La prima neve

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La prima neve è quella che tutti in valle aspettano. È quella che trasforma i colori, le forme, i contorni. Dani però non ha mai visto la neve. Dani è nato in Togo, ed è arrivato in Italia in fuga dalla guerra in Libia. È ospite di una casa di accoglienza a Pergine, paesino nelle montagne del Trentino, ai piedi della valle dei Mocheni. Ha una figlia di un anno, di cui però non riesce a occuparsi. C’è qualcosa che lo blocca. Un dolore profondo…
È davanti agli occhi di tutti che il cinema italiano stia rialzando la testa in questo ultimo decennio; in particolare alcuni registi come Giorgio Diritti, Michelangelo Frammartino e ora Andrea Segre hanno raccolto la sfida che il nostro tempo ci propone: riflettere dei nostri problemi attuali avendo come riferimenti le nostre radici, la natura, la storia degli ultimi e la saggezza popolare. Ecco che anche “La prima neve” parte da un grande interrogativo: come può un migrante venuto dal Togo integrarsi in una micro-realtà come quella della valle dei Mocheni in Trentino? Tutto lascia presupporre che l’incompatibilità di lingua e costumi non consentano al giovane di stabilirsi nel paesino, ma grazie ad una straordinaria empatia e solidarietà si instaura tra lui e un bambino un rapporto umano che travalica i confini territoriali e linguistici. Esseri umani prima di tutto, con tutta la loro carica emotiva, ma anche immersione vitale in quell’ambiente naturale che non è solo sfondo, ma partecipa alle emozioni più struggenti e segna profondamente da sempre la vita degli abitanti di montagna. La rigidezza delle stagioni, l’immobilità degli alberi, il frusciare del vento lasciano lo spettatore e il piccolo protagonista del film di fronte allo spettacolo della natura caricando di coraggio e di speranza le vite degli abitanti del piccolo borgo rurale. In una sorta di panteismo alpino tutto è in attesa che cada la prima neve, portando assieme ad una purificazione interiore anche la promessa di un futuro prospero. Quello che caratterizza il film è ancora una volta (dopo Olmi e Diritti) l’uso di molteplici lingue: Italiano, mocheno, tedesco e francese; uso che suggerisce la complessità e la veridicità tipica di un certo tipo di cinema documentaristico che va via via ibridandosi a quello narrativo fino a farne scomparire i confini reciproci. L’ibridazione e la sperimentazione in questo senso vengono sostenute dalla fantastica fotografia affidata a Luca Bigazzi (già direttore della fotografia con Paolo Sorrentino) e la regia non manca di regalarci alcune inquadrature memorabili, come quella finale dei due protagonisti intenti a contemplare un paesaggio innevato mozzafiato. L’elemento naturale caratterizzante è il legno: l’albero abbattuto riscalda tre volte, dice il vecchio, quando lo abbatti, quando lo accatasti e quando lo bruci. Ecco che la legna diventa materia vivente, capace di emanare un profumo caratteristico che lega a sé tutti gli abitanti del bosco, uomo compreso.
La prova degli attori del film è di altissimo livello: Anita Caprioli impersona una madre in cerca di se stessa dopo la scomparsa del marito, Matteo Marchel il figlio piccolo ribelle, ma dotato di una grandissima sensibilità e Giuseppe Battiston che dà forma ad un personaggio carico di speranza nel domani. Un film didattico quello di Segre, da molto tempo impegnato nelle tematiche dell’integrazione del diverso e della migrazione. Docente di Sociologia della Comunicazione presso l’Università di Bologna ed esperto di analisi etnografica in particolare nell’ambito della solidarietà internazionale, ha dal 1998 al suo attivo parecchi documentari, tra i più interessanti consigliamo Come un uomo sulla terra, e il lungometraggio Io sono Li.
“La prima neve” è stato presentato alla 70 Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti.
Di seguito vi riportiamo le note del regista a quest’ opera che sicuramente saprà regalarvi forti emozioni:
“La luce entra nel bosco insieme alle ombre. Si alternano, si incrociano, giocano come vuoti e pieni, come spazi di vita tra silenzio e rumore. Gli alberi sembrano voler scappare dal bosco. Ma non possono. Crescono a cercare la luce, si allungano per superare gli altri, ma rimangono tutti ancorati lì, uno affianco all’altro, in file regolari che segnano le prospettive. È il bosco il luogo centrale dell’incontro tra Dani e Michele; è in quello spazio che i due si seguono, si cercano, si respingono, si conoscono. È uno spazio in cui la natura diventa teatro. Dove la realtà diventa luogo dell’anima e ospita significati e metafore che la trascendono. Pronta a diventare sogno. Come nel mio primo film Io Sono Li, anche La prima neve è costruito nel dialogo costante tra regia documentaria e finzione, tra il rapporto denso e diretto con la realtà e la scelta di momenti più intimi costruiti con attenzione ai dettagli della messa in scena. Così è anche nel lavoro con gli attori: persone del luogo e attori professionisti interagiscono tra loro, in un processo di contaminazione tra realtà e recitazione. Con il privilegio, in questo secondo film, di aver finalmente potuto lavorare con l’energia e l’imprevedibilità di bambini e giovani ragazzi.”
Alessio Colangelo, da “storiadeifilm.it”

Padri, madri, figli. È di questo che parla La prima neve, seconda incursione di Andrea Segre nel cinema “di finzione” dopo il grande successo di Io sono Li. Parla dell’eredità pesante del passato, del valico aspro che conduce al futuro, di vuoti da riempire, asperità da livellare, case da trovare e costruire.
La prima neve parla dell’oggi, e non c’è nessuno scandalo nel fatto che l’oggi sia costituito dalla sovrapposizione inevitabile e necessaria tra gli aspetti più tradizionali della cultura italiana, come quelli legati ad una famiglia che vive in una sperduta valle del Trentino, e quelli più instabili di un migrante dei nostri giorni, un immigrato sopravvissuto (male) al trauma dei barconi che nonostante tutto ancora non sa quale sia la sua nuova casa.
In una Val dei Moicheni che la cinepresa di Luca Bigazzi fotografa esaltandone, in maniera quasi impossibile, la notevole bellezza naturale, Segre fa incontrare Dani, che ha lasciato il Togo e perso la moglie, che non è capace di fare il padre della figlia di un anno per il troppo dolore e sogna Parigi, e Michele, 11enne ferito dalla morte del padre e lacerato negli affetti per il nonno falegname e apicultore e la madre affettuosa ma goffa, mentre le tentazioni dell’adolescenza lo adulano senza troppa convinzione. Sono loro due i pezzi principali di un puzzle di personaggi che, prevedibilmente, senza scossoni, con il passo regolare e cadenzato del montanaro, troverà composizione e armonia, rivelando la figura di una casa che è quella del cuore e degli affetti.
Due pezzi principali che s’incastrano comprendendo le asperità dell’uno nelle depressioni dolorose dell’altro.
Questo incastro, prevedibile, ovvio, Segre non lo forza mai. Lascia che i pezzi che sparge sul tavolo in apertura di film si studino fra loro mentre gli spettatori li osservano filtrati da una regia partecipe ma non invadente, che guarda e riporta mantenendo una distanza di sicurezza che impedisce al melò di sbracare, di abbandonarsi al cinema del dolore, alla retorica sull’immigrazione così come a quella sulle piccole comunità.
Lascia che si avvicinino progressivamente nel nome delle polarità opposte e comple(le)mentari che si attraggono e che caratterizzano tutto il film: il bianco e il nero, il mare e la montagna, l’adulto e il bambino, il passato e il futuro.
Le radici ben piantate nel terreno e i rami che si protendono verso il cielo.
E se Dani impara nuovamente a essere padre, a essere uomo, grazie a un ragazzino, Michele, che deve imparare nuovamente a essere figlio, e uomo anche lui, è perché oggi (come ieri, in realtà) si impara guardando l’altro, il diverso, nel nome di un senso comunitario che va allargato e ridefinito affinché tutti possano essere a casa. Nel cuore e con i piedi.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Presentato alla sezione Orizzonti della 70 Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il secondo lungometraggio del regista di Dolo ha vinto di recente il Grand prix fiction e il Prix du public della giuria del 31mo festival del Cinema italien di Annecy, graziosa città lacustre dell’Alta Savoia.
Questo secondo film, un racconto cinematografico a metà tra il documentario e la fiction, tra realtà e messa in scena come afferma il regista, avvicina lo spettatore all’ambiente e al luogo dei personaggi grazie alle immagini in presa diretta che il regista mutua dalla sua precedente attività di documentarista trasformando in immagini la semplicità di una storia possibile messa in scena da attori professionisti e abitanti del luogo.
Segre riprende da Io sono Li il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza declinandolo nel paesaggio marginale della Val dei Mocheni, una vallata verde e dorata alle pendici della cantena del Lagorai, in Trentino. Il punto di partenza è la constatazione di un fenomeno: da circa un decennio in contrasto con lo spopolamento delle valli alpine, la montagna è diventata il punto di arrivo di molti immigrati. Ed è il caso di riflettere, come alcuni geografi hanno fatto, se non sia necessario rivedere l’immagine stereotipata di chiusura e d’immobilismo solitamente attribuita all’ambiente montano, ritrovando invece nelle sue dinamiche economiche e sociali una sorta di dinamismo e di esempio d’accoglienza.
La natura della Val dei Mocheni interagisce con il regista nel raccontare la storia d’immigrazione di Dani, togolese clandestino giunto in Italia su un gommone, quella di Michele, un figlio che non riesce a sopportare l’idea di dover vivere senza padre, e di Elisa, madre di Michele, rimasta sola dopo la morte del marito e alla ricerca di un equilibrio. La condizione di migrante di Dani, spaesato e alla ricerca di un luogo dove ricominciare a vivere senza la moglie, non sembra diversa da quella del bambino Michele, confuso per la morte del padre e incapace di accettarne l’assenza. E la stagione autunnale nelle foglie del bosco con le sue luci e le sue ombre presenta i due personaggi nel vivo del loro dramma interiore, inquieti e insicuri.
L’antico laboratorio del saggio Pietro, nonno di Michele, falegname e apicoltore, offre l’inattesa possibilità a Dani e Michele di incontrarsi, conoscersi e camminare insieme nel bosco di faggi e betulle alla ricerca della legna per l’inverno. In queste loro passeggiate Michele si meraviglia davanti alla forza e bellezza degli alberi mentre Dani non è più in grado di sentire con chiarezza la loro voce, intento a immaginare un’ospitalità lontana dalla casa di accoglienza di Pergine e impegnato a comprendere il suo ruolo di padre per Fatou. Nel proprio diario sulle settimane di preparazione del film, pubblicato nel libro Prima della neve con il marchio di Montura editing, Segre scrive:
«come la forza imprevedibile di madre natura, il faggio antico è il padre natura che Michele ancora cerca e Dani non osa o non sa diventare».
Il libro raccoglie oltre al taccuino personale di Segre, le fotografie di scena e di backstage del film di Simone Falso. Sempre parallelamente all’uscita del film nelle sale, il regista promuove il progetto La prima scuola, una raccolta fondi per finanziare progetti artistici e pedagogici nelle scuole primarie volti a sviluppare la creatività e l’apprendimento dei bambini e a raccontare la realtà della scuola.
Rimanendo sempre con i piedi nella montagna trentina, il film ci fa immaginare luoghi lontani e vicini come la Libia, il Togo, il Bangladesh o Parigi mentre ascoltiamo il mescolarsi dell’italiano, del dialetto trentino, del mocheno, del francese e della lingua africana ewe. Impariamo i mestieri di un tempo e il ritmo lento e spensierato della vita nella valle, riconosciamo il sapore e l’odore delle cose buone come il miele, ammiriamo la brillantezza e vivacità delle svariate tonalità di marrone, giallo, rosso, verde e fissiamo nella memoria un metodo: «Le cose che hanno lo stesso odore devono andare insieme».
E il paesaggio innevato dalla prima neve attutando i passi dolorosi di Dani e Michele offrirà a tutti la possibilità di ritrovare la propria strada.
Eleonora Bee, da “cafebabel.it”

“La prima neve” di Andrea Segre è un film commovente e delicato, pieno di poesia e di grazia, nonostante tratti di drammi terribili, la cui intensità sovrasta gli stessi personaggi che li subiscono.
Dani (Jean Christophe Folly) viene dal Togo, è arrivato, come tanti, con un gommone nel sud dell’Italia e adesso è ospite in una casa di accoglienza nella val dei Mocheni, deliziosa vallata trentina, dove si parlano un particolare dialetto, ormai mescolatosi con la parlata veneta, proveniente dal tedesco.
Dani non è solo, ha anche sua figlia, una bimba di un anno fatta nascere fortunosamente dai medici italiani, mentre la madre, Layla, moriva per le fatiche del viaggio in mare.
Dani non sa darsi pace per questa morte e non riesce ad accettare la figlia, che gli ricorda continuamente l’amatissima moglie e la sua fine disperata. Vive in silenzio un dolore più grande di lui, rivolgendosi talvolta a Layla nella sua lingua originaria, in una sorta di comunicazione spirituale, che è solo un dialogo con se stesso.
Dani lavora presso un vecchio montanaro, Pietro, (Peter Minterrutzner), un uomo di poche parole, gran lavoratore, depositario di una saggezza antica, nonno di Michele (Matteo Marchel), un ragazzetto di undici anni vivace e intraprendente, segnato come Dani, da un dolore troppo grande per lui: la tragica morte del padre.
Michele è troppo giovane per affrontare la vita senza una figura di riferimento così importante e la mamma (Anita Caprioli), che è assistente sociale presso il centro di accoglienza dove vive Dani, fa quel che può per stargli vicino, combattendo lei stessa con dolore, sensi di colpa e desiderio di far andare avanti la sua vita nonostante tutto.
Nello splendido scenario della val dei Mocheni si sviluppa il rapporto tra Dani e Michele, due solitudini dolorose, due realtà diverse che per le straordinarie alchimie della vita riescono a incontrarsi e a imparare molto l’uno dall’altro. Michele cerca una figura paterna, qualcuno cui rivelare il suo dolore, con il quale condividerlo in modo da alleviarlo. Dani invece non riesce ad accettare la sua paternità, non sa se potrà mai trasmettere qualcosa di positivo alla piccola Fatou, medita una fuga a Parigi senza di lei. Sarà il rapporto con Michele a mostrargli cosa possa significare essere padre e a ridargli un po’ di coraggio e di fiducia.
La vicenda di Dani e Michele viene accompagnata dalla bellissima valle colta nel passaggio dall’autunno all’inizio dell’inverno, con la prima neve, quella neve che Dani vede per la prima volta.
L’esperienza di documentarista di Segre emerge tutta nella sua capacità di cogliere il trionfo delle calde tinte autunnali, gli alberi, il legno, la resina, un capriolo che punta nel bosco, l’incanto della prima neve. Il regista ci offre immagini di grande suggestione con un ritmo lento, che si addice alla natura e a relazioni umane profonde, che non potrebbero svilupparsi nel frastuono e nella confusione.
L’incontro tra persone diverse, la scoperta di una possibilità di comunicazione e di affetto per colmare assenze (del padre, della moglie/madre) è uno dei grandi temi del film.
L’appartenenza è un altro aspetto importante. Osserva il nonno, di fronte a miele (lui è anche apicultore) e legno: “Le cose che hanno lo stesso odore dovrebbero stare insieme”, ma Dani gli risponde che lui non sa più che odore ha, sballottato tra diversi paesi e culture, privato del suo affetto principale, non sa più chi è e non riesce ad assumere il ruolo familiare che gli spetta. La sua condizione è ben rivelata dal passare da una lingua all’altra, a seconda dell’interlocutore: italiano, francese con alcuni compagni, lingua materna del Togo quando riflette tra sé e sé o si rivolge a connazionali. Si aggiunge il dialetto della valle, che gli abitanti parlano tra loro e che Dani comprende.
Tra le figure del paese si distingue Fabio (Giuseppe Battiston), uno zio un po’ perdigiorno, un po’ sognatore, sostanzialmente buono, che immagina grandi progetti in Madagascar pur sapendo che poi non si muoverà dal paese.
Si rivele ottima anche l’idea di scegliere per i vari ruoli sia attori professionisti che abitanti della valle.
“La prima neve” è uno di quei film che fanno sperare ancora nella cinematografia italiana e Segre, che già aveva dato una bellissima prova con “Io sono Li” (ambientato a Chioggia, parlato in buona parte in dialetto locale con sottotitoli), qui si conferma un valido artista, capace di approfondire sentimenti complessi, senza banalizzarli e circondandoli di poesia.
Alla produzione partecipa la Jolefilm di Marco Paolini, che ancora una volta mostra il suo intuito nel sostegno a film validi.
Marina Monego, da “lankelot.eu”

Il naturalismo etico di Segre recupera la solidarietà tra gli uomini contro i cliché sull’integrazione
La cosa che salta subito agli occhi ne La prima neve, è proprio quella che non c’è. Colpisce l’assenza di conflitto. Non è forse il genoma di ogni narrazione mediatica? L’elemento tellurico di un paese che ogni santo giorno strepita, preme, ingiuria e scassa? Andrea Segre, al suo secondo lavoro di finzione dopo Io sono Li, tocca ancora una volta il tema dell’immigrazione senza avvitarsi nel frusto dibattito pubblico, ostaggio del gracchiare rozzo della politica e delle complici polemiche a mezzo stampa. Via stereotipi, sensazionalismo, pietismo fasullo.
Là, nella trentina e bilingue Val dei Mocheni, a non avere diritto d’asilo sono proprio i muri. Autoctoni e approdati convivono guardandosi negli occhi, esseri umani in mezzo a esseri umani. Governa il reciproco riconoscimento, la solidarietà, la coscienza di una comune appartenenza alla terra. Il mondo come doveva essere prima delle sue divisioni.
Zone d’ombre e piaghe sono incavate dentro intime e universali lacerazioni. Ferite di tutti. La prima neve racconta una lento processo di guarigione che si rivela in flagranza, nel movimento silenzioso delle cose, nelle cose, il respiro di un’anima che sembra abitare natura e persone. Ne fanno esperienza i due protagonisti del film, un ragazzo africano del Togo (Jean Christophe Folly), ospite di un centro di accoglienza, e un undicenne (Matteo Marchel) che vive in montagna con la madre. Il primo ha perso la moglie, il secondo il padre. Inevitabile s’incontrino. Non è l’effetto sorpresa la forza del film. Piuttosto sono le pennellate psicologiche, il tatto e il pudore.
Attorno ai due “travolti” dalla vita, che Jean Christophe Folly e Matteo Marchel restituiscono allo schermo con intensità, una serie di personaggi non sempre indovinati (Battiston), o non adeguatamente valorizzati (Anita Caprioli).
Segre viene dal documentario e si vede: asciuttezza formale, totale adesione all’ambiente, pulizia di immagini. Non convince invece quando abbandona il registro naturalistico per prendere impervie strade oniriche.
Regia acerba ma consapevole. Rivela, fin dalla prima inquadratura ad altezza bambino, un approccio non giudicante.
La natura stessa, con la quale i protagonisti del film vivono in simbiosi, offre un modello di solidarietà e di etica. Uomini come alberi, preziosi pure quando vengono strappati alle loro radici. Allora diventano legna, arnie, vasi e case. Tutto si tiene dentro l’ordine del mondo. Non c’è inverno che duri senza annunciare la nuova stagione.
La prima neve è una promessa di primavera.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it

Pergine, piccolo paese del Trentino ai piedi della Val de Mocheni. E’ lì che è arrivato Dani, fuggito dal Togo e poi nuovamente costretto a fuggire dalla Libia in fiamme. Dani ha una figlia piccola (che gli ricorda troppo la moglie morta per volerle davvero bene) e una meta: Parigi. In montagna, dove ha trovato lavoro presso un anziano apicoltore, fa la conoscenza di Michele, un bambino che soffre ancora per la perdita improvvisa del padre.
Andrea Segre prosegue con questo suo secondo film di finzione dopo Io sono Li la personale ricerca del rapporto tra gli esseri umani e i luoghi che ne ospitano le vicende sia che vi appartengano dalla nascita sia che vi siano giunti per i rovesci della sorte.
Come Shun Li Dani è arrivato in un’Italia di cui non conosce le tradizioni ma, a differenza della donna cinese, non subisce le offese del razzismo strisciante. Perché questo film di Segre non vuole ripercorrere le orme dell’opera precedente. Dani l’emarginazione ce l’ha dentro come il piccolo Michele ed è data dal dolore profondissimo di una perdita, di un lutto che sembra impossibile elaborare. Hanno a fianco persone che vorrebbero aiutarli (l’anziano apicoltore per l’uno,la madre per l’altro) ma è come se avessero eretto un muro a difesa della loro sofferenza. Il bosco finisce così per diventare non il luogo fiabesco dove incontrare pericolosi lupi (qui semmai a fare danni è un orso) ma lo spazio, tra luci ed ombre, dove trovare una solitudine che può farsi cammino comune. “Le cose che hanno lo stesso odore debbono stare insieme” dice il vecchio a proposito di legno e miele. Dani e Michele sono impregnati dello stesso odore della deprivazione che li porta a pensare di non essere più capaci di amare coloro che hanno invece più bisogno di loro. Potrebbero avere entrambi bisogno di quella prima neve che offra una nuova visione del mondo, esteriore ed interiore.
Massimo Troisi, dopo il successo di Ricomincio da tre affermava, con la saggezza che lo contraddistingueva, di non voler fare il secondo film ma di voler passare direttamente al terzo. Perché una regola non scritta del cinema di finzione dice che se la prima opera è venuta bene la seconda non sarà altrettanto valida. La prima neve costituisce una delle rare eccezioni alla regola.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

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