La sedia della felicità

locandina

Un racconto che si sviluppa sul viale della garbata surrealità e della leggerezza, La sedia della felicità, ultimo prodotto del compianto regista veneto Mazzacurati, diverte e restituisce allo spettatore uno spaccato antropologico da affrontare con il sorriso.
Bruna è un’estetista che fatica a sbarcare il lunario. Tradita dal fidanzato e assillata da un viscido fornitore, riceve una confessione in punto di morte da una sua cliente (Norma Pecche) a cui lima le unghie in carcere. Norma le confessa che in una sedia del salotto buono di casa sua è nascosto un tesoro inestimabile. Bruna, non curante del pericolo, si reca immediatamente alla villa, ma ne rimane bloccata all’interno e contemporaneamente minacciata da un cinghiale. In suo aiuto giunge Dino, un tatuatore divorziato vicino di negozio, che la libera e, involontariamente, rimane coinvolto nell’affare. Una volta scoperto che i beni di Norma sono stati confiscati e messi all’asta, Dino e Bruna cercano disperatamente di rintracciare i compratori.
Radicato nel Nord est, il cinema di Mazzacurati esibisce levità e ironia, una grande conduzione del cast a disposizione e richiede allo spettatore una costante e copiosa dose di sospensione dell’incredulità. E in La sedia della felicità non si smentisce e conferma le sue doti, lanciandosi alla ricerca di un tesoro nascosto dentro una sedia e metaforicamente inseguendo quella felicità, che allontana la solitudine dei due protagonisti alle prese con tempi grami. Ma decisamente il regista padovano non spinge sul lato drammatico della vicenda, preferendo la costruzione di figure che si muovono in un contesto “disastroso” con garbo e gentilezza. È questo il punto forte di una commedia che accompagna lo spettatore a un’insensata e ironica caccia al tesoro, che ostenta un romanticismo non stucchevole e puerile.
Aiutato da un cast che si amplia progressivamente e che vede all’opera molti interpreti delle sue precedenti opere (Albanese, Bentivoglio, Orlando, Battiston, Citran e Balasso), La sedia della felicità è l’ideale testamento di un regista, che ha sempre posto in primo piano rapporti umani non stereotipati e la casualità come motore dell’azione. E laddove l’amaro e l’agrodolce facevano capolino, in La sedia della felicità vengono sostituiti da un’ironia invasiva e ritmata. Il cantore della provincia e delle piccole storie dominate dal caso ci saluta con un film che fa debuttare al suo cospetto Mastandrea (un paladino gentile dai perfetti tempi comici) e Isabella Ragonese (piena di grazie e riservata bellezza).
Vicenda che fa riscoprire la genuinità dei sentimenti e dell’amore, La sedia della felicità è la commedia che, accogliendo lo spettatore con una comicità leggera e non demenziale, riesce a elevarsi in modo intelligente nel mare magnum cinematografico, come un prodotto brillante e che rischiara il cuore.
Andrea Ussia, da “persinsala.it”

Questa volta è meglio iniziare dal finale. E non è mica questione di spoiler: semplicemente di rispetto. La sedia della felicità finisce bene, anzi benissimo. Questo significa che Carlo Mazzacurati ci ha lasciati con un’opera testamento che più gioiosa non si poteva. Un’ultima candida vetta innevata delle Alpi che si staglia in campo lungo e i nostri due eroi sfigati, Valerio Mastandrea e Isabella Ragonese, che poco prima avevano rischiato burlescamente l’osso del collo, potranno finalmente pagare i loro debiti e magari godersi anche un po’ la vita. Per chi avrà voglia di andare a vedere il diciottesimo titolo della filmografia del regista padovano, scomparso soltanto il 22 gennaio scorso, l’appuntamento è giovedì 24 aprile 2014.
“Avevo da anni una novella in un cassetto regalatami da mia sorella, studiosa di letteratura russa”, spiegò Mazzacurati durante l’ultimo Torino Film Festival dove nel novembre 2013 avvenne la preview del film – Le chiesi se era vero che il film di Mel Brooks, Il Mistero delle 12 sedie, era tratto da questo racconto russo. Lei mi disse di sì: la novella nasceva da una trasmissione radiofonica che due autori sovietici (Ilf e Petrov ndr) avevano composto per la radio negli anni ’30 e poi l’avevano scritta e pubblicata ottenendo una fortuna talmente dilagante che il racconto divenne popolare tra i bimbi quanto Pinocchio da noi”.
Al centro de La sedia della felicità c’è un tesoro nascosto, appunto, nella seduta di una sedia. Una delle dodici, però, vendute ad un’asta fallimentare ed appartenenti ad una ricca signora veneta deceduta in carcere. Inizia così l’avventurosa ricerca della sedia giusta per mezzo Nord Est, dalla laguna alle Alpi, da parte di un’estetista (Isabella Ragonese) e un tatuatore (Valerio Mastandrea) squattrinati, a cui si aggiunge un misterioso prete (Giuseppe Battiston) che incombe su di loro come una minaccia. I tre prima rivali, poi alleati, diventano protagonisti di un triello dagli echi alla Sergio Leone, tutto sventramenti di imbottiture e di incontri con i proprietari delle sedie, che non sono altro che grandi attori (Albanese, Citran, Bentivoglio, Orlando, tra gli altri) protagonisti dei più bei film di Mazzacurati.
“Da questo spunto letterario hanno tratto circa 25 film in giro per il mondo”, affermò l’autore padovano, “e tu puoi talmente metterci del tuo, perché nessuno sa che ci sono versioni precedenti. La matrice comica è yiddish, dove ironia e catastrofe convivono. Spunto congegnale visto che per me la risata nasce spesso dalla catastrofe o dalla gente rovinata”. E per rendere bene l’idea di destino sventurato c’era bisogno di attori ‘stranieri’, o forestieri come si dice in Veneto, “che non appartenessero a quel territorio come Valerio e Isabella”. “Bruna somiglia ad una eroina dei film di Miyazaki”, ha raccontato la Ragonese ricordando le indicazioni di Mazzacurati nel realizzare il film: “Carlo sapeva farti ridere sia nel mescolare una battuta “bassa”, tipo ad un personaggio puzzano i piedi, con la grazia e l’autorialità di chi conosce il cinema ‘alto’ di qualità”. Prova dell’assunto la lunga maratona, con relative ispirazioni (per La sedia della felicità c’era Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson), di tutti i film girati da Mazzacurati e presentati dalla Cineteca di Bologna al cinema Lumiere. Tanto che nella hall tra la sala Mastroianni e Scorsese chi andrà a vedere il film potrà toccare con mano un esemplare di ‘sedia della felicità’ costruito dallo scenografo Giancarlo Basili, e i dipinti originali del film tra mucche, fratelli e cagnetti alpini. “Fa molto piacere – ha chiosato all’anteprima del film a Bologna Marco Pettenello, sceneggiatore di fiducia di Mazzacurati – che tutta quella storia lì, che tutti i film di Carlo, finiscano così in allegria come ne La sedia della felicità”.
Davide Turrini, da “ilfattoquotidiano.it”

Ci si è messo il dio dei luoghi comuni a far sì che l’ultimo film di Carlo Mazzacurati fosse una delle sue opere più interessanti.
Nonostante chi scriva apprezzi pochissimo il cinema del regista (con qualche eccezione poco originale come Il toro) è indubitabile che La sedia della felicità si ponga ai vertici della filmografia di Mazzacurati. Film poco convenzionale per il nostro panorama, più tagliato per il cinema spagnolo o quello francese che per gli schemi solitamente rigidi della commedia italiana.
Si racconta di tre personaggi mossi unicamente dall’avidità, dal desiderio di mettere le mani sulla fortuna che una neodefunta in punto di morte ha rivelato essere dentro una sedia. Le sedie però in realtà sono 7, identiche, tutte vendute ad un’asta a persone diverse. I 3 partono alla ricerca di quella contenente la fortuna. Uno dei 3 è un prete.
Già dalla sinossi è evidente quanto siamo lontani dalla consuetudine nostrana, dall’acquietante gelo delle solite figure e dei soliti meccanismi, dall’inseguimento di infinite variazioni dello stesso mal di vivere e ciò nonostante lo schema di caccia al tesoro di La sedia della felicità sia esso stesso (in sè) un meccanismo abbastanza sfruttato. La becera avidità solo parzialmente stemperata dalle fatiche di un’economia in ginocchio, tira fuori il peggio da tutti e anche nel finale non assolve nessuno.
Tuttavia la forza dinamica di Isabella Ragonese (non era mai risultata così evidente dall’instancabile energia di Tutta la vita davanti) unita l’ignavia comica di Valerio Mastandrea (una delle critiche che si possono muovere al film è che non è pensabile che faccia tutto Mastandrea, che ogni gag, ogni battuta e ogni situazione poggi sulle sue spalle e la sua capacità d’interpretare l’ironia con tempi comici che farebbero la fortuna d’ogni sceneggiatore) danno una rapidità al film che non è comune, confermando l’impressione generale che il sottogenere della caccia al tesoro sia interpretato con le intenzioni e il piglio migliori, cioè con una certa nonchalance, prendendosi così poco sul serio che tutto appare possibile.
Non c’è infatti bisogno di arrivare al finale in cui un orso è palesemente interpretato da un uomo in costume per capire che in La sedia della felicità le ingenuità naive sono dichiarate così che possano prendere la piega del grottesco o del demenziale, basta anche solo la sequenza con il mago interpretato da Raoul Cremona o la geniale assurdità della televendita di quadri.
Contrariamente a quello cui ci aveva abituato finalmente Mazzacurati sembra curare i dettagli che servono e non quelli più inutili. Non si adopera cioè soltanto nei costumi assurdi di Natalino Balasso o del già citato Cremona, ma caratterizza la protagonista Isabella Ragonese con una dolce e adorabile burinaggine, una femminilità solo lievemente caricata che le danno un tono da persona vera allontanandola dal prototipo del personaggio di film italiano (categoria inesistente nella realtà, caratterizzata da uno stile indeterminato, elegante e alto borghese a prescindere dal reddito e dalla provenienza). Proprio come nei film veri.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

Bruna è un’estetista che fatica a sbarcare il lunario. Tradita dal fidanzato e incalzata da un fornitore senza scrupoli, riceve una confessione in punto di morte da una cliente, a cui lima le unghie in carcere. Madre di un famoso bandito, Norma Pecche ha nascosto un tesoro in gioielli in una delle sedie del suo salotto. Sprezzante del pericolo, Bruna parte alla volta della villa restando bloccata dietro un cancello in compagnia di un cinghiale. In suo soccorso arriva Dino, il tatuatore della vetrina accanto, che finisce coinvolto nell’affaire. Scoperti il sequestro dei beni di Norma e la messa all’asta delle sue otto sedie, Bruna e Dino rintracciano collezionisti e acquirenti alla ricerca dell’imbottitura gonfia di gioie. Tra alti e bassi, maghi e cinesi, laguna e montagna, Bruna e Dino troveranno la vera ricchezza.
Radicato nel Nordest, La sedia della felicità ribadisce il territorio del cinema di Carlo Mazzacurati e punta su due losers ‘spaesati’ e approdati, chissà come e chissà quando, al Lido di Jesolo. A Dino e Bruna, alla maniera dei personaggi lunari e malinconici de La lingua del Santo, capita l’occasione della vita, un tesoro da trovare per cambiare la sorte e risollevarsi dai propri fallimenti. Ma il Veneto che abitano, e che attraversano oggi in lungo e in largo, è meno florido e la sua ripresa ogni giorno più lontana. A cambiare è pure il paesaggio antropologico, la composizione sociale di paesi e città a bagno nell’acqua e alle prese con tempi grami. Tempi che contemplano nondimeno il miracolo e allontanano, nella ricerca della felicità, la solitudine sempre in agguato. In una regione e in un mondo dove tutto va in panne, si rompe e si spezza, dove anche i traghetti alle fermate sembrano incapaci di ripartire, un’estetista e un tatuatore restano invischiati in qualcosa che non avevano previsto e che ha a che fare con la riscoperta dei sentimenti e dell’amore. Con garbo surreale, la commedia dinamica di Mazzacurati cambia lo stile di versificazione del suo cinema, sperimentando una scansione del racconto che pratica leggerezza e sorriso. Si (sor)ride tanto con La sedia della felicità, che ‘esagera’ rimanendo fedele al reale. Divertito, lieve e personale, lo sguardo dell’autore veneto coglie ancora una volta le contraddizioni esistenziali, trasfigurandole e deformandole in una rapsodia dominata dal caso, per caso avvengono gli incontri, gli abbandoni, le rivelazioni, i ritrovamenti. Per intenzione, gioco e tanto amore avviene invece l’agnizione, la rivelazione dei personaggi e il riconoscimento degli attori che hanno fatto e frequentato il cinema di Mazzacurati. Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Natalino Balasso ‘accarezzano’ con malinconica dolcezza una commedia che chiede a gran voce la sospensione dell’incredulità. Fuori dal gruppo, congedato con onore, debuttano Valerio Mastandrea, paladino gentile dai tempi comici perfetti, e Isabella Ragonese, nostra signora delle Dolomiti, piena di grazia e riservata bellezza. Presidente della Fondazione Cineteca di Bologna e allievo nel DAMS degli anni Settanta, Carlo Mazzacurati ‘incontra’ dentro un cimitero (anche) Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca emiliana, che alla maniera del cinema pone rimedio alla finitezza umana, risolvendo il suo desiderio di eternità (e di felicità).
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Non è mica che de La sedia della felicità si debba parlare bene per forza, perché è stato l’ultimo film diretto da Carlo Mazzacurati prima della sua morte, e perché esce nelle sale italiane dopo la scomparsa del suo autore.
Però se ne può parlare bene perché è piccolo film capace di dire molto di chi l’ha realizzato e perché si piazza un po’ di traverso rispetto al flusso tradizionale e stanco del cinema di casa nostra.
La sedia della felicità è una commedia, pura (in molte accezioni del termine), senza troppa della malinconia tipica del regista ma pienissima invece di quell’ironia dolce e distaccata di cui il padovano ha dato dimostrazione in più di un film.
Ed è una commedia che, nel suo giocare con dei toni molli e fieramente anti-televisivi, nella sua energia tranquilla e, soprattutto, nel suo osare con grande libertà attraverso il nonsense, il fantastico e il surrealismo, dimostra un coraggio e un’originalità davvero non comuni e troppo poco frequenti nei film dei nostri autori.
Era forse da Missione di pace di Francesco Lagi (altro film dove un orso aveva un ruolo importante, guarda caso) che non ci si trovava di fronte a tanta voglia di rompere (dolcemente) gli argini dei canoni imperanti e di lasciare che il racconto scivolasse via dai binari tradizionali, come l’acqua che trabocca da una vasca troppo piena del solito modo di fare film, e che a compiere un’operazione del genere sia stato un regista esperto e strutturato come Mazzacurati non è dettaglio da poco.
Più libero, sereno e meno caustico di quanto aveva mostrato ne La passione, con La sedia della felicità Mazzacurati racconta di quei piccoli disgraziati di provincita che il suo cinema ha spesso rappresentato con uno sguardo e uno spirito nuovi, carichi di affetto e vogliosi di una riuscita che è ardua, ma in fondo mai impossibile.
Dino il tatuatore, Bruna l’estetista, perfino Weiner il prete, sono personaggi di profonda umanità tanto più liberati dall’ansia di dover essere realisticamente rappresentativi di qualcosa o di qualcuno, e liberi d’inseguire un sogno (di ricchezza, d’amore, di riscatto) magari kitsch come la sedia che lo contiene ma infinitamente più vitale di quelli spezzati a forza di gratta e vinci.
L’intuizione di Mazzacurati, vincente, non è solo nell’esaltazione del cammino, con le sue esperienze, le sue gioie e le sue delusioni, i suoi incontri e le sue esplorazioni. Ma nel fare di questo cammino un viaggio nella fantasia prima ancora che attraverso luoghi e persone.
Anche se non non tutte le tappe sono memorabili, poco importa: basta ricordare quelle migliori, a abbandonarsi al flusso come il Dino di Valerio Mastandrea, ancora una volta capace di dimostrare di essere il migliore in circolazione e, con la sua mollezza e la sua intensità tutte romane, un volto perfetto per il mondo del padovano Mazzacurati.
E il rimpianto dell’attore per il non aver lavorato prima col regista, diventa così anche il nostro.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

C’è tutto Carlo Mazzacurati ne La sedia della felicità, il film che il regista aveva presentato in anteprima al festival di Torino e che arriva ormai postumo nei cinema. Il teatro dell’azione è ancora il Nord Est, che il regista scomparso lo scorso febbraio abitava e che ha raccontato senza giudizi e pregiudizi in molti film. Qui porta il romano Valerio Mastandrea e la siciliana Isabella Ragonese, lui Dino tatuatore, lei Bruna estetista, stessi problemi ad arrivare alla fine del mese, ai quali capiterà un’insperata possibilità di “svoltare” la vita: recuperare un tesoro nascosto in una sedia. E così con il tono di commedia garbata, più caccia al tesoro dolceamara che thriller, la ricerca coinvolgerà il prete Giuseppe Battiston e li porterà fin sulle montagne.
C’è tutto Mazzacurati nel film perché c’è il suo modo di vedere il mondo, un’umanità in bilico, antieroi che rendono straordinario l’ordinario, in cui la gentilezza vince sull’aggressività. Utopia delle relazioni, raccontando però i dettagli del quotidiano, di un territorio che registra le difficoltà del Paese. Una chiave di lettura della realtà che aveva coinvolto negli anni Roberto Citran, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, tutti presenti in apparizioni cameo in questo film.
Miriam Mauti, da “cinematografo.it”

Un’avvenente estetista (Isabella Ragonese), un introverso tatuatore (Valerio Mastandrea) e un bizzarro prete ‘vittima’ del videopoker (Giuseppe Battiston) si ritroveranno insieme a inseguire un misterioso tesoro nascosto in una delle sedie appartenute all’eccentrica Norma Pecche (interpretata da Katia Ricciarelli), facoltosa madre di un noto malvivente e da poco deceduta in carcere. La crisi e un senso di tragedia che aleggia attorno alle loro vite saranno dunque le ragioni che spingeranno queste tre esistenze (Bruna, Dino e Padre Weiner) similmente disperate e diversamente determinate a ‘svoltare’, a rincorrere in lungo e in largo e fin sulle Alpi la speranza di un fantomatico tesoro. Destinate nel loro viaggio a imbattersi in una congerie di personaggi stravaganti (improbabili artisti, delinquenti patentati, impensabili erotomani, anziane veggenti), il viaggio dei tre protagonisti diventerà ben presto una vera e propria lotta per la sopravvivenza (mentale ancor prima che fisica), l’obiettivo di una svolta di vita che passa attraverso il miraggio di un gruzzolo da guadagnare. Drammi personali e famigliari lasceranno così il passo alla corsa, disperata, verso una meta che apparirà sempre più irraggiungibile e proprio per questo, invece, necessario traguardo esistenziale.
Il gioioso eppure inquieto commiato di Carlo Mazzacurati
A distanza di tre mesi dalla prematura scomparsa (a soli 58 anni) del regista padovano Carlo Mazzacurati (Vesna va veloce, La giusta distanza, La passione, solo per citare alcuni dei suoi titoli più celebri), arriva al cinema La sedia della felicità, film che esce nelle sale postumo e che rappresenta in un certo senso il personale saluto di Mazzacurati all’amato mondo del cinema. Si tratta infatti di un film che nasconde il dramma all’interno di un racconto scanzonato, gioioso, e a tratti assai divertente. In bilico tra grottesco e lirico, La sedia della felicità riesce infatti a trasformare (soprattutto nella seconda parte del film, quella senza dubbio più scorrevole e riuscita) una sinossi tutto sommato evanescente, in una storia che trova il suo punto di forza in alcune delle sue scene chiave (prima fra tutte la disamina televisiva dei quadri – El me cagneto, La mucca che pianze – di un improbabile artista alpino fatta da un memorabile duetto di Silvio Orlando e Fabrizio Bentivoglio). Un punto di forza trainato poi dalla verve artistica di un ottimo cast di – già citati – protagonisti (Ragonese, Mastandrea, Battiston) e una frizzante e variegata cornice di comprimari (tra gli altri anche Antonio Albanese, Katia Ricciarelli, Raul Cremona). Gli alti e bassi di una storia non sempre omogenea e unitaria vengono così controbilanciati da un iter che abbracciando a un tempo surrealismo e comicità veleggia verso una chiusura assai divertente in cui ogni personaggio finirà (forse) per individuare la propria collocazione nel mondo, tra nuovi amori, misteriose sparizioni e inaspettate ‘rincongiunzioni’.
Film di saluto del compianto regista padovano Carlo Mazzacurati, La sedia felicità è un film assai estemporaneo che affronta i disagi e la crisi intrinseca della società attraverso un racconto a un tempo surreale e comico, riflessivo e scanzonato. Pur nella tendenza a essere rapsodico e non sempre unitario nella messa in scena delle varie tracce narrative, La sedia della felicità traduce in azioni quello stato di estatica complessità da cui è afflitto il nostro contemporaneo, ovvero la continua alternanza tra la necessità di slancio verso una nuova prospettiva – la svolta – e la tragica consapevolezza che forse quella svolta non si compirà mai. Bruna, Dino e padre Weiner rappresentano dunque i tre volti di uno stesso limbo, in cui la speranza e il miraggio sembrano coincidere con assoluta ironia; ed è per questa ragione che, anche se strutturalmente imperfetto, La sedia della felicità riesce comunque a essere in fondo latore di una riflessione, estemporanea ma non sciocca, sugli assunti della vita.
VOTOGLOBALE 6.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

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