Il sale della terra

 

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Fotografare. Scrivere con la luce. Ritrarre. In pochi lo hanno saputo fare, lo sanno fare, come Sebastião Salgado, tra i più grandi fotografi contemporanei, raccontato ora da Wim Wenders (e dal figlio Juliano Ribeiro Salgado) nello splendido documentario The Salt of the Earth, premiato lo scorso maggio in Un Certain Regard a Cannes, oggi al Festival di Roma e dal 23 ottobre nelle sale italiane.
Seguendo il fotografo nei suoi ultimi viaggi, e ascoltando dalla sua voce la storia dei suoi scatti più importanti, il regista tedesco Palma d’Oro nel 1984 con Paris, Texas dà vita ad una creazione che alimenta il cinema con il suo nutrimento primario: l’immagine. Che attraverso l’occhio di Salgado ha saputo raccontare i continenti sulle tracce di un’umanità in pieno cambiamento. “Il sale della Terra” sono gli uomini, seguiti dal fotografo in quarant’anni di carriera: alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea, conflitti internazionali, carestie, migrazioni di massa, sono stati immortalati nel bianco e nero inconfondibile, di rara potenza, del fotografo brasiliano.
Da Other Americas (progetto sulle terre sudamericane) a Sahel, The End of the Road, da Workers a Exodus, il lavoro di Wenders e Salgado Jr. tenta di riscrivere, attraverso una nuova luce, l’interminabile cammino di Salgado, la completa adesione di quest’uomo al “momento” che ha saputo fermare, rendere unico, consegnando alla Storia le tante, troppe, innumerevoli storie che l’umanità avrebbe altrimenti continuato ad ignorare.
Il genocidio in Rwanda, quello più recente dei Balcani, Salgado ha più volte rischiato di “catturare” questioni che hanno rischiato di allontanarlo definitivamente dal suo soggetto principale, l’uomo. Con il quale lo stesso fotografo ha finito per non riconoscersi più. Solamente più tardi, realizzando il monumentale Genesis, l’incontro ravvicinato con la fauna e la flora selvagge, omaggio unico e irripetibile alla bellezza del pianeta che abitiamo, unitamente al grandioso progetto portato avanti insieme alla moglie e al figlio, atto al rimboschimento di quella che un tempo era (solo) la loro tenuta in Brasile (e adesso è un parco nazionale), Salgado – secondo lo stesso Wenders – ha avuto una sorta di risarcimento dopo tutta la disperazione di cui è stato testimone: “Non ha soltanto consacrato Genesis alla natura, dice il regista, ma è proprio la natura ad avergli permesso di non perdere la sua fede nell’uomo”.
di Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”
Dopo i musicisti del Buena Vista Social Club e le coreografie appassionanti del teatrodanza di Pina Bausch, il regista Wim Wenders torna a realizzare uno dei suoi film/omaggio, ritratti complessi e toccanti di esistenze da cui il regista è stato nel corso della sua vita profondamente colpito. Il sale della terra – presentato nella sezione Un certain regard allo scorso Festival di Cannes – pone al centro dell’opera filmica una delle personalità più creative e artistiche contemporanee, ovvero il fotografo brasiliano Sebastiao Salgado. Wenders (con il prezioso aiuto del figlio del fotografo Juliano Ribeiro Salgado) ricuce dunque il viaggio dell’artista brasiliano (ma soprattutto antropologo) attraverso i tanti mondi e le tante popolazioni dallo stesso esplorati. Emerge così attraverso il racconto per immagini lo straordinario interesse, amore, e soprattutto trasporto di Salgado per quello che viene definito il sale della terra e che altro non è che la moltitudine di persone che affollano questo mondo con le loro tante diversità, peculiarità, ricchezze. Ma emerge soprattutto come quelle che appaiono come le esistenze più nell’ombra, relegate ai gradini più bassi della iniqua scala del mondo, siano poi quelle più forti, solidali e straordinariamente ricche di umanità.
Un documentario lirico e potente, dove l’ammirazione di Wenders per l’amico fotografo è evidente in ogni singolo fotogramma; un lavoro che trascende – quasi subito – la sua identità filmica per essere invece qualcosa di molto più alto, significativo. L’esperienza di Salgado cristallizzata nel bianco e nero e nella nitida espressività umana delle sue magnifiche fotografie passa così attraverso il lavoro di raccolta, catalogazione e giustapposizione di Wenders per trasformarsi poi con estrema potenza nella nostra personale esperienza audio/visiva. In un attimo siamo partecipi e già travolti dalla bellezza e dall’orrore che Salgado ha visto e ritratto con il suo onnipresente occhio fotografico. Dalle splendide immagini che raccontano la vita delle tribù della Nuova Guinea, passando per quelle straordinarie e cruente dei pozzi petroliferi in fiamme in Kuwait o dei tantissimi pompieri canadesi impegnati a domare le fiamme e interamente ricoperti da fiumi di lava nera, fino ad arrivare alle tragiche, strazianti immagini delle migrazioni di massa in Etiopia, Congo, Ruanda, Bosnia, dovute a guerre, carestia e siccità. Numeri sconcertanti di vite spezzate, corpi agonizzanti e ridotti a mucchi di ossa, bambini strappati alla vita senza la possibilità di diventare mai adulti, ma anche immagini fortissime di estrema lotta per la vita. Sono queste immagini di vita e morte che corrono lungo un confine labilissimo e che Salgado ha raccolto nel corso di un’esistenza e in particolare nei due volumi Autres Amériques ed Exodus; esperienze molto toccanti o addirittura traumatiche – come quella del Ruanda in fuga e immerso in uno stato di morte – che hanno portato lo stesso Salgado ad attraversare momenti molto bui e un profondo stato di depressione. Eppure, Wenders nel raccontare Salgado non si limita a rintracciarne solo l’opera di documentazione delle barbarie umane, ma crea giustamente quella contrapposizione tra ombre e luci, vita e morte che lo stesso Salgado ha negli anni (ri)cercato e raccontato. Il sale della terra attraversa infatti lo stesso ciclo della natura umana, soffermandosi sulla morte ma cercando poi la sua quadratura del cerchio nella speranza di vita; ed è infatti proprio con Genesi (vero e proprio omaggio fotografico alla bellezza e alla potenza della natura) e con le immagini del rimboschimento in Brasile operato dalla famiglia Salgado e promosso in particolare dalla moglie, che l’opera di Wenders chiude sul positivo di una speranza, di un mondo che ancora può essere salvato ripartendo dalla forza e dalla bellezza di una Natura che è soprattutto la nostra magnifica fonte di Vita.
Attraverso la potenza delle fotografie di una vita, quelle immagini che rappresentano a un tempo l’orrore estremo e l’incantevole bellezza dell’esistenza il regista Wim Wenders racconta il fotografo Sebastiao Salgado in un film che irrompe nella nostra percezione come un fiume in piena di emozioni. Quasi sottraendosi alla nostra percezione, Wenders realizza dunque un omaggio potente e bellissimo al Salgado fotografo e soprattutto antropologo, un uomo che ha dedicato la sua intera esistenza per esplorare e raccontare la forza della Natura così come gli istinti brutali della natura umana.
VOTOGLOBALE  8.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”
Magnificamente ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell’artista, Il sale della terra è un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio.
Quella di Salgado è un’epopea fotografica degna del Fitzcarraldo herzoghiano, pronto a muovere le montagne col suo sogno ‘lirico’. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio.
Nato nel 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, da cui parte ancora adolescente, spetta al figlio Juliano documentarne la persona attraverso foto e home movies, ricordi e compendi affettivi di incontri col padre, sempre altrove a dare vita (e luce) al suo sogno. Un sogno che per potersi incarnare deve confrontarsi appieno col reale. A Wenders concerne invece la riproduzione dei suoi scatti, che ritrovano energia e fiducia nella natura, le sue foreste vergini, le terre fredde, le altezze perenni. Il regista tedesco, straordinario ‘ritrattista’ di chi ammira (Tokyo-Ga,Buena Vista Social Club, Pina Bausch), converte in cinema le immagini fisse, scorre le visioni e la visione di un uomo dentro un mondo instabile. In una scala di grigi e afflizioni, nei chiaroscuri che impressionano il boccone crudo dell’esistere (l’esodo, la sofferenza e il calvario dei paesi sconvolti dalle guerre e dalle nuove schiavitù), Salgado racconta le storie della parte più nascosta del mondo e della società. Spogliate dalla distrazione del colore, le sue fotografie attestano la conoscenza precisa dei luoghi e la relazione di prossimità che l’artista intrattiene con gli altri, sono un mezzo, prima che un oggetto d’arte, per informare, provocare, emozionare. Foto che arrivano dentro alle cose perché nascono dall’osservazione, dalla testimonianza umana, da un fenomeno naturale.
Esperiti esteticamente l’oggetto artistico e l’intentio artistica di Salgado, Wenders rappresenta col suo cinema la ‘forma’ dell’idea di cui gli scatti sono portatori. Scatti radicali e icastici che penetrano le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea, attraversano i ghiacciai dell’Antartide e i deserti dell’Africa, scalano le montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Un viaggio epico quello di Salgado che testimonia l’uomo e la natura, che non smette di percorrere il mondo e ci permette di approcciare fotograficamente le questioni del territorio, la maniera dell’uomo di creare o distruggere, le storie di sopraffazione scritte dall’economia, l’effetto delle nostre azioni sulla natura, intesa sempre come bene comune. Perché dopotutto la domanda che pone la fotografia di Salgado è sempre ‘dove’? In quale luogo? E determinare il luogo è comprendere il senso della narrazione dell’altro.
di Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”
Il sale della terra: prende spunto dalle parole di Gesù rivolte agli uomini Wim Wenders per titolare il suo ultimo film, documentario codiretto da Juliano Ribeiro Salgado sulla figura di Sebãstiao Salgado fotografo brasiliano tra i più apprezzati al mondo. Il regista tedesco, egli stesso fotografo, autore de Il Cielo sopra Berlino, Paris, Texas, Buena Vista Social Club si è innamorato di Salgado comprando due sue fotografie, poi ha deciso di fare un film su di lui per capirlo, girato con il figlio del fotografo. È un viaggio tra l’immagine statica della foto e quella dinamica della pellicola che attraversa la produzione del fotografo sociale. Lui che aveva una carriera spianata in Banca ma poi ha deciso di seguire il cuore che andava verso il rischio di far fotografia. Ha viaggiato in più di 100 paesi documentando migrazioni, genocidi, comunità e catastrofi ambientali.
«Una foto non parla solo di chi è ritratto, ma anche di ritrae» una frase del film che fa da architrave verbale in questo viaggio che è forgiato nel fuoco della luce, quella regolata dal diaframma di una macchina fotografica, quella che passa attraverso la macchina da presa ma anche una luce di conoscenza perché ci documenta su dei fatti che hanno smosso il mondo nella fine del Novecento. Salgado ha scattato l’orrore del genocidio in Rwanda, il disagio delle migrazioni, il lavoro dei pompieri accorsi in Kuwait per lo scoppio dei pozzi di petrolio e poi nel suo ultimo lavoro, Genesis, fa un omaggio alla Terra e alle sue creature.
Salgado scatta il movimento fisico, geografico ed emotivo dell’uomo ed anche il film di Wenders ha un suo movimento: la pellicola scorre ma è un tempo che richiama più volte lo spettatore a fermarsi e ha guardare fotografie meravigliose che però schiaffeggiano cuore e mente. Bambini morti per fame, i resti di una scuola dopo un uccisione di massa in Rwanda, un ragazzino vestito di niente nella siccità che guarda l’orizzonte certo che il suo futuro, nonostante la tragedia dovunque, non sarà negativo.
Il movimento de Il sale della Terra è tra amore e morte, gli antichi Eros e Thanatos. Salgado ama l’uomo stesso e si interroga su come possa produrre tanta ferocia, e lo fa con una mimesi straordinaria: si cala per anni nei luoghi che vuole fotografare, rimane lì per tanto tempo e poi, divenuto un osservatore partecipante, ritrae con una passione etica ed estetica quello che vede. Provare a vedere le sue foto sui cercatori della Sierra Pelada, un film in un quadro. Una cascata umana che in una frazione di secondo definisce il Tempo.
Il sale della terra è un film di grande bellezza ma complessa. Non permette allo spettatore di avere le classiche reazioni, il pianto, il sorriso, la riflessione. Lascia interdetti perché semplicemente quello che descrivono Salgado con suo figlio e Wenders alla regia, supera il campo della parola, della spiegazione. Perché parola e immagini non sono linguaggi sovrapponibili o completamente traducibili. Ognuno ha dei confini diversi dall’altro e ognuno serve all’altro.  E se il cinema mostra il non detto allora è Arte.
Mentre Salgado spiega una brillante analogia tra un rettile che ha fotografato ed un guerriero medievale, si rimane incastrati in questo flusso di immagini e rapiti da ragionamenti di chi il mondo lo ha visto e vissuto con sensibilità elevatissima. Il sale della terra è l’uomo mentre distrugge se stesso, i suoi simili e ciò che lo circonda. Ma c’è una speranza se sappiamo che da un piccolo seme nasceranno alberi oltre i secoli. Il sale della terra è un film che ti schiaffeggia di meraviglia e terrore. Gli occhi non sanno cosa fare più. Visione consigliatissima.
di Luca Marra, da “it.ibtimes.com”
Un racconto intenso ed emozionante che svela l’uomo Salgado, attraverso le sue fotografie di grande potenza visiva e di forte impatto emotivo. Un percorso attraverso il dolore dell’uomo che riesce a trovare un orizzonte di speranza attraverso la natura
Cosa può accadere quando un regista che ama le immagini che scorrono lentamente ed un fotografo che deve racchiudere in un solo scatto tutta una vita si incontrano? In questo caso ne è scaturito un lavoro denso e vitalissimo che ha messo in contatto due vite che sembravano destinate ad incontrarsi. Il risultato è contenuto in questo documentario girato da Wim Wenders e dal figlio del celebre fotografo brasiliano, incentrato sula vita di Sebastiao Salgado e le sue opere. Dalla biografia del fotografo apprendiamo del suo percorso di studi che l’aveva portato ad essere un avviato economista che ad un tratto, compresa la sua imprescindibile passione per la fotografia e sorretto dalla fiducia della moglie, decide di abbandonare la sua carriera per diventare un fotografo. Uno speciale tipo di fotografo, in continuo viaggio per i continenti alla ricerca di storie da raccontare. Le storie che racconta hanno al centro l’uomo, la sua sofferenza e i conflitti che lo riguardano.Salgado racconta i conflitti del Rwanda e della Jugoslavia, le carestie che hanno flagellato l’Africa e la condizione di schiavitù in cui vivono i lavoratori delle miniere d’oro brasiliane, divenendo uno dei massimo esponenti della cosiddetta fotografia sociale. Per raccontare la sua storia Wenders escogita un dispositivo scenico che permette a Salgado di parlare guardando al contempo le sue foto e lo spettatore in camera. Attraverso le sue foto scopriamo l’uomo, la sua passione, il suo continuo sforzo alla ricerca della verità, il rischio e il sacrificio che mette per vivere e comprendere ciò che intende raccontare. Ma il percorso di Salgado non si esaurisce nella fotografia sociale, la sua fotografia sconfina in quella antropologica attraverso la riscoperta di tribù e popolazioni che vivono ad altri stadi e in altre modalità di civiltà rispetto all’occidente. Ma come sempre è l’uomo al centro del suo interesse. Il film riesce a legare gli eventi della vita personale di Salgado alle sue scelte professionali, scopriamo il suo rapporto fortissimo con la compagna di vita, il legame con il padre e la sua terra d’origine e la relazione complessa che si instaura con suo figlio che riscopre il padre proprio attraverso il suo lavoro di regista. Dopo una carriera che lo ha reso celebre su scala globale, Salgado ha voluto confrontarsi con un tema completamente nuovo per lui, quello della terra e dell’ambiente. Lo ha fatto con un viaggio intorno al globo durato per 8 anni e le cui foto sono state raccolte nel volume Genesi. Da questa avventura, condotta in parte con il figlio, Salgado è riuscito a trovare elementi di speranza che la sua lunga ricognizione sulla condizione umana sembrava avergli fatto perdere. Una speranza di salvezza del globo che egli ha profuso anche nella sua esperienza privata. Infatti, Salgado e la moglie sono promotori di un esperimento, chiamato Istituto Terra, che ha trasformato la proprietà terriera familiare, ridotta ad un deserto da anni di disboscamento, a ritornare al suo antico rigoglio e divenire parco nazionale, piantando oltre 2,5 milioni di alberi e ricostituendo l’habitat della foresta atlantica. Oltre a conoscere un grande personaggio del nostro tempo, questo documentario è l’occasione di confrontarsi con il tema delle grandi passioni e del coraggio che riescono a rendere eccezionale una vita. La possibilità di poterlo fare attraverso la potenza delle fotografie di Salgado e il morbido racconto per immagini di Wenders sono un’esperienza cinematografica ed umana di grande intensità e un’occasione di vero arricchimento.

Pasquale D’Aiello, da “storiadeifilm.it”
Fin da inizio carriera, il tedesco Wim Wenders ha esplorato le possibilità di contaminazione tra immagine cinematografica e quella reale. In che misura un’istantanea confluita in un’opera di finzione può salvaguardare la propria purezza? E fin dove un cinema del reale può preservare il proprio grado artistico quando si offre e si disperde nella concretezza della quotidianità.
In definitiva la domanda alla base dell’opera wendersiana è: qual è il ruolo del regista – e in assoluto dell’artista – quando crea, quando filma e quale quello di ciò che filma?
È un percorso ben lucido e asciugato in alcuni delle sue opere risalenti al ventennio 70-80, ma che con l’avanzare degli anni è stato caricato e saturato da ulteriori elementi teorici, svolazzi di estetica New Age, facili schematismi.Possiamo ben dire, con il senno di poi, che il doppio viaggio musicale del primo decennio dei 2000 – la Cuba di “Buena Vista Social Club” e la ricognizione dei vividi fantasmi Blues di “L’anima di un uomo” – ha fatto del bene a Wenders che, almeno in ambito documentaristico, ha trovato una seconda giovinezza. Lo si era intuito con il precedente e bellissimo “Pina” dedicato alla coreografa e ballerina Pina Bausch, ne abbiamo una conferma con “Il sale della terra”.
Entrambi incentrati su grandi artisti contemporanei, su personalità che non agiscono direttamente in ambito cinematografico ma che l’una con la danza (il corpo, lo spazio), l’altro con la fotografia (la composizione, l’immagine), con i meccanismi filmici hanno manifeste analogie.
Per documentare vita ed arte di questi straordinari creatori, Wenders, che svolge parallelamente ai suoi lavori per il cinema una più nascosta carriera di fotografo, quasi rende impercettibile la sua presenza. Ne “Il sale della terra” lo si intravede in poche circostanze – ad inizio e a fine film – intento a seguire i gesti e ad ascoltare le parole di Sebastião Salgado. Più che invisibile la sua presenza rimarca la distanza tra il regista-documentarista e il soggetto-fulcro. Quello di Wenders è un omaggio ma anche un atto d’amore verso l’altrui arte e come tale bagnato da una ammirevole umiltà che lo ha spinto a condividere la regia del film con il figlio di Salgado, Juliano Ribeiro. Un rispetto che comunque non annulla la soggettività del suo sguardo dato che, come afferma lo stesso Salgado, il cosa e il come fotografare si sceglie e di conseguenza l’oggettività fotografica non esiste. Un discorso che deve valere per ogni regista che si vuole autore.

Il film è prevalentemente dominato da lunghe carrellate di fotografie scattate dal brasiliano Sebastião Salgado, accompagnate, raccontate, ritmate dalla sua stessa voce. Anche il bianco e nero (di Juliano Ribeiro Salgado e Hugo Barbier) che ritrae l’anziano fotografo ricalca le tonalità delle stampe finali delle sue foto.
Quella di Salgado è un’avventura che parte dapprima da una casualità (la sua prima macchina fotografica professionale apparteneva in realtà a sua moglie), per poi spostarsi, grazie ad una una semplice foto scattata alla propria amata, verso una fascinazione che invero sembra dargli sin dal principio consapevolezza artistica, scatenando per anni un indomito spirito avventuriero; rivelatosi anno dopo anno ben più ampio e problematico in relazione alle iniziali aspettative.
Nel suo linguaggio Salgado instaura una partecipazione spirituale con i soggetti ritratti, un filtro che materializza una dimensione di sacrale bellezza, un tentativo di comunicare l’indicibilità della tragedia che non sappiamo vedere, dove l’istinto dell’artista ha sempre la meglio sulla comunicazione pedagogica terzomondista.
Con il veloce susseguirsi dei suoi lavori, Salgado si è trovato forse inconsciamente in cerchi concentrici esploranti condizioni umane di coloro che l’autore chiama “il sale della terra”: gli esseri umani. Persone immortalate in disparati angoli del mondo, prevalentemente vittime non solo di sistemi socio-economici poco equi ma assorbiti, vincitori e vinti, dalla terra e dalla natura che ci pervade. E se gli studi di economia svolti da Salgado si palesano maggiormente nei lavori dedicati all’industrializzazione, pachidermicamente affissa in frangenti incontaminati, è nelle ricerche in terre africane che viene compiuto il passo verso il grado di massima tensione tra opera esposta e occhio contemplante. Quando nelle sue foto le crepe della secca terra fungono da base a scheletrici corpi morenti, i macilenti bambini restano aggrappati a rinsecchiti seni materni, gli occhi spenti di un vecchio volto nascondono giovani anni, i vetri frantumati dalla guerra violentano l’innocenza di un bambino, difficilmente lo spettatore potrà opporsi ad una commozione pari solo all’indignazione di ciò che lo stesso Salgado ci rivela, quando nei suoi viaggi per i lavori sulle migrazioni trovò in Ruanda una distesa abnorme di corpi privi di vita. Un genocidio che costrinse l’artista a fermarsi.
Tanto sul piano privato quanto su quello lavorativo Sebastião Salgado ha dunque fatto in anni recenti scelte ben precise e connese. Se dopo una vita apolide torna a vivere in natìe terre brasiliane, circondato da una natura finalmente fiorente, decide per la prima volta di spostare il baricentro della sua opera: con il progetto “Genesi” sonda popolazioni sperdute (dall’Amazzonia al Nord della Siberia), fotografa territori incontaminati, regnati da animali e bellezze nascoste. Semplicemente, con l’intento di comporre una memorabile lettera d’amore alla terra, sprigionando emozioni in un’ottica più ottimistica ma con uno sguardo non antropologico ma fieramente e fedelmente emozionale.
Emozioni che Wim Wenders restituisce con una adesione e una intensità che rendono onore alle opere di Sebastião Salgado.

Diego Capuano, da “ondacinema.it”
Sebastiao Salgado è uno dei fotografi più importanti degli ultimi 40 anni. Wim Wenders, che 25 anni fa è rimasto colpito da alcuni suoi ritratti visti a una mostra, ripercorre per decadi la sua vita e le sue esperienze, che attraverso il doppio obiettivo, quello della macchina da presa del regista tedesco e del figlio di Salgado Juliano, e quello del fotografo stesso, ci restituiscono un trascorso choccante degli ultimi decenni di storia mondiale. Lasciando però aperta la porta alla speranza di redenzione del genere umano.
Il sale della terra documentario di Wenders, una biografia in realtà di Sebastiao Salgado è di un’intensità e di una bellezza che solo la visione cinematografica può descrivere. Lo stesso regista incontrerà il pubblico del festival di Roma in occasione della presentazione in anteprima di questo documentario, la prossima domenica 19 Ottobre.
Wenders si era già avventurato, con grande successo, nel documentario. Il poetico Pina, dedicato alla coreografa tedesca Pina Bausch, in cui la messa in scena di alcune coreografie dell’artista collegavano i capitoli e le interviste è stato infatti accolto con premi e riconoscimenti.
In questo nuovo documentario, questa volta un ritratto di un artista vivente, sperimenta un altra modalità di messa in scena: posiziona Salgado davanti alle sue foto e gliele fa raccontare. Quello che ne nasce è un racconto di vita e uno spaccato di storia: dalle lotte per la terra in Brasile al massacro del Darfur, fino ai ritratti dei lavoratori di tutto il mondo che il fotografo brasiliano, fuggito negli anni ’60 dalla dittatura che aveva preso il potere nel suo paese e rifugiato a Parigi, ha realizzato negli anni.
Il tutto rivela quella che sembra essere la maggiore passione di Sebastiao Salgado: l’essere umano.
Le immagini di Salgado sono state viste da tutti noi almeno una volta: spesso molto drammatiche, tese, caratterizzate da una scala di grigi che segue le nuances della luce, così come fa il bianco e nero che Wenders applica al racconto del passato del fotografo.
Diviso in capitoli, o meglio, in progetti, il documentario parte dagli anni ’80 in cui Salgado realizzava i primi scatti per Medici Senza Frontiere fino al doppio dramma del Rwanda per poi arrivare al presente, gli ultimi anni, che lascia il bianco e nero per tornare al colore.
In questi anni Salgado e la sua famiglia sono tornati in Brasile e si sono dedicati a ricreare la vita. Come se fosse la propria anima, seccata dall’aver visto l’abisso della perfidia dell’uomo, Salgado e l’inseparabile moglie e partner Leila decidono di impegnarsi a rigenerare la flora della tenuta di famiglia, rendendo nuovamente fertile ciò che sembrava definitivamente essiccato.
La cura della terra cura anche lo spirito dell’uomo, così Salgado parte per quello che per ora è il suo ultimo progetto: un’ode alla Madre Terra, che prospera a volte nonostante l’uomo.
Alice Vivona, da “cinefilos.it”
“I viaggi sono i viaggiatori”
Nei primi minuti di Alice nelle città, il protagonista Philip Winter scatta alcune polaroid a un panorama che non sembra raccontargli nulla. Winter fotografa elementi caratteristici del paesaggio americano, ciò che gli appare di fronte. Non cerca, ma si limita a attraversare spazi per lui nuovi ma in fondo già noti, finendo per accorgersi che gli sono estranei, nonostante appartengano a un universo sognato e reso mitico. Da quelle inquadrature sono passati quarant’anni. Da allora, fuori e dentro il proprio cinema, Wenders ha mostrato un interesse particolare per la fotografia: non solo è un elemento ricorrente, quasi centrale della sua produzione, ma è diventata con gli anni un’altra carriera, parallela a quella di regista e non meno significativa (l’ultima moglie, Donata Schmidt, è anch’essa una fotografa professionista, e questo ha sicuramente influenzato notevolmente il percorso artistico di Wenders).
Data la predisposizione a interrogare costantemente il proprio cinema e il medium stesso, data l’attitudine autoriflessiva mai scomparsa (semmai, accentuata), un’opera come Il sale della terra, documentario dedicato a Sebastião Salgado, sembra presentarsi come un’ulteriore tappa di una multiforme riflessione sulla fotografia che recentemente è passata anche attraverso spot televisivi come questo. Invece Il sale della terra è prima di tutto semplicemente un film su un fotografo. Non un film strettamente biografico, ma un viaggio attraverso la produzione artistica di Salgado dalle origini all’ultima grande opera, Genesis, pubblicata nel 2013. Wenders è qui incredibilmente discreto, al punto di cofirmare la regia con il figlio del grande artista, Juliano Ribeiro Salgado, che gli fornisce materiale video del padre e che trasforma le sue porzioni di film in un racconto dentro un racconto, un diario personale ritagliato all’interno di un’opera tra le più lineari e dirette mai concepite da Wenders.
Molto spesso, in passato, il regista tedesco ha messo in evidenza i limiti della rappresentazione, sia di quella cinematografica che fotografica. Molte delle sue prime opere mettono in scena una cesura esplicita traimmagine e mondo. Negli anni, questa sfiducia si è fatta via via più incerta, fino a tramutarsi nel suo opposto. Il sale della terra appare quasi come il punto d’arrivo di questo percorso teso a dare nuovo credito alle immagini. Non immagini qualsiasi, naturalmente, ma immaginipensate. L’opera di Salgado è presa come modello da Wenders come quintessenza della potenza narrativa di un’immagine: nel film non ci si dilunga sulla tecnica o sulla composizione del quadro, e manca totalmente la componente feticista (in questo caso potenzialmente facile, data la strumentazione del fotografo) più volte riscontrabile nella filmografia werndersiana. Con un tocco semplice e efficacissimo di messa in scena, Salgado è posto dietro un vetro su cui vengono proiettate le sue istantanee. Solo di quando in quando ci appare in scena, nonostante sia, immerso nel nero, costantemente nel quadro assieme alla sua opera. Egli ha così modo di dilatare, con il suo racconto, la storia che di per sé le sue immagini già rivelano. Perché se le foto di Winter esplicitavano il non senso del viaggiare, al contrario quelle di Salgado ci riportano un mondo nascosto, spesso dimenticato, e rendono conto di uno spostamento reale del loro autore, di un percorso spaziale ed esistenziale che dà valore a ogni singola porzione di pellicola impressionata negli anni. Regista profondamente umanista, ma come il fotografo sovente accusato di estetismo, Wenders trova in Salgado un gemello che, al contrario di lui, ha da sempre avuto fiducia in ciò che l’obiettivo poteva restituire. Non a caso, Wenders insiste sul peso concreto che le sue foto hanno sull’opinione pubblica, sull’informazione, nelle battaglie per l’emersione di crisi e conflitti (quasi sempre nel Terzo Mondo) sovente ignorate. Non solo: il film si chiude con la documentazione di un atto concreto e importante: la riforestazione che Salgado e la sua famiglia da tempo portano avanti con il progetto Instituto Terra. Ancora una volta, Wenders sceglie di chiudere un suo film con un messaggio di speranza (e fuori dalla sala, in occasione di conferenze stampa e incontri con i giornalisti, invoca il Nobel per la Pace per Salgado), nonostante un percorso che in quasi due ore rende conto di eventi laceranti messi senza mezzi termini di fronte allo spettatore.
Nell’ammirazione rivolta a Salgado, infine, ci sembra di avvertire anche il racconto di un Wenders che non esiste, che avrebbe potuto essere. Di un uomo che ha capito fin da giovane che un vero movimento sarebbe stato possibile e lo ha dimostrato.
Matteo Pollone
Voto: 7
da “spietati.it”
La fotografia permette di guardare la realtà da vicino, in modo profondo, sofferente e coraggioso. È questo che ci insegna Sebastiao Salgado, fotografo brasiliano, naturalizzato francese, che per quarant’anni ha girato il mondo con la sua macchina fotografica, immortalando alcuni tra i più gravi drammi sociali della nostra terra e la natura che popola il nostro ecosistema.
La sua storia è raccontata nel bellissimo documentario di Wim Wenders, regista tedesco de Il cielo sopra Berlino e Al di là delle nuvole, che è stato affiancato in quest’avventura dal figlio del protagonista,Juliano Ribeiro Salgado, accompagnatore del padre nei suoi ultimi viaggi.
Wim Wenders ha saputo, in questo documentario, cogliere la grandezza non di un comune fotografo, ma diuna persona sensibile e attenta a ciò che gli accade intorno, al mondo che lo circonda. Una biografia raccontata, oltre che dai video del figlio Juliano, in prima persona da Sebastiao, che dall’interno di una camera oscura commenta le sue fotografie più toccanti e che l’hanno segnato durante la sua vita.
Tutta la storia di Salgado è molto forte e appassionata: un uomo nato in un paese difficile come il Brasile degli anni ’50, trasferitosi in Francia per studiare economia e appassionatosi alla fotografia grazie all’amore della sua vita, Lelìa. Da quel momento, cominceranno viaggi alla scoperta di posti dimenticati dall’era moderna, primi tra tutti i paesi a lui cari dell’America Latina, come il Messico, dove ha dato volto e forma a popoli meravigliosi.
Ma la sua attenzione più grande è stata data al dramma del genocidio nei paesi dell’Africa, nell’ultimo decennio degli anni 90, un evento straziante di cui Salgado è stato testimone in prima persona. Si, perché quest’uomo non si è mai limitato solo a fotografare, ma è sempre rimasto per lungo tempo nei luoghi in cui si trovava, per far in modo che dalle sue fotografie trasparissero le emozioni, belle e brutte, che quei popoli, ed egli stesso, provavano in quei momenti difficili. Attraverso  reportage intensi e appassionati, ha cercato di rendere giustizia a quelle persone, donando loro una dignità che gli era stata strappata.
Negli ultimi anni, lui e sua moglie si sono dedicati anche a progetti ecologici, primo tra tutti rigenerare laforesta tropicale atlantica, che circondava la fattoria della famiglia Salgado, chiamata poi Instituto Tierra e diventata ora riserva naturale del WWF. Ultimo ma non meno importante, è il lavoro artistico Genesis, un fantastico reportage che mostra le meraviglie di una natura incontaminata che si può trovare solo ai confini del mondo. Un lavoro che ha l’obiettivo di creare un percorso per l’umanità, nella speranza che possa ritrovare sé stessa nella natura.
Wenders, attraverso anche la sua spiccata sensibilità e palesando la sua presenza velatamente, è riuscito a regalarci un quadro molto intimo del lavoro di Sebastiao Salgado, eliminando le distanze e trasportando lo spettatore nel luogo e nel tempo in cui le fotografie sono state scattate, quasi fossero in movimento, lasciando ampio spazio al racconto in prima persona del collega e amico. Un documentario assolutamente ben riuscito, toccante ed emozionante, permettendoci di dare un sguardo in più al mondo e all’uomo che è il vero e proprio sale della terra.
Ilaria Scognamiglio, da “cinemamente.com”
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