Le meraviglie

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Gelsomina è un’adolescente introversa che vive nella campagna umbra con i genitori e le sorelline. Primogenita tutelare e solerte nelle faccende familiari, Gelsomina è inquieta e vorrebbe andare via, scoprire il mondo che comincia dopo il suo casale. A trattenerla è un padre esclusivo e operaio, alla maniera delle sue api, che guarda a lei ancora come a una bambina. La loro routine, scandita dalle stagioni e dall’impollinazione delle api mellifere, è interrotta dalla presenza di una troupe televisiva e dall’arrivo di Martin, un ragazzino con precedenti penali che deve seguire un programma di reinserimento. L’esoticità di una conduttrice tv e di un adolescente senza parole impatteranno la vita di Gelsomina e della sua famiglia, promettendo ciascuno a suo modo ‘meraviglie’. L’estate intanto sta finendo e una nuova stagione è alle porte.
Truffaut diceva che “l’adolescenza lascia un buon ricordo solo agli adulti che hanno una pessima memoria” ma quella di Gelsomina sembra essere una stagione felice, condivisa con la natura e una famiglia anarchica che parla italiano, tedesco e francese. Figlia di Wolfgang e di Angelica, la giovane protagonista di Alice Rohrwacher, conferma il coinvolgimento della regista per quell’età delicata di cui coglie ancora una volta la gravità rispetto alla futilità della vita adulta. Perché l’adolescenza porta con sé la scoperta dell’ingiustizia, dell’impunità dell’adulto, a cui tutto è permesso, anche un cammello in giardino. Di contro, una ragazzina che rovescia il miele nel tentativo di rendersi utile, crede di aver commesso un delitto, di aver deluso il padre, referente mitizzato e maschile dei suoi pochi anni. Ma l’ora del distacco suona e arriva con Martin, un piccolo amico che le corrisponde e che la corrisponderà.
Delicato e sensibile, lo sguardo di Alice Rohrwacher si infila in quella relazione, realizzando una nuova cronaca dell’adolescenza dopo quella di Marta, corpo celeste dentro un paesaggio urbano depresso e fanaticamente osservante. Il talento dell’autrice, rivelato nel suo primo lungometraggio e negli interstizi di una Calabria miserabile e bigotta che simulava interesse per la formazione spirituale dei sui figli, si riconferma ne Le meraviglie e dentro un paesaggio rurale che esalta la sua vocazione documentaristica.
Attraverso gli occhi di Gelsomina contempliamo una comunità ‘dissidente’ che si è ritirata in una dimensione bucolica, dove produce miele, insaccati, marmellate, salse di pomodoro e prova a resistere al mondo fuori. Un mondo che prende la parola e il microfono per mezzo della televisione regionale e naïf, dei suoi concorsi a premi, le coreografie rudimentali, le melodie stupide, le promesse di fare meraviglie per la gente del luogo. Ma la vera meraviglia è assicurata dalle api di Wolfgang e dischiusa dalla bocca acerba di Gelsomina, che ha il nome di un fiore e come un fiore è richiamo per le api.
Indeciso nella prima parte sulla strada da percorrere, Le meraviglie è intuito e afferrato dagli sguardi di Alexandra Lungu e Sam Louwyck, figlia e padre riconciliati in un campo e controcampo che rinnamora e annulla la distanza. Ramingo sulla natura e sugli ambienti, il film aderisce progressivamente al personaggio centrale, Gelsomina, ormai aliena alla sua ‘comunità’ e pronta a salpare per l’isola che c’è e ha il volto di Martin e di una nuova età. Wolfgang, preferendo finalmente farsi amare che temere, la ‘reintegra’ in seno alla famiglia, ammirando la giovane donna che è diventata dentro una notte chiara. Per loro è il tempo della comprensione, è il conseguimento della complementarietà: Gelsomina è uguale a suo padre, Gelsomina è diversa da suo padre. È un corpo che spinge alla vita ma spinge a suo modo. A papà non resta che guardarne la bellezza, accettando la legge irreversibile delle stagioni.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Buio. Due luci sullo schermo, due fari di una macchina nella notte. Alcune persone con dei cani al guinzaglio stanno cercando qualcuno o qualcosa. Trovano una casa, che “è sempre stata lì”, e all’interno ci stanno dormendo delle bambine. Un’apertura che ricorda quasi il buio iniziale di Corpo Celeste, l’interessante ma acerba opera prima di Alice Rohrwacher.
Con Le Meraviglie però la giovane regista fa un deciso passo in avanti, dando una prova di maturità a suo modo sbalorditiva. Perché se è vero che l’opera seconda è quella spesso più complicata nella carriera di un regista alle prime armi, è sempre vero che la Rohrwacher dimostra non solo di essere migliorata da molti punti di vista, ma anche di aver alzato decisamente il tiro.
Protagonista del film è Gelsomina, che ha 12 anni ed è già capofamiglia. Controlla il lavoro dell’azienda famigliare che produce miele e le tre sorelle più piccole. È lei che cattura gli sciami sugli alberi, è lei che organizza la smielatura e sposta gli alveari. Per questo Wolfgang, il padre di origini tedesche, crede che sia perfetta per ereditare il suo “regno” fuori dal mondo.
Il mondo che sta fuori non deve sapere niente delle loro regole, deve essere mantenuto separato e bisogna imparare a mimetizzarsi. Mentre intorno il paesaggio brucia sotto l’effetto dei diserbanti e il mondo della campagna si sfalda e si trasforma, dalla città arriva un concorso televisivo che promette sacchi di soldi e crociere alla famiglia più “tipica”. Il programma è condotto dalla fata bianca Milly Catena, e si chiama Il paese delle Meraviglie…
Il sogno dei più piccoli contro le ideologie e le difficoltà quotidiane degli adulti. Il padre e la madre, Angelica, litigano già quasi ogni giorno. Sembra possa nascere anche uno scontro tra generazioni, e invece le bambine ci hanno fatto il callo alla vita che conducono. Il padre, burbero e strambo, le ha educate così: “Le mie figlie sono libere”, dice lui. Quello è il loro mondo isolato: lo è sempre stato, da quando sono nate, e il loro destino è quello di essere molto probabilmente delle contadine o delle apicoltrici.
Siamo tra la fine degli anni 80 e degli anni 90. Le bambine cantano T’appartengo di Ambra, e Gelsomina resta subito affascinata dal concorso-reality che potrebbe far vincere loro dei soldi. Una soluzione alle loro difficoltà sempre più evidenti anche ad altezza bambino, visto che le nuove normative europee per la produzione alimentare soffocano l’azienda. Bisogna sistemare il laboratorio del miele con pareti lavabili e spazi ben delimitati, oppure la famiglia dovrà chiudere l’attività.
Un giorno arriva una prima occasione per mettere da parte un po’ di soldi: si tratta di ospitare in casa un problematico ragazzino tedesco, Martin, che viene da un programma di rieducazione. Silenzioso e sfuggente, è l’ometto che manca in famiglia e il figlio maschio che dopotutto Wolfgang non ha mai avuto. C’è infine da sistemare un’altra questione, ovvero quella dei vicini, che non si fanno problemi a usare veleni nei campi che finiscono per uccidere le api. Se non si collabora fra vicini, come si può pensare di andare avanti?
Le Meraviglie ha una storia ben radicata in un determinato territorio, ma lo stile della Rohrwacher ne eleva la fruizione ad un pubblico non solo italiano. È la sua idea di cinema per niente banale e perfino originale che le fa fare un balzo in avanti rispetto all’esordio e rispetto alla media del prodotto nazionale. Perché tutto ciò che viene scambiato per neo-neorealismo nel film ha invece un sapore simile per certi versi ai prodotti indipendenti di stampo americano o internazionale; mentre tutto quello che nel film ha un carattere grottesco o addirittura “magico” è piuttosto personale, anche se non privo di influenze.
Le Meraviglie ci racconta quindi di un mondo che non c’è più, che esisteva fino a qualche tempo fa, che magari resiste ancora oggi da qualche parte, ma che nel caso specifico della regista – che ci sia molta autobiografia è evidente – è sparito e resta solo nei ricordi. Nel raccontarci questa piccola, intima e personale saga famigliare, la Rohrwacher si circonda di grandi maestranze, tra cui spicca il direttore della fotografia Helene Louvart, che regala al film delle tonalità pastello e dei chiaroscuri bellissimi.
Non è privo di difetti, Le Meraviglie. Ci mette un pochino a decollare, e qualche sforbiciata nella parte finale, quella più surreale e a tratti grottesca, non avrebbe inficiato il risultato finale. Però c’è tanto cuore nel film, e ci sono tanta ironia e molta tenerezza. Soprattutto c’è il cuore pulsante del film stesso: il ritratto di una ragazzina che si confronta non senza difficoltà con il padre, che impara a fare un lavoro e che forse s’innamora per la prima volta. E che, come in tutti i più semplici e riusciti coming-of-age, impara a vivere.
Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

Siamo sicuri che anche nel cinema esiste ed è attivo un inconscio comune. Se così non fosse dovremmo rinunciare all’ebbrezza del mistero di una metempsicosi filmica che permette al nocciolo fondante dell’esistenza umana di rinnovare i suoi miti. “Le meraviglie”, il nuovo film di Alice Rorhwacher (“Corpo celeste”), si presta naturalmente a questo gioco di specchi, essendo intriso di morbidezze ancestrali e di una ispirazione che non nasconde suggestioni di cinema dal sapore antico. A cominciare da una forma cinematografica che, nell’uso di pratiche e di estetiche documentarie, ripropone i principi della lezione neorelista; come lo sono la scelta di rappresentare l’esistenza umana senza alcun artificio, il naturalismo della recitazione (perfetta quella dell’esordiente Maria Alexandra Lungu), per non dire dell’opzione pauperistica derivata dal protagonismo di personaggi socialmente deboli, come lo sono quelli creati dalla fantasia della regista.

Ma la diversità del film della Rohrwarcher, e nel contempo il suo pregio, è la formulazione di uno sguardo primigenio che si posa su cose e persone come fosse prima volta. La meraviglia cui si allude è dunque lo stato d’animo e la reazione di una bambina che cerca di rimanere tale, nonostante le responsabilità che i genitori le assegnano. Sono lo stupore e il rapimento che la colgono all’irruzione di un universo altro, temuto e insieme desiderato, e rappresentato dalla fascinazione per la star della tv interpretata da Monica Bellucci, fasciata nel candore virginale e kitsch del suo costume di scena. Ma è anche l’attitudine dell’occhio filmico, capace di rendere l’incantesimo di una natura primordiale e arcaica con un realismo a maglie larghe, pronto a dilatarsi in una contemplazione che si carica di simboli e allusioni; come lo è la circolarità delle scene che aprono e chiudono il lungometraggio, legate all’atto del dormire e quindi alla materia onirica di cui il film è impregnato. Come dimostra in maniera eloquente l’ultimo fotogramma, con la casa paterna improvvisamente spoglia e disabitata, a instillare il dubbio che nulla di quanto abbiamo visto sia realmente accaduto, e ancora prima, l’incontro fra Gelsomina e il suo giovane amico, rubato della sua concretezza e consegnato alla magia di un sogno a occhi aperti. Emergono dalla memoria echi felliniani, evocati dal nome della giovane protagonista e dalla presenza di Milly Catena, diva televisiva che alla maniera de “Lo sceicco bianco” traduce l’incantesimo di quella apparizione in una sorta di fenomeno circense. Ma anche quelli di film più recenti come “Stop the Pounding Heart” di Roberto Minervini, che si sovrappone a quello della Rohrwacher non solo negli ambienti e nella dinamiche famigliari, ma soprattutto nella percezione minacciosa e disgregante dell’universo esterno al nucleo originario; e poi dell’ultima fatica di Edoardo Winspeare (“In grazia di Dio”) di cui “Le meraviglie” condivide la predominanza di un gineceo altrettanto attivo, e una visione politica che si oppone alla crisi con un modello arcaico e bucolico, in cui il ritorno alla terra è una questione economica e di valori fondativi. Certo, il film non è esente da difetti, che in questo caso si trovano nella tendenza della storia a rimanere ipnotizzata dalla bellezza del suo stesso sguardo. E poi nell’estensione del minutaggio che in alcuni passaggi l’esilità della trama non riesce a giustificare.
Ciò non toglie che, avvicinato senza pregiudizi e con il cuore aperto, “Le meraviglie” sia in grado di offrire allo spettatore una poesia umana di rara bellezza.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Le meraviglie di Alice Rohrwacher è una poesia pastorale, minimalista ed ermetica allo stesso tempo. All’aria aperta, tra la natura si snoda una storia senza tempo, che si muove lenta come le poesie, fatta di pause e spazi bianchi che fanno riprendere il fiato. Il dolce del miele sporca le dita di una vita senza pretese che rimane impigliata nel suo stesso nettare.
Ci troviamo negli anni ’90, protagonista delle pellicola è una famiglia allargata che vive come fosse una comune di hippy. La terra e l’apicoltura sono il loro sostentamento. Una sguardo genuino e rurale, questo è quello che emerge dal racconto che come una fiaba porta sullo schermo luci ed ombre. L’intero dramma è raccontata dagli occhi della figlia maggiore, Gelsomina, che sembra la più vicina al cambiamento. La vita di questa famiglia sarà scossa dall’arrivo di Martin, un complicato ragazzo tedesco, e da un grottesco programma televivico pronto a raccontare le meraviglie del luogo. La televisione arriva nella vita di questa famiglia quasi fosse un sogno pronto a sconvolgere gli equilibri.
Sorprendente come sempre l’interpretazione di Alba Rohrwacher, sorella della regista, e ancora più convincente la giunonica Monica Bellucci che appare come una dea di altri tempi. A volte sembra che il film si perda nella propria trama, i versi di questa antica poesia sono scomposti e disordinati quasi da non essere capiti dallo spettatore.
C’è un estremo silenzio alle volte, ma ci si addormenta su di un materasso all’aperto, con il sole che filtra tra i rami e il vento che accarezza il viso. Spesso non si riesce a seguirne il filo logico e si sogna spinti dalla fantasia a dall’incertezza. Ma il senso risulta secondario, invisibile. Le meraviglie di Alice Rohrwacher va letto tutto di un fiato, le emozione, come nelle migliori poesie, toccano l’anima e poi arrivano al cervello.
Alessandro Balla, da “filmforlife.org”

Primo e unico film italiano in concorso nella selezione ufficiale al Festival di Cannes 2014, Le meraviglie è il secondo lungometraggio di Alice Rohrwacher (nata a Fiesole, classe 1981) ma anche il secondo film della regista a transitare per l’importante vetrina della kermesse francese. Questa volta però la Rohwacher punta in alto, perché se il suo Corpo Celeste (opera prima largamente apprezzata e valsale anche il nastro d’argento come miglior regista esordiente) era riuscito nel 2011 a far parte della sezione Quinzaine, Le meraviglie – tre anni dopo – guadagna invece un posto nella sezione principale, un risultato di tutto rispetto per questa giovane regista italiana dal grande potenziale ancora tutto da scoprire.
Alice Rohrwacher a Cannes
Non è un caso che al suo secondo film Alice Rohrwacher sia di nuovo a presentare (e per di più in concorso nella sezione ufficiale) un suo film alla celeberrima kermesse francese. Il motivo è molto semplice da individuare e sta nel fatto che la Rohrwacher nella sua breve filmografia ha già dimostrato di avere una sensibilità, un’empatia e una capacità di avvicinarsi al mondo dei più piccoli che solo pochi altri registi possiedono. E quei pochi sono per lo più francesi. Questa caratteristica di riuscire a raccontare la società filtrandola attraverso lo sguardo innocente, acuto e sensibile dei più piccoli è infatti una grande prerogativa (soprattutto pregio) del cinema d’oltralpe. Basti pensare a una regista come Céline Sciamma e al suo Tomboy per capire il valore della sensibilità di cui stiamo parlando. Ecco, in questi termini, possiamo forse dire che la Rohrwacher (oltre a essere una delle poche esponenti femminili nel campo della regia) è forse l’autrice che più di tutti si avvicina all’interesse francese (e ahimè non nostrano) verso un tipo di cinema che sappia raccontare il mondo dei grandi attraverso la magia dell’occhio dei più piccoli. E questo è esattamente ciò che accade in Le meraviglie.
The Wonder
In una realtà rurale al confine tra Lazio, Umbria e Toscana, una numerosa famiglia di gente ancora legata ai valori della terra cerca di sbarcare il lunario come può, contando sui frutti della terra e sull’apicoltura. La famiglia, composta da una coppia e quattro figlie femmine, rappresenta però nella sua preponderanza di esponenti del sesso femminile un ostacolo alla naturale prosecuzione delle attività agricole. In ogni caso, è la maggiore delle quattro figlie Gelsomina a farsi quotidianamente carico di tutte le mansioni di maggiore responsabilità, ed è sempre lei (con l’aiuto del padre) a gestire quell’attività di apicoltura che garantisce alla famiglia un miele naturale e buonissimo. Una realtà contadina faticosa della quale Gelsomina si sente parte integrante ma dalla quale sogna anche (in un certo senso) di evadere, per vivere la sua vita di adolescente senza freni come fanno le sue coetanee. Sarà l’occasione di un programma televisivo dal titolo “Villaggio delle meraviglie” alla ricerca di contadini mirabili da premiare per le loro produzioni, ad accendere nella ragazza la scintilla di una chance da non perdere. E così, nonostante l’opposizione del padre che invece rimugina sulla fine del mondo e vagheggia di comprare un cammello, Gelsomina farà di tutto per avere una possibilità di cambiare vita, o per lo meno scrutare con i propri occhi Le meraviglie che si celano oltre quella vita contadina che lei conosce fin troppo bene.
È confortante scoprire che sia un film come Le meraviglie a concorrere per l’Italia per la Palma d’oro, così come è altrettanto triste pensare che – con buona probabilità – il film non riceverà l’attenzione che merita. Eppure, la Rohrwacher realizza un piccolo film che racchiude in sé qualcosa di geniale, ovvero la capacità di evadere da un mondo di precarietà e doveri attraverso un racconto che usa l’ironia, la magia e il surreale per fare una feroce critica alla società dell’apparenza, al maschilismo che ancora governa molte delle realtà (specie di provincia) e sottolineare l’importanza di valori fondanti come quello dell’amore per la natura, dell’affetto verso la famiglia e della solidarietà verso il prossimo. Altro grandissimo pregio del film è poi quello di far fluire naturalmente il relazionarsi dei più piccoli nella storia, creando dialoghi e situazioni così realistiche da costringere lo spettatore al processo di immedesimazione. C’è anche però da dire che il film ha purtroppo un suo limite culturale e linguistico che senza dubbio lo penalizzarà nella fruibilità da parte di un pubblico diverso da quello italiano. Gran parte del significato del film non passa infatti per le parole usate ma attraverso il modo, la gestualità, la simbologia di una realtà italiana ben specifica e difficilmente esportabile. A questa difficoltà va poi aggiunta la necessità – nella fruizione di un film del genere – da parte dello spettatore di accettare il realismo magico dell’opera, sempre in bilico tra la verità quasi documentaristica delle location e di certe scene e la presenza dell’elemento magico, surreale (in questo caso un concorso a premi e una fata bianca interpretata da Monica Bellucci) che interviene a spezzare quel registro creando una forma comunicativa ibrida davvero molto interessante e originale.
Unico film italiano in corsa per la Palma d’oro al Festival di Cannes 2014, Le meraviglie, opera seconda di Alice Rohrwacher è un film non perfetto ma per certi versi geniale, che riesce a trovare la via per affrontare ingombranti tematiche sociali attraverso l’uso di un’ironia evasiva e di un sarcasmo ispirato. Forse non così facile da fruire appieno al di fuori della lingua e dei confini italiani, Le meraviglie conferma – in ogni caso – il grande potenziale espressivo artistico e soprattutto la grande sensibilità di una delle poche registe italiane emergenti (forse l’unica) che val la pena di tenere d’occhio.
VOTOGLOBALE7.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Nella campagna di una Etruria dai confini indefiniti, intorno ad un lago che è sfogo e speranza, si narra la storia di una famiglia di apicoltori alle prese con normative globalizzanti e debiti insoluti. È qui che Gelsomina, la prima di quattro figlie femmine, un capofamiglia insolito ma risoluto, scova un modo per salvare l’azienda di famiglia ormai sull’orlo del baratro, partecipare ad un concorso televisivo nella speranza di vincere un “sacco di soldi”.
«Il mondo sta per finire»
Questa, la storia che racconta Alice Rohrwacher nel suo nuovo film Le Meraviglie, attualmente in concorso al Festival di Cannes. Una favola contemporanea che si astrae per raccontare l’evoluzione di un territorio e dei suoi abitanti. Una fiaba romantica e astratta segno e simbolo di un cambiamento coatto e incosciente. La famiglia, qui, contadina e rupestre, per scelta e non per origine, si scontra con la realtà di un mondo che vuole andare avanti, inconsapevole dei danni che può causare. L’utilizzo della lingua italiana, del suo dialetto, e delle altre lingue, contribuisce a creare un’aurea magica intorno a questa famiglia di contadini atipici, suggerendone un’origine cittadina lontana dalla cultura della terra che la ospita.
Il padre, in questo insolito gruppo, è capo ma non capofamiglia, la madre (Alba Rohrwacher) è quasi un fantasma che fa da cuscinetto fra l’uomo, le sue mire, e le figlie. Gelsomina, interpretata da una bravissima Maria Alexandra Lungu, è assoluta protagonista di una pellicola che dà vita ai suoi sogni, intrappolati dietro all’onere del lavoro fra le api, sognando un futuro diverso, altro.
La Rohrwacher fa della sua zona di origine un’analisi disillusa ma incantevole. Il miele è il futuro, è buonissimo, ma ricavato con sistemi al di fuori della legalità, senza considerare le basilari norme igienico sanitarie, e sfruttando le sole forze della propria famiglia, il lavoro minorile delle quattro figlie piccole, violando tutte quelle leggi che rendono però possibile l’utilizzo di diserbanti e pesticidi che mettono in pericolo la vita delle api e di conseguenza l’intero ecosistema. Un microcosmo dall’equilibrio instabile e precario, lontano da tutto e tutti che, nel tentativo di inserirsi nel mercato, si autodistrugge. Una forte similitudine con un’Italia che traballa alle prese con un non essere mai all’altezza di normative Europee sempre nuove e sempre difficili da incamerare.
L’arrivo di un ragazzo problematico segna il momento di rottura, l’inizio del cambiamento delle dinamiche famigliari. Alla televisione è invece dato il compito di far sognare, si insinua nella vita delle ragazze con i suoi idoli, Gelsomina e le sorelle vengono attirate dalla bellezza dell’eterea Milly Catena, una Monica Bellucci che diverte e incanta, incarnando però lo stereotipo di una televisione scontata e superficiale pronta a rifiutare la vera meraviglia.
Una storia che inizia con il buio, come il “c’era una volta una notte buia e tempestosa”, si conclude in piena luce, mostrando il casale, e non le persone che lo hanno abitato o lo abiteranno, perché in un mondo che va avanti quello che rimane è il segno di un passato che non si cancella, e di una realtà che si perde nei confini del tempo. Un film che si basa su simbolismi chiari e continui rimandi ad un passato dalle decise connotazioni autobiografiche, facendo dell’adolescenza un ritratto semplice ma universale. La macchina da presa procede in punta di piedi ed il film di distingue grazie al dono della misura e della delicatezza.
Virginia Lore, da “spaziofilm.it”

Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) vive con le sue sorelle, sua madre Angelica (Alba Rohrwacher) e il suo autoritario padre Wolfgang (Sam Louwyck) in un casolare in rovina immerso in un’assolata campagna senza tempo. I giorni della famiglia passano lenti mentre tutti raccolgono miele dal loro piccolo ma fruttuoso allevamento di api.
Mentre tutt’intorno il paesaggio brucia sotto l’effetto dei diserbanti e il mondo della campagna si sfalda e si trasforma, dalla città arriva un concorso televisivo, condotto dalla fata bianca Milly Catena (Monica Bellucci) e chiamato “Il Paese delle Meraviglie”, che promette letteralmente “un sacco di soldi” alla famiglia che si dimostrerà più “tipica” raccontando e illustrando al pubblico nel modo più convincente possibile il proprio prodotto artigianale.
Gelsomina vorrebbe partecipare, convinta che la sua famiglia possa vincere il premio, ma suo padre non prende neanche in considerazione la proposta della ragazza, preso com’è dal problema che le nuove normative europee per la produzione alimentare gli pongono davanti: se non sistemano il laboratorio del miele con pareti lavabili e spazi ben delimitati, dovranno chiudere l’attività.
Unico film italiano in concorso a Cannes, “Le meraviglie” è l’opera seconda di Alice Rohrwacher, che dopo “Corpo celeste” torna dietro la macchina da presa con una più decisa consapevolezza stilistica e registica per raccontare una storia a metà tra l’onirico e l’autobiografico, complessa e ricca di metafore. A Cannes il film è stato premiato da un lungo applauso della stampa internazionale, certo non estranea ai tanti retaggi (stilistici e non) pasoliniani e felliniani presenti nella pellicola. Il tema del sogno è infatti una costante dell’intera opera, sospesa in non luoghi a metà tra il reale e l’immaginario e in un tempo indefinito, presumibilmente gli anni ‘80 (le bambine cantano la canzone “T’appartengo” di Ambra Angiolini, storica sigla del programma “Non è la Rai”, ricordo d’infanzia a cui probabilmente la regista è particolarmente affezionata).
La pellicola gioca quindi costantemente con le dimensioni del ricordo e del sogno affidandosi a dialoghi semplici e immediati, recitati in lingue e dialetti misti come lo stile (“sporco” e volutamente impreciso), che passano con nonchalance dal viterbese al tedesco, accompagnati da numerosissimi primi piani e da una macchina a mano che non abbandona quasi mai i suoi personaggi, pedinandoli quasi alla maniera neorealista.
“Le meraviglie” è, in fin dei conti, una favola che racconta la crescita della giovane protagonista e il suo abbandono dell’età dei sogni e dei giochi. Il padre autoritario (che è, metaforicamente, il re di un regno minacciato) e la madre remissiva (la regina) sono ciò che lega Gelsomina alla sua faticosa vita, operosa e indistricabilmente legata agli altri membri della famiglia proprio come quella delle api, dalla quale può sognare la fuga solo ammirando la fata bianca del “Paese delle meraviglie” e scambiando timidi sguardi con il piccolo e taciturno Martin, che viene da un programma di rieducazione dello stato tedesco, e con il quale Gelsomina instaura subito un rapporto speciale.
Ben diverso è, invece, il rapporto che la giovane ha col padre, consapevole dell’inevitabile crescita della sua primogenita e quindi deciso a farne la responsabile dell’attività di famiglia, ma al contempo convinto di avere davanti a sé la bambina di sempre: per questo le regala addirittura un cammello da mettere in giardino, come la piccola desiderava in una più tenera età. Il film è dunque anche racconto di conflitti esistenziali e familiari, di rapporti incostanti e silenziosi, di cambiamenti inevitabili ai quali nessuno riesce, nonostante gli sforzi, a sottrarsi.
Vera protagonista del film è, però, la campagna, luogo senza tempo relegato a un universo che sembra non esistere più, ma in realtà ancora estremamente vitale. «In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano», ha affermato la regista, «eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più profondo e doloroso.
La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non si è risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli. Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria aperta».
“Le meraviglie”, in sintesi, non è un film perfetto (in alcuni punti vi è forse un eccesso di autoreferenzialità), ma riesce a raccontare con sensibilità e con una buona dose di visionarietà quella fase della vita in cui tutto cambia inesorabilmente, confermando anche la grande sensibilità di una regista italiana emergente, consapevole della propria identità artistica, che ha imparato a destreggiarsi in ambientazioni e situazioni cinematograficamente rischiose.
David Di Benedetti, da “cinemalia.it”

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