Il mio amico Nanuk

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Il giovane Luke vive nella regione artica in cui nascono gli orsi polari. Il padre è morto annegato fra i ghiacci e la madre, che è una ricercatrice, cerca di proteggere lui e la sorella Abby da ogni pericolo. Un giorno un’orsa bianca si avvicina all’abitato della città di Devon e le forze dell’ordine, dopo averla narcotizzata, la trasportano presso il lontano Cape Resolute. Peccato che l’orsa avesse con sé un cucciolo che viene ritrovato a Devon proprio da Luke. Da quel momento il ragazzo farà il possibile per ricongiungere il piccolo, che ribattezzerà con il nome Nanuk (in lingua inuit significa “orso vagabondo”), con la sua mamma.
“Questa è la storia di una grande amicizia”, esordisce la voce fuori campo di Luke, ed è vero: Il mio amico Nanuk è innanzitutto il tenero resoconto minuto per minuto della straordinario rapporto di affetto e complicità che si crea fra il ragazzo e l’orsetto (ma anche fra l’interprete umano e quello animale). Vediamo Luke e Nanuk giocare, rotolarsi insieme, scambiarsi il cibo, e più volte è l’orsetto a venire in soccorso del ragazzo, non viceversa. Ma il film, nato da un soggetto di Brando Quilici, figlio di Folco, che è anche il regista delle meravigliose sequenze artiche del film (roba da National Geographic, per capirci) è anche altro: una parabola su come i giovani maschi, soprattutto se privi di una figura paterna, devono avventurarsi nel mondo uscendo da sotto l’ala protettiva delle madri, e di come le madri devono imparare a fidarsi dello spirito di avventura dei propri figli. Questo messaggio non va a scapito dell’importanza dell’educazione materna: infatti Luke cerca di riportare Nanuk alla sua mamma perché sa che sarà lei, per i primi due anni e mezzo, ad insegnarli tutto quello che gli servirà per sopravvivere.
Nel film c’è un altro personaggio maschile di grande interesse, la guida Muktuk, interpretata dall’attore croato Goran Visnjic. È lui, che vive in simbiosi con la natura e con gli indigeni che gli hanno regalato il suo soprannome, ad accompagnare da lontano Luke nel suo percorso di crescita, un percorso ispirato alla poesia Se di Rudyard Kipling.
La storia di Luke e Nanuk è raccontata in modo semplice, a portata di bambino, anche se le situazioni di pericolo in cui il ragazzo si ritrova (spesso per propria imprudenza) sono piuttosto ansiogene. Ma il viaggio iniziatico dei due amici in mezzo ai ghiacci ha un bel respiro narrativo, ci fa conoscere un mondo meraviglioso popolato da una nutrita fauna polare e una popolazione, quella eschimese, saggia e gentile. Il mio amico Nanuk è una favola ecologista che mostra amore e rispetto per la natura e incoraggia gli uomini, grandi e piccoli, a non avere paura, e a non arrendersi mai.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Ci sono amore e dedizione dietro Il mio amico Nanuk, c’è il mal d’Artico di Brando Quilici, la sceneggiatura scritta con Hugh Hudson, i dettagliati storyboard da sottoporre alla produzione, l’estenuante ricerca di finanziamenti e i viaggi in Cina per conoscere il cucciolo d’orso da affiancare al protagonista umano. Ci sono i ricordi di una vita a girare documentari e il desiderio di varcare i confini del reportage attraverso il coinvolgimento di una mano esperta in sequenze di azione.
In un parola, c’è il sogno di un uomo-bambino diventato realtà.
Non è un caso che all’ultimo Festival del Film di Roma il film sia stato incluso nella sezione Alice nella città, perché guardandolo da adulti si ha l’impressione di tornare ai quei pomeriggi estivi o piovosi in cui si leggevano “Il richiamo della foresta” e “Zanna Bianca”, proiettandosi in una natura selvaggiamente aspra raccontata senza sentimentalismi attraverso gli occhi di animali del Grande Nord.

Ma Luke e Nanuk, uniti nel pericoloso viaggio verso Cape Resolute e mamma orsa, parlano anche al cuore degli adolescenti, perché nella nostra storia c’è un’altra piccola storia: il romanzo di formazione di ragazzo che sposa il rischio e diventa uomo.
La sua avventura viene narrata da Spottiswoode e Quilici con il rispetto di chi studia da vicino il comportamento di una specie e l’accortezza di chi, nell’invenzione, immortala un momento di autentica intimità.
Ripresi da vicino in un agitarsi di mani e zampe, o da lontano, come puntini colorati in un gigantesco universo bianco, bambino e orso sono la quintessenza della tenerezza, dell’affetto senza filtri, del senso di protezione. I registi hanno avuto la buona idea di riprenderli al naturale, senza effetti digitali e sfruttando, come si faceva ai vecchi tempi, i momenti più vivaci e creativi.

E’ tutto vero, insomma, ne Il mio amico Nanuk, a cominciare dalla piaga del riscaldamento globale che sta mettendo a repentaglio la vita di molte specie dei climi freddi. Quilici accenna alla questione, ma non fa la morale, non mette in bocca a un personaggio arringhe e polemiche. La sua preoccupazione la cogliamo nel peregrinare degli orsi adulti o nello scioglimento dei ghiacci che hanno portato al sacrificio della vita del padre del ragazzo.

Toccante nelle scene a due, Il mio amico Nanuk lascia un po’ in sordina i personaggi secondari, a cui non sembrano giovare le due anime del film.  E’ come se venissero schiacciati per fare largo all’estatica contemplazione dei paesaggi e alla purezza dell’amicizia fra i due protagonisti.
Ecco, forse Il mio Amico Nanuk non sempre sfrutta a proprio vantaggio la differenza di stili e approcci che una regia a quattro mani comporta, ma l’entusiasmo e la coraggiosa incoscienza di Brando Quilici trasmettono un calore talmente forte che dimentichiamo i piccoli difetti della sua prima opera di finzione.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

Presentato ad Alice nella Città in collaborazione con la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Il mio amico Nanuk racconta la speciale amicizia tra un ragazzo, Luke (Dakota Goyo), e un cucciolo di orso, Nanuk. Il giovane sfiderà i pericolosi elementi naturali per riportare alla madre il piccolo orso, aiutato anche da Muktuk (Goran Visnjic), una guida Inuit che conosce quell’ambiente ostile, anche perché il ghiaccio e il meteo sono sempre un’incognita. Il film, diretto da Roger Spottiswoode e Brando Quilici, che in particolare ha curato le scene artiche, è una di quelle favole che fanno commuovere sia i più piccoli sia i più grandi. Il mio amico Nanuk, infatti, è una piacevole avventura che si sofferma sulla crescita e sulla maturazione di un ragazzo che scopre pian piano i propri limiti, le proprie passioni, e un territorio naturale spesso sottovalutato. Infatti, l’Artico è uno dei pochi luoghi che nasconde una miriade di segreti, ma che, un volta svelati, non possono che conquistare. È stato così per Jack London, e ora lo è per i due sceneggiatori, Hugh Hudson e Bart Gavigan, che per scrivere la storia si sono basati su anni di ricerca per rendere al meglio una della ambientazioni più difficili e affascinanti. E quale modo migliore se non affidarsi alla dolce e tenera amicizia tra un ragazzino e un orso cucciolo? Il connubio tra i due funziona da subito dimostrando quanto un insolito legame possa trasformarsi in qualcosa di molto più profondo ed educativo. Perché i due affrontano un viaggio che rischia di compromettere la loro vita e li porta a conoscere le difficoltà che la natura stessa ha in serbo per loro. Una natura che si rivela tanto terribile quanto sorprendente ma che porta i due protagonisti a vivere un’esperienza che difficilmente dimenticheranno. E il film si trasforma in un viaggio meraviglioso che ha tutti gli ingredienti per piacere e lasciare il segno: un ragazzino, un cucciolo di animale, una straordinaria amicizia ed una natura incontaminata. Perché Il mio amico Nanuk non è niente più di quello che ci si aspetta, una favola per bambini ma che fa conoscere anche agli adulti un mondo tanto bello quanto ghiacciato.

Martina Farci, da “cinema4stelle.it”

 

Inutile dire che il nome del bianco orsetto polare non è scelto a caso. “Nanuk l’eschimese” è il titolo di un mitico film del 1922 realizzato dal documentarista Robert J. Flaherty: dedicato alle popolazioni Inuit della Baia di Hudson, alla loro dura vita sui ghiacci, assumendo il punto di vista di una famiglia nel corso di un anno. Il 56enne Brando Quilici, figlio di Folco, da sempre affascinato dalla bellezza maestosa e terribile del Circolo Polare Artico, deve aver ripensato a quel capolavoro di taglio antropologico nello scrivere “Il mio amico Nanuk”, anche se la storia è di pura finzione, quasi un action movie per ragazzi, immerso negli sterminati spazi bianchi della banchisa. Non che sia stato facile. Ci sono voluti quattro anni per mettere a punto la combinazione produttiva, anche per trovare i soldi, tanti, se è vero, come assicura Quilici jr, che l’impresa è costata 18 milioni di dollari. Il 13 novembre “Il mio amico Nanuk” esce in circa 300 copie nelle sale italiane, targato Medusa; a marzo 2015 in Canada, Stati Uniti, Cina e altri mercati. L’idea è di raccontare la storia, tenera e audace insieme, un po’ alla Jack London, dell’amicizia imprevedibile tra un cucciolo d’orso polare e un ragazzino quattordicenne.
Funzionerà al botteghino? Quilici ci spera, confortato dal successo di titoli come “Belle et Sébastien” e “Vita di Pi”; e d’altro canto, dopo aver girato da quelle parti ghiacciate una complessa serie tv in 13 puntate per Discovery Channel, il documentarista italiano aveva voglia di misurarsi con qualcosa di diverso, unendo senso dello spettacolo, brutalità della natura e respiro popolare. Infatti la regia vera e propria è firmata dal canadese Roger Spottiswoode, di cui si ricordano filmoni hollywoodiani come “Sotto tiro”, “Air America” o “Agente 007. Il domani non muore mai”; mentre la sceneggiatura, su soggetto dello stesso Quilici, è stata scritta dal cineasta inglese Hugh Hudson, quello di “Momenti di gloria” e “Greystoke”, insieme a Bert Gavigan.
Gli Inuit, che sarà meglio non chiamare più Eschimesi, c’entrano lo stesso, eccome. Sono alcuni di essi, dei balenieri, ad accogliere i due “fuggitivi”, anzi a salvare la vita del ragazzino un po’ sventato, scaldandolo dopo una caduta nell’acqua gelata (ci pensano due amorevoli donne, madre e figlia, pure carine) e rifocillandolo con carne di beluga. «Noi distruggiamo la loro cultura e ancora ci accolgono a braccia aperte» commenta l’esperta guida Muktuk, che forse cagionò anni prima la morte del padre di Luke Mercier. Luke è appunto il tosto adolescente, con bella mamma cetologa, deciso a riconsegnare a mamma orsa l’amato cucciolo da lui battezzato Nanuk. Perché si è messo in testa di compiere quella missione impossibile? Perché altrimenti l’orsetto morirebbe di stenti, diventerebbe un tappetino o finirebbe in qualche zoo. O magari perché, come sentiamo dire, «un’aquila non vola perché sua madre possa star tranquilla».
La storia è inventata, ma il contesto è autentico. «A causa del riscaldamento globale, con conseguente scioglimenti dei ghiacci, gli orsi polari e i loro cuccioli si spingono fino ai villaggi dell’Artico, alla ricerca di cibo» spiega Quilici. Nel film siamo a Devon, nei territori occidentali del Canada, nei giorni del disgelo. Una femmina d’orso, avvicinatasi al garage di Luke, viene addormentata dai ranger per essere trasportata in elicottero, la mattina dopo, nella remota Cape Resolute. Ma nessuno s’è accorto che c’era anche il cucciolo, ancora piccolo e da svezzare. Un batuffolone bianco pasticcione e affamato.Luke lo nasconde in camera, come fosse un cane, e il giorno dopo, caricata la slitta a motore di benzina e provviste, parte per il Grande Nord, con l’idea di riconsegnare Nanuk alla madre. Sarà l’inizio di un’odissea indicibile, tra tempeste di vento, ore alla deriva e rischi di congelamento.
Girato in soli 32 giorni, quasi tutto in esterni, lassù nella Baia di Hudson, “Il mio amico Nanuk” ha dovuto fare i conti con la repentina crescita dell’orsetto Pezoo trovato in Cina dopo parecchi tentativi. A inizio riprese pesava 22 chili e beveva solo latte, a fine riprese ne pesava 37 e aveva già lo sguardo del predatore (oggi è un bestione da quasi 200 chili). E naturalmente si devono a Quilici le suggestive riprese artiche che Spottiswoode ha montato tra una scena e l’altra dell’avventuroso viaggio verso Cape Resolute, a farci capire, senza troppe didascalie, quanto quelle distese bianche siano in realtà ricolme di vita animale, di bellezza da salvare o preservare.
Poi, certo, “Il mio amico Nanuk” adotta un andamento classico, anche un po’ schematico e prevedibile, di film per famiglie; e ogni tanto verrebbe quasi voglia di rifilare una scappellotto al ragazzino incarnato dal canadese Dakota Goyo (nel cast anche i più noti Bridget Moynahan e Goran Visnjic).
Naturalmente noi italiani avremmo tutto da imparare dai canadesi. Loro sanno come addormentare un’orsa polare da 300 chili senza procurarle danni permanenti. In Trentino, invece, l’orsa Daniza non è sopravvissuta al sonnifero.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

 

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