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La nostra terra

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Una storia di antimafia, pomodori e di uno scassatissimo gruppo di toccati: questo è La nostra terra, il nuovo film di Giulio Manfredonia con protagonisti Stefano Accorsi e Sergio Rubini in uscita il 18 settembre. Dopo la doppia ubriacatura kitsch di Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, il regista torna ad un contesto almeno all’apparenza più sobrio e su temi e meccanismi a lui cari, raccontando una piccolo grande successo, quello di Filippo, che porta il «coraggio della legalità» da Bologna a un paesino del sud, fondando una cooperativa e adoperandosi per ricominciare a coltivare (biologicamente) i campi espropriati ad un boss della zona ora in carcere.
L’impianto è quello di Si può fare, raccontando un’impresa che parte quasi dal nulla e totalmente dal basso. Come con i pazienti dimessi dai manicomi nel film del 2008, la nuova truppa di Manfredonia è quella di buffi freak da provincia, con i quali l’autore si riconferma capace di far emergere psicosi e stereotipi al punto giusto, tra bifolchi, contadini vecchio stampo, gay sopra le righe, fissate della new age, atleti paraplegici.
Non senza qualche macchietta di troppo, turbe e fissazioni risaltano, e si gode d’un manipolo di stralunati da cartone animato, vivo, vivace ed esuberante, in cui nessuno è sano e tutti sono fuori di testa – il personaggio di Accorsi in primis, nevrotico, ansioso e fissato con la burocrazia. L’accusa è sempre presente ma ben mimetizzata nello spettacolo dato da questa banda di disadattati e da una semplicità dall’amarezza lontana dove a risaltare è il rapporto con la terra, «quella che ci ospita, ci nutre e ci seppellisce».
L’autore di È già ieri è nuovamente abile commediografo, capace di filtrare i propri messaggi attraverso i toni comici senza che vi sia l’appesantimento di una morale imposta o distaccata dalla vicenda. A rendere La nostra terra un buon film non è il suo testo d’impegno civile e sociale, ma la consueta e rinnovata forza con cui le tematiche vengono presentate. Il suo non è un piglio da giullare che viene improvvisamente interrotto dal sasso della coscienza o della giustizia: lo scopo ultimo è infuso nei personaggi, nelle loro idiosincrasie e ridicolaggini, in cui il preoccupante non ha bisogno di essere esasperato, come in un carnevale che basti da sé ed in cui la leggerezza risulta infine più letale di qualsiasi armeggio drammatico, dove l’happy end viene accolto da un tappeto rosso lungo novanta minuti di battute, ritmo, candore e toni smorzati. Il ricatto ed il buonismo sono praticamente assenti: un ottimismo da “il peggio è passato” veglia su ogni cosa e Manfredonia si rivela un regista dalle capacità classiche e al contempo fresche ormai rare.
Alessandro Tavola, da “farefilm.it”

Giulio Manfredonia è un regista poliedrico, che privilegia il genere della commedia per raccontare storie in cui il divertimento è il filtro attraverso il quale passano vicende drammatiche, socialmente e politicamente non neutrali. Era già accaduto con Si può fare, ancora di più con Qualunquemente ed ora accade in modo ben riuscito nel suo nuovo film, La nostra terra.
Siamo in Puglia, altra terra così spesso mortificata dalle mafie locali (che qui si chiama Sacra Corona Unita). Se nel nuovo film di Franco Maresco, Belluscone, si perde ogni speranza di vedere un meridione migliore (in particolare la Sicilia), in questo film c’è l’altra faccia della medaglia, quella di chi lotta quotidianamente per cambiare un destino che molti considerano immutabile. La storia è ispirata a tante storie vere, quelle che vedono i terreni confiscati alla mafia trasformati da cooperative che iniziano a coltivare quella stessa terra.
I protagonisti della storia sono sostanzialmente tre. C’è Filippo, interpretato da Stefano Accorsi,Sergio Rubini Stefano Accorsi che è il classico uomo del Nord Italia specializzato nella gestione della burocrazia, delle scartoffie, delle leggi. Uomo che conosce la teoria ma non la pratica. C’è Cosimo (un eccezionale Sergio Rubini), l’ex fattore del mafioso a cui è stato confiscato il terreno, uomo legato visceralmente alla terra che coltiva. E c’è Rossana (Maria Rosaria Russo), donna bella e giovane, determinata a lottare sempre per la legalità, idealista che crede di poter cambiare le cose e combatte quotidianamente perché ciò accada.
Intorno ai tre protagonisti ruota una varia umanità composta dai soci della cooperativa di cui si raccontano storie, ostacoli, creatività e amore che ciascuno di loro riversa in quell’impresa.
Il film non racconta nulla di nuovo. Tutti sappiamo le grandi difficoltà e le minacce a cui vanno incontro coloro che si impegnano nel ridonare vita ai terreni confiscati alle mafie, o più in generale chiunque si opponga alla criminalità organizzata. Considerazione che non basta per svalutare un film che, supportato dalla sceneggiatura dell’esperto Fabio Bonifacci, racconta bene la vicenda e riesce a tratteggiare i personaggi in maniera convincente, in particolare Cosimo. Sergio Rubini riesce a dare spessore a un uomo totalmente pugliese nel modo di pensare e di agire, legato alla terra dal sudore e dal sangue che ci ha versato e tuttavia capace di scelte per lui struggenti.
La Nostra terra è un film che, nonostante qualche marchetta fastidiosa (in particolare quella a favore di un noto istituto bancario… product placement?), è in grado di raccontare la parte migliore del Sud Italia e dare speranza nella possibilità di un futuro diverso. E se questo accade con il sorriso in bocca non guasta per niente.
Alessandro Barbero, da “cinequanon.it”

Fra le criminalità organizzate cool delle serie Gomorra e Romanzo Criminale e l’implacabile e oscura ‘Ndrangheta del rigoroso Anime Nere si va a inserire, in una forma di racconto più lieve, una piccola storia di antimafia combattuta a colpi di pomodori, melanzane e vino fatto in casa.
A narrarla, prendendo spunto dall’esperienza di Libera e di altre comunità agricole che coltivano terreni confiscati a Cosa Nostra, è Giulio Manfredonia, che una volta abbandonata la mala politica di Cetto La Qualunque e della sua banda di disonesti, oppone all’incultura dell’omertà e della sottomissione la (contro)cultura della legalità e delle regole.
Come Si può fare, da cui eredita il cosceneggiatore Fabio Bonifacci e l’idea di una cooperativa, La nostra terra sceglie di non devolvere la sua carica e il suo appeal a un unico protagonista interpretato da un grande istrione. Piuttosto, beneficia delle dinamiche che si creano all’interno di un gruppo eterogeneo, prima fra tutte la differente mentalità fra l’ordinato e spesso indifferente nord, rappresentato dall’integerrimo e nevrotico funzionario di Stefano Accorsi, e un sud che non è né bianco né nero ma grigio, perché attraversato ora da coni d’ombra generati da atavici codici di comportamento, ora dalla luce di un’imprevista ribellione.
Migliore, per questa sua onestà di fondo, di altre rappresentazioni dell’italico meridione, il film è però sbilanciato, almeno per tutta la prima ora, dalla parte dei buoni, probabilmente perché l’intento del regista è una reazione al disfattismo di chi (a ragione) guarda al nostro paese come il Valhalla dei furbetti e degli evasori.
Tuttavia l’effetto è quello di una leziosità di fondo, aggravata dal facile superamento delle diversità sociali e sessuali interne alla comunità di neo-agricoltori.
Poi però arrivano i mafiosi, si capisce che quasi niente è come sembra e La nostra terra acquista spessore.
Nel racconto, grazie a un boss che non somiglia a Totò Riina ma a un gentiluomo d’altri tempi, e anche per via di un cambiamento che si verifica nel fattore Cosimo impersonato da Sergio Rubini, si vengono così a insinuare un’ambiguità e un’inquietudine che lo rendono più verosimile e sfaccettato.
De La nostra Terra ci sono piaciuti molto i due protagonisti. In uno Rubini ha messo il suo rapporto viscerale con la terra e la “terra di Puglia”. Nell’altro, Accorsi ha trovato una vis comica che aggiunge una nuova freccia al suo arco.
Nessuna meraviglia: sappiamo bene quanta cura metta Manfredonia nel dirigere i suoi attori e quali risultati possa ottenere da loro.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Questa terra è ancora nostra
Nicola Sansone è proprietario di un podere nel Sud Italia che viene confiscato dalla Stato e assegnato a una cooperativa, che però non riesce – per celati o dichiarati boicottaggi – ad avviare l’attività. Per questa viene mandato in loro aiuto Filippo (Stefano Accorsi), un uomo che da anni fa l’antimafia lavorando in un ufficio del Nord, e quindi impreparato ad affrontare la questione “sul campo”.
Si può fare è stato a suo tempo un piccolo caso cinematografico che ha avuto come conseguenze quella di rendere Claudio Bisio un volto perenne e ingombrante di quasi tutte le commedie italiche contemporanee e quella di semplificare ancora di più – e di travisare – l’insegnamento di Franco Basaglia nell’ambito delle malattie mentali. A sei anni di distanza da quel film e dopo essere passato attraverso una “albanesizzazione” del suo cinema (Qualunquemente e Tutto tutto niente niente), Manfredonia torna a cercare di raccontare realtà indigeste e scottanti del nostro paese con La nostra terra, in cui la malattia mentale viene sostituita dalla mafia. L’obiettivo è sempre lo stesso: edulcorare il reale per renderlo accettabile a un pubblico il più ampio possibile. Ma se in Si può fare l’intento si esplicava in una parabola priva di conflittualità e in un elogio – persino immorale – del lavoro dei “matti” al servizio della new-economy, in La nostra terra – pur sempre declinando il tema sotto il profilo dello sfruttamento economico (la riappropriazione delle terre confiscate alla mafia e il loro riuso capitalistico all’insegna della legalità) -, viene a galla almeno qualche problematica e i protagonisti incorrono in diversi ostacoli prima di riuscire nel loro scopo e prima di sciogliersi nell’immancabile happy end.
La coppia Bonifacci-Manfredonia, già autrice dello script di Si può fare – in cui era evidente una scarsa dimestichezza con le tematiche basagliane -, ha fortunatamente imparato la lezione e si è fatta affiancare in sede di sceneggiatura da Peppe Ruggiero, giornalista tra gli artefici di Biùtiful Cauntri, che ha permesso quantomeno di rendere un po’ più verosimile il mondo descritto in La nostra terra.
Protagonista è Stefano Accorsi nei panni di un dirigente di un’associazione anti-mafiosa (sul modello di Libera) che, abituato ad affrontare nascosto dietro alla scrivania la lotta contro la criminalità organizzata, viene mandato al Sud – e precisamente in Puglia – per sostenere in prima linea una cooperativa la cui finalità è quella di coltivare la terra in un podere confiscato a un mafioso locale.
Le dinamiche omertose degli abitanti del posto e il coraggio isolato e sparuto di qualche dissidente vengono in fin dei conti ben descritte, pur non potendo far sottacere le insopportabili macchiette con cui Manfredonia traveste i suoi personaggi (dalla coppia gay al mezzo matto napoletano, passando per il portatore di handicap) e pur costringendoci ad accettare alcune svolte narrative calate dall’alto (come ad esempio la subitanea chiamata a raccolta dei soci della cooperativa). Ma Manfredonia, per fortuna, azzecca i personaggi principali, da un Accorsi che auto-ironicamente mette in scena la sua rigidità, a Maria Rosaria Russo che, da leader della cooperativa, regge il ruolo di dolente figura femminile, fino all’inquietante e mellifluo boss interpretato da Tommaso Ragno. Su tutti, però, prevale Sergio Rubini nei panni del “servitore di due padroni”, figura ancestralmente legata alla terra madre che non può e non riesce a vedere in modo positivo l’intervento dello Stato.
Certo, siamo lontani anni luce dalla lezione della commedia all’italiana, dal dramma declinato in farsa di un Dino Risi o di un Monicelli; ma a Manfredonia non interessa rincorrere quel modello. Come in un manuale del perfetto esegeta del politically correct dei nostri tempi, Manfredonia rende popolare e commestibile lo sgradevole, smussa gli angoli, si tiene lontano dallo scandalo e accarezza l’impossibile tramutandolo in orizzonte a portata di mano. Si fa cantore, insomma, di un “penso positivo” di jovanottiana memoria. E, stavolta, per quanto strano possa sembrare, la ricetta è quasi riuscita.
Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

Nel nuovo film di Giulio Manfredonia La nostra terra, Stefano Accorsi interpreta Filippo che da anni si occupa di anti-mafia in un’associazione del Nord Italia ma che non si è mai confrontato dal vivo con la realtà che si propone di combattere. Filippo è infatti un uomo ansioso con mille fissazioni e paure ma questa sua esasperata precisione, lo rende anche un mago nelle questioni burocratiche. Viene così mandato in aiuto di un’associazione di volontariato che in una zona agricola del Sud Italia, sta cercando faticosamente di avviare un’attività cooperativa in un appezzamento confiscato al boss del luogo Nicola Sansone (Tommaso Ragno).
Tra molteplici dubbi e gli ostacoli derivanti dal non capire una mentalità così diversa dalla propria, Filippo inizia ad affezionarsi a questa terra ed alle strane persone che la abitano, primo tra tutti Cosimo (Sergio Rubini) l’ex fattore del boss alla cui famiglia apparteneva originariamente quella terra. Il film si propone di illustrare tramite una storia romanzata, l’esperienza ed il lavoro di molte delle associazioni che cercando di rivalutare i terreni confiscati alle mafie e di farvi sorgere attività lavorative che possano mostrare alle persone cresciute in un ambiente in cui vige una mentalità di tipo mafioso, uno stile di vita alternativo e rispettoso delle leggi. La maggior parte dei protagonisti di questo film corale, infatti, percepisce la legge come qualcosa di ingiusto che tramite mille cavilli burocratici, mozza le gambe sul nascere all’iniziativa dei singoli individui. Tramite il suo lavoro Filippo mostrerà loro che la Legge e lo Stato si possono anche rivelare come garanti di un diritto dando ai singoli la possibilità di cambiare veramente le cose. Questa possibilità di cambiamento viene particolarmente messa in luce nel percorso del personaggio di Sergio Rubini, il contadino Cosimo. Cosimo si distingue durante tutto l’arco della narrazione per il suo essere un personaggio ambiguo il quale, avendo accettato ogni tipo di compromessi nella sua vita, si muove ormai in una zona d’ombra. Tramite l’esempio di Filippo e dei suoi compagni capirà che c’è un’alternativa a quel mondo di soprusi in cui ha dovuto imparare a destreggiarsi per sopravvivere. Ulteriore importante protagonista del film è la Terra, la quale viene quasi personificata. Anche la terra ha le sue leggi precise ed implacabili. Filippo, esperto di leggi umane, dovrà a sua volta imparare a capire le leggi della terra e con lui anche gli altri partecipanti alla cooperativa i quali, pur vivendo su questa Terra, se ne sono allontanati.
La nostra terra è un film che si propone di usare la leggerezza ed un pizzico di comicità per raccontare situazioni difficili e faticose portandoci all’interno di realtà come quelle di Libera, che sentiamo nominare spesso dai notiziari ma di cui raramente approfondiamo la conoscenza.
Maria Rita Maltese, da “cinefilos.it”

Nel Sud pugliese, il proprietario di un podere e di diversi ettari di terra, Nicola Sansone, viene arrestato e le sue proprietà prima confiscate e poi assegnate a una cooperativa locale incapace di gestirle per negligenza e impreparazione. Dal Nord ad aiutarli viene mandato Filippo, stratega dell’associazionismo da antimafia, uomo da scrivania, esperto di leggi e regolamenti, ma inesperto quando si tratta di sporcarsi le mani con la realtà. A Sud Filippo trova il Sud con tutte le sue contraddizioni, affascinazioni, collusioni, non detti, speranze, creatività e via dicendo, un coacervo di luoghi comuni resi plastici dalla missione che si è dato: far funzionale la cooperativa. Tra i personaggi tutti “tipici” che incontra sulle terre confiscate, c’è Cosimo, lo storico fattore del proprietario Sansone, che nelle more di un giudizio definitivo continua a coltivare l’appezzamento che ben conosce perché un tempo era della sua famiglia, prima che il boss locale, ora agli arresti, se lo prendesse. Filippo e Cosimo ingaggeranno un confronto tra burocrazia e senso della vita che porterà il primo a cambiare e il secondo a redimersi.
Giulio Manfredonia torna con La nostra terra sul solco della commedia etica già inaugurata con il fortunato Si può fare che raccontava una vicenda nello spirito non dissimile da questa: un sindacalista viene mandato a gestire una cooperativa composta da ex pazienti di un manicomio. Quel che si racconta alla fine è questo: fare l’impresa gestendo un bene comune secondo i principi del politicamente corretto. Aggiornando il tema, dunque, Manfredonia individua il nuovo “bene comune”, le cooperative antimafia (realtà già attive da molto tempo ma mai raccontate al cinema, tanto meno nei modi della commedia), e su di esso costruisce una sceneggiatura molto calibrata, fino all’eccesso.
Se non fosse per la straordinaria bravura di alcuni suoi interpreti (Sergio Rubini tra tutti, che riesce a dare corpo, odore, ironia, pensiero, azione a un personaggio altrimenti bidimensionale), La nostra terra avrebbe assunto il tono di una lezioncina in punta di penna, una commedia con tutti gli ingredienti a loro posto, scritta con il bilancino, schematica e meccanica, e per questo prevedibile, con personaggi inseriti come ingredienti tipici di una ricetta da masterchef televisivo. Si sente dunque il lavorio di questa costruzione drammaturgica, rotto dalla verve e dall’invenzione di attori veri a autoironici (Sergio Rubini, Iaia Forte) che anche solo con un gesto riescono a smarcarsi dalla rigidità di una sceneggiatura che li ha pensati troppo, definendoli a volte come macchiette.
La nostra terra è comunque una commedia intelligente e divertente, una favola etica sui limiti del buonismo da terzo settore e sull’italietta dei sempre bravi che ce la possono fare. Un remake meridionalista e “bio” di può fare, senza le nevrosi di Bisio ma con le ossessioni di Accorsi, senza i mattarelli del nord ma con i contadinelli del sud, di nuovo conio o vecchia tradizione, inventati o veri, figli di una Apulia sempre più virtuosamente commission.
Dario Zonta, da “mymovies.it”

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