Il passato

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Ancora una separazione, ancora una famiglia in crisi, ancora conflitti originati da responsabilità morali non sempre facili da riconoscere ed accettare. Dopo aver rivelato il proprio talento alla critica con il bellissimo About Elly (premio per la miglior regia al Festival di Berlino 2009) ed aver ottenuto la definitiva affermazione con lo splendido Una separazione (premio Oscar e Golden Globe come miglior film straniero, Orso d’Oro al Festival di Berlino 2011), il regista iraniano Asghar Farhadi, ormai fra le nuove e più importanti voci del cinema d’autore nel panorama internazionale, torna a riscuotere consensi con il suo nuovo, magnifico lavoro: Il passato, già applauditissimo alla 66° edizione del Festival di Cannes, dove ha ottenuto il riconoscimento per la miglior interpretazione femminile alla bravissima attrice francese Bérénice Bejo (la star di The Artist), e selezionato come rappresentante dell’Iran per la corsa all’Oscar come miglior film straniero.
Un’altra separazione
Sulla scia dei suoi lavori precedenti, anche Il passato punta ad indagare la complessità dei sentimenti e delle relazioni umane, in particolare in quell’ambito circoscritto ma tuttavia mutevole quale la famiglia, unità sociale primaria destinata però ad infrangersi, a ricomporsi e poi, forse, a spezzarsi nuovamente. E mentre Una separazione analizzava gli effetti immediati della rottura di una coppia, Il passato assume invece una prospettiva differente: la separazione, in questo caso, si è già consumata quattro anni prima, ed ora un rinnovato nucleo familiare è in procinto di costituirsi, ma non senza difficoltà. E tali difficoltà derivano principalmente dal legame che ciascun personaggio conserva con il proprio passato: un passato incarnato per la protagonista, Marie (Bérénice Bejo), dall’ex marito iraniano Ahmad (Ali Mossafa), con il quale la donna si ricongiunge all’aeroporto di Parigi nella primissima sequenza del film. Il loro incontro è dovuto alla necessità di portare a termine le pratiche di divorzio, dal momento che Marie è in procinto di risposarsi con il suo nuovo compagno, il giovane Samir (Tahar Rahim, già superbo interprete de Il profeta). Ma forse c’è anche un’altra ragione a motivare la presenza di Ahmad in casa di Marie: la profonda disarmonia provocata da Lucie (Pauline Burlet), primogenita di Ahmad e Marie, che per qualche motivo sembra detestare tanto la madre quanto il patrigno…
Il dramma del quotidiano
A questo punto è preferibile non rivelare altri dettagli della trama, in quanto ciò priverebbe i futuri spettatori del piacere di veder dipanarsi, scena dopo scena, l’affatto scontato ed anzi imprevedibile intreccio di affetti, paure, risentimenti e sensi di colpa che uniscono fra loro i vari personaggi del film, mediante uno sviluppo narrativo che, pur affrontando una materia quasi da melò, mantiene sempre un’ottica rigorosamente lucida e oggettiva. Un approccio che, tuttavia, non esclude un’intensa partecipazione nei confronti dei protagonisti, dei loro stati d’animo spesso contraddittori e dei drammi silenziosi che si portano dentro, a costo di logorarsi giorno dopo giorno. Perché in fondo la principale virtù del cinema di Asghar Farhadi (e ce ne eravamo resi conto già dalle sue pellicole precedenti) è proprio questa: la capacità di presentarci individui concretamente e straordinariamente ‘reali’ nella loro imperfetta e tormentata umanità, ritratti in contesti quotidiani che tuttavia li vedono costretti a far fronte a dilemmi etici di ardua risoluzione. «Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni», come già osservava con amarezza Jean Renoir nel classico La regola del gioco.
LA VERITÀ DELLA COSCIENZA
E Farhadi, in effetti, si preoccupa di mettere in scena le ragioni – nonché i torti – di ciascun personaggio, senza schematismi né oscillazioni manichee fra l’uno e l’altro, ma con un’aderenza pressoché totale alla “verità” del loro essere e della loro coscienza, elemento quest’ultimo imprescindibile di una poetica volta ad analizzare per l’appunto la natura e i limiti della nostra moralità. Se in Una separazione tale moralità era messa alla prova nel presente di una contingenza ben precisa, in questo film al contrario è il passato (come indicato del resto fin dal titolo) a paralizzare i protagonisti, ponendosi come ostacolo ad un’ideale prospettiva di felicità. Ed è pertanto il passato, soprattutto quello ‘celato’ e non detto, il fantasma da rievocare e da abbattere, o con il quale tentare in estremo di riconciliarsi: come accadrà per Samir nel corso di un’ultima, struggente sequenza, la cui dolorosa compostezza sarebbe già di per sé sufficiente a consacrare Il passato come uno dei più sinceri, toccanti ed irrinunciabili capolavori degli ultimi anni.
Dopo la pioggia di premi per il bellissimo Una separazione, il regista iraniano Asghar Farhadi ci offre il suo capolavoro con Il passato, premiato per l’attrice protagonista Bérénice Bejo al Festival di Cannes 2013: un altro dramma familiare che mette in scena con rigore ammirevole i conflitti, le incomprensioni e i rimorsi della coscienza di una pluralità di esseri umani, ciascuno impegnato a fare i conti con se stesso e con le proprie responsabilità morali.
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Stefano Lo Verme, da “everyeye.it”

Due anni dopo Una separazione arriva inevitabile il divorzio. Asghar Farhadi ha realizzato una specie di sequel del film della consacrazione (Orso d’oro e Oscar), già nel gioco di rimandi narrativi: se nell’opera precedente alla base della rottura di coppia c’era la volontà della donna di lasciare l’Iran, qui la protagonista (Bérénice Bejo, migliore attrice all’ultimo festival di Cannes) si trova all’estero – il film è ambientato in una Parigi assai poco riconoscibile – mentre a tornare dall’Iran è lui, Ahmad (Ali Mosaffa), pronto a firmare le carte per il divorzio e a lasciarsi bene con la ex moglie Marie. Una formalità. Ma come accade sempre nel cinema di Farhadi le cose si complicano quasi immediatamente per via dei non detti, le piccole menzogne, gli equivoci, i sospetti: Marie convince Ahmad a dormire a casa anziché portarlo in albergo (come lui avrebbe voluto), ben sapendo che lì vivono, oltre alle due figlie avute da un matrimonio precedente, il nuovo compagno, Samir (Tahar Rahim), e suo figlio. Di entrambi Ahmad era ignaro, nonostante Marie insista nel dire il contrario. Comprensibile il disagio di Ahmed per la situazione. Ma può andare peggio. La figlia maggiore di Marie, Lucie, è in guerra con la madre perché non vede di buon occhio la relazione con Samir, e Ahmad – considerati i buono rapporti mantenuti con la figliastra – è chiamato, pregato da Marie, a intercedere. Scopre allora che la forte contrarietà di Lucie nasconde un motivo: l’attuale moglie di Samir, in coma da mesi in un letto d’ospedale, avrebbe tentato il suicidio una volta saputa della tresca tra il marito e Marie.
Fosse stato girato in Iran Le passé – quarto film in concorso a Cannes – avrebbe inevitabilmente giustificato letture politico-sociali su una società sospesa tra vecchie rotture che non si riescono a sanare e nuovi patti e unioni che si faticano a stringere. Ma siamo in Francia e alle prese con i più banali cortocircuiti relazionali, il che spiega perché Le passé possa sembrare un passo indietro rispetto a Una separazione. Non ha quel respiro, quell’elasticità simbolica. Non regala nemmeno la stessa tensione psicologica e quel climax emotivo che avevano fatto la fortuna invece del film precedente.
Tuttavia Le passè è tout court un film di Farhadi. Ne conferma la precisione nella scrittura, l’abilità nel costruire personaggi ad alto tasso d’empatia, la sagacia nell’addensare attorno a un nucleo primario – lo potremmo chiamare: l’evidenza di un fatto – nuove e ulteriori rivelazioni che, anziché chiarire, annebbiano il giudizio, sfumano i contorni delle cose, contraddicono verità prima accertate.
Questo onnipresente motivo pirandelliano si sposa a una messa in scena rigorosa, costruita sul conflitto tra primi piani, la continua reversibilità delle soggettive e l’attrazione per le superfici divisorie e riflettenti (porte a vetro scorrevoli, finestre, porte). La suspense non decolla come altre volte, ma il film resta pervaso da un presentimento angoscioso, il sentimento molle di un’imminente sciagura. E cresce alla distanza, regalandoci uno dei più bei finali visti fin qui. Un finale alla Farhadi.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Farhadi prosegue idealmente il proprio racconto cinematografico passando dalla separazione al divorzio con Il Passato, un mélo multietnico in cui tutti i personaggi sembrano convivere con verità nascoste e colpe inconfessabili. Grande è la potenza della parola e forse per questo Farhadi interpone tra lo spettatore e i protagonisti finestrini, vetrate, finestre, una sorta di acquario in cui il suono svanisce, inghiottito dalle espressioni, assorbito dall’emotività.
Da subito quindi lo spettatore comincia a chiedersi: “ma che staranno dicendo?”, poiché tutta la pellicola si risolve in una serie di conversazioni, scontri, rivelazioni, scoperte.
Il Passato mette in scena una famiglia allargata che rappresenta l’incubo del benpensante italiano: donna francese con due figli avuti da un non meglio identificato padre residente in Belgio, già separata da un iraniano e attualmente compagna di un maghrebino. Anche grazie a tale struttura contemporanea, Farhadi reinterpreta i classici temi del dramma familiare, immergendo i personaggi in conversazioni taglienti e silenzi rivelatori, in un susseguirsi di epifanie il cui motore (forse) involontario è l’ex marito che diviene suo malgrado catalizzatore ed innesco per l’esplodere del dramma. Un dramma che ha le sue radici nel passato, appunto, e la sua possibile soluzione nel futuro, nella speranza di serenità che, per il regista, non può che essere figlia della verità.
Farhadi dimostra una volta di più la propria discrezione autorale con una regìa volutamente asciutta, lasciando tutto lo spazio alla narrazione, alle parole ed ai silenzi: non c’è una nota di troppo, non un’inquadratura superflua, financo i sentimenti (o quanto meno la loro rappresentazione) paiono trattenuti, raffreddati, tanto da concedere soltanto ai bambini il privilegio del pianto, della scenata. Il Passato è film faticoso, lento e lungo, ma l’ottima ambientazione (straordinaria la casa “work in progress”) e la bravura degli interpreti (assolutamente sopravvalutata la pur brava Bejo) contribuiscono a mantenere viva l’attenzione dello spettatore che viene coinvolto da questo dramma intimo che non sembra trovare una soluzione definitiva grazie ad una sceneggiatura che cambia continuamente punto di vista, occultando la verità dietro un muro/vetro di parole. Fino allo straordinario finale, coerente e perfetto nella sua irresolutezza.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Oltre la distinzione tra bene e male, tra verità e menzogna, oltre i rimorsi e i dubbi è il passato che condiziona la vita dei personaggi di questo dramma. Una riflessione sulla condizione dell’uomo nell’ultimo film di Asghar Farhadi
Ahmad arriva a Parigi da Teheran dopo un’assenza di quattro anni, durante i quali la moglie ha iniziato una nuova relazione con un uomo che intende sposare. Giunto per firmare i documenti per il divorzio, egli si ritroverà ad indagare sui turbamenti che affliggono la figliastra Lucie, riuscendo a far riemergere i sensi di colpa della ragazza e generando così un susseguirsi di rivelazioni che aprirà a più profonde riflessioni sulla responsabilità e sul fragile confine tra verità e menzogna.
La fruizione de Il passato di Asghar Farhadi è, come per ogni film degno di essere definito opera d’arte, un’esperienza che conduce a riflessioni più profonde. La storia assume una valenza cardine per l’accesso alle più intime soglie di percezione temporale. Sviluppandosi in un impacciante percorso di diramazioni divergenti, essa procede in un crescendo che tende al futuro ma trattenuta dal passato, condannando così tutti i personaggi ad un fatale impasse.
La storia, così intima, avrebbe indubbiamente rischiato di risultare noiosa e, nella peggiore delle ipotesi, di essere banalizzata. Ma il film trova la sua forza proprio nella strategica costruzione del racconto. Da notare come Farhadi applichi una struttura non dissimile da molti film del genere noir: i colpi di scena, le inaspettate rivelazioni, la relatività di bene e male, nonché l’impossibilità di distacco dal passato. Egli sembra giocare con i generi, ma ancor di più cerca di rinnovarli, senza scadere in quelle inclinazioni emulative di stampo postmoderno.
Il passato è quindi il vero motore. Il suo progressivo riemergere nel contesto diegetico porta a galla nuovi elementi, nuovi indizi per la risoluzione finale, lo svelamento della verità, o meglio, delle verità. Perché è al plurale che va letta l’indagine. Tutti i personaggi, infatti, sono accomunati da un rimorso che risiede nel loro passato. Tale chiave di lettura d’altronde traspare già dall’emblematico titolo dall’accezione generica. Non è infatti il passato di Ahmad o di Marie, né tantomeno di Samir o di Lucie, ma l’umanità in toto, sembra suggerire il titolo, ad essere indissolubilmente legata e condizionata dal proprio passato. I claustrofobici e caotici spazi in cui si muovono i personaggi, non a caso, assurgono ad una funzione metaforica tendente proprio al rispecchiamento dei più interiori territori della mente. Un senso ultimo che prende corpo da frammenti quindi, ma tutti appartenenti allo stesso fulcro generativo, allo stesso legame con un tempo altro, incontrollabile ed irreversibile. Farhadi, con questa storia, riesce a far trasparire l’angosciante supremazia di quella fase temporale, che allunga la sua ombra sul presente e condiziona il futuro mettendo in atto un dominio massimo.
L’oppressivo condizionamento e la consequenziale impossibilità di distacco dai propri rimorsi è ciò che, come si è detto, condanna i personaggi ad una stasi eterna tra i tormenti del dubbio e dei sensi di colpa. La casa di Marie, che anni prima aveva condiviso con Ahmad durante la loro lunga storia d’amore rimasta irrisolta, assume un valore metaforico secondo questa logica. Le pareti si presentano in una fase di rinnovamento intermedio, con due colori in contrasto e incompleti, i mobili celati da teli di plastica, un giardino dall’erba incolta ed un disordine esteso in tutto lo spazio casalingo. È una chiara rappresentazione di un cambiamento in atto, ma ancora bloccato da inabilità fisiche che costringono al rinvio dell’ultimazione: Marie è bloccata da un dolore al polso che le impedisce di proseguire nella fase di tinteggiatura, mentre Samir è affetto da un’allergia alla pittura che gli provoca bruciore agli occhi. Tali handicap riflettono la loro fallace condizione di coppia felice pronta al matrimonio, quando in realtà la stasi a cui son costretti sottende alle situazioni irrisolte con il passato. Gli spazi indefiniti e il disordine è quindi eco della vita e del “tempo” dei personaggi. Farhadi riesce così a concretizzare il reale spazio entro cui i personaggi si muovono: il tempo. La ricerca delle verità si spinge infatti su una linea temporale più che spaziale, tra lo scandagliare del passato, l’indeterminatezza del presente e le incertezze del futuro.
Personaggi tutti affetti da “difetti tragici” e dall’incapacità di comunicare che li allontana sempre più l’uno dall’altro. Una incomunicabilità la cui causa risiede negli intangibili luoghi della memoria, dove i segreti più inenarrabili faticano nell’affiorare, ma che celatamente ostacolano il progredire. In tal senso la scena iniziale appare emblematica: Marie e Ahmad separati da un sottile vetro che gli impedisce di comunicare e di capirsi. Come anche gli oggetti di Ahmad ancora presenti nella rimessa in un tentativo di rimozione tramite l’occultamento, ma che finiranno col riaffiorare e condizionare la vita di Marie. Allo stesso modo Lucie non riuscirà a tenere segreta la sua colpa, che riaffiorerà suggellando un ulteriore colpo di scena portando la storia verso un nuovo sentiero, alla caduta delle certezze e ad una nuova ri-costruzione della verità. Il persistente quesito, dal tono esistenziale, che infatti permea le vicende della famiglia è: di chi è la colpa? (specularmente: quel’è la causa dei graffi sulla pancia della moglie di Samir?). Ma la pessimistica risposta a cui sembra giungere il film è che nulla è decretabile come certo e oggettivo. I personaggi stessi sono caratterizzati da un peculiare dualismo, tutti sia vittime che colpevoli, sembrano passarsi vicendevolmente il testimone della responsabilità, quando in realtà, in ultima analisi, non risultano altro che tutti in balia dell’incontrollabile cerchio del tempo. Una speranza però sembra ancora sopravvivere, non tutto sarà perduto se si decide di ritornare sui propri passi. Farhadi sembra lanciare questo messaggio inscenando le rivelazioni più importanti, quelle che permettono di far progredire la trama, facendo letteralmente tornare sui propri passi i personaggi: Marie uscirà dall’appartamento di Samir non avendo il coraggio di rivelargli la vera causa del suicidio della moglie, per poi tornare sui propri passi e riferire brutalmente la verità; Naïma, dopo il licenziamento, tornerà sui propri passi per una ulteriore rivelazione che porrà Samir di fronte ad un altro dubbio e senso di colpa; e Samir stesso, nel finale, lascerà la stanza della moglie in stato comatoso per poi tornare sui propri passi e sederle accanto, spruzzarsi il suo profumo e cercare di riattivare la sua memoria olfattiva, per far riemergere in lei quei ricordi, quel passato che forse è l’unica possibilità di salvezza. La forza espressiva delle immagini giunge nel finale al suo apice, con uno stravolgimento ancora più estremo questa volta, facendo del passato, fino a quel momento elemento negativo, ora unica via per la salvezza, per la vita.
Andrea Schiavone, da “indie-eye.it”

L’unica cosa del passato è che non è affatto passato, ma lascia dietro di sé macchie (non a caso è attorno a una macchia su un vestito, capace di scatenare contrasti e violenze inaspettate che ruota tutto il segreti nascosto di questa storia) e strascichi, conseguenze e legami che non si possono (o non si vogliono) spezzare, neppure con la buona volontà di tutti i coinvolti.
Con questa nuova pellicola, ambientata questa volta in Francia, ma vista attraverso gli occhi di un iraniano (che la Francia ha abbandonato per motivi mai del tutto spiegati nel film), Farhadi prosegue il suo personale discorso cinematografico con una tecnica già sperimentata ne Una separazione, il film che gli ha guadagnato il premio Oscar.
La situazione complicata di Marie, due figlie da precedenti legami (ma nessuno da quello con Amhad) e un nuovo convivente con bambino, lui pure con i suoi problemi alle spalle, si rivela poco a poco sotto gli occhi perplessi anche se partecipi di Anhad molto più drammatica. Quella che inizialmente poteva sembrare la normale aggressività tra una madre e una figlia adolescente, l’inquieta Marie, diventa il punto di partenza per un mistero intriso di non detti e sensi di colpa.
Il nuovo compagno di Marie, Samir, ha una moglie in coma da mesi dopo aver tentato il suicidio, un evento le cui ragioni sono l’oggetto di progressive scoperte che, come in un complicato puzzle, vanno a comporre una (non) verità sfuggente, drammatica, carica di dolore, in cui tutti sono insieme colpevoli e innocenti, vittime e carnefici e in quanto tali soffrono e non possono evitare di far soffrire.
La visione che ne emerge sarebbe di un desolato pessimismo, se non fosse per l’immensa pietas che il regista (anche sceneggiatore) rivolge a tutti i personaggi, attraverso il suo alter ego spesso impacciato e a sua volta capace di gaffe ed errori, tratteggiandoli con amorosa precisione nei loro continui movimenti, nell’impossibile compito di renderne la complessità. Lo supporta validamente un trio di interpreti eccezionali, Tahir Rahim, già protagonista de Il profeta, qui tutto fascino dolente e rabbia repressa, Bérenice Bejo, incredibilmente non meno bella nella sua versione proletaria e sciupata che in quella anni Venti di The Artist, e Ali Mosaffa, ex marito e riluttante paciere che si muove come un elefante gentile nella cristalleria dei sentimenti di questo mondo di affetti e disaffetti difficile da decifrare.
Il destino gioca brutti scherzi, ciò che è rotto non si può riparare, certe macchie, per l’appunto, non scompaiono perché nascoste da qualche parte o rimosse lontano, ma agli uomini e alle donne restano (disperati o forse no) capacità e bisogno di amare anche di fronte all’errore, alle ferite e alla distanza, non importa sia quella tra due continenti, due stanze di una casa o quella apparentemente siderale tra chi è piombato in un sonno forse senza un ritorno e chi resta a vegliare.
Laura Cotta Ramosino, da “sentieridelcinema.it”

Ahmad arriva a Parigi da Teheran. Marie, la moglie che ha lasciato quattro anni prima, ha bisogno della sua presenza per formalizzare la procedura del divorzio. Marie ha due figlie nate da altre relazioni e ha un difficile rapporto con la più grande, Lucie. Ahmad viene invitato a non risiedere in hotel ma a casa e ha così modo di scoprire che Marie ha una relazione con Samir la cui moglie si trova in coma.
Asghar Farhadi si è fatto conoscere sugli schermi occidentali grazie all’Orso d’argento vinto al Festival di Berlino con About Elly e ha confermato le sue qualità con il successivo Una separazione (vincitore, tra gli altri premi, di un Oscar di cui la stampa ufficiale iraniana non ha dato notizia all’epoca). Ora con The Past offre un’ulteriore conferma delle proprie doti di scrittura oltre che di regia. Lo spazio architettonico e sociologico è mutato. La casa di vacanza e la dimensione urbana della capitale iraniana vengono ora sostituiti da una Parigi periferica così come periferiche sono apparentemente le une per le altre le vite dei protagonisti.
Ahmad, Marie, Samir e Lucie si vorrebbero sentire ‘fuori’ dalla complessità e dalle problematiche degli altri ma ciò è impossibile. Se Ahmad ha pensato che il ritorno in patria lo separasse definitivamente da Marie si trova costretto a scoprire che non è così. Se Marie ha creduto che bastasse una firma per chiudere definitivamente con lui è costretta ad accorgersi di avere sbagliato. Se lei e Samir si illudono di poter staccare i legami che li collegano a quella donna che sta su un letto di ospedale ci penseranno gli eventi a dissuaderli. Se Lucie ritiene che ridurre la propria presenza in casa al solo dormire possa cancellare la sua ostilità per il ruolo assunto da Samir nella vita della madre dovrà accettare una realtà ben diversa.
Perché Farhadi ci ricorda che per guardare avanti nelle nostre esistenze è indispensabile prendere atto del passato (remoto o prossimo che sia) evitando di rappresentarlo a noi stessi grazie a rimozioni che rendano più accettabile il peso. Il vetro che separa (e forse protegge) Ahmad e Marie all’aeroporto è presto destinato ad andare in pezzi. Saranno lo sguardo ribelle del piccolo Fouad (figlio di Samir) e quello solo apparentemente rassegnato della coetanea Léa a provocare le prime crepe. Perché i bambini, come al cinema ci ha insegnato Vittorio De Sica, ci guardano e ci giudicano. Anche quando sembrano pensare alla catena saltata di una bicicletta o a un elicottero telecomandato finito su un albero in giardino.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

E se invece…
Parigi, oggi. Lei è in coma su un letto d’ospedale dopo un tentato suicidio, lui cerca di andare avanti con il loro figlioletto, l’altra richiama da Theran l’ex marito per farlo parlare con la figlia, avuta da un altro uomo, per capire la sua “distanza”: è Il passato, il nuovo energico film di Asghar Farhadi.

È ancora una donna, come nel precedente Una separazione, a tenere i fili della trama. Questa volta è inerme, ma riesce comunque a far scoppiare i legami e l’unità di una famiglia. Tutto ruota intorno a lei, se lei non avesse tentato il suicidio non sarebbe accaduto niente,mediacritica_il_passato se fosse stata in silenzio a subire il suo dolore i segreti sarebbero rimasti tali e le bugie avrebbero preso il sopravvento. È meglio fermarsi qui, non raccontare troppo della trama di Il passato perché è un thriller o se volete un giallo dei sentimenti, orchestrato con sapiente e delicata mano da Farhadi, con meno “anarchia” rispetto al suo film precedente ma con un pathos da brividi. Il passato è uno di quei film che ti lascia incollato alla poltrona, fatto di silenzi e di frasi non dette, o meglio, fuoriuscite con la forza di chi vuole capire ma ha paura. Fin dalla bellissima sequenza iniziale all’aeroporto in cui Marie, il personaggio interpretato da Bérénice Bejo Palma d’oro a Cannes, parla attraverso un vetro con l’ex marito Ahmad, si capisce che uno dei temi portanti è l’incomunicabilità, e che quel vetro fa parte del loro passato e forse futuro. Pur cercando di tenere anonima l’ambientazione e non affrontando i problemi d’oggi, Il passato è la pellicola perfetta per raccontarci: siamo ormai una società alla deriva che non riesce a costruire un futuro stabile se non infischiandosi delle vite altrui, se le nostre azioni danneggiano gli altri non importa, anzi, maggiore è la propria egoistica realizzazione. Solo il personaggio di Ahmad si salva: è un uomo che, anche se non obbligato, cerca di far quadrare il puzzle e di riunire i rapporti personali ormai consumati, pur costretto anche lui, nel finale, a soccombere alla realtà. Usciti dalla visione di Il passato alcune domande rimangono, anzi pian piano che i minuti passano ci si rende conto che c’è ancora molto da capire e che forse la risposta sta nelle parole e nei gesti di quei bambini che all’inizio sembravano solo subire… Ritornando indietro si potrebbe trovare un’altra soluzione al giallo e un brivido lungo la schiena ti fa capire che l’innocenza dell’infanzia è la miglior maschera per essere crudeli. Ma questa è solo un’ipotesi, la potenza del film di Fahradi sta in questo, ti fa pensare, ti lascia con dei dubbi, ti “spaventa” come dovrebbe fare ogni opera d’arte contemporanea. L’unica speranza rimane in una lacrima e in due mani che, forse, si stringono.
Andrea Moschioni Fioretti, da “mediacritica.it”

Il passato non dimentica e non perdona mai, con il suo carico di tante storie ci racconta allo stesso modo delle persone comuni e di quelle stravaganti, portando con sé i ricordi e i segreti di noi tutti. Spesso riaffiora per rivendicare il suo ruolo e influenza sia il presente sia il futuro che, segnati proprio da quel passato, lo subiscono inesorabilmente.
Ci troviamo a Parigi, in periferia, temporaneamente trasferiti a casa di Marie, madre di due figlie e con due mariti alle spalle; insieme a lei Ahmad, l’ultimo ex appena rientrato in Francia per finalizzare il divorzio, il piccolo Fouad e il padre Samir, nuovo compagno della donna. La famiglia allargata è rumorosa, caotica nella norma, all’apparenza non tesa o isterica, e il serafico Ahmad, uomo tranquillo e pratico, pian piano diverrà il fulcro attorno al quale ruoterà il presente dei protagonisti di questa storia.
“Le Passé” è il nuovo film di Asghar Farhadi, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes e che ha fatto vincere il premio come miglior protagonista femminile a Bérénice Bejo, attrice che il regista ha reso ordinaria nei gesti, nell’abbigliamento e nella sofferenza, senza però riuscire a spogliarla della sua naturale bellezza e presenza scenica. La Bejo riempie lo schermo con disarmante naturalezza, la sua Marie è talmente normale da sentirla vicina, nonostante il suo passato non ci appartenga, e la sua sofferenza diviene anche la nostra.
Storia di vita, di famiglia, di sentimenti, di dolore che si vorrebbe ignorare e dimenticare, narrata con lo stile unico del regista iraniano, il quale ha, infatti, la capacità di non girare il coltello nella piaga, di non provocare lacrime forzate, di non torturare il suo pubblico facendo ricorso ai sensi di colpa. Farhadi, con tranquillità, ci prende per mano, catalizza la nostra attenzione e ci porta in casa dei suoi personaggi – oggi le mura domestiche di Marie, ma potremmo essere ovunque, nessuna città, cultura, estrazione sociale riuscirebbe a distrarci da quanto accade – figure talmente piene di umanità da necessitare solo di quella minima collocazione su una cartina in grado di giustificare la corporeità, i gesti e gli approcci di coloro che si succedono sullo schermo.
Con costante e crescente suspense (ma sempre dolce nei toni e negli eventi, per non rischiare di volgere al thriller), colmiamo gli ultimi quattro anni delle vite di questa manciata di persone, tutte inquiete per motivi talvolta differenti, altre volte affini, e che in un solo caso si toccano. Sarà l’uomo venuto da lontano e dal passato di Marie a riportare l’ordine dopo l’uragano scatenato proprio dal suo arrivo, classica variabile esterna il cui sopraggiungere scuote gli equilibri precari.
Senza volerci insegnare nulla, questa pellicola ci appassiona e ci fa realizzare molto più di quanto crediamo. Voto: 7. Uno dei rari casi di film drammatici in cui non si avverte lo scorrere del tempo, nonostante una durata tutt’altro che esigua. Un applauso quindi al regista che riesce a riconciliarci col genere. Da vedere!
da “masedomani.com”

Come già nel precedente Una separazione, anche per quanto riguarda Le passé (ovvero, “il passato”) nel titolo c’è tutto.
E come già in quel film, qui Asghar Farhadi, questa volta con capitali e ambientazione francese, racconta la vita, nella sua complessità e nelle sue contraddizioni.
La vita e il suo procedere discontinuo, pieno di accelerazioni e brusche frenate, di progressioni e involuzioni, proprio per via di quel passato che ci forma, ci condiziona, ci rinforza, ci zavorra e dal quale è così difficile emanciparsi. Questo procedere sincopato e discontinuo, Farhadi lo applica anche a un film che è scritto e girato con una maestria classica, soave e priva di ogni sforzo apparente, in grado di dare la massima impressione di realtà proprio laddove le strutturazioni visive e narrative sono notevoli e complesse, come l’alternarsi di personaggi e vicende.
È grazie a questa capacità, anche, che l’intrecciarsi complesso di vicende intime e familiari che Le passé racconta, scatenate dal ritorno a Parigi di un uomo che deve firmare il divorzio alla ex moglie che ha trovato un nuovo compagno, non sembrano affatto quelle di una soap opera (come forse sarebbe potuto essere con un altro regista dietro la macchina da presa) ma assumono un tasso di realtà e di universalità tale da essere capace di coinvolgere e commuovere.
È proprio questa apparente impeccabilità, forse, a rappresentare l’unico limite del film di Farhadi: la vita, quella che lui racconta, impeccabile non è, e a Le passé manca leggermente, più nella messa in scena che nel contenuto, quella ruvidità imperfetta capace di segnare in maniera ancora più incisiva l’occhio e il cuore di chi guarda.
Ma negli occhi e nel cuore, come altrove, rimangono forti le parole, i gesti, i dettagli: tutti impeccabili e dal peso specifico elevatissimo, capaci di raccontare gli equilibri e gli squilibri dei rapporti tra le persone e di evocare abissi di consapevolezza.
Farhadi poi, coerentemente con quanto racconta, non cede alla tentazione di proporre soluzioni o pianificazioni: perché non sarebbe giusto, non sarebbe credibile, non sarebbe “vero”.
Perché la soluzione è in un futuro non conciliabile con il ricordo (passato) di una visione.
Perché il passato, come insegnano le dinamiche del film, è quasi impossibile da definire stabilmente tale, per via del suo costante e testardo riaffiorare nel presente.
Perché sa, come fa dire al personaggio secondario di Babak Karimi, per liberarsi dal passato è necessario e indispensabile un taglio netto: “la vita va avanti senza di noi”, aggiunge.
E allora, dalle vicende e dai personaggi Farhadi ci separa così, senza un vero commiato, lasciandoci sospesi nel dubbio, quasi bruscamente. Cut. The End. Il vita e il cinema vanno avanti (senza di noi).
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

A distanza di due anni dal pluripremiato Una separazione, il regista iraniano Asghar Farhadi torna con Il passato, il primo film francese della sua carriera, in uscita il 21 novembre. La pellicola, presentata a Cannes nel 2013, ha consegnato il premio come migliore attrice alla protagonista Bérénice Bejo (l’eloquente volto di The Artist).
Cosa succede quando il passato bussa alla porta dopo un periodo di latitanza rivelando la sua intonsa forza di incidere ancora sui ricordi e i sentimenti? Sono passati quattro anni e, anche se Ahmad (Alì Mosaffa) torna a Parigi dall’ex moglie Marie (Bérénice Bejo) solo per formalizzare il divorzio e scrivere la parola fine al loro passato insieme, si ritroverà soffocato da un guazzabuglio di relazioni frammentarie, scomode verità e sibillini conflitti. Marie adesso sta con Samir (Tahar Rahim) ma la loro è una relazione che vive di fraintendimenti e sensi di colpa, frenata da un passato doloroso, in bilico tra la vita e la morte. E Lucie, la primogenita di Marie, divorata dall’angoscia del suo segreto, proprio non riesce a mandare giù la nuova vita che la madre ha scelto per loro.
Il regista iraniano sceglie la casa di Marie come microcosmo in cui far muovere i personaggi, nuove generazioni che scalpitano e vecchie che stagnano, naufragate in relazioni intense e contraddittorie, appollaiate in una dimensione temporale in cui passato, presente e futuro compenetrano. Farhadi lascia sullo sfondo una Parigi periferica, lontana da quella turistica, per circoscrivere la sua storia tra le mura domestiche di una casa in restauro, che nasconde nelle pareti scrostate e nel cigolio dei polverosi infissi, il sapore di un passato di cui non riesce ancora a liberarsi. Un tempo quella casa era nido d’amore di Marie e Ahmad, ora è un focolare allargato, nutrito dallo sguardo innocente dei figli, testimoni critici dominati da una coscienza candida ma interagente.
Il passato, quindi, come via di mezzo tra un presente troppo complicato e un futuro in attesa di essere vissuto, prigioniero di una casa che lo induce a fare i conti con se stesso. La scelta di girare quasi completamente in interni ispessisce il ritratto psicologico della famiglia, consentendone una messa a fuoco accurata e claustrofobica. Ognuno di questi personaggi ha un rapporto ambivalente con il proprio passato: Marie cerca di scansarlo con veemenza per darsi un’altra possibilità, Lucie vi si aggrappa disperatamente provando gioia solo nell’atto di riassaporarlo e Samir lo osserva con sguardo interrogativo in attesa.
Attraverso lenti movimenti di macchina Farhadi ci accompagna nel pathos e nello strazio della casa dei ricordi dove (con grande abilità di scrittura e regia) ci dimostra come guardarsi dentro, ripescare il passato, interrogarlo e trovare il modo di conviverci, sia l’unica strada possibile per andare avanti.
Chiara Temperato, da “cinefilos.it”

“La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità.” Questi versi, ad opera del poeta e mistico Rumi, citati spesso da Mohsen Makhmalbaf, sono stati un punto di riferimento e ispirazione per gran parte dei registi iraniani acclamanti a livello internazionale, soprattutto negli anni Novanta. Se per loro, tuttavia, relatività significava soprattutto cinema nel cinema, per il quarantunenne Asghar Farhadi, unico nome di spicco dell’ultima ondata di cineasti persiani, è questione di punti di vista alternativi sulla realtà, presente e passata. Se se ne ha un’opinione prevenuta, non suffragata dall’esperienza, questa è dovuta in particolare a una costruzione mentale, che andrà gradualmente smascherata e rovesciata attraverso la conoscenza, il confronto, il dibattito, il moltiplicarsi degli angoli di osservazione. In termini cinematografici, attraverso i dialoghi di una sceneggiatura cesellata con la precisione maniacale del miniaturista.
Palesata definitivamente quest’abilità con il capolavoro “Una separazione”, giunto ora al sesto film, il Nostro si configura definitivamente come il regista iraniano più marcatamente borghese (lo è almeno dalla sua terza opera, “Fireworks Wendsday”, inedita in Italia), per la centralità del tema della famiglia, che gli è dichiaratamente caro, e per l’estrazione sociale dei personaggi. La grossa novità è la trasferta. Abbandonata la terra natia, Farhadi approda in Francia, come il protagonista Ahmad (Ali Mossaffa), che vi fa ritorno dopo quattro anni, per formalizzare il divorzio con Marie (Bérénice Bejo), che nel frattempo vive con un nuovo compagno, Samir (Tahar Rahim, il “Profeta” di Audiard) e il suo bambino, insieme a due figli nati da un matrimonio di Marie precedente a quello con Ahmad. Samir a sua volta è sposato, ma la moglie vegeta in stato comatoso dopo aver tentato il suicidio. La trama, come si può vedere, è intricatissima, fitta di drammi sentimentali e malintesi multipli, sempre disvelati con una precisione di scrittura davvero rara.
Fuori dai patrii confini, il cinema farhadiano perde i rimandi alla morale religiosa e ai vincoli politici che arricchivano di contenuti “About Elly” e “Una separazione”, ma trova un’ottima compensazione con la scelta di avere tre protagonisti, sempre meravigliosamente caratterizzati (così come i personaggi di contorno, compresi i bambini, gli unici limpidi, trasparenti, incapaci di costruirsi sovrastrutture mentali in quanto scevri delle ombre e del passato e ben radicati nel presente), rispetto alla coralità e alla situazione di coppia dei due precedenti.
Le complicazioni del narrato sono la naturale conseguenza per chi ambisce, riuscendoci, a tirar fuori dal cilindro un grande film partendo da assunti da dramma teatrale ottocentesco. Sono infatti il palcoscenico e la figura di Henrik Ibsen rispettivamente la palestra di formazione e il principale riferimento artistico di Farhadi.
Sul piano prettamente registico curiosamente l’autore, proprio come in “Una separazione”, riserva le sequenze di maggiore impatto all’incipit e all’epilogo: da un lato l’arrivo in aeroporto di Ahmad e il non dialogo con Marie attraverso un vetro, emblema dell’incomunicabilità tra i due ex-coniugi, dall’altra un piano-sequenza finale dal sapore dreyeriano (meglio non rivelare di più). In mezzo, Farhadi si affida al découpage classico, ma evita il rischio soap opera grazie all’eccellente direzione degli attori – magistrale quella dei bambini – e a un impiego delle musiche sottilissimo, quasi impercettibile.
Per la fortissima tensione creata nella messa in scena di drammi familiari, da più parti si è parlato di thriller psicologico, di dramma filmato come un poliziesco, di “film alla Bergman girato da Hitchcock”. Più propriamente, meglio definirlo come un grande, densissimo melò contemporaneo, alla stregua dei più alti esempi del genere. Un nuovo “Segreti e bugie”, insomma, firmato dal più grande sceneggiatore nonché uno dei maggiori cineasti sulla piazza.
Una menzione speciale, da parte nostra e della giuria di Cannes 2013, che le ha assegnato il Prix d’interprétation, va infine all’attrice protagonista, Bérénice Bejo. Lanciata definitivamente nel firmamento da “The Artist” del marito Michel Hazanavicius, ci spiazza intepretando un personaggio diametralmente opposto, persino caratterizzato con una punta di misoginia. Bérénice riesce a restituire, in maniera impeccabile, l'”energica debolezza” e l’antipatia che lo contraddistinguono. E pensare che il regista le avrebbe preferito Marion Cotillard…
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

A quattro anni di distanza, Ahmad lascia Teheran e fa ritorno a Parigi per firmare gli atti ufficiali del divorzio richiesto dalla moglie Marie. All’arrivo però la situazione è più irrisolta del previsto, densa di non detti e incomprensioni del passato, al punto da suggerire un ultimo tentativo per porvi rimedio.
L’ammissione dello sguardo, quella specie di corrente instabile che va su e giù e innesca l’atto minimo di una sigaretta da accendere o una finestra da aprire per fare aria su mura domestiche spesse di risentimento, è la morsa del bivio su cui si giocano molte storie di umanità messa a nudo. La prova che occorrano scritture davvero coerenti, se non addirittura algebriche nel porre gli incastri e sovvertirli, nello scandagliare i personaggi senza svelare i passaporti né i recessi morbosi, si riflette oggi in una pratica registica perlopiù non occidentale.
Ciò non significa dare un colpo di spugna al neorealismo e alla nouvelle vague, ma anzi ritrovare quella rivoluzione e quel passato nella memoria più che mai viva di cineasti che, come l’iraniano Asghar Farhadi, continuano a farne tesoro sublime. E, laddove alla sapienza brutale del frammento di notizia si sovrappone un intreccio di versioni, indizi, disvelamenti e ritratti psicologici, il risultato non è mai diffidente, ma fondante nello sviscerare stati di sentimento senza spremute di ovvietà rassicuranti.
Con Il passato Farhadi non rinuncia alla sospensione con cui nel 2009 raccontava lo sperdimento enigmatico di About Elly, per poi abbrancare nel 2011 la questione della scelta e del dubbio con il pluripremiato Una separazione. La rabbia nervosa di Marie (Bérénice Bejo), nuova protagonista di una divisione coniugale logorante, snuda conflitti e lacerazioni sedimentati in una città prettamente europea e gagliarda come Parigi. Ma non si tratta di una guida alle riconoscibilità dei luoghi per rafforzare un particolare indirizzo della trama, piuttosto di un’identità periferica di Parigi, colta attraverso una casa isolata e caotica in cui Marie vive con le due figlie avute dal primo compagno.
La sceneggiatura è in qualche modo già scritta nelle prime scene: l’audio è volutamente levato a favore di una gestualità mista tra disagio e bisogno di ritrovarsi, mentre all’aeroporto Ahmad (Ali Mosaffa) non si è accorto che, dall’altra parte del vetro della sala d’attesa, sua moglie sta cercando di attirarne l’attenzione. Dalla loro prima conversazione in auto e dall’effetto della pioggia che, come le verità lì per a venire a galla, invade i dialoghi anche per il resto del film, si instaura una responsabilità intricata e imprevedibile fino agli estremi di un corpo a corpo di dubbi di coscienza e propensione a cancellare quel che è stato.
Dopo quattro anni di silenzio dalla partenza di Ahmad da Parigi per rientrare a Teheran il bisogno di Marie di rifarsi una vita con un nuovo compagno, Samir (Tahar Rahim), lontano dalla moglie ricoverata in ospedale in stato di coma, spinge con fatica verso lo scioglimento dei nodi del passato. E non è certo per testarda coincidenza di fasi e introspezioni che Farhadi ruota con la camera pressoché fissa attorno ai tre volti messi in difficoltà dall’adolescenza turbata di Lucie (Pauline Burlet), la figlia maggiore di Marie. Lo stesso, non è per un vezzo che il dramma di una donna decisa a non voltarsi indietro esclude di spiegare le ragioni dell’allontanamento del marito e il suo ruolo all’apparenza risolutore dei contrasti, come del guasto a un rubinetto di casa. I modi di Ahmad sono rassicuranti quanto la lentezza del suo parlato in netta opposizione alla rapidità instabile di Marie che, come già per la protagonista di Una separazione, è la sola a scuotere davvero la polvere da sotto il tappeto.
Le spiegazioni negate e il peso dell’inadeguatezza che Ahmad avverte in un Paese che non sia l’Iran, l’insicurezza infantile di Samir, impossibilitato ad ammettere di non essersi mai rassegnato al risveglio della moglie, le intemperanze fragili di Lucie, l’occhio torvo e alla ricerca di un confine dei più piccoli che fissano dagli angoli delle stanze, preparano il terreno alle grida di Marie, al suo volto provato dalla bellezza di Bejo che, lasciato l’incanto di The artist, trattiene qui tutta la fatica della resistenza.
Farhadi pone l’oggetto della curiosità con l’arrivo di Ahmad, ma ne soddisfa soltanto una piega essenziale a non tradirsi per smania di scaltrezza registica o verisimiglianza, ma a impugnare e sorprendere l’umano, arma che si contorce di fronte alle conseguenze ignorate di quanto ha preceduto una valigia o un figlio in arrivo. Ecco che allora gli atti di colpa si moltiplicano in un’interiorizzazione che non è mai pedissequa, ma spezzata dall’istinto a contraddirsi per scansare il malessere e dallo stridore con quanto continua a non essere confessato al vaglio delle vite presenti, passate e future. Dunque, il motore non sta nel compiacersi dell’efferatezza anche fisica di certi scambi, ma nell’abbracciare a tutto campo e senza voyeurismi epidermici gli accadimenti e le volontà dell’abbandono, della resa, del riscatto e del perdono.
Due mani chiudono l’incidente dei percorsi: nel loro primissimo piano si livella un universale di ferite permanenti con la complicità di quartieri e interni che hanno tutta l’aria d’essere non luoghi in attesa di una seconda mossa o di altra sospensione dolorosa. Non è un caso che proprio a Tahar Rahim, eccellente protagonista di Il profeta di Jacques Audiard, Farhadi abbia chiesto di prepararsi studiando Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Sotto la falda di quel cappello forse inarrivabile del nostro passato, si inscrive una cura che non ha nulla di virtuosistico e della realtà non abusa, ma tiene alta l’interrogazione rivolta alla crisi umana e alle sue diverse attitudini.
Giulia Valsecchi, da “doppioschermo.it”

Dopo la separazione, il divorzio. Ma a differenza dei litigiosi Nader e Simin protagonisti dell’acclamato film precedente di Farhadi, Ahmad e Marie, rimasti in rapporti amichevoli, devono solo occuparsi di una semplice formalità burocratica che ponga un termine legale alla loro relazione conclusasi quattro anni prima. O almeno così sembra. All’aeroporto i due ex si rivedono attraverso un vetro separatore: nel sussurrato campo-controcampo del loro incontro c’è già una storia e quel che ne rimane, c’è l’evidenza di un legame, il peso di una barriera, il senso ineliminabile di una distanza. Saliti in macchina, la donna chiede collaborazione per uscire dal parcheggio. La retromarcia si rivela un po’ difficoltosa, si rischia l’urto, la coppia guarda indietro allarmata. Il tergicristallo spazza la parola passato dai titoli di testa. Un’illusione grafica, un palliativo formale che il procedere della narrazione provvederà a smentire.
Tutto ne Il passato è già accaduto. In scena ci sono solo le conseguenze di eventi trascorsi, le ripercussioni del non detto, i riverberi dolorosi di qualcosa che non è stato mai metabolizzato. L’abitazione di Marie, dove un tempo viveva anche Ahmad, si trova alla fine di una strada della periferia parigina. Stretta tra un cavalcavia e la ferrovia, condannata ad affacciarsi su un movimento esterno contrappasso crudele dell’immobilità interna, ingombra di oggetti, di scatole in cantina, impantanata in continui lavori di ristrutturazione, verniciata a metà: un cantiere che pare non prendere forma come la nuova relazione della donna con Samir, trasferitosi lì col figlio e con lo “spettro” della moglie, in stato vegetativo dopo un tentativo di suicidio. Appena arrivato, Ahmad sembra assumere la parte dell’osservatore esterno, dell’arbitro imparziale (del regista, sembrerebbe – sguardo iraniano su tranche de vie francese – ma è una falsa pista), di colui che con saggio distacco può rimettere in moto ciò che si era inceppato (la prima cosa che fa, varcato il cancello d’ingresso, è aggiustare la catena della bicicletta dei bambini). Ma nei film di Farhadi nessuno può chiamarsi fuori, nemmeno il regista, ognuno partecipa allo spietato e frustrante gioco della ricostruzione della verità (che rimane sempre parziale), i punti di vista si alternano, modificandosi a vicenda, i ruoli slittano continuamente, non ci sono protagonisti assoluti.
Tela inestricabile di relazioni irrisolte e rivelazioni che germinano una sull’altra senza mai tracciare un quadro definitivo, puzzle di confessioni che invece di chiarire addensano i dubbi, inesausto work in progress morale in cui giusto e sbagliato sono percezioni instabili e liquide: nel congegno drammaturgico è evidente la filiazione da Una separazione ma Farhadi si ferma un attimo prima di rischiare la formula chiusa, il sistema prossimo all’implosione. Nella trasferta da Teheran a Parigi, il regista spoglia il racconto di quelle implicazioni socio-culturali e di quella dimensione simbolica che innervavano il titolo precedente (che però – e questa era anche la sua forza – ad esse non si riduceva), imperniando drasticamente la sostanza drammatica in una tormentosa etica sentimentale.
Con un sapiente incastro di primi piani e piani medi, rinunciando alla nervosità mobile della camera a mano per una ripresa più stabile, inquadrando spesso i personaggi nella cornice di porte, finestre, passaggi, finestrini d’auto o in loro prossimità, quasi siano continuamente sulla soglia di qualcosa, Farhadi trattiene il melodramma nelle maglie di una struttura thriller che l’uso di ellissi lascia comunque aperta (le e-mail inviate sono state mai lette? chi ha macchiato il vestito della cliente di Samir? la depressione di Ahmad basta a spiegare la rottura tra lui e Marie?), costruisce con perizia un clima di tensione soffocata ma insinuante che impregna anche i gesti più semplici e quotidiani (l’attraversamento di una strada, la riparazione dello scarico di un lavello, la consegna di un regalo), attraverso la lente di un naturalismo inquieto indaga il dilemma ossessivo della necessità di tagliare col passato e dell’impossibilità di prescinderne, prendendo amaramente atto che a sopportarne il peso sarà anche chi con quel passato non ha nulla a che fare, la generazione più giovane.
Un paradosso che appare lontano dall’avere una soluzione univoca. Se Ahmad torna in Iran facendo forse finalmente suo il consiglio dell’amico (cut!) e Marie si congeda di spalle, alla finestra, affermando di non voler più voltarsi indietro, nel toccante piano sequenza conclusivo Samir torna sui suoi passi, cede all’odore persistente della memoria, implora una stretta di mano che lenisca il suo senso di colpa. Tra una donna in coma e un nascituro, una morte che non è ancora morte e una vita che non è ancora vita, il presente continua a restare sospeso, in attesa di un miracolo. Che sia vana o no, nessuno può saperlo.
Michele Favara
Voto: 7.5
da “spietati.it”

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