Il venditore di medicine

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La giornata di un venditore
Il comparaggio è quella pratica illegale per cui un medico accetta regalie di vario genere e sotto qualsiasi forma per spingere e vendere un determinato farmaco. Bruno (Claudio Santamaria) è un informatore medico-scientifico (il venditore di medicine del titolo) dell’azienda “Zafer” che questa forma di “convincimento” la utilizza costantemente pur di raggiungere gli obiettivi di vendita in un mercato dove vige una concorrenza spietata e senza esclusione di colpi.
Il farmaco dovrebbe essere l’ultimo dei prodotti per cui si dovrebbero applicare le formule della libera concorrenza, ma, al contrario, gli alti investimenti per la ricerca e per ottenere profitti miliardari da parte delle aziende farmaceutiche porta a pratiche scorrette. L’incipit de “La giornata di un venditore” è un montaggio di notiziari, servizi giornalistici, brani di conversazioni, di fatti realmente accaduti (e di reati) compiuti a vario titolo nel nome del guadagno: dalle truffe dei rimborsi al Sistema Sanitario Nazionale; al commercio di medicine con effetti collaterali pericolosi e inutili; alla sperimentazione consapevole fatta su pazienti disinformati.
In piena crisi economica, mantenere il posto di lavoro diventa l’unico obiettivo di Bruno. La sua giornata è scandita da riunioni di vendita dove il capo area (una straordinaria Isabella Ferrari nel disegnare il cinismo del suo personaggio) urla e incita i venditori a fare sempre di più. Tra licenziamenti, suicidi, pressioni psicologiche continue, controlli sistematici, visite ai medici per far vendere i farmaci, Bruno arriverà a rovinare la vita familiare e la sua stessa esistenza. Cade in un abisso in cui i comportamenti etici sono delle eccezioni – un solo medico si rifiuta di commercializzare i farmaci perché inutili e inefficaci e che denuncerà Bruno per il tentativo di corromperlo con l’offerta di un tablet.
Bruno si muove sempre con l’affanno e l’angoscia del risultato, del “pezzo” in più da piazzare e, quando il suo posto lavorativo sarà in pericolo, arriverà a ricattare un primario di oncologia (falsamente incorruttibile) per ottenere la vendita di una fornitura di medicinali chemioterapici a un intero ospedale. Sarà una vittoria di Pirro: dalla carota per diventare “intoccabile” all’interno dell’azienda e per far carriera, otterrà solo di mantenere il posto di lavoro (fino a quando?), far arricchire i suoi “capi” (che si ritengono soddisfatti) ma che nella realtà rende peggiore la sua vita, ancora imprigionato negli appuntamenti per vendere l’ennesimo farmaco all’ultimo medico.
Nella società dei Minotauri
“Il venditore di medicine” mette in scena due mondi paralleli in cui Bruno agisce: uno basso, quello della famiglia, della moglie professoressa, del rapporto quotidiano fatto di finti sorrisi, di una casa bella, del mantenimento di un tenore di vita comodo; uno sovrastante, fatto di pressione psicologica continua. Un certo mondo dell’industria commerciale del farmaco diventa metonimico della rappresentazione di una società dove la continua ricerca del profitto è l’unica ragione di esistenza.
In una sequenza significativa, durante una pausa, tra un appuntamento presso uno studio medico e la telefonata con la capo area, un venditore anziano, incontrato in un bar, dice a Bruno: “La conosci la teoria della doppia impossibilità?”. Alla risposta negativa di Bruno, il venditore gli spiega l’esperimento fatto sui topi che hanno due impossibilità: da un lato c’è il pezzo di formaggio elettrificato, quindi se lo mangiano i topi muoiono. Ma se non mangiano i topi muoiono lo stesso per fame. “Sai come va a finire?” chiede il venditore anziano. Alla risposta negativa di Bruno, gli risponde: “I topi si mangiano tra di loro”. Ma non è solo la metafora del cannibalismo sociale indotto in una società in cui alla fine il sistema di vita ti porta a sacrificare gli affetti e le persone care. Nella realtà, “Il venditore di medicine” narra di una società dove i pochi sfruttano i molti e il farmaco non è che un prodotto simbolo. Che sia un farmaco o una saponetta o un qualsiasi altro prodotto, quello che conta è il consumo. Non ci sono più cittadini né pazienti, ma solo consumatori e non ci sono più venditori, ma solo minotauri (piccoli, come Bruno, o grandi come i capi e i dirigenti che si muovono a un livello ancora più alto in uno scenario più vasto e complesso).
Tra docudrama e thriller civile
Antonio Morabito, al secondo film, è un regista soprattutto di documentari e questa sensibilità visiva viene trasfusa nelle immagini de “Il venditore di medicine”: lo stile documentaristico pervade l’intera opera con l’uso di una camera a mano che segue le giornate di Bruno.
Ma Morabito va oltre: confeziona le immagini con una messa in quadro a volte ritardata, lenta: come, ad esempio, quando Bruno va a trovare un suo amico affetto da una grave malattia o la moglie in ospedale.
La macchina da presa inquadra Bruno nella cornice della porta in entrambe le sequenze per rimanere sospesa quando il personaggio si sposta. Poi, per gradi, compie un movimento di svelamento non solo dell’antagonista, sempre malato, ma anche dell’emotività di Bruno.
Un personaggio sempre su una “soglia” che, in qualche modo, varca verso una situazione di malattia fisica e spirituale.
Ed è bellissima la sequenza finale, dove Bruno, dopo l’ultimo appuntamento fallito con un medico, viene inquadrato in campo medio mentre sale una scalinata che lo porta all’esterno, solo, stanco, sconfitto.
L’interpretazione di Claudio Santamaria riesce a rendere il personaggio di Bruno realistico e con tutte le sfumature psicologiche necessarie, attorniato da un cast di personaggi secondari tutti in parte.
Morabito sceglie di ibridare il suo stile documentaristico con una messa in quadro che lavora sui dettagli, sui primi piani di Bruno angosciato o in campi medi con angolazioni dal basso e dall’alto e carrellate a seguire oppure a procedere, vestendo la struttura narrativa con un ritmo da film thriller (potenziato dalla efficace colonna sonora ritmata e carica di Andrea Guerra).
Presentato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, “Il venditore di medicine” è un film di impegno civile che registra in modo coraggioso e potente la realtà di crisi che stiamo vivendo, dove la messa in scena è sorretta da una storia ben scritta e che lascia l’amaro in bocca allo spettatore all’accendersi delle luci nella sala cinematografica.
Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

Bruno (Claudio Santamaria) è un informatore farmaceutico di quarant’anni che lavora per la Zafer, industria capitanata da un’algida regina bionda (Isabella Ferrari); soprattutto, però, la Zafer è un’industria che cerca di portare sul mercato, spesso tramite azioni non del tutto legali, medicinali di cui, fondamentalmente, non v’è alcun bisogno. Arriva però il momento in cui la Zafer, dopo aver investito parecchi soldi su un medicinale che si prospetta essere obsoleto, entra in crisi; timoroso di perdere il proprio posto di lavoro, Bruno comincia a seguire l’esempio dei suoi colleghi, cercando, attraverso la corruzione, di piazzare quante più fiale possibili.
Al suo secondo lungometraggio di finzione – dopo l’escursione documentaristica di Non son l’uno per cento sulla Federazione Anarchica Italiana – Antonio Morabito si cimenta con una storia gretta e intollerabile per la sua infernale vicinanza alla realtà. Il mondo che il regista di Massa Carrara analizza è quello della corruzione in ambito farmaceutico, divenuto ormai una vera e propria piaga sul suolo italico, tanto da richiamare numerose inchieste giornalistiche. Il regista, con il suo ampio bagaglio culturale in ambito documentaristico, avrebbe potuto confezionare un film d’inchiesta, un documentario in cui intervistare vittime e carnefici, spingendo il pubblico ad additare i colpevoli che si arricchiscono sulla malattia e la pelle di gente spesso ignara. Invece Morabito accetta la sfida, e porta al cinema un thriller teso, in cui le volute del destino nefasto avvolgono il personaggio gradualmente, in una lenta danza infernale che spinge Bruno a diventare quasi una maschera dell’orrore, un umano privo d’anima. Perché il protagonista di questo film non è, in definitiva, un uomo malvagio che agisce in seguito ad istinti luciferini, quanto piuttosto una pallida pedina di un sistema più grande, che spinge gli uomini a pensare di doversi occupare solo del proprio tornaconto personale. Ciò che conta non è comportarsi bene, ma mantenere il proprio posto di lavoro e i propri privilegi. Ad ogni costo.
Il venditore di medicine non è neanche lontanamente un film perfetto: il punto di vista del regista a volte appare sin troppo altalenante, come se non avesse il coraggio di giudicare e, allo stesso tempo, si sforzasse di non far emergere il proprio giudizio sulla situazione raccontata. In questa dimensione sospesa, in cui la natura stessa del film risulta spezzata, ad alzare il livello dell’intera operazione è comunque la ottima interpretazione di Santamaria, con la sua valigetta che si trasforma in una sorta di protesi, e la sua aria smorta, come se la sua anima si prosciugasse gradualmente da ogni afflato umanistico. L’attore riesce a costruire questo personaggio figlio dei nostri nefasti tempi: e il suo destino, congiunto a quello di molte persone che tocca senza esserne consapevole, e i consigli di colleghi altrettanto diabolici, è uno degli elementi che riesce a risvegliare l’attenzione del pubblico, che partecipa alla visione, ne viene tentato, pur con qualche riserva su parti meno riuscite e meno coraggiose. Nonostante questo, però, Il venditore di medicine resta una prova encomiabile di ciò che il cinema potrebbe (e dovrebbe) essere.
Erika Pomella, da “silenzio-in-sala.com”

Ci sono storie che non vorremmo mai ascoltare, storie che restituiscono una realtà inaccettabile che ci allontana da ogni forma di campanilismo, trionfalismo e orgoglio nazionale; storie che, come ci insegna Il venditore di medicine, sono però necessarie, perché solo da una durissima presa di coscienza può scaturire l’impulso al cambiamento.
La scomoda verità di cui Antonio Morabito si fa ambasciatore nel suo secondo lungometraggio è la corruzione delle industrie farmaceutiche, un argomento che un filmmaker abituato al documentario avrebbe potuto tranquillamente affrontare in un’inchiesta, alternando le consuete interviste a vittime e testimoni dei misfatti a incursioni nei “luoghi del peccato”.
Invece il regista sceglie il genere che meglio si adatta alla corsa verso la l’autodistruzione di un personaggio che si muove al di sopra della soglia della morale: il thriller. Il racconto dell’avverarsi del suo ineluttabile destino è infatti serrato e teso, claustrofobico nonostante l’ampiezza di alcuni spazi e sempre più angosciante, mano a mano che il protagonista si riduce a un topo in trappola.
Nei confronti di questo personaggio, che non ha l’allure del grande villain ma la meschinità della “piccola pedina”, l’atteggiamento di Morabito è ambiguo e altalenante.
I pochi momenti in cui lo commisera e lo capisce, pur senza giustificarlo, sono i migliori del film, perché restituiscono una maggiore impressione di verosimiglianza.
In altre scene la cattiveria di Bruno diventa eccessiva e immotivata, spingendo Il venditore di medicine nella direzione di un horror alla Rosemary’s Baby.
Forse però, quando si parla di malattia e di farmaci chemioterapici tanta durezza è giustificata, soprattutto se per la grettezza non esiste una punizione.
Claudio Santamaria è l’anima de Il venditore di medicine e fa bene il suo lavoro di attore, lavorando sulla paura e sullo smarrimento. Anche Isabella Ferrari è brava a interpretare una capo area algida e aggressiva.
E poi c’è il pittoresco girone dantesco dei medici venduti, dei politicanti fintamnte altruisti e dei professoroni malati di superomismo…
Possibile che l’Italia si sia ridotta cosi?
Certo che è possibile: non ci resta che correre rapidamente ai ripari.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Comparaggio, corruzione e altre amenità: ma medici e medicine non dovrebbero curare, possibilmente, salvare? No, la realtà è un’altra e, forse, non è solo il lato oscuro, ma l’intero sistema farmaceutico: Il venditore di medicine di Antonio Morabito mette il dito nella piaga, con la storia di Bruno (Claudio Santamaria), informatore medico in crisi. La sua azienda, la Zafer (a voi decrittare la crasi…), sta licenziando, e per non perdere il posto di lavoro deve corrompere medici, ingannare colleghi, e non solo. La moglie insegnante (Evita Ciri) vuole un figlio e non sospetta nulla, gli amici nemmeno, ma la sua capoarea (Isabella Ferrari) lo pressa e Bruno deve giocarsi il tutto per tutto, provando a corrompere un primario di oncologia (Marco Travaglio)… G
ià fuori concorso al Festival di Roma, premiato a Bari, prodotto da Amedeo Pagani ed Elena Pedrazzoli, distribuito da Luce Cinecittà, Il venditore di medicine ci prende per mano e ci porta all’inferno: deontologia a scomparsa, Ippocrate a rivoltarsi nella tomba, avidità e corruzione a spadroneggiare e il bugiardino a far nomen omen. Denuncia e impegno civile in primo piano, mancano un po’ di dati e un tot di cattiveria, ma possiamo accontentarci? Altroché, e occhio alla cura. Meglio, chi cura la cura?
di Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Venditori sull’orlo di una crisi di nervi
Un film duro nell’urgenza della sua denuncia, che sceglie di raccontare la sgradevole pratica del comparaggio messa in atto dalle aziende farmaceutiche sullo sfondo della crisi economica, presentando con lucido cinismo contenuti adatti ad un documentario d’inchiesta, attraverso la storia di un gretto protagonista e della sua discesa nell’abisso di azioni mostruose indotte ma non giustificate dalla società che lo circonda.
Un film inevitabilmente destinato a suscitare clamore e polemiche, che ha già fatto molto rumore al momento della sua presentazione al Festival di Roma lo scorso anno. Perché Il venditore di medicine, scritto dal documentarista e sceneggiatore Antonio Morabito con Michele Pellegrini e Amedeo Pagani, e diretto dallo stesso Morabito, è un film tanto importante quanto scomodo, che ha visto infatti la luce solo grazie ad una coproduzione dell’italiana Classic e la svizzera Peacock Film con il sostegno della Radiotelevisione svizzera insieme a Rai Cinema. Ambientato nel mondo della farmaceutica , il film denuncia la pratica del comparaggio messa in atto dalle aziende attraverso venditori il cui lavoro non è più quello di presentare le ultime novità in fatto di ricerca, ma è diventato quello di veri e propri corruttori senza scrupoli nei confronti di medici la cui connivenza rappresenta sicuramente l’aspetto più scabroso del film. Un ritratto duro, lucido e impietoso di un sistema marcio, specchio di un paese senza coscienza e senza morale, raccontato attraverso la parabola di un meschino e disperato protagonista che, sullo sfondo della crisi economica, incarna il piccolo mostro che agisce al di là della propria coscienza spinto da una società ancora più mostruosa di lui nelle sue dinamiche folli.
Se Santamaria corrompe Travaglio
Bruno (Claudio Santamaria) è un informatore medico per la Zafer, un’azienda farmaceutica che sta attraversando un momento difficile a causa della crisi economica: tra tagli al personale e licenziamenti, gli obiettivi richiesti ai propri venditori per la sopravvivenza in organico sono sempre più alti. La pratica del comparaggio dell’azienda viene messa in atto da Bruno con sempre meno scrupoli, per aumentare fatturati e allargare il proprio giro di medici conniventi, che prescrivono i suoi farmaci in cambio di regali costosi, viaggi premio, e l’offerta di trattamenti speciali di ogni genere. Lo stress aumenta man mano che la situazione di lavoro si fa sempre più difficile: l’ultima possibilità di recuperare terreno agli occhi del suo capo area (Isabella Ferrari) sembra quella di riuscire a piazzare il nuovo farmaco chemioterapico dell’azienda ad un primario di oncologia (Marco Travaglio) non solo restio, ma soprattutto all’apparenza incorruttibile. Il suo tenore di vita e la sua sfera privata sono a rischio, la moglie Anna (Evita Ciri) lo assilla col desiderio di un figlio, per Bruno la morsa si stringe sempre di più e la sue azioni oramai vanno ben oltre al di là della sua coscienza.
La regola dell’undici
La regola dell’undici: un regalo fatto ad un medico in cambio della prescrizione di un farmaco deve produrre utili pari a undici volte il valore del regalo stesso. Le regole non scritte del triangolo “soldi, medici, farmaci” appaiono subito chiarissime, così come chiaro é l’intento di denuncia di Morabito nei confronti del reato del comparaggio e della maniera in cui questo viene perpetrato in maniera disinvolta sotto una fastidiosa sembianza di legalità, tra medici e farmacisti conniventi e case farmaceutiche disposte a tutto. Farmaci prescritti in cambio di regali e soldi, prescrizioni a beneficio di pazienti morti, individui sani che si prestano come cavie: “avete ridotto la sanità uno schifo”, tuona l’unico giovane medico che non si presta e si fa portavoce della coscienza di un paese che non può e non deve rimanere indifferente. In un mondo dove oncologia significa soprattutto “duemila euro a fiala”, la discesa agli inferi del protagonista che si muove al di sopra della morale è solo l’emblema della società che lo circonda, disposto a tutto per non perdere i propri privilegi, così come la classe dirigente che lo governa. Il farmaco che dovrebbe essere l’ultima cosa ridotta a mero prodotto commerciale, diventa l’emblema della mercificazione di un sistema dove etica e deontologia sono in vendita con buona pace del giuramento di Ippocrate.
Il venditore ai tempi della crisi
Non il primo film sul tema, vedi Amore & altri rimedi con Jake Gyllenhaal, notevole commedia agrodolce dagli imprevisti risvolti drammatici dal registro completamente diverso. Il venditore di medicine è un vero film di denuncia su un argomento talmente scabroso che poteva essere oggetto di un documentario d’inchiesta alla Michael Moore, per l’urgenza e l’attualità dei suoi contenuti, e che invece ci viene proposto sotto forma di un thriller, in cui la parte di denuncia, lucida nella sua durezza e nel suo pragmatismo, funziona comunque meglio di quella romanzata, soprattutto quella che esplora la sfera privata del personaggio, con i risvolti gialli meno credibili e in ogni caso meno tesi ed efficaci delle ciniche contrattazioni tra Bruno e la sua cerchia di medici. Più che altro le azioni aberranti che il protagonista arriva a compiere e l’abisso di disperazione in cui precipita come uomo, rappresentano le conseguenze della mancanza di scrupoli come professionista in cui oltre alle medicine finisce col vendersi anche l’anima. Claudio Santamaria è comunque efficacissimo nell’incarnare l’ansia e l’angoscia crescenti che pervadono la storia, che dal punto di visto emotivo riflette in generale le tensioni e le insicurezze figlie della crisi economica, e con cui ogni lavoratore affetto da sindrome da provvigione, la cui sopravvivenza è legata ad obiettivi e target sempre più esosi da raggiungere, rischia tristemente di identificarsi. La paura del futuro e di mettere al mondo i figli, l’ossessione di non poter mantenere o migliorare il proprio stile di vita, lo stress da risultati, non riguardano solo il venditore di medicine ma un’intera generazione a cui il film si rivolge, e che non può proprio rimanere indifferente.
Alessandro Antinori, da “movieplayer.it”

Inizia con una scena da film americano, che ricorda film come Americani o A un km da Wall Street. Solo che al posto di Alec Baldwyn o Ben Affleck (memorabili i loro monologhi per minacciare i venditori poco capaci delle proprie aziende), c’è un’inquietante Isabella Ferrari, nel ruolo di una capoarea di un’azienda farmaceutica di primo piano: la sua durissima requisitoria a un informatore medico (ovvero chi cerca di consigliare ai medici determinati farmaci: è il reato di comparaggio) che non riesce più a ottenere risultati avrà un esito tragico.
Si sente fisicamente la paura, tra le persone che lavorano per la Zafer (e non sembra casuale che il nome della casa farmaceutica sia identico al sinistro luogo dove si svolgevano le vicende di Todo Modo di Elio Petri), giovani e meno giovani: minacce, pressioni psicologiche, licenziamenti. Il protagonista, Bruno (interpretato da un ottimo Claudio Santamaria), ci appare come un “venditore di medicine” sicuro di sé ed efficiente: ha amici medici che da anni accettano da lui regali di vario tipo (smartphone, tablet, viaggi in alberghi di lusso magari camuffati da congresso scientifico) in cambio di prescrizioni dei farmaci proposti da lui. Suadente, simpatico, ma anche minaccioso quando serve se qualcuno non rispetta i patti (come una donna con cui ha avuto una storia). Bruno, come gli altri, deve in effetti garantire all’azienda standard precisi, non può perdere colpi; ma la crisi e i licenziamenti iniziano a intimorirlo, e allora punta sempre più in alto, ai cosiddetti “squali”: dottori che valgono molto, magari perché sono primari in ospedali o sono medici della mutua con un migliaio di assistiti, ma che non accettano condizionamenti. Però la fortuna sembra voltargli le spalle, perché inizia a incontrare sulla sua strada dottori integerrimi e quindi “rompiscatole”. Sarà mica stanco anche lui, magari “scoppiato”, secondo le formule aziendali che indicano brutalmente chi non riesce a stare al passo? Senza contare il suo “privato”: sempre più dipendente lui stesso da farmaci “pesanti” prescritti dall’amico medico, vive male anche il rapporto con una moglie che vuole un bambino e ha smesso di prendere “precauzioni”… Anche su questo terreno, Bruno sarà disposto a tutto pur di arrivare ai suoi obiettivi.
Il venditore di medicine è una dura requisitoria contro un sistema descritto come marcio, tra complicità, convenienze, reati veri e propri (anche prescrizioni di farmaci che non servono, se non dannosi), cinismo diffuso sulla pelle dei malati che sono vittime non considerate di azioni scellerate. Non abbiamo gli strumenti per giudicare se quanto tale denuncia sia equilibrata o, al contrario esagerata (lo sfondo è davvero cupissimo); e certo alcune drammatizzazioni – il suicidio del collega, l’amico che si è ammalato gravemente per aver fatto la “cavia”, le decisioni di Bruno rispetto alla possibile gravidanza della moglie, il solito politico discutibile – sembrano fatte apposta per polarizzare il pubblico in un’adesione netta e indiscutibile o in un rifiuto di uno scenario troppo fosco. C’è da dire che il film di Antonio Morabito è ben scritto, recitato ottimamente (oltre che dai citati Ferrari e Santamaria, anche da alcuni comprimari ben scelti; e c’è pure un inedito Marco Travaglio credibile nei panni di un primario solo apparentemente integerrimo) e con il ritmo incalzante del thriller di denuncia. Forse la camera che sta troppo addosso ai personaggi, se aumenta il tono concitato e angoscioso, denota anche una povertà di budget (la produzione ha dichiarato le difficoltà nel reperire finanziamenti e ospitalità dal mondo della sanità, a causa della storia raccontata) e i pochi personaggi sulla scena. E il finale lascia un po’ a desiderare (soprattutto per la vicenda coniugale, che suona un po’ artefatta). Ma come opera prima di finzione, dopo tanti corti e documentari, lascia ben sperare per un autore – ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Michele Pellegrini e al produttore Amedeo Pagani – con forte consapevolezza espressiva e buona padronanza del mezzo, che certo non si è fatto spaventare dal sentiero irto di rischi del film di denuncia. Sarebbe bello vederlo alle prese con un film ancora più ambizioso, con maggiori possibilità produttive per poter verificarne le capacità.
Antonio Autieri, da “sentieridelcinema.it”

Portando alla luce la corruzione delle industrie farmaceutiche italiane, Antonio Morabito, ci racconta una storia dal punto di vista non solo dei soliti buoni, ma anche da quello dei cattivi, da chi è veramente corrotto, con la controindicazione che alcuni punti risultino un po’ troppo lenti.
Bruno (Claudio Santamaria) è un informatore medico di 40anni che lavora per la “Zafer” una casa farmaceutica che cerca, illegalmente, di convincere i medici a prescrivere un certo tipo di medicinali attraverso vari sistemi di corruzione. Nel momento in cui la società entra in crisi, Bruno, per rimanere attaccato al suo posto di lavoro, porta al limite le pratiche di corruzione.
“Il venditore di medicine” è un thriller teso, con alcuni punti che funzionano meno, che racconta un mondo che non era ancora stato trattato nel cinema italiano, procedendo però per due linee parallele che poi si incontrano.
Morabito, seppur attraverso un film di finzione, dà alla sua pellicola uno stampo che si avvicina di più al mondo del documentario che prende vita proprio nel momento in cui Bruno indossa la sua tenuta da lavoro ed impugna la sua valigetta. Dall’altro lato però poi emerge l’aspetto di cinema di finzione attraverso la vita privata del protagonista. L’uomo vive la preoccupazione della malattia sulla propria pelle attraverso un amico e la moglie che lo mettono davanti alle contraddizioni della sua esistenza.
Proprio questa parte, però, risulta il punto debole della pellicola, allontanando lo spettatore da quella più interessante e che trasformerebbe “Il venditore di medicine” in un ottimo thriller di denuncia, competitivo con il cinema d’ oltreoceano. La sfera privata, per quanto possa servire per approfondire il personaggio di Bruno, toglie infatti tensione e ritmo ad una sceneggiatura che ha molto da dire e far riflettere.
Il panorama che il regista fa emergere, comunque, è di vivo interesse: un mondo, composto da medici e primari senza morale e corrotti, che è nascosto alla vista del comune cittadino e che però esiste.
Il background documentarista di Morabito è ben evidente e ben riesce a sposarsi con l’idea di questa pellicola che è ottima nella prima parte, ma che finisce un po’ per perdersi nella seconda, regalando comunque un film da tenere d’occhio e meritevole di visione.
Sara Prian, da “voto10.it”

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