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La storia della principessa splendente

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Ispirato a uno delle più popolari favole giapponesi (Il Racconto di un Tagliabambù), La Storia della Principessa Splendente narra le vicende di Kaguya, una bellissima creatura trovata in una canna di bambù e nata come un seme all’interno di una pianta.
E’ un film d’animazione targato Studio Ghibli senza tecniche di produzione moderne, che crea meraviglia e stupore come un vecchio cartone. La storia della “gemma di Bambù” trovata da un anziano tagliatore, ha il potere di commuovere e incantare lo spettatore grazie ai suggestivi disegni a pastello e dagli splendidi tratti a mano. Ma ha anche la “colpa” di essere fruibile solo per una fascia d’età più matura, soprattutto vista la durata dell’opera (136 minuti!).
Il mondo dipinto da Takahata è bello e imperfetto, immerso nel bellissimo paesaggio montuoso giapponese in cui una bambina nata da una pianta di bambù cresce velocemente trasformandosi in una meravigliosa giovane donna. Molti sono i suoi pretendenti ma nessuno è in grado di darle quello che davvero desidera: lasciarla vivere senza turbamenti d’animo. Nessuno, nemmeno l’Imperatore, riesce a conquistare il suo cuore costringendola, così, a desiderare di abbandonare la Terra con tutte le sue nefandezze. Ma, nonostante questo, è un film che celebra la Terra, un mondo bello e imperfetto a cui si vuol tornare e dove la Principessa, nonostante la rigida formalità della “capitale”, vuole vivere e gioire.
Il maggiore realismo contrapposto allo stile impressionistico della pellicola rende l’opera unica, quasi senza tempo.
Takahata dirige un film d’animazione per adulti raffinato e dai colori tenui ma pieno di sfumature. Un racconto straordinario, così come la realizzazione.
Marco Visco, da “cinemamente.com”

 
Un giorno Okina, un tagliatore di bambù, si trova di fronte a un evento inspiegabile: in un germoglio di bambù trova una minuscola creatura luminosa che ha le sembianze di una principessa. Decide di portarla a casa e questa si trasforma in una neonata, che l’uomo e la moglie decidono di crescere come una figlia. Dopo qualche tempo l’uomo torna nella foresta e trova un’altra sorpresa: da un bambù esce dell’oro e Okina lo interpreta come un segno divino, una richiesta di fare della bambina una principessa.
Dopo oltre dieci anni di silenzio, un budget sempre più cospicuo e una lavorazione complessa, Takahata Isao abbandona il taglio neorealista che lo ha reso celebre per portare a termine la sua interpretazione di una delle più antiche fiabe giapponesi, “Taketori monogatari”, risalente al X secolo. Riprendendo a quasi ottant’anni una sua intuizione, che non si tradusse in film per la Toei 55 anni prima, Takahata sceglie la via più personale nella rielaborazione della storia della principessa splendente, dimentico dei precedenti (come la versione di Ichikawa Kondel 1987). Omettendo il prologo e concentrandosi sull’epilogo, Takahata compie la scelta più audace: non è importante sapere perché Kaguya è stata esiliata sulla Terra, è importante comprenderla attraverso il rapporto di amore e odio che si instaura tra lei e il mondo degli uomini. Nel corpo luminoso e dalla crescita rapida e stupefacente di Kaguya vive l’anima di una ragazzina che sembra concentrare su di sé lo spirito delle migliori produzioni Ghibli. Spensierata e amante della natura e delle cose semplici, nonostante la sua indubbia capacità di indossare vesti nobiliari, Kaguya è un personaggio dalle mille sfaccettature, capace di aderire a un codice comportamentale pur di non deludere il padre – ambizioso ma non avido, personaggio in parte negativo ma che mai viene giudicato, in perfetto stile Ghibli – ma desiderosa di rivivere, anche solo per un attimo, quell’infanzia così effimera. In Kaguya rivivono il trauma della crescita, il trauma del trasloco (come ne La città incantata di Miyazaki), l’ingresso nella comunità degli uomini pur proveniendo da un altro mondo (Ponyo sulla scogliera): potenzialmente il manifesto definitivo del Ghibli-pensiero, benché lontanissimo in termini realizzativi.
Nella tecnica di animazione sta infatti il maggiore segno di discontinuità dell’opera rispetto alla tradizione Ghibli. I contorni paiono tratteggiati con un carboncino, i colori servendosi di acquerelli, portando a un risultato in apparenza primitivo, ma capace di trasmettere con forza maggiore di qualunque ricorso alla computer graphics la sensazione di atemporalità della storia di Kaguya. E di aderire totalmente all’incontrollabile turbinio dei suoi pensieri, come nella sequenza principe in cui Kaguya sogna di tornare a casa e la sua figura si trasforma quasi in una macchia indistinta, in puro dinamismo alla Boccioni, che rifugge ogni rappresentazione di verosimiglianza per esprimere l’impeto del sentimento. E mai si sono visti neonati ritratti con altrettanta grazia e cura amorevole per ogni loro singolo movimento o smorfia. Le musiche dell’ineffabile Hisaishi Joe intensificano la componente melò di un’opera tanto complessa sul lato interpretativo quanto è lineare su quello contenutistico e stilistico. Uno scrigno di emozioni e di riflessioni etiche che, se dovesse rappresentare il capitolo finale delle produzioni Ghibli, sarebbe epilogo degno di un’epopea immortale.
Totalmente non condivisibile la scelta del doppiaggio di rimuovere il nome della principessa, Kaguya (in giapponese “notte splendente” e quindi essenziale per la comprensione della trama), compiuta al solo scopo di evitare qualche risolino di adolescente.

Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

 

C’è qualcosa di regale e istituzionale in La storia della principessa splendente: questo anime del glorioso Studio Ghibli non solo si basa sul più antico racconto giapponese (risalente pare al secolo X), ma è anche la nuova opera di un monumento dell’animazione orientale. Parliamo di Isao Takahata, classe 1935, cofondatore dello Studio e autore del primo anime che nel 1968si aprì ai contenuti più epici e lirici, La grande avventura del piccolo principe Valiant, al quale collaborò Hayao Miyazaki, di sei anni più giovane.

Il tagliatore di bambù Okina rinviene in un tronco una microscopica creatura umanoide: una principessa in miniatura. Quando la tocca, si trasforma presto in una neonata, che in poche settimane cresce rapidamente sino a divenire una ragazzina spigliata e amata da tutta la gente della montagna. Convinto da altri ritrovamenti che Kaguya (questo il nome della protagonista) sia destinata dagli dei a un futuro quasi regale, Okina strappa sua moglie e Kaguya dalle montagne, costruendo un palazzo in città solo per la ragazza. Ma la nobiltà di Kaguya non è di certo quella mondana…

Ci sono due aspetti davvero ammirevoli di questo lungometraggio. Il primo è l’immagine:Takahata continua sulla strada della linea abbozzata, vista nel suo precedente lavoro, Gli Yamada (1999), ma abbracciando qui il registro di una rappresentazione epica e drammatica. Il risultato estetico è incantevole, perché il tipico design anime acquista una plasticità morbida esaltata dal tratto grezzo, quasi si esplorassero le capacità evocative di un pencil test: l’attenzione ai movimenti, e al sound design ad essi associato, è un’esperienza notevole, preziosa.
Il secondo aspetto è la capacità di infondere nella fiaba tradizionale, quanto più intoccabile quanto più è antica, un velo di inquietudine passionale ed ecologica tipica dello Studio Ghibli: nel film il legame di Kaguya con la natura e il Giappone rurale acquisisce la dimensione mitica cara anche a Miyazaki, e il rapporto della principessa con l’imperfezione dell’umanità diventa dolente ma anche dipendente. Un odio-amore, un toccante legame ai limiti e alle storture della società degli uomini, amabili perché imperfetti.

A questo punto nulla impedirebbe di nominare La storia della principessa splendente uno dei più bei cartoon dell’anno, ma purtroppo non si può ignorare che la vicenda è narrata in ben due ore e dieci. A parte le sfumature tematiche, Takahata è molto fedele alla struttura della fiaba, e ne rispetta quindi anche lo stile di racconto ridondante, le divagazioni, gli scarti di comportamento che possono interrompere l’immedesimazione. Che l’approccio sia rigoroso non ci piove, ma è anche vero che il ritmo, specialmente nella seconda metà, può mettere a dura prova lo spettatore e condurlo alla fine stremato. E in fondo anche dispiaciuto, perché – ci permettiamo di esprimere un umile parere – il film avrebbe funzionato anche sull’ora e mezza, disperdendo meno alcune sequenze d’antologia.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

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