrità e quelli della genitorialità e dell’identità. Sotto lo sguardo sempre più psicanalitico di David Cronenberg, questi due mondi apparentemente lontani sono invece uno satellite dell’altro, una stella binaria nella mappa identitaria di un mondo che appare sempre più ripiegato su sé stesso, autoreferenziale, incapace di fornire modelli devianti o nuovi rispetto a quelli oramai standardizzati.
Il loop infinito di Maps to the Stars, che mescola il riso con la pelle d’oca, tanto è capace di divertire e inquietare, è quello della replicazione (tanto familiare quanto industriale) di ciò che siamo e siamo stati portati a essere; quello di un’identità che non può essere altro che remake, o ennesimo capitolo di una franchise. Sfuggirne, appare impossibile: ne veniamo risucchiati come in un buco nero, dentro al quale ci aspetta solo il nulla, il vuoto, l’assenza.
La morte.
Senza identità, racconta Cronenberg,c’è solo quella.
Di Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Il firmamento delle stelle di Hollywood non è brillante come sembra e gli scheletri nell’armadio sono forse ancora più imponenti dei sogni nel cassetto che, a loro volta, di tanto in tanto si trasformano in incubi.
Di film che hanno parlato del lato oscuro di Hollywood ne è piena la cinematografia da Il viale del tramonto, passando per Come eravamo fino ad arrivare al più recente The Canyons. Ad alimentare questo genere di lungometraggi che svela senza inutili abbellimenti la ferocia celata dietro dietro la luccicante vita delle stars o delle aspiranti tali arriva anche l’eccellente cineasta David Cronenberg che con Maps To The Stars dice la sua su questo mondo.
Cronenberg entra nelle viscere del firmamento hollywoodiano raccontando gli indicibili segreti dei suoi protagonisti, descrivendo la supponenza dei giovani attori troppo piccoli e fragili per poter sopportare il peso della fama, le incoerenze degli agenti e dei produttori e la psicologia malata di chi in questo mare azzurro eppure melmoso ci sguazza e ci sopravvive a suon di terapia.
Un cast eccellente che vede tra gli altri un Robert Pattinson più espressivo del solito, un sempre bravo John Cusack e una Julianne Moore in splendida forma dà vita a un lungometraggio che si divide in due registri narrativi partendo con toni quasi comici per poi svelare la sua vera natura drammatica.
L’ossessione per il passato e per i legami familiari che tentano di essere strappati ma poi vengono ricuciti nel più malato dei modi è alla base di questo film che racconta i meccanismi del successo e allo stesso tempo psicanalizza, come solo Cronenberg sa fare, il concetto di ricerca di identità.
L’essere e l’apparire si confrontano e si scontrano in un racconto che forse non è del tutto nuovo ma che il cineasta personalizza a suo modo rendendo l’holliwoodiano paese dei belocchi inquietante specchio dell’umanità intera.
Di Sandra Martone, da “filmforlife.org”

La città degli angeli. Caduti. L’apocalisse comincia proprio da Hollywood Blvd nel nuovo film di David Cronenberg. Sfilacciato ma potente, enigmatico ma ipnotico, disgustoso e affascinante.
La Los Angeles di Cronenberg non ha la magia onirica del genio di David Lynch, eppure quest’ultimo lavoro del regista canadese potrebbe essere una perfetta “companion piece” di Mulholland Drive. Meno spazio per la ricerca della verità nel mondo dei sogni, più tempo dedicato all’horror spietato del reale. Via i personaggi affascinanti, dentro invece protagonisti disgustosi. Nelle mani di Cronenbeg L.A. diventa Hell A: un inferno sulla terra, vero protagonista del film più arrabbiato del regista da molti anni a questa parte.
Girato quasi in maniera rozza con tanto di scene e inquadrature tagliate con l’accetta, Maps to the Stars mette a fuoco personaggi che dal primo all’ultimo minuto non mostrano nemmeno un briciolo di umanità. Cronenberg a poco a poco ne scatena totalmente la componente mostruosa, ottenendo allo stesso tempo la totale attenzione di chi sta a guardare: allo spettatore travolto dall’orrore dei protagonisti non rimane che affidarsi solo al personaggio di Mia Wasikowska, paranoica, bipolare, schizofrenica ma comunque la più normale in scena. Nell’esplorare dinamiche familiari malsane all’interno dello star-system, dove un tour promozionale conta più della salute di un figlio e dove si comincia a entrare in rehab già da tredici anni, Cronenberg racconta la fine di ogni traccia di onestà e umanità, avanzando l’ipotesi che soltanto la disfatta sia l’unica soluzione per estirpare il veleno che dalla città degli angeli passa al grande schermo contagiando l’intero pianeta.
Il mondo catturato dal regista è lo stesso di Cosmopolis, molto più affascinante e meno glaciale, quasi tutto raccontato alla luce di un sole tra i più cupi visti sul grande schermo. In questo momento della sua carriera, il regista canadese è interessato ad esplorare l’apocalisse. All’indomani dei due film che più di tutti hanno incontrato il grande pubblico negli ultimi vent’anni (il capolavoro A History of Violence e l’ottimo La promessa dell’assassino) il cinema cronenberghiano torna a una fase di rabbia al passo con i nostri tempi.
Questo suo Maps to the Stars è arrabbiato e disgustoso, ma soprattutto memorabile. Ci si ricorderà della performance di Julianne Moore – in uno dei ruoli della carriera – e ancora una volta di un’inquadratura finale notevole ed efficace come in tutti i film del regista.
Di Pierpaolo Festa, da “film.it”

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