L’ultima cima

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È il documentario più visto nella storia della Spagna. L’ultima cima è uscito nel 2010 in quattro sale ed è poi stato proiettato in altre 168, superando gli spettatori dei campioni di incassi Sex and City ed Harry Potter. Eppure la pellicola parla della vita di don Pablo Dominguez, un giovane prete di 42 anni, non un vescovo, non un missionario, neppure un parroco, semplicemente un sacerdote “normale”.
SUCCESSO TRAMITE PASSAPAROLA. Da quando è uscito a Milano, per la prima volta l’11 aprile scorso presso il Centro Rosetum, in due settimane ha attirato circa 1.500 persone. «Andremo avanti anche questa sera e domenica 28 aprile alle 17.30 ci sarà la sesta replica. Non ci aspettavamo tanta gente, stiamo andando dietro a quel che accade», spiega a tempi.it Davide Maddaloni ingegnere che ha deciso, con un gruppo di amici (“Gli Amici di Zaccheo”), di impegnarsi per diffondere il film a Milano. Anche qui, come in Spagna, la pellicola sta girando senza un centesimo di spese pubblicitarie: «La gente la conosce e va a vederla tramite passaparola. È un po’ come accaduto a me quando il 3 marzo scorso ho letto sul blog di Costanza Miriano un appello di un giovane di 29 anni, Francesco Travisi, che diceva così: “Ho comprato il dvd in spagnolo e dopo aver finito di vedere il film mi sono detto: ‘Questo deve uscire anche in Italia’”. Il ragazzo parlava di un uomo e un film incredibili, e io incuriosito ho deciso di dar credito a quel presentimento buono. Ora mi sono messo nei guai, come ha detto il regista che ha seguito la vicenda di don Pablo».
UNA CURIOSITA’. La pellicola fu proiettata la prima volta a Roma nel 2010, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, e il 5 luglio 2011 in curia a Milano. L’uscita cinematografica è del 16 marzo scorso, a Firenze, quando fu tradotta e sottotitolata da Travisi. Maddaloni ha trovato ospitalità presso la sala Rosetum di Milano. La prima meneghina è stata l’11 aprile e vi ha partecipato anche il regista, Juan Manuel Cotelo, il quale, conosciuto per caso don Pablo Dominquez, ha rivelato di non riuscire a credere che una persona fosse «davvero così buona». Per questo Dominguez si è messo a investigare sulla vita del sacerdote, quasi per coglierlo in fallo. Ma più procedeva, più l’impressione iniziale lo travolgeva con un’infinità di fatti che gli fecero pensare: «Ti sei messo nei guai!». Infatti, l’invidia e il desiderio di essere felici come quell’uomo sono cresciuti nel regista tanto da fargli abbandonare il pregiudizio iniziale. In lui è emersa la domanda su come sia possibile vivere così intensamente l’esistenza, a un livello quasi umanamente impossibile, scoprendo che «se lo desideri può accadere anche a te».Pablo-Dominguez 3.jpj
CHI È PABLO. Nel documentario parlano bambini, adulti, ricchi, poveri, gente della strada, vescovi, preti, madri, padri, amici e familiari: «Mi diceva che potevo chiamarlo a ogni ora del giorno e della notte»; «durante una fiera del libro di Madrid lo vidi parlare agli anarchici con allegria, e quelli imbarazzati erano loro»; «mi guardava come la cosa più importante al mondo»; «si preoccupava solo della salute altrui mentre lui era stato ricoverato 47 volte»; «predicava e insegnava teologia con una semplicità che capivano i bambini»; «in un giorno teneva conferenze, confessava un convento intero, scriveva libri, visitava i poveri, sembrava vivesse 48 ore. Ti chiedevi come potesse essere sempre dappertutto».
Numerose sono le testimonianze di vite cambiate, ribaltate da piccoli fatti che hanno del miracoloso, mentre don Pablo non fa altro che quello che gli è chiesto: insegnare, stare con la gente e andare in montagna ogni volta che può, «ma sempre fino in fondo, vedendo in tutti e in tutto il Cristo di cui era innamorato», confessa un amico.
Emergono la bellezza, la gioia, l’ironia, la «ragionevolezza della fede» di un teologo e pastore insieme, «amante degli uomini, intollerante con il peccato del relativismo», e «felicissimo di essere cristiano», come sottolineava lui.
Fino a non avere paura di ridare tutta la vita, come disse nel 2009 poco prima di morire sulla vetta più alta delle cime che amava scalare, quasi a voler anticipare il paradiso. Poi, alla notizia della sua scomparsa, lo sgomento della Chiesa che si stava accorgendo di lui, capendo di averne molto bisogno. Come testimonia l’udienza privata tra lui e papa Benedetto XVI qualche giorno prima della sua morte.
Ai funerali parteciparono 26 vescovi e 3 mila persone e i fatti accaduti successivamente, che lo stanno rendendo noto anche al di là dell’oceano, fanno riemergere in molti la domanda: come si può vivere così? La risposta alla fine è tanto chiara che si può certo evitare, ma non altrettanto facilmente dimenticare.
Benedetta Frigerio, da “tempi.it”

«Mi sono messo in un bel pasticcio». Così Juan Manuel Cotelo, regista spagnolo, parla di ciò che è accaduto dopo il suo incontro con don Pablo Domínguez, teologo e filosofo della Facoltà di Teologia di San Dámaso.
È il febbraio 2009. Cotelo sente parlare il giovane sacerdote ad una conferenza. I due si ripromettono di incontrarsi, ma pochi giorni dopo il sacerdote, grande amante della montagna, muore durante un’escursione sulle cime del Moncayo. Aveva quarantadue anni. «Quando ho saputo della morte di Pablo, avrei potuto dimenticarmi di lui. Invece mi sono incuriosito», racconta Cotelo.
Il regista è talmente colpito dalla figura del giovane prete che decide di ricostruirne la vita in un film. L’ultima cima. Il lungometraggio è basato sulle testimonianze della famiglia, degli amici, dei parrocchiani e di chi, in un modo o nell’altro, è venuto in contatto con don Pablo. Ne emerge il ritratto di un uomo che ha speso la sua vita al servizio degli altri e che, pur senza gesti eclatanti, ha segnato le persone che ha incontrato.
Il film lo si è visto di sfuggita nel giugno del 2010 a Roma, all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Ma ora la pellicola arriva anche a Milano. La proiezione si terrà giovedì 11 aprile alle 21, al teatro Rosetum (via Pisanello 1), dove sarà presente anche il regista.
«A prima vista, si potrebbe pensare che la vita di don Pablo non sia adatta per fare un film, perché non è un pedofilo», racconta Cotelo durante un’intervista: «Non è un donnaiolo. Non è un ladro. Non è un esorcista e neppure un missionario della giungla o il fondatore di una nuova istituzione ecclesiale. Eppure sono convinto che la sua vita meriti di essere conosciuta, perché Pablo è semplicemente un buon prete».
E il successo riscosso fino ad oggi dimostra che ne è valsa la pena. Privo del supporto delle case di produzione e di distribuzione, senza un soldo speso per la pubblicità, L’ultima cima si è diffuso in maniera imprevista nei cinema spagnoli. Uscito in sole quattro sale a Madrid, nel giro di dieci giorni è arrivato a ottanta e, dopo due settimane, è salito a 168 in tutta la Spagna.
Il film-documentario mostra la testimonianza del cardinale Antonio Cañizares, che scelse don Pablo come docente alla San Dámaso, del vescovo Demetrio Fernández di Córdoba, suo amico e il primo ad essere avvisato della sua morte, e dell’arcivescovo di Oviedo, Jesús Sanz, allora vescovo di Jaca e Huesca, che fece spesso visita al sacerdote scalatore.
«Investigare su un prete è rischioso», dice Cotelo: «Prima inizi con uno e poi continui a farti domande su tutti i preti. Ne vuoi sapere di più sulla fede, vuoi scoprire più cose sulla Chiesa e finisci col chiederti cosa c’entri Dio in tutto questo. Il problema è che poi vuoi raccontarlo perché quello che scopri è molto forte». L’ultima cima non lascia indifferenti. Interroga direttamente lo spettatore con la vita di un giovane sacerdote, che testimonia una fede virile e ragionevole: «Don Pablo osava dire: per credere in Dio, si deve usare la testa».
Emanuele Ranzani, da “tracce.it”

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