Io sto con la sposa

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Io sto con la sposa è un documentario di enorme vitalità che racconta una piccola grande impresa, meravigliosamente umana ma anche incredibilmente politica, e che sa conciliare benissimo il dinamismo della narrazione e i momenti più riflessivi delle testimonianze.
Un viaggio impossibile
I registi Antonio Augugliaro, Khaled Soliman e Gabriele Del Grande hanno compiuto un vero gesto da “fuorilegge” pur di rendersi utili a dei profughi di origine siriana e palestinese. Hanno infatti rimpiazzato dei contrabbandieri, si sono travestiti da corteo nuziale mettendosi dietro a due sposi per sfuggire ai controlli e non attirare l’attenzione di nessun vigilante e in appena una manciata di giorni hanno attraversato a piedi le frontiere di diverse nazioni. Con l’obiettivo di approdare in quella Svezia che è l’unico paese europeo, dal settembre 2013, a dare ai siriani la possibilità di soggiornare entro i suoi confini nel momento in cui essi stessi ne facciano richiesta. [sinossi]
La realtà della cronaca ci parla quotidianamente di migranti che arrivano da paesi in cui è impossibile ritagliarsi una fetta di serenità e un universo familiare e sociale stabile. Aree in cui lasciare che le proprie vite scorrano senza essere scosse da una violenza drammatica e cruenta è diventato sempre più una chimera. Il viaggio, oggi, per una porzione consistente di umanità, non può più essere scoperta o diletto, ma solo fuga. Spesso non è neanche più desiderio d’approdo verso lidi migliori, ma è soltanto il lasciarsi alle spalle dei luoghi in cui il presente è invivibile e il futuro non più nemmeno ipotizzabile.
Io sto con la sposa dei registi Antonio Augugliaro, Khaled Soliman e Gabriele Del Grande, reporter in zone minacciate in tempo reale dai conflitti internazionali, è un film che per l’appunto parla di viaggio (e di un viaggio, particolarissimo e curioso), ma è tutto fuorché un resoconto realistico di una tragedia o un documentario strettamente ancorato all’abbrutimento disumano che la suddetta cronaca, anche e soprattutto quella mediatica e audiovisiva, ci restituisce a ciclo continuo minuto dopo minuto su ogni piattaforma. Non risparmiandoci, com’è giusto che sia, dettagli impietosi e mode criminali che riemergono dal passato recente (la decapitazione in diretta, per esempio, cui non eravamo così abituati ad assistere da almeno un decennio).

Io sto con la sposa, che fin dal titolo nasconde una precisa volontà d’appartenenza non solo a qualcosa ma anche a qualcuno, è la cronistoria, familiare e amicale, ravvicinata e utopica, di un sogno irrealizzabile che eppure si materializza lasciandosi accogliere su uno schermo in cui immaginare è possibile, senza per questo limitarsi all’evasione priva di costrutto o al favolismo fine a se stesso: un attraversamento dei confini travestito da atto qualunque, una sofferenza che si fa (finalmente!) gioia contagiosa e vitale, anche nel dolore, anche nella confessione di vite dai tracciati biografici tutt’altro che rosei. Perché così dovrebbe essere, sempre e comunque, per chiunque.
Un gesto impudente, per certi versi radicale nel suo essere palesemente eversivo, quello dei tre registi, che però al di là della curiosità o della sorpresa che può generare nasconde al suo interno una forza dirompente, tanto simbolica quanto anarchica, che non è solo sfacciataggine ma è voglia di documentare il paradosso contemporaneo di chi, nel momento in cui decide di abbandonare il luogo in cui è nato e cresciuto, diventa solo un numero tra tanti o un punto all’ordine del giorno delle Nazioni Unite puntualmente bypassato.
Tale contraddizione, sulla bocca di tutti ma realmente prossima all’interesse di pochissimi, è sciolta dagli autori – almeno da loro, verrebbe da dire – con una risoluzione pragmatica, in cui chi sta dietro la macchina da presa invade il profilmico diventandone non solo parte attiva ma anche parte in causa. Un’operazione cinematograficamente interessante, certo, che mette in moto diverse idee e soluzioni riguardo al coinvolgimento di un regista in una storia, ma anche un’azione umanamente rilevante in cui gli autori si sono evidentemente messi in gioco non solo come registi ma ancor prima come uomini.

Non è certo questo il territorio più adeguato per stabilire priorità e tantomeno cosa venga prima tra l’umano e l’artefatto, tra il reale (o presunto tale) e il fittizio. Sta di fatto però che Io sto con la sposa intercetta la pienezza espressiva della fertilissima scena del documentario italiano odierno e la sua immediatezza, che spesso e volentieri parte proprio dai nuovi mezzi digitali per accogliere le urgenze dell’oggi e le tematiche sulle quali l’attualità è fondata, nel bene come nel male. Quello di Augugliaro, Soliman e Del Grande, che abbiamo avuto modo di vedere e apprezzare all’ultima Mostra di Venezia e che adesso sta girando l’Italia raccogliendo un po’ ovunque un diffuso successo, è un film in presa diretta che dà l’idea di essere transitorio e inafferrabile perché altrettanto inafferrabili e incomprensibili sono i vincoli giuridici che regolano il passaggio da uno Stato all’altro, volti ormai a stritolare il singolo e a schiacciarlo inesorabilmente. Ma lo sono anche, inevitabilmente, le certezze di tutti, sempre più sfuggenti e selezionate, destinate solo a quei pochissimi eletti che hanno la fortuna di non dover transitare nel mondo vero, quello che soffre e che si sporca ogni giorno. E di potersene chiamare fuori, facendo sì che il giudizio morale nei loro confronti venga silenziato e rimandato all’infinito.

Davide Stanzione, da “quinlan.it”

 

 

Arrivano dalla Siria, dall’Egitto, dalla Palestina, da tutti i paesi del mondo in cui la guerra e il terrore impediscono la possibilità di una vita normale. Pagano per lasciare i luoghi dove sono nati e dove vivono i loro cari e costruirsi un altrove migliore e lo fanno accettando la possibilità di morire nel viaggio. Sono le anime di un esercito invisibile di cui ci accorgiamo solo in occasione delle grandi tragedie del mare e di cui i governi europei – che a parole professano compassione – si rimpallano le responsabilità. La maggior parte di questi uomini in fuga considera l’Italia, bella ma disastrata, solo un paese di transito da attraversare in fretta prima di partire da Milano verso il Nord Europa, col miraggio di arrivare in Svezia, paese che riconosce il loro status di rifugiati politici e li accoglie.

Il problema, per quelli che riescono a sfuggire tra le maglie costrittive e le umiliazioni dei centri di accoglienza, trasformati in carceri sovraffollati, è attraversare le frontiere, per arrivare dove c’è qualcuno disposto ad ascoltarne le ragioni. Fa comodo ai governi che le classi più colpite dalla crisi si scelgano un capro espiatorio su cui sfogare la loro paura per la mancanza di lavoro e di futuro. Per questo, e da sempre, l’immigrato è il nemico da deridere, da guardar male o da aggredire, assimilato nel pensiero collettivo ai delinquenti che – come ne esistono in qualsiasi comunità umana – hanno anche la sua nazionalità. E’ successo all’emigrazione italiana fino a 50 anni fa di essere vittima di razzismo ed emarginazione, è successo a milioni di ebrei di vedersi chiudere le porte verso la salvezza e spalancarsi quelle dei forni crematori, continua a succedere oggi nell’indifferenza o nel fastidio generale.

Antonio Augugliaro, Khaled Soliman Al Nassiry e Gabriele Del Grande, giornalista in zone di guerra, non sono così: conoscono di prima mano la sofferenza, la paura, i desideri di queste persone a cui troppo spesso appiccichiamo un cartellino di comodo: clandestino, illegale, criminale. Non sono indifferenti ai genocidi, alle stragi che hanno fatto del Mediterraneo una immensa fossa comune, all’odioso nuovo traffico di schiavi, organizzato da negrieri senza scrupoli, che vendono a caro prezzo il passaporto per la felicità per poi abbandonare i disperati clienti in mezzo ai monti, se non li buttano in mare ancor prima di aver toccato la terra promessa.

In tutto questo l’Europa discute, si arrabbia, legifera, ma non coordina gli sforzi per riuscire ad affrontare un fenomeno arrivato ai livelli di guardia, se non in modo repressivo e indiscriminato. Gli autori di Io sto con la sposa, dicevamo, non chiudono gli occhi di fronte al dolore e alla potenziale ricchezza umana di queste persone, ma decidono di dare una mano concreta, compiendo una vera e propria azione illegale, a un gruppo di profughi siriani, egiziani e palestinesi. Si sostituiscono ai contrabbandieri, si camuffano da corteo nuziale dietro a due sposi per non dare troppo nell’occhio, e in 4 giorni attraversano 5 stati valicando a piedi vecchi confini, proseguendo in macchina e in treno, seguendo le vie meno battute per arrivare il prima possibile a destinazione. Il bisogno non può piegarsi ai tempi del cinema, sarà dunque il cinema a farlo.

Nel mare di film e documentari che parlano della tragedia dell’emigrazione, Io sto con la sposa è una voce ottimista, un frammento di realtà in cui si arriva alla meta in apparenza senza sforzo eccessivo, guidati dall’entusiasmo per un’impresa folle. Qualcuno ha scritto che “non succede niente”, quasi deluso dall’assenza di tragedie (che ci sono eccome nelle voci dei protagonisti) e che per questo il film sarebbe più adatto alla televisione che alla sala cinematografica. Ma il documentario, per quanto spurio possa essere, per sua natura registra quello che accade: in un film di fiction come il bellissimo – e purtroppo poco visto – La gabbia dorata il cammino dei ragazzi verso l’America del Nord è costellato di vere tragedie ricreate ad arte per il cinema.

Io sto con la sposa è quello che è: a volte la vita ci sorprende e tutto fila liscio senza eccessivi patemi. Ma nei quattro giorni di questo viaggio abbiamo avuto modo di scoprire l’esistenza di un mondo diverso, solidale e generoso, che ci ha un po’ ricordato l’Ultima Casa Accogliente del”Signore degli Anelli”. Forse il mondo in cui viviamo è sempre più simile a Mordor, ma non per questo dobbiamo rassegnarci al Male e smettere di aiutare gli altri. Per qualcuno dei tantissimi in cerca di una vita degna di chiamarsi tale, lontana da morte e terrore, forse l’approdo in Svezia sarà solo un miraggio destinato a dissolversi all’alba di fronte alla cruda realtà delle cose, ma a nessun essere umano può essere tolto il diritto di sognare. Ed è questo che Io sto con la sposa ribadisce con forza.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

Io sto con la sposa, con semplicità non mediata è un film trasparente che senza troppi fronzoli mostra una direzione possibile e necessaria per dare un deciso scossone all’asfittico panorama cinematografico italiano; documentazione di un viaggio da Lampedusa alla Svezia, in cerca di uno spazio eterotopo impossibile nel nostro paese, per le leggi vigenti sull’immigrazione Di Federico Salvetti Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque connazionali sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra; decidono così di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri mettono in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici tra italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffe delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata incredibile, vero e proprio racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013. Con questo coraggioso esperimento Antonio Augugliaro, Gabriele del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry hanno portato al recente Festival di Venezia nella sezione orizzonti “Io sto con la sposa”, film girato durante il viaggio reale appena descritto, realizzato anche grazie ai 100.000 euro raccolti tramite crowdfunding. Il documentario segue come si diceva l’andamento del viaggio dei protagonisti, accordandosi sui tempi della fuga tanto da rendere impossibile qualsiasi organizzazione pregressa del set, inclusa la preparazione delle luci e l’allestimento del profilmico. Tutto è in presa diretta, un’impellenza che determina anche il senso politico del film: urge un cambiamento nelle leggi di immigrazione e sulle cittadinanze, come è improrogabile il bisogno di mostrare al mondo cosa devono sopportare migliaia di persone che sono costrette ad abbandonare il proprio paese senza la certezza di rimanere in vita e di poter restare nel luogo di destinazione, che sia l’Italia, la Francia o la Germania. L’obbiettivo dei protagonisti è la Svezia, paese con le leggi sull’immigrazione più avanzate e ci arriveranno grazie all’aiuto di un gruppo di uomini e donne italiane che rischieranno il carcere per i propri principi. La caratteristica più interessante del film è proprio questa semplice attività di osservazione concepita in modo diretto e immersivo. I naufragi in barcone, la lotta per non morire annegati, i campi profughi nei quali si rischia la morte, i cadaveri che quasi soffocano chi si salva dall’annegamento, non vengono mai mostrati, ma l’indugiare sui volti di chi racconta queste esperienze, come Tasneem, Abdallah e Manar è sufficiente a comunicare in modo potente i loro sentimenti e quelli di tutti coloro che lottano con disperazione per una vita migliore. “io sto con la sposa” è un film importante, proprio in virtù di questa semplicità non mediata, una trasparenza che mostra senza troppi fronzoli una direzione possibile e necessaria per dare un deciso scossone all’asfittico panorama cinematografico italiano, non solo perchè questa è un’opera realizzata totalmente dal basso e fuori da qualsiasi criterio produttivo, politico, parrocchiale, ma perchè in modo deciso trasforma il racconto diretto, doloroso, vissuto in prima persona, in un momento di cinema politico “tangibile” fuori da qualsiasi pre-costruzione ideologica

Federico Salvetti, da “indie-eye.it”

 
Per andare in scena si comincia sempre dal costume, l’abito creato apposta per gli attori e indossato durante la rappresentazione. Ma quello che il documentario di Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman al Nassi racconta è la realtà di uomini e donne che hanno interpretato un ruolo e infilato un costume per beffare il destino e garantire un futuro a chi amano.
Documentario nomade finanziato ‘dal basso’, Io sto con la sposa mette letteralmente in schermo un matrimonio e il suo corteo di invitati mai così partecipi. Perché i cinque protagonisti di questa avventura sono in fuga dalla guerra e dal loro Paese fiaccato dalla belligeranza. Palestinesi e siriani sopravvissuti ai marosi, sbarcati a Lampedusa e decisi a raggiungere ‘creativamente’ la Svezia. Ad aiutarli un regista, un giornalista e un poeta sirano-palestinese convinti che nella vita prima o poi bisogna scegliere da che parte stare. Schierati da quella del sogno, disattendono le leggi del Vecchio Continente e arrivano in meta. Non la casa base ma una nuova casa, che alleggerisca a chi ha chiesto loro soccorso, le ragioni per cui hanno rischiato la vita, spaiato i loro affetti e abbandonato tutto quello che avevano costruito. Nel viaggio verso la Svezia, terra promessa e unica ‘eccezione’ europea che dal settembre 2013 concede il diritto di residenza a tutti i siriani che domandano asilo, i protagonisti si raccontano, rivelandoci chi è veramente un rifugiato e ricordandoci correttamente che nessuno sceglie di esserlo. Il dilemma, la condizione in cui una decisione si impone tra due o più alternative ugualmente indesiderabili, rappresenta in sintesi lo stato del profugo. Dittature, crolli di dittature, guerra, soprusi impongono a uomini e donne risposte immediate al problema, che molto spesso non si risolve poi nel compimento della scelta. Sono decisioni i cui effetti dolenti permangono anche dopo l’espatrio, condizionando la vita futura in diaspora. Così Alaa, partito con suo figlio Manar e lasciato il minore in Palestina senza sapere se lo rivedrà mai o se riuscirà mai a condurlo lontano dal pericolo e vicino al cuore. A non avere dilemmi nel consentire l’accesso al territorio e alla procedura di asilo, dovrebbero essere invece le autorità italiane, francesi o tedesche che siano. Autorità eluse con indocile grazia dagli autori che stanno con la sposa e la scortano per tremila chilometri, tingendo il loro documentario di un tono fiabesco. Una favola di disobbedienza civile che ha abbattuto gli orchi, che confida nel prossimo e che reagisce all’Europa, alle sue forme di contenimento, controllo, detenzione e respingimento. Azione politica in immagini, Io sto con la sposa solleva e risolve con estro il dibattito sul diritto alla mobilità, il diritto delle persone a spostarsi senza impedimenti, sfuggendo guerre o dittature crudeli. A incarnare l’Odissea in costume nuziale, che muove da Milano alla volta di Stoccolma, passando per Marsiglia, Bochum e Copenaghen, due sposi e un solido e solidale contorno di comprimari, che hanno il volto di chi è ‘affondato’, di chi è riemerso, di chi come Manar ‘rappa’ la propria vita e i suoi pochi anni per dirsi al mondo e per dire al mondo che non si sente più straniero e che quello che desidera si trova finalmente in questo posto, a questo punto.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Il documentario Io sto con la sposa, diretto da Gabriele del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry e Antonio Augugliaro, unisce alle caratteristiche di un road movie quelle di una favola a tinte sociali che si avvicina a quanto mostrato con delicatezza e sensibilità.
Il percorso che conduce i protagonisti alla loro lontana destinazione, infatti, non è certamente privo di ostacoli e situazioni complicate da affrontare, ma l’atmosfera si mantiene sempre leggera e speranzosa, anche nei momenti più difficili, e il passato drammatico delle persone coinvolte nel progetto e il loro presente incerto non scoraggiano i viaggiatori che partono dall’Italia con destinazione Svezia.
Il particolare progetto ha fin da subito ottenuto l’attenzione, ottenendo sulla piattaforma di crowfunding Indiegogo oltre 100mila euro provenienti da sostenitori provenienti da ogni parte del mondo che ne hanno seguito l’evoluzione tramite i mezzi di comunicazione e, soprattutto, grazie ai social network.
UN LUNGO VIAGGIO ALL’INSEGNA DELLA SPERANZA

Dopo essere arrivati nel nostro paese in modo illegale, su imbarcazioni di fortuna, un gruppo di persone in fuga dalla guerra cerca di raggiungere la Svezia per chiedere l’asilo politico. Io sto con la sposa racconta proprio il percorso compiuto da alcuni immigrati, da Milano a Stoccolma, avvenuto tra il 14 e il 18 novembre 2013. Per non venire arrestati con l’accusa di essere contrabbandieri, un poeta palestinese e un giornalista italiano aiutano cinque palestinesi e siriani chiedendo la collaborazione di un’amica palestinese che si traveste da sposa, e di una decina di amici italiani e siriani che si travestono da invitati al matrimonio. In quattro giorni vengono percorsi in questo modo più di tremila chilometri e i viaggiatori attraversano città, confini e nazioni, convivendo con la paura di essere scoperti e la voglia di iniziare una vita migliore.

UN RACCONTO COINVOLGENTE

Pur essendo realizato in fretta e dovendo tenere in considerazione le esigenze per raggiungere l’obiettivo finale, Io sto con la sposa riflette bene i sentimenti dei profughi e l’intento di andare contro le regole per suscitare una riflessione sulle problematiche affrontate da uomini e donne, padri di famiglia, adolescenti, e bambini, persone di ogni età che per ragioni diverse hanno deciso di lasciarsi alle spalle la propria nazione e le persone che amano inseguendo il sogno di un destino migliore.
Il documentario segue in modo dinamico il viaggio compiuto, alternando racconti e ricordi, passando dalla tensione per ogni attraversamento di un casello autostradale al confine tra nazioni estere agli attimi di gioia per essersi avvicinati sempre di più alla propria meta. Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry riescono ad attribuire al lungometraggio un ottimo ritmo privo di pause o noia, accompagnando in modo dinamico gli spettatori nella loro scoperta delle vite dei protagonisti, dando spazio anche ad alcuni momenti musicali che sdrammatizzano la situazione. La fotografia di Gianni Bonardi sottolinea poi in modo determinante le luci e le ombre, arricchendo il lungometraggio con le immagini di paesaggi luminosi e dando personalità anche alle riprese effettuate in notturna in spazi chiusi come l’interno di un’automobile.
Il buon equilibrio tra la drammaticità della realtà e l’inventiva alla base dell’iniziativa sostengono con efficacia Io sto con la sposa, che si ritaglia uno spazio da protagonista all’interno del panorama italiano dei documentari in arrivo nei cinema in questa stagione.
Il documentario Io sto con la sposa è un’opera interessante e originale che non sfrutta mai la retorica per parlare di immigrazione e questioni politiche, proponendo una testimonianza significativa ma al tempo stesso tempo in grado di intrattenere. Grazie alla regia dinamica e uno svolgimento scorrevole e lineare riesce ad avvicinarsi con sensibilità alle vite dei protagonisti, realizzando inoltre l’obiettivo di far riflettere immortalando un capitolo importante delle vite degli immigrati clandestini senza però mai mettere in secondo piano la speranza che li anima.
VOTOGLOBALE7

Betarice Pagan, da “everyeye.it”

 

 

Milano: il giornalista italiano Gabriele Del Grande, il regista Antonio Augugliero e il poeta siriano palestinese Khaled Soliman Al Nassiri decidono di aiutare cinque migranti palestinesi e siriani, conosciuti per caso alla Stazione Centrale di Milano, a raggiungere clandestinamente la Svezia, paese dove avrebbero chiesto asilo politico. Per farlo i tre, supportati da un gruppo di amici, inscenano un finto matrimonio con tanto di invitati agghindati a festa e un vero e proprio corteo nuziale, sicuri che nessuno avrebbe mai dubitato della legalità di una coppia di sposini accompagnati da un gruppo di amici. Partiti proprio da Milano il 14 novembre del 2013 il finto corteo nuziale percorre oltre tremila chilometri attraversando la Francia, il Lussemburgo, la Germania e la Danimarca e giunge a destinazione il 18 novembre.
Il coraggioso quanto folle progetto descritto non è altro che la storia raccontata in Io sto con la sposa, docufilm finanziato grazie a una campagna di crowfunding – 90 mila euro in soli 6 giorni – e presentato a settembre 2014 nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia. Un documentario che è un deliberato atto di disobbedienza civile quanto pregevole testimonianza di solidarietà umana verso chi, carico di illusioni e speranze, affronta un viaggio della morte per raggiungere uno di quei tanti posti dove poter ricominciare una nuova vita per assicurare un futuro migliore ai propri figli. Un film commovente, girato in tempo reale nell’arco di quei quattro giorni, e per lo più all’interno di luoghi chiusi o in auto dove i cinque protagonisti si svelano, raccontando allo spettatore i loro desideri, i sogni, le sofferenze subite in un paese in guerra, dove molti hanno lasciato un pezzo della famiglia, fino alla morte di quei compagni che non ce l’hanno fatta ad affrontare questo tragico esodo e sono stati inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. Un racconto umano e poetico, con la macchina da presa che indugia sui dettagli, soprattutto sui volti segnati e stanchi dei protagonisti dove i sorrisi si alternano alle lacrime, le chiacchiere, i balli e le cene in compagnia alla paura e alla continua tensione di essere scoperti e pagare le conseguenze delle proprie scelte: il ritorno a casa per i cinque rifugiati e 15 anni di carcere per i tre autori. Incuranti dei pericoli e dei rischi, i tre vanno fino in fondo, scelgono di disobbedire la legge per inseguire un proprio sogno di giustizia umana. Un documentario importante che in 90 minuti ha il merito di raccontare una storia commovente ma ha soprattutto il pregio di aprire a una riflessione seria su una situazione sociale tragica che continua a mietere vittime innocenti.

Marianna Ninni, da “sentieridelcinema.it”

 

 

Io sto con un sogno, sembrano aver voluto dire Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman al Nassi: quello di filmare una benigna stangata all’Europa, riprendendo in tempo reale il viaggio di cinque siriani e palestinesi da Milano alla Svezia, che eludono controlli e leggi con la fantasiosa copertura di un finto corteo matrimoniale. Parte dal basso, il documentario presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 71, finanziato da una campagna online che ha raccolto 100.000 euro in due mesi; si snoda in orizzontale, tra autostrade, vagoni, sentieri e montagnole; vuol arrivare in alto, nell’Europa Settentrionale, sul confine d’un orizzonte di speranza, lontano dalla pazza foga della guerra, in barba ai garbugli di leggi ostili o poco inclini all’accoglienza. Così è stato, ipso facto: è cronaca, dal 14 al 18 novembre 2013. Ed ora è cinema sopravvissuto.

Un giornalista d’assalto, un regista-montatore ed un poeta siriano, dunque, al timone di un’odissea mitteleuropea, tra Marsiglia, Bochum, Copenaghen e Stoccolma – ma diciamolo subito, per non magnificare oltre, messa avanti tutta la simpatia per l’impresa, un road documentary che impressiona più conoscendo i presupposti che vedendone su schermo gli esiti: l’odissea è evocata, ché le autorità sono docili – i villain, a ben vedere, nella realtà, sono al più i soliti invisibili burocrati; nessun vero pericolo viene corso – salvo quelli evocati dai ricordi dei protagonisti; ad emozionare non sono gli sviluppi della traversata, tutto sommato liscia, quanto il viaggio di dentro, che una ruga, una lacrima, una smorfia di tensione fanno riaffiorare, specie quando ai protagonisti spetta raccontare di quei corpi mai più riaffiorati durante la prima traversata del Mediterraneo.

Ecco, dunque, che da un lato la cornice esistenziale – vera, verissima, credibile – conta anche più della forma e dei contenuti; dall’altro, di conseguenza, lo spettatore insaziabile, avvezzo alla fiction anche nel cinema verità, deve di fatto contentarsi, con auto-imposizione etica, di non vedere nulla né di spettacolarizzato, né di realmente spettacolare, né di particolarmente ben girato o montato. Il documentario è a tratti persino verboso, snodato su superstrade orali – incredibile per un film sulla strada! Ma tant’è, se i tremila chilometri filarono così, in quei giorni novembrini, non resta che dire: è la realtà, bellezza. O meglio: è la bellezza della realtà.

Di là dei contachilometri, infatti, Io sto con la sposa è un racconto d’ansie, di attese, di ricordi, di tracce: un’odissea nello spazio interiore, che al più si fa fisica per la vicinanza, materiale per la presenza, brutale per i relitti della memoria o per i graffiti di chi ha già battuto queste strade, lasciando su pareti palinsesto un esorcismo personale scarabocchiato in un rifugio improvvisato. Al bando le avventure: le parole – anche rappate, come nel caso del giovane Manar – cercano di comunicare, con dura tenerezza, perché si sia diventati “banditi” d’una fiaba, giusti disobbedienti. Anche il cinema, così, è graffito: racconta, graffia, racconta i graffi. Tremila di questi confini superati, anche solo dallo sguardo.

Antonio Maiorino, da “cinemaerrante.it”

 

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