latrattativa

La trattativa

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Con La trattativa – fuori concorso a Venezia 71 – Sabina Guzzanti realizza il suo film migliore. Mettendo da parte gli schematismi e le invettive dei suoi precedenti lavori, l’attrice e regista racconta i presunti contatti avvenuti tra Stato e mafia all’inizio degli anni Novanta rielaborando il linguaggio del teatro politico italiano post-sessantottino.

Una storia italiana

Questo film fa un’indagine sulla trattativa Stato-Mafia: si raccontano le vicende, le inchieste e gli intrecci politici che hanno caratterizzato gli anni delle stragi. La presunta trattativa tra Stato e Mafia sarebbe stata una negoziazione avvenuta all’indomani del periodo oggi comunemente definito “stagione delle bombe” del ’92 e ’93. [sinossi]

Comincia a emergere una sorta di fil rouge resistente e civile nel programma di Venezia 71. Da Belluscone, una storia di siciliana di Franco Maresco a La trattativa di Sabina Guzzanti, senza dimenticare i restauri di alcune opere del passato che provavano a scardinare (e ci riuscivano) il potere costituito: Todo modo di Elio Petri, L’udienza di Marco Ferreri e La Cina è vicina di Marco Bellocchio. Ci si sta ritrovando infatti in questi giorni veneziani in una sorta di limbo felice in cui sembra che parte del cinema italiano abbia finalmente ristabilito il legame con il suo passato glorioso e politicizzato.
Il nuovo film di Sabina Guzzanti – presentato fuori concorso – va proprio in questa direzione, arrivando addirittura a riscoprire il teatro politico italiano d’inizio anni ’70, da Dario Fo in poi. Più precisamente, la Guzzanti guarda al modello del film su Pinelli realizzato nel 1970 da Elio Petri e Nelo Risi, Documenti su Giuseppe Pinelli, in cui nell’episodio Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (diretto da Petri), alcuni attori capitanati da Gian Maria Volonté si presentavano come lavoratori dello spettacolo (e dunque come teatranti, inteso nel senso nobile del termine) intenzionati a raccontare quanto accaduto all’anarchico milanese non seguendo la prospettiva giornalistica, quanto piuttosto quella di chi, per il ruolo che svolge nella società, si sente in dovere (e in diritto) di poter raccontare la propria versione dei fatti usando gli strumenti a lui consoni: la messa in scena e la messa in rappresentazione.
Ed è a partire da questa prospettiva che si può ravvisare il salto di qualità compiuto dalla Guzzanti rispetto ad altri suoi film. Lasciata da parte l’apoditticità e l’assenza di problematicizzazione che caratterizzava i suoi precedenti lavori, infatti l’attrice e regista sviluppa un racconto articolato e complesso in cui a prevalere è proprio la rappresentazione che si vede nel suo farsi, in cui gli attori escono ed entrano dai personaggi aiutando in tal modo lo spettatore a capire meglio quanto scorre davanti ai suoi occhi.

Appare giusto e inevitabile a questo punto parlare di approccio brechtiano rispetto al tema della trattativa tra Stato e mafia che si ritiene sia avvenuta all’inizio degli anni Novanta. Il film della Guzzanti infatti è consapevolmente didattico e informativo, non nasconde la sua macchina rappresentativa e anzi la enfatizza e la sottolinea, rivolgendosi a un pubblico adulto e consapevole, senza negarsi anche alcuni passaggi divertenti e divertiti. Questi momenti però hanno un significato completamente differente rispetto a quel che simboleggiavano nei film precedenti della Guzzanti: vale a dire che l’ironia è qui anch’essa di natura prettamente brechtiana, serve cioè a creare distanziamento e straniamento rispetto a quel che si vede (si pensi in particolare alle diverse battute a proposito dei flashback, attraverso cui si scherza su questo meccanismo ontologicamente artificioso).

Non è un film perfetto La trattativa, soprattutto per via di un inizio vagamente troppo enfatico e un po’ facile, ma è un film che presenta un’alternativa valida e solidissima rispetto alle tante inchieste pseudo-televisive travestite da documentari che si sono viste negli ultimi anni (da Michael Moore in poi) o ai film che mescevano con tracotanza, ingenuità e approssimazione parti documentarie a ricostruzioni di fiction. Qui è tutto collegato, ogni parte comunica senza difficoltà con l’altra, per una scrittura complessiva davvero notevole e in cui non sono di poco conto le ottime prestazioni degli interpreti (oltre alla stessa Guzzanti, vi sono tra gli altri Ninni Bruschetta, Enzo Lombardo, Franz Cantalupo e Michele Franco, tutti impegnati in più di un ruolo proprio per evitare la possibilità di una identificazione eccessiva con i personaggi).

In modo speculare a quanto già visto in Belluscone, una storia siciliana, la Guzzanti ne La trattativa racconta quella fase delicatissima per il nostro paese che, tra il ’92 e ’94, va dagli omicidi di Falcone e Borsellino alla vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Emerge un quadro inquietante, di cui ormai si parla da diversi anni ma che per la prima volta viene rappresentato in maniera così chiara e “popolare” (già, perché il film della Guzzanti è perfettamente fruibile da un pubblico ampio), un quadro che – se confermato – costringerebbe a riscrivere la storia del nostro paese degli ultimi vent’anni. Finalmente, comunque, ci si concentra sulle origini mafiose dell’impero berlusconiano palesando come, in modo sconvolgente e destabilizzante, la mafia abbia imposto la sua legge allo Stato. Per rievocare una frase di Pietro Ingrao, di fronte a La trattativa e a Belluscone, una storia siciliana, indignarsi non basta: si deve provare a reagire davanti al disfacimento della storia politica e civile del nostro paese.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

 

Nella prima metà degli anni ’90 l’Italia ha sofferto il ritorno della tensione generale dovuta all’incandescente clima “criminale” che si andava figurando nello Stivale. Le mafie stavano facendo affari d’oro e affogavano nel sangue ogni segno di ribellione, statale o popolare che fosse. Intimidazioni, attentati, assassinii, finanche stragi che sono costate la vita a decine e decine di poliziotti, magistrati, semplici onesti cittadini desiderosi di un ritorno alla legalità al Sud come al Nord. A fronte di un’escalation del terrore che appariva sempre più inarrestabile si ergevano forti alcune eroiche figure entrate poi nella storia, figure che, in gran parte, finirono assassinate ma le cui idee hanno ispirato tanti altri, e vivranno per sempre. Ma, ad ogni modo, mentre si facevano avanti pericolose ideologie di ogni genere, “si dice” che, per calmare le acque ed evitare ulteriori complicazioni, lo Stato sia segretamente venuto a patti con la mafia tramite la fantomatica Trattativa, volta ad assicurare vantaggi per entrambe le parti: la malavita organizzata avrebbe mantenuto, da allora, un profilo molto più basso e “gestibile” mentre lo Stato avrebbe concesso di chiudere un occhio su tutta una serie di traffici, o garantire alcuni ‘privilegi’ alle cosche. Se ne parla da anni, ma di ufficiale, nonostante montagne di indagini, non c’è ancora nulla. La Trattativa, il nuovo film di Sabina Guzzanti, parla proprio di questo.

DALLE STRAGI AL FANTOMATICO ACCORDO
E lo fa con coraggio e in scioltezza, trattando una delle pagine più scottanti della recente storia italiana: davvero lo Stato Italiano è sceso a patti con una malavita il cui strapotere era ormai troppo pericoloso, tanto da dover acconsentire al “male minore”? Davvero un’intera classe politica era collusa e sapeva, mentre molte forze di giustizia e polizia venivano tenute allo scuro, se non manipolate? LaGuzzanti sceglie la via della docufiction più originale per narrare i dati raccolti, e lo fa con una certa caparbietà e inventiva, facendo di necessità virtù e sfruttando anche le limitazioni tecniche di una produzione quasi televisiva e/o teatrale nei mezzi e nelle soluzioni sceniche: spesso si abbatte la quarta parete e gli attori ingaggiati, volutamente, interpretano più ruoli in un pirandelliano gioco delle parti. Senza soluzione di continuità si passa dal racconto tragico alla farsa, dagli spezzoni di documentario alla fiction realizzata sullo sfondo di un green screen. Un espediente che funziona particolarmente bene, facendo scorrere il film con leggerezza nonostante la gravità dei temi trattati, resi sempre col dovuto rispetto. Se c’è qualcosa di ridicolo o ilare, è insito alla situazione in sé, senza forzature (tranne, forse, una: l’eccessiva e telefonata caricatura berlusconiana dell’autrice che già ben conosciamo) e il cast attoriale è bravissimo a dosare e mixare i toni e i ritmi. Certo, la base, l’ossatura del film è una profonda ricerca sul caso, che porta avanti tutta una serie di tesi affascinanti, suffragate da parecchie prove indiziarie che fanno fare “2+2” a tutti gli spettatori quasi in automatico, ma senza affermare nulla direttamente. In questo la Guzzanti è stata furba, guardando ai suoi trascorsi: le dichiarazioni sono soppesate e provengono, in gran parte, da atti processuali o testimonianze dirette, portandoci a credere che, negli ultimi trent’anni, dietro le quinte dei palazzi della politica siano successe molte più cose di quante non ne siano venute alla luce effettivamente.
La trattativa è una docufiction assolutamente singolare e dotata di un’impostazione unica e originale. Tecnicamente studiatissima, incisiva e ben recitata, riesce ad appassionare lo spettatore rendendolo partecipe in modo chiaro di tanti affari loschi dell’ultimo trentennio di storia italiana intrattenendolo ma, soprattutto, facendolo pensare. Certo, in alcuni frangenti è forse un po’ sopra le righe ma rimane un documento significativo, che non si limita a sparare nel mucchio nel vano tentativo di colpire la parte di pubblico predisposta a recepire il suo messaggio.
VOTOGLOBALE7
Marco Lucio Papaleo, da “everyeye.it”

Presentato fuori concorso a Venezia 71, il nuovo film di Sabina Guzzanti, La trattativa, è curiosamente un’altra riflessione sul rapporto Stato-Mafia dopo il Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco. Tralasciando inutili paragoni, la Guzzanti si muove su un terreno più tradizionale, cinematograficamente, ma forse per temi trattati ancora più scabroso, inserendo testimonianze di pentiti e filmati d’archivio dai contenuti piuttosto scioccanti.

Senza scegliere il facile cammino elencativo, La trattativa gioca tra finzione e realtà, accompagnando i documenti a ricostruzioni fatte da attori dei momenti cruciali di questa vergognosa pagina della nostra storia, ancora tristemente attuale. Vediamo così il pentito Gaspare Spatuzza che si confessa agli inquirenti, Vito Ciancimino e figlio, un Provenzano bambino povero e ignorante sotto la pioggia, Dell’Utri processato, Giancarlo Caselli che comincia la sua carriera palermitana il giorno della cattura di Totò Riina. Accanto a loro, mafiosi incappucciati che interloquiscono con la Guzzanti, stralci di interviste a Paolo Borsellino, ricostruzioni schematiche, visivamente riassunte con frecce e post-it, di chi ha chiesto quale favore al tale. Una coraggiosa indagine dentro una manciata di anni della nostra storia recente (dai Novanta dello stragismo, fino alla fondazione ad hoc del partito di Silvio Berlusconi Forza Italia, appoggiato, secondo le testimonianze, da Cosa Nostra come garante dei privilegi mafiosi), un ritratto impietoso e rigorosamente documentato dei sordidi legami che collegano, e hanno sempre collegato, il potere politico alle cosche. Come se, in Italia, l’uno non potesse esistere senza l’altro.

La bella fotografia di Daniele Ciprì, chiaroscurata e quasi simbolica dell’alternanza luce/ombra che contraddistingue l’argomento, tinteggia i foschi quadri di cui si compone il film, solo a sprazzi alleggerito brevemente da qualche momento di (amara) distensione, come le brevi apparizioni della Guzzanti nei panni di Berlusconi. Qualche pesante caduta di stile verso il patetico, soprattutto nel finale (la sequenza che immortala i funerali delle vittime di mafia esasperata nell’afflato retorico da lacrimevoli musiche di Nicola Piovani, la “rilettura” della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino), controbilanciata però da una cornice intelligente: il film si apre e si chiude con Spatuzza che sostiene un esame di teologia in carcere e finisce per parlare di Don Pino Puglisi, troppo spesso dimenticato dalle cronache. Interessante, anche se non sempre funzionante, la scelta di mostrare la finzione, le quinte e gli attori che parlano in macchina spiegando al pubblico quello che andranno a fare: una contaminazione teatrale, quasi memore di Peter Brook, che a volte convince e altre molto meno.

Nel complesso, un documento spaventevole, soprattutto considerata l’ingerenza che molti dei suoi protagonisti hanno ancora oggi, e a tratti agghiacciante, ma decisamente da vedere per saperne di più su una delle vergogne più grandi che ancora infangano il nostro paese.

Camilla Maccaferri, da “farefilm.it”

“Siamo un gruppo di lavoratori dello spettacolo…”. Sabina Guzzanti cita il Volonté di Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, cortometraggio di Elio Petri realizzato nel 1970, per introdurre lo spettatore alla visione del suo nuovo lavoro da regista, La trattativa. Come da titolo, il film ricostruisce – “attraverso documenti e fatti accertati” – il percorso a dir poco accidentato che ha portato alla cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”. Per farlo, la Guzzanti costruisce un meccanismo narrativo che, mescolando materiali d’archivio e fiction, riesce a passare con disinvoltura dal documentario alla finzione, chiamando a raccolta una serie di attori (da Enzo Lombardo a Ninni Bruschetta, da Sabino Civilleri a Filippo Luna, da Franz Cantalupo a Michele Franco, da Maurizio Bologna alla Guzzanti stessa), che interpretano di volta in volta i protagonisti della vicenda.

Si parte dal pentito Gaspare Spatuzza (e dal concetto di grazia…), si passa a Vito e Massimo Ciancimino, si arriva a Giancarlo Caselli e al colonnello Mori, al colonnello Riccio e all’informatore Ilardo, si finisce con Dell’Utri e Berlusconi. Una storia, quella della Trattativa, che trova origine agli inizi degli anni ’90: che cosa fece lo Stato per mettere fine alle stragi di stampo mafioso? Che cosa accadde, di preciso, all’indomani delle bombe che uccisero a breve distanza Falcone e Borsellino? Perché, nel 1994, l’attentato previsto allo Stadio Olimpico di Roma (quello in cui Spatuzza doveva “ammazzare 1.000 carabinieri”…), non andato in porto per un malfunzionamento del congegno, non venne poi effettivamente portato a termine? Che cosa ha significato, arrivando al dunque, la nascita e l’affermazione politica di Forza Italia, partito di Silvio Berlusconi “nato da un’idea di Marcello Dell’Utri”?…

Sabina Guzzanti – anche grazie al suggestivo uso delle luci di Daniele Ciprì – dimostra di saper controllare, anche visivamente, lo sviluppo delle argomentazioni e dei fatti, riportando in superficie le origini di un mutamento così repentino e drammatico per la democrazia del nostro paese. Come al solito, l’autrice di Viva Zapatero! e Draquila non soffre di alcun timore reverenziale, chiama in ballo Napolitano (cui vengono addebitate pressioni su Pietro Grasso e la Cassazione per scagionare Mancino: “Ogni parola del film è stata controllata all’infinito, anche con l’aiuto del giornalista di Report Giorgio Mottola: abbiamo verificato tutto, e queste pressioni sono documentate. Napolitano si è legato al processo sulla trattativa per sua decisione, con interventi a gamba tesa e violenti sulla Procura di Palermo”, dice la Guzzanti) e altre importanti cariche dello Stato, ma a differenza dei suoi lavori precedenti riesce (non del tutto, certo…) a “scansarsi” dall’oggetto dell’inchiesta (evitando i soliti, fastidiosi effetti à la Michael Moore, per intenderci), realizzando un film che poco o nulla aggiunge a questioni già rese note attraverso altri canali, ma con il grande merito di potersi rivolgere ad un grande numero di persone che, magari, non leggono i giornali. Ammesso decidano di andarlo a vedere…
Perché – e qui ci sentiamo di essere d’accordo con lei – “un conto è dire che lo Stato e la Mafia sono la stessa cosa, un’altra informarsi sulla realtà dei fatti. L’idea generica è nemica di un’idea precisa: quali fasce di istituzioni, tuttora al comando, hanno preso queste decisioni? Da dove viene l’Italia che abbiamo sotto gli occhi? Questo film dà tutte le spiegazioni che servono”. Didattico, ma necessario.

di Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

 

Docufiction senza spocchia che sviscera i rapporti tra stato e mafia nella famigerata seconda repubblica

Dopo il controverso Draquila – L’Italia che trema, la primogenita di casa Guzzanti era tornata dietro la macchina da presa per la video intervista Franca, La prima (sulla mitica Valeri). Nel frattempo il suo impegno politico si è concentrato sul piccolo schermo con i programmi Raiot e Un due tre stella, croce e delizia di Rai 3 prima e di La 7 poi. Per il suo ritorno al cinema da regista Sabina sceglie la forma della docufiction e sceglie un titolo al sapor di antonomasia: La trattativa. Quella – ovviamente – tra stato e mafia, che ha portato alla cessazione delle stragi nel nostro paese e che vede coinvolte le figure più importanti della scena politica italiana degli ultimi (almeno) due decenni. Una tematica sempre più attuale, peraltro affrontata anche in un’altra operazione filmica eccellente di queste settimane: Belluscone, una storia siciliana di Franco Maresco.

Gelli, Riina, P2, Dell’Utri, Falcone e Borsellino, Scalfaro, Ciancimino, Berlusconi: tra questi e gli altri, ci sono tutti i nomi che hanno traghettato l’Italia verso la Seconda Repubblica. Un sistema la cui storia, come ricorda la stessa Guzzanti, è diventata una “storia criminale”. E al centro di tutto – inutile negarlo: è questo il fulcro della faccenda –, il collegamento più che sospetto tra la fine delle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia.

Problema: come destreggiarsi tra fiumi di verbali, interviste e registrazioni di processi senza rischiare l’overdose di informazioni o di trasformare l’intero film in un ennesimo manifesto antiberlusconiano fuori tempo massimo? Soluzione: giocare tra realtà e finzione, rivelando fin dall’inizio il corpo attoriale coinvolto nel progetto e procedendo lungo un sapiente slalom tra documenti d’archivio e libere ricostruzioni su set cangianti.

Un approccio indovinato, capace di dar vita ad un film accorato e perentorio (in pieno Sabina Guzzanti style) ma senza quella “spocchia” bellicosa che, fin troppo spesso, fa da marchio di fabbrica alle produzioni dell’attrice romana. Ne La trattativa, la verità non viene solo suggerita ma diventa centrale, attraverso un racconto che si fa urgenza.

Un teorema lungo (20 anni) da dimostrare, del quale però conosciamo ormai variabili e formule. Che, finalmente, sarebbe anche ora di utilizzare.

Gianluca Grisolia, da “doppioschermo.it”

 

Un lavoro iniziato nel 2010, una mole corposa di documenti e numerosi elementi messi a disposizione delle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo per permettere una ricostruzione storica basata su fatti e testimonianze reali.
Una ricerca lunga e meticolosa quella di Sabina Guzzanti che ne La trattativa pone l’accento, come lei stessa ha dichiarato, su “una questione storica cruciale per l’Italia: quel patto stato-mafia che è stato l’atto fondativo della Seconda Repubblica”.

Di fronte alla quantità di materiale a disposizione, la regista-attrice ha dovuto compiere una scelta stilistica e, ispirata dal cortometraggio di Elio Petri, del ‘70 Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, ha optato per una vera e propria messa in scena. Sul palcoscenico, infatti, si alternano attori che interpretano più personaggi di segno opposto, alternandosi nei panni dei buoni e dei cattivi e sullo sfondo del teatro la scenografia cambia con il green screen rendendo evidente, in ogni scena, la (ri)costruzione dello spettacolo.

Senza nascondere i meccanismi delle quinte, gli attrezzi, le luci e i protagonisti al trucco, la Guzzanti realizza non un documentario ma, come da sua definizione, “un lavoro creativo”. Gli attori sono, tuttavia “nella” Storia e “fuori” di essa. Cambiano i nomi, cambiano i ruoli ma il testo di partenza attinge dai fatti reali e documentati, la teatralità si mescola alle immagini di repertorio e alle interviste e l’impianto grafico funge da schema visuale di un puzzle complicato, quanto sinistro, di un periodo oscuro del nostro Paese e sul quale, ad oggi, la Verità non ha ancora dissipato le ombre.

La trattativa stato-mafia è la risultante di un fitto reticolato di legami, di nodi stretti tra i criminali, le istituzioni e i nomi eccellenti in un’Italia che, dagli anni Novanta, è stata il campo di una sanguinosa battaglia per la giustizia  sul quale sono caduti Falcone e Borsellino, ma anche Don Puglisi e tutti coloro che tentarono di squarciare il velo che celava il volto orrorifico di un paese connivente con il Male.

Accanto ai  molti documenti che, senza voler essere meramente complottisti, mettono chiaramente in luce certe connessioni tra i potenti che operano fuori dalla legge e coloro che dovrebbero farla rispettare, si creano altrettanti “buchi neri” di omissioni, registrazioni smarrite e appunti scomparsi; come l’agenda rossa di Borsellino, inseparabile strumento del magistrato, che dopo il suo omicidio fu impossibile ritrovare.

Il cono di luce che illumina gli attori sul palco diventa, così, anche la zona d’ombra di un concatenarsi di eventi. Dalla P2 di Licio Gelli agli agguati mortali, dal ruolo di Marcello Dell’Utri alla nascita del partito di Forza Italia, passando per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, ai rapporti tra il Ros e Vito Ciancimino e, ancora, sottolineando il peso di personaggi come Totò Riina e Bernardo Provenzano, Sabina Guzzanti traccia una parabola di Storia e di morte senza la pretesa di fornire una risposta; semmai, rafforzando l’urgenza dell’istanza.

La realtà dei fatti, filtrata attraverso la finzione scenica, non ne viene certo sublimata ma mostrata in quell’evidenza che, nonostante sia da tempo sotto gli occhi dei più, non funge da mezzo di giustizia. Ne La trattativa la satira non è che un elemento marginale e su quelle (poche) risate amare aleggia, invece, un senso tragico di sgomento, simile a quella sorda e inesorabile rabbia camusiana che ci rammenta quanto sia “duro vivere soltanto con quel che si sa e che si ricorda. E privi di quello che si spera”.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

 

 

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