ilgiovanefavoloso

Il giovane favoloso

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Il Leopardi di Martone: autentico biopic in soggettiva, con uno straordinario Elio Germano. Opera che resterà
Quando nel finale la macchina da presa si fissa sui suoi occhi rigati di lacrime, Il giovane favoloso – inteso come personaggio, e come film – ha compiuto la sua luminosa parabola. Finalmente le immagini e la poesia si fondono in maniera mirabile, i versi della Ginestra congelano il furore del Vesuvio che tutto intorno erutta e infiamma e incenerisce la terra; il cielo oscuro e stellato evapora perdendosi nelle lontananze della notte cosmica, mentre affiora “il viso” che tutto riflette e trattiene e forse se ne lascia sopraffare.
Momento altissimo, di sovrumana violenza mista a bellezza, di orrore sublimato, assimilato, trasformato in…commozione. Timore, tremore e stupore si compenetrano e si innervano nella straordinaria mimesis facciale di Germano. E affiora il ritratto, la luce in fondo al mistero del volto umano, la chiave del suo disvelamento: riconosciamo nel Leopardi uno di noi, ora che il Leopardi riconosce – ne La ginestra, il suo finale di partita – di essere uno con noi. Tutto è compiuto, il grande scettico ritrova il fiore e la fragranza della solidarietà umana nella coscienza di una comune e infelice sorte.

E’ un testamento artistico e spirituale che, crediamo, Martone sottoscriverebbe. Ma l’operazione portata avanti dal regista napoletano – che dopo la parentesi monumental-storiografica di Noi credevamo ritrova la sensibilità mercuriale e il tocco a tratti onirico dei primi lavori – va oltre l’adesione intellettuale, poetica e sentimentale con il soggetto. E’ un progetto di aggiustamento prospettico, che mira (riuscendovi) a restituire Giacomo Leopardi oltre una frusta aneddotica. Perciò Martone sceglie di chiudere il film con il primo piano sul volto del protagonista dopo avercelo mostrato a più riprese di schiena, quella stessa che ancora oggi per molti rappresenta l’infamante chiave d’accesso all’enigma leopardiano: il gobbo, lo storpio, il deforme infelice. Più che il poeta sofferente, a emergere è il Leopardi intellettuale e pensatore. Il suo sguardo profetico accanto a – se non oltre – quello poetico. Martone privilegia la produzione filosofica del Leopardi (Le operette morali), rinunciando ai canti più intimi e gettonati del poeta (come A Silvia) ma non a quelli “metafisici e visionari”, da L’infinito a La ginestra appunto.
Il regista ci chiede di non guardare più a Leopardi, ma di guardare con Leopardi. E non sarà proprio lui del resto a confidare al Giordani di non cercare né fama né gloria ma solo amore? Ovvero com-passione umana, che è anche, soprattutto, condivisione di prospettive?
Il film ci mostra invece come per tutta la vita Leopardi abbia dovuto difendere la propria indipendenza e originalità di sguardo dai ripetuti tentativi da parte di altri di addomesticarlo e soggiogarlo: dal padre Monaldo, fine erudito ma intransigente reazionario, al Pietro Giordani, che lo stima ma vorrebbe da parte sua un maggiore attivismo politico. Persino Ranieri sembra non capire fino in fondo l’amico.

D’altra parte la dialettica tra “vedere” e “vedersi” (attraverso lo schermo degli altri) è l’aspetto più interessante e squisitamente cinematografico del Giovane favoloso. Il protagonista avverte con tormento non solo di non essere compreso, ma di essere costantemente giudicato dagli altri, per via del suo pessimismo radicale e, ovviamente, per l’aspetto fisico. C’è nel Leopardi martoniano una resistenza commovente a non farsi spettacolo. In una delle prime scene vediamo Monaldo organizzare una sorta di talent-show ante litteram in cui i tre figli – Giacomo, Carlo e Paolina – dovranno dare prova della loro erudizione di fronte a una platea di amici, parenti e studiosi: Giacomo è l’unico dei tre a non rispondere al test del padre. Più in generale tutte le volte che Leopardi passa da soggetto della visione ad oggetto – succede con la giovane figlia del cocchiere di Monaldo, la sfortunata Teresa (cui Leopardi dedicherà A Silvia) e poi più tardi nella bellissima sequenza girata nei bassifondi di Napoli, tra le prostitute – va in tilt, perdendo ogni automatismo vitale (persino il più naturale come la minzione). Insopportabile forse il peso della propria presenza, vissuta come una gabbia. Il paradosso è che mentre Germano si accartoccia sempre di più nel corso del film, l’anima del Leopardi si innalza toccando vette ogni volta più alte.
Il dissidio tra costrizione e liberazione è una costante, e viene visualizzato tanto con il lavoro sul corpo di Germano, quanto con quello sullo spazio di Martone – Leopardi crea sempre da una microscopica porzione di mondo, che sia la finestra che dal suo studio si affaccia sul cortile o la terrazza di Villa della Ginestra.
Più nega se stesso, più trova Tutto. E se ciò avviene più come una sorta di maledizione che come scelta, cambia poco. Ci pare una felice rappresentazione della pulsione artistica che oltrepassa le mere letture psicoanalitiche. Che pure qui non mancano: il rapporto con una madre tanto integra quanto fredda, e con un padre tanto amorevole quanto possessivo.

Ma questo è solo uno dei tanti livelli di lettura di un’opera stratificata, imponente, felliniana e rosselliniana insieme, troppo vasta per una sola visione. Nel Leopardi, Martone fa confluire il dettaglio biografico, l’ammirazione e la febbrile umanità, ma anche considerazioni più personali sul rapporto tra artisti e intellettuali, e la distanza che entrambi dovrebbero sempre tenere con la politica, le ideologie e le istanze del proprio tempo.
Netto, e in continuità con quanto emerso già in Noi credevamo, il giudizio sull’Italia (dalla asfittica Recanati alla Napoli lazzarona, passando per la Roma papalina e la Firenze dei salotti vacui e untuosi).

Il giovane favoloso non è un film perfetto: la prima parte, quella ambientata a Recanati, resta la migliore, mentre cala un po’ quando la scena si sposta a Firenze (la noia dei salotti finisce per riversarsi in poltrona), per crescere lentamente poi fino a esplodere nello splendido finale. Tuttavia è uno dei film più importanti realizzati dal cinema italiano negli ultimi anni. Sfaccettato, complesso, colto, sorretto dal contributo notevolissimo di interpreti (Germano, ovviamente, per primo) e cast tecnico (molto belle ad esempio le musiche di Sascha Ring, che mescola elettronica, piano e Rossini), è un’opera di cui si farà uso a lungo e che si spera possa essere adottata dalle scuole per rianimare stanche lezioni e smorte antologie.
Gli studenti ne trarranno beneficio. Gli insegnanti di più.

di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

Leopardi è un bambino prodigio che cresce sotto lo sguardo implacabile del padre, in una casa che è una biblioteca. La sua mente spazia ma la casa è una prigione: legge di tutto, ma l’universo è fuori. In Europa il mondo cambia e Giacomo cerca disperatamente contatti con l’esterno. A ventiquattro anni, quando lascia finalmente Recanati, l’alta società italiana gli apre le porte ma il nostro ribelle non si adatta. A Firenze si coinvolge in un triangolo sentimentale con Antonio Ranieri, l’amico napoletano con cui vive da bohémien, e la bellissima Fanny. Si trasferisce infine a Napoli con Ranieri dove vive immerso nello spettacolo disperato e vitale della città plebea. Scoppia il colera: Giacomo e Ranieri compiono l’ultimo pezzo del lungo viaggio, verso una villa immersa nella campagna sotto il Vesuvio.

Struggente, appassionante e assolutamente romantico (nel senso artistico del termine): è tutte queste cose il ritratto che Mario Martone fa di Giacomo Leopardi ne Il giovane favoloso, una delle tre pellicole italiane in gara alla 71esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Un’opera che procede lineare nel seguire il percorso di vita del poeta, prigioniero nella sua stessa casa, una vera e propria biblioteca creata da parte di un padre attento ma severo. Dentro quella biblioteca la mente infinita di Giacomo (Elio Germano) impara tutto, ma il vero mondo è fuori, lontano, ed è lì che egli vuole andare. La prima parte del film punta così sull’amore/contrasto tra il protagonista e il padre,Conte Monaldo (Massimo Popolizio): le poesie del ragazzo mostrano non solo riflessioni interiori sulla sua sofferenza fisica (la scoliosi dovuta all’eccessivo studio oltre ai problemi alla vista) ma anche sul suo pensiero: un senso laico di vedere le cose e una lucida capacità di scorgere le ipocrisie di una società dominata dal cattolicesimo che non piacciono affatto al Conte Leopardi, il quale non vede di buon occhio nemmeno la frequente corrispondenza del figlio conPietro Giordani (Valerio Binasco), portatore, secondo lui, di idee progressiste e rivoluzionarie.

Con un salto temporale di 10 anni, troviamo Giacomo a Firenze, legato a Antonio Ranieri (Michele Riondino), bohèmien napoletano che rimarrà sempre al fianco del poeta, nonostante le sue condizioni di salute continuino a peggiorare. Qui si invaghisce di Fanny (Anna Mouglalis), amante di Ranieri, ed è qui che il suo pensiero sull’infelicità umana giunge al punto più alto.

Infine, Leopardi incontra Napoli, città plebea invasa dal colera. Alle pendici dl Vesuvio scrive uno dei suoi capolavori, “La ginestra”, che racconta il suo pensiero e la sua esperienza umana.

Elio Germano è un tutt’uno con il personaggio: la sua sofferenza fisica, quella interiore per la volontà di scoprire l’universo che sta al di fuori dei libri negata dal padre, l’entusiasmo che porta la visita del Giordani, l’innamoramento perFanny, la sua visione della società; ogni esperienza della vita di Leopardi viene trasmessa dall’attore con una vitalità e una passione uniche. Le sue pose, a volte nostalgiche, a volte di dolore, abbracciato dalla natura fredda e ostile dei monti di Recanati, sono metafore di un’anima inquieta ed infelice che trova sfogo in una scrittura autobiografica. Anche se non è compito semplice leggere versi poetici tramite lo schermo, Germano ci riesce alla grande e la sua prova culmina nell’umile  disperata confessione: “Io ho bisogno di amore!”.

Quello che Mario Martone ci regala non è solo un’opera biografica, ma anche il sublime racconto di un’anima ribelle, libera di pensiero, emarginata dalla società: genio tormentato e illustre dell’Ottocento italiano.

voto 8

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

 

Probabilmente la realizzazione di un film sulla vita di Giacomo Leopardi ha rappresentato per generazioni di studenti delle scuole superiori la materializzazione di uno dei peggiori incubi collettivi di sempre. Per nostra fortuna Il giovane favoloso di Mario Martone non ha niente a che fare con quella terribile categoria di film etichettati con l’appellativo “per le scuole”, anzi è un’opera monumentale e complessa che ha il pregio di non limitarsi a compiere una lettura della vita di uno dei mostri sacri della letteratura italiana in maniera schematica e ricca di luoghi comuni, e soprattutto ha il pregio di sfruttare il giovane poeta per costruire un parallelismo con le nuove generazioni che abitano l’Italia di oggi. Il Leopardi descritto inizialmente da Martone è un genio dal talento straripante e, nonostante la gracilità  del proprio corpo, in possesso di un’energia “interiore” tale da portalo a volersi liberare dalla gabbia di regole dogmatiche costruita attorno a lui dal padre. Supportata da una straordinaria colonna sonora firmata da Sascha Ring, dalle sonorità  affini ai Sigur Ros, la prima parte del film racconta la fase della vita di Leopardi confinata a Recanati – quella dello “studio matto e disperatissimo” – cercando di restituire, attraverso le immagini e un montaggio che alterna oggettivo e soggettivo, i pensieri, le sensazioni e la poetica del giovane artista, caratterizzati dall’oppressione paterna, dagli scambi epistolari con Pietro Giordani e dalla voglia di fuggire altrove. In contrasto con questa prima parte, che nonostante tutto risulta essere la più “sognante” e viva, c’è una seconda parte in cui Leopardi, riuscito ad abbandonare definitivamente Recanati, attraversa l’Italia fino a Pompei, inseguendo una felicità , un benessere fisico e un successo letterario che non incontrerà mai. La discesa verso il sud va quindi di pari passo con il peggiorare della salute del poeta e con l’aumentare della disillusione nei confronti della vita. La regia accompagna il suo protagonista in un viaggio sempre più cupo, riuscendo a rendere l’atmosfera progressivamente più pesante soprattutto attraverso l’uso, spesso antinaturalistico ed onirico, degli ambienti. Come accennato precedentemente, l’aspetto probabilmente più interessante de Il giovane favoloso è l’abilità con cui Martone ha costruito la propria opera non come una banale e sterile biografia classica, ma come un discorso per riuscire a parlare dei giovani di oggi, della loro voglia di fare grandi cose e del loro continuo fallimento. Liberatosi dalle costrizioni paterne il Leopardi del film diventa quasi uno studente fuori sede, schiavo dei (pochi) soldi inviatigli dai genitori e costretto a vivere una vita da precario perenne, incapace di trovare una propria posizione all’interno di una società che non riesce a capirne le potenzialità . Questo parallelismo con i giorni nostri viene ulteriormente rafforzato dalla sopracitata colonna sonora che propone delle musiche che, nonostante non abbiano nulla a che fare con l’ambiente in cui il poeta si muoveva, si sposano alla perfezione con le immagini del film. La riflessione che viene proposta dal regista napoletano è strettamente correlata al decadimento fisico e alla perdita di speranza del poeta e quindi il parallelismo con l’oggi assume toni sempre più pessimistici, fino ad arrivare alla rassegnazione al dolore de La ginestra. L’efficacia del discorso messo in scena da Martone non sarebbe mai stata tale senza la straordinaria interpretazione di Elio Germano nei panni di Leopardi, abilissimo a rendere credibili le disfunzioni fisiche del poeta, ma soprattutto per essere riuscito a recitare le poesie del suo personaggio con un’enfasi tale da investire di emozioni lo spettatore.

voto 9

Francesco Ruzzier, da “storiadeifilm.it”

 

Il giovane favoloso inizia con la visione di tre bambini che giocano dietro una siepe, nel giardino di una casa austera. Sono i fratelli Leopardi, e la siepe è una di quelle oltre le quali Giacomo cercherà di gettare lo sguardo, trattenuto nel suo anelito di vita e di poesia da un padre severo e convinto che il destino dei figli fosse quello di dedicarsi allo “studio matto e disperatissimo” nella biblioteca di famiglia, senza mai confrontarsi con il mondo esterno.
Mario Martone comincia a raccontare il “suo” Leopardi proprio dalla giovinezza a Recanati, seguendo Giacomo nella ricerca costantemente osteggiata da Monaldo e da una madre bigotta e anaffettiva delineata in poche pennellate, lasciandoci intuire che sia stata altrettanto, e forse più, castrante del padre: sarà lei, più avanti, a prestare il volto a quella Natura ostile cui il poeta si rivolgerà per tutta la vita con profondo rancore e con la disperazione del figlio eternamente abbandonato.
La prima ora de Il giovane favoloso, dedicata interamente a Recanati, è chiaramente reminescente dell’Amadeus diMilos Forman, così come il rapporto fra Giacomo e Monaldo rimanda a quello fra Mozart e suo padre. Ma non c’è margine per lo sberleffo nell’adolescenza di Leopardi, incastonato nei corridoi della casa paterna e in quella libreria contemporaneamente accessibile e proibita. In queste prime scene prende il via il contrappunto musicale che è uno degli elementi più interessanti della narrazione filmica de Il giovane favoloso, e che accosta Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring (alias Apparat)e al brano Outer del canadese Doug Van Nort.
Attraverso un salto temporale, ritroviamo Leopardi a Firenze, dove avvengono gli incontri con l’amata Fanny e con l’amico Antonio Ranieri, entrambi fondamentali nel costruire la geografia emotiva del poeta. È del periodo fiorentino anche il confronto con la società intellettuale dell’epoca, che invece di cogliere la capacità visionaria di Leopardi in termini di grandezza artistica ne intuiscono la pericolosità in termini “politici”, in quanto potenziale sabotatrice di quelle “magnifiche sorti e progressive” che il secolo cominciava a decantare.
L’atto conclusivo, dopo una breve sosta a Roma, si svolge a Napoli, città per cui Martone prova un trasporto emotivo evidente nel rinnovato vigore delle immagini (ma il segmento potrebbe estendersi meno a lungo, nell’economia della narrazione). Alle pendici del Vesuvio si concluderà la parentesi di vita di Leopardi, strappandogli l’ultimo grido di disperazione con la poesia La ginestra, summa del suo pensiero esistenziale.
Martone racconta un Leopardi vulnerabile e struggente, dalla salute cagionevole e l’animo fragile, ma dalla grande lucidità intellettuale e l’infinita ironia. Elio Germano “triangola” brillantemente con le sensibilità di Leopardi e di Martone, prestando voce e corpo, sul quale si calcifica l’avventura umana e intellettuale del poeta, alla creazione di un personaggio che abbandona la dimensione letteraria, e la valenza di icona della cultura nazionale, per abbracciare a tutto tondo quella umana. La riscoperta dell’ironia leopardiana, intuibile nei suoi poemi, ben visibile nei suoi carteggi, è una potente chiave di rilettura moderna del poeta. “La mia patria è l’Italia, la sua lingua e letteratura”, dice il giovane Giacomo. E Martone ci ricorda che nella lingua e letteratura di Leopardi si ritrovano le radici dell’Italia di oggi.
In questo modo Leopardi esce dai sussidiari ed entra nella contemporaneità, continuando quella missione divulgativa che il regista napoletano ha cominciato ad intraprendere con Noi credevamo. Martone fa parlare i suoi protagonisti in un italiano oggi obsoleto ma filologicamente rigoroso, e fa recitare in toto a Leopardi le sue poesie più memorabili, strappandole alle pareti scolastiche e ai polverosi programmi liceali. Germano interpreta quei versi senza declamarli, reintegrandoli nel contesto umano e storico in cui stati concepiti, e restituendo loro l’emozione della scoperta, per il poeta nel momento in cui le ha scritte, e per noi nel momento in cui le (ri)ascoltiamo. Nelle sue parole torna, straziante, la malinconia “che ci lima e ci divora”, nei suoi dilemmi esistenziali ritroviamo i nostri.
Martone recupera anche la dimensione affettiva di Leopardi, raccontandolo con immensa tenerezza, e senza mai indulgere nella pietà per i tormenti fisici del poeta, che orgogliosamente rivendica la propria autonomia di pensiero intimando: “Non attribuite al mio stato quello che si deve al mio intelletto”. E ne sottolinea la valenza politica, facendo dire al poeta: “Il mio cervello non concepisce masse felici fatte di individui infelici”. Infine identifica nel poeta un precursore del Novecento nel collocare il dubbio al centro della conoscenza: “Chi dubita sa, e sa più che si possa”. Quel che emerge sopra a tutto è una profonda affinità elettiva fra Martone e Leopardi, un allineamento di anime e di sensibilità artistiche: attraverso il poeta, il regista racconta quella condizione umana “non migliorabile”, a lui ben nota e non “sempre cara”, di sentirsi straniero ovunque e in ogni tempo. Il Leopardi di Martone si ricollega idealmente al Renato Caccioppoli di Morte di un matematico napoletano in quell’impossibilità per alcuni di essere nel mondo, oltre che del mondo.
Il giovane favoloso è un film erudito sulla sensibilità postmoderna che ha collocato Leopardi fuori del suo tempo, origine della sua immortalità e causa della sua umana dannazione. Martone costruisce una grammatica filmica fatta di scansioni teatrali, citazioni letterarie e immagini evocative ai limiti del delirio, come sanno esserlo le parole della poesia leopardiana. All’interno di una costruzione classica si permette intuizioni d’autore, come l’urlo silenzioso di Giacomo davanti alle intimidazioni del padre e dello zio, o le visioni del poeta nella parte finale della vita. Il giovane favoloso “centra” in pieno la parabola di un artista che sapeva guardare oltre il confine “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. E ci invita a riconoscerci nel suo desiderio di infinito.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

Il più grande film in costume degli ultimi venti o anche trent’anni in Italia. Il giovane favoloso è un vero capolavoro. Mario Martone si dimostra il più grande regista italiano di oggi, al cinema come a teatro. Regista, ma anche filologo e pittore, poiché abilissimo nel tratteggiare con precisione ed estro le fattezze psicologiche e artistiche di uno dei più grandi poeti italiani di sempre. E ci riesce molto meglio di centinaia di saggi, pamphlet, salotti letterari, libri scolastici e universitari.

Il giovane favoloso è un quadro realista maestoso, folgorante, di limpida bellezza. Martone riesce ad essere simbolista, vedutista e ritrattista allo stesso tempo. Ogni inquadratura è un quadro, c’è qualcosa di Francesco Guardi come di Pietro Longhi, di Poussin come di Vermeer, di Fragonard come di Puvis de Chavannes. Le scenografie, asciutte e imponenti, sono da museo, così come il risultato finale è un’opera dal valore inestimabile da conservare sotto una campana robusta ma trasparente col fine di difenderla, valorizzarla, mostrarla.

Elio Germano è Giacomo Leopardi. Senza esagerare è davvero il più grande attore italiano di oggi. Non una smagliatura, non un’incertezza. Sul grande schermo un personaggio che riesce a schivare il più grande timore che tutti coviamo prima dei titoli d’inizio: il provincialismo di un grande poeta. Non è una contraddizione. Perché sì, Leopardi è il più noto e studiato dei poeti italiani. Ma in America quanto è davvero conosciuto? Germano e Martone riescono nell’impresa di renderlo universale, uomo, scrittore e anima eterna preda di uno studio e un talento matto e disperatissimo capace di affascinare oltre ogni confine. Anche per questo Il giovane favoloso è un film d’inaspettata e disarmante potenza, perché raggiunge quella portata “cosmica” che caratterizzava il pensiero del poeta di Recanati. Sa poi essere contemporaneo grazie ad una colonna sonora (di Sascha Ring) che amalgama sonate da camera e canti di chiesa con dolci note al pianoforte e dissonanti melodie elettroniche.

Insomma, Mario Martone, dopo aver riscoperto e fatto amare con nuova linfa Giacomo Leopardi a teatro nel meraviglioso Operette morali, riesce nel bis con un film che non è semplice trasposizione o versione cinematografica, ma nuova opera d’arte totale a sé. Come se il teatro fosse stato solo un primo step, un primo studio propedeutico ad un film nel quale è dolce naufragar e che entra a testa alta nella storia del cinema italiano.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

Blaise Pascal quasi due secoli prima della nascita di Giacomo Leopardi disse che l’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano. La dissertazione di Pascal sulla Ragione e in generale sull’esistenza umana (nonostante le differenti concezioni del mondo tra i due) rappresenta forse la premessa ideale per giungere all’infelice vita di Giacomo Leopardi e, insieme, alla temeraria ultima fatica di Mario Martone. L’impresa è quella di imprimere per immagini la biografia di ungiovane favoloso alle prese con un’infinità di cose che travalicano i temi della storia, dell’arte, della poesia. O forse è la semplice storia di un uomo e della sua profonda e fragile esistenza. Un’esistenza che ancora oggi ci è tanto cara e attuale.

Primi anni del 1800. Giacomo è il primogenito di Monaldo e Adelaide Leopardi, autorevole dinastia di conti recanatesi. Insieme al fratello Carlo e alla sorella Paolina, i tre bambini vengono sin dalla giovane età catechizzati dall’amorevole figura paterna e indottrinati allo studio all’interno della loro casa arredata da migliaia di libri. La dote di Giacomo nel campo della filologia e della traduzione delle opere del classicismo cattura l’attenzione di molti scrittori dell’epoca, tra cui spicca la figura rivoluzionaria e liberale di Pietro Giordani con il quale il nostro intratterrà una concitata relazione epistolare che in seguito si tramuterà in una profonda amicizia e in una stima reciproca. Martone oltre a sottolineare la progressiva propensione di Giacomo per la poesia a discapito della prosa e di altri campi letterari, focalizza l’attenzione sull’accesa rivalità tra Giordani e Monaldo che scatenerà il tentativo di fuga di Giacomo dal suo borgo natio e genererà in lui la consapevolezza di aprirsi al mondo. È grazie alla crescente caratterizzazione del personaggio principale che Martone disquisisce le tesi che più occupano la mente e il cuore di quel giovane dalle doti straordinarie, l’eterna purezza della fanciullezza, la prematura fascinazione per la morte, l’incapacità di lasciarsi andare agli impulsi amorosi, la prigione del borgo natio che lo lega indissolubilmente alla famiglia (non è un caso che il Sandro di Lou Castel ne “I pugni in tasca” rievochi le “Ricordanze” leopardiane), l’odio e l’amore per la Natura (Martone non tralascia i due trattati più influenti al riguardo come “Il dialogo tra la Natura e un islandese” contenuta nelle “Operette morali” e, soprattutto, il testamento poetico de “La ginestra” che cesella il bellissimo finale).

La seconda parte del film abbandona la terra natale marchigiana per condurre il poeta nella città di Firenze dopo dieci lunghi anni. Il suo “cieco malore” si aggrava sempre più ma ad alleviare i suoi dolori è la figura del suo amico Antonio Ranieri, fedele accompagnatore da cui non si separerà mai più sino alla morte. Il regista Napoletano pone ampio risalto alla figura eversiva di Ranieri, come già accaduto con Giordani. Il loro è un amore fraterno che a tratti sfocia nell’ambiguo (una su tutte, il nudo frontale di Antonio visto con gli occhi di Leopardi) e che non ha paura di insinuare remote crisi di identità sessuali (come sottolineato dallo stesso Ranieri nel controverso “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi” scritto nel 1880). È soprattutto l’occasione per ribadire la Weltanschauung del poeta recanatese: la continua ricerca protesa a un piacere tanto infinito quanto irrealizzabile poiché generato dall’impulso immaginativo del desiderio. Cioè dall’irreale (prova ne sia la bellissima sequenza nel quale Giacomo urla e si sfoga per svincolarsi dalle inquisizioni morali del padre e dello zio, salvo scoprire successivamente che si è trattato in realtà di un sentimento represso nell’animo martoriato del protagonista). La natura, che tanto si accanisce sull’uomo e in particolare sulle condizioni fisiche di Giacomo, non basta a raggiungere la verità (che Leopardi descrive come la dubbiosità dell’esistenza), anzi, partorisce un’illusoria felicità. Leopardi è infelice proprio perché è consapevole di questo. Ma i salotti intellettuali dai quali il poeta si discosta non lo comprendono e lo etichettano semplicemente come un animo inguaribilmente triste (“Pessimismo, ottimismo… Che parole vuote!”).

Martone realizza un film sicuramente imperfetto in chiave tecnica e di sceneggiatura ma dirige con impareggiabile padronanza un biopic dalle proporzioni immani, con un piglio estetico ed etico che non tradisce le veridicità delle sue carte e delle sue testimonianze. La mano non viene forzata quasi per rispetto del genio incomparabile del poeta. Quello che vediamo e ascoltiamo sono i magniloquenti versi leopardiani e la sua inconfondibile fisionomia ingobbita e acciaccata preparata e resa in modo monumentale da Elio Germano, punto di forza incontrastato della pellicola, così come il rimanente cast artistico splendidamente diretto dal regista. Le scelte musicali spaziano dalla classicità rossiniana alla musica elettronica di Sascha Ring volta a trasportare la presenza della figura storicistica di Leopardi nel presente. Attendendo, chissà, un giovane favoloso del nostro tempo in grado di intravedere oltre l’infinito oblio dei nostri giorni.

Matteo De Simei, da “ondacinema.it”

 

L’eruzione del Vesuvio, in uno scenario di spettacolare suggestione, con il bagliore delle fiamme che squarcia l’oscurità della notte, è accompagnata dalla voce di Elio Germano che recita i versi di una delle più sublimi composizioni del poeta di Recanati, La ginestra. È l’ultima, emozionante sequenza de Il giovane favoloso, il film scritto e diretto da Mario Martone a quattro anni di distanza dai consensi riscossi con Noi credevamo, e proiettato in concorso alla 71° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Un ritratto del poeta di Recanati – dallo “studio matto e disperatissimo” dell’infanzia e dell’adolescenza fino agli ultimi giorni di vita in una Napoli devastata dal colera – che aggira il didascalismo tipico delle convenzioni dei film biografici grazie alla sua capacità di esplorare la complessità della poetica leopardiana ed il suo approccio, problematico e problematizzante, rispetto ai dilemmi dell’esistenza.

RITRATTO DELL’ARTISTA DA GIOVANE
Il Leopardi ritratto da Martone, ed impersonato da un Elio Germano assolutamente ammirevole per il livello di intensità e di immedesimazione, è un individuo in perpetua lotta contro il proprio tempo, nonché contro i limiti imposti da una condizione fisica che ha minato la solidità del corpo, ma non quella di uno spirito caratterizzato da una straordinaria luminosità ed acutezza. Una guerra le cui ferite vengono scontate da Leopardi sulla propria pelle: su quella gobba che si fa via via più gravosa e che, con il trascorrere degli anni, lo rende sempre più curvo e deforme. Dalle viuzze fredde e nebbiose di Recanati alle stanze della casa paterna, immerse in un’inesorabile penombra, Il giovane favolosoripercorre il conflittuale rapporto fra un Giacomo ancora ragazzo e l’esigente Monaldo Leopardi(Massimo Popolizio), nonché l’origine del legame di ammirazione reciproca con lo scrittore piacentinoPietro Giordani (Valerio Binasco), colui che per primo intravede l’enormità del talento del giovane Leopardi, incoraggiandolo a rispondere alla propria vocazione e ad assumere piena consapevolezza del valore dell’arte e della poesia come unica, possibile risposta alla sofferenza umana.
IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE
Ma Il giovane favoloso, al di là del racconto biografico e delle fugaci (ma impeccabili) citazioni di alcuni tra i versi più celebri e significativi del canone leopardiano, è un’opera in grado di distinguersi anche per l’encomiabile funzionalità di una messa in scena che non si accontenta di adagiarsi su uno scontato accademismo, ma aderisce quanto più possibile alla prospettiva del protagonista, innescando una tensione drammatica che scorre latente lungo tutto l’arco del film. E l’empatia, mai ricercata ricorrendo ai toni patetici, è ottenuta invece attraverso la profondità dello sguardo del regista: il quale lascia affiorare tanto le sommesse frustrazioni di Leopardi, evidenti pure nella sua relazione con l’amico Antonio Ranieri (Michele Riondino), del quale scruta con silenziosa invidia il corpo nudo ed atletico emergere dalla vasca; quanto la coraggiosa ribellione contro le “magnifiche sorti e progressive”, in virtù di un’implacabile lucidità e della granitica determinazione nel non voler scendere a compromessi con le illusioni e le ipocrisie di un secolo non ancora pronto ad accettare la portata di un pensiero poetico e filosofico dall’impatto così fragoroso e dirompente.
Accolto da calorosi applausi alla sua presentazione al Festival di Venezia 2014, Il giovane favoloso ci restituisce un ritratto intimo e suggestivo della figura di Giacomo Leopardi, al quale presta il volto un Elio Germano ammirevole per la capacità di immedesimazione, non soltanto fisica, con il poeta di Recanati; mentre il regista Mario Martone riesce a far emergere le tensioni e i conflitti della vicenda biografica di Leopardi grazie ad una messa in scena efficacissima e ad una sapiente costruzione drammaturgica.
VOTOGLOBALE8
Stefano Lo Verme, da “everyeye.it”

 

Le perplessità che possono sollevarsi di fronte alla scelta programmatica della biografia – un genere che incontra difficoltà a inverare una vita passata sia in forma letteraria che in forma cinematografica – sono inevitabili presso alcuni commentatori. Tuttavia, con Martone, regista di originaria formazione teatrale, si possono accantonare sin da subito le riserve: più che un omaggio alla vita del Leopardi, Il giovane favoloso ha l’evidenza di un omaggio alla sua produzione filosofica, letteraria, e – perché no? – epistolare: scritti cui, durante la lavorazione, è accordata un’importanza uguale a quella delle necessarie fonti storiche. Perciò, se dovesse trovarsi un aggettivo per questa pellicola, forse il più onesto – almeno nei confronti del suo sforzo di integrare le diverse fonti – sarebbe complesso. Il primo grado di complessità è d’altronde rintracciabile nella cura, che nel film diventa un culto osservato fino ai livelli meno palesi del prodotto cinematografico. La realizzazione più evidente di questa premura, che non arriva mai all’ostensione pedante, è nella direzione del protagonista, ma quella più forte e decisiva risiede in un sottotesto poderoso, imponente, e che reclama attenzione durante tutti i 137 minuti. Per sottotesto non si vuole intendere solo l’opera nuda e cruda di Leopardi , dato che non si può nemmeno pensare di poterla contenere anche solo quantitativamente in una pellicola; si ricordi inoltre che Martone e Elio Germano, nonostante l’immagine ben diffusa del Leopardi “antologizzato”, non si trovano di fronte a del materiale di immediata disponibilità alla traduzione scenica. Dunque, se si tralasciano momenti eccessivamente vicini al genere della fiction di divulgazione, si può dire che la forza su cui si reggeIl giovane favoloso sia la sceneggiatura (e non sarà un caso che se ne sia decisa la pubblicazione, quasi a fungere da interfaccia tra il poeta e il grande pubblico): questo sottotesto si propone il compito delicato – quasi una sfida – di dare vita concreta a un uomo che, in questo film, è prima di tutto un autore; e le sue passioni e i suoi affetti sono presenti in ragione del fatto che Leopardi se ne preoccupò proprio in quanto poeta e amante della conoscenza, in un’incessante attività speculativa cui non erano ignote le inevitabili frustrazioni cognitive.

Il film usa sì le dovute attenzioni ai riferimenti storici, puntualissimi fino all’aneddotica della passione per il tarallino, e alle “comparse”, appena citate, di Capponi o Tommaseo; ma Martone trae sostanza soprattutto dal materiale che porta proprio la firma di Leopardi. E forse il regista risponde a una sincera richiesta dell’autore-uomo: trasferendola, nella finzione, in una conversazione di fronte all’amato gelato, Elio Germano ricorda come fosse proprio leopardiana la richiesta di separare la sua personale sventura dalle (dolce)amare considerazioni sull’esistenza umana.

La sceneggiatura di Martone diventa così un sistema citazionale stratificato, che genera continua curiosità nello spettatore; la voce off, che è sicuramente l’espediente più immediato ma anche il più onesto per affidarsi alla lettura di interi passaggi, si accompagna ad immagini che non sono quasi mai un’inutile chiosa stilistica, e, anzi, – salvo che per la teatralizzazione dell’operetta morale del Dialogo della Natura e di un Islandese – a volte si producono in fotogrammi di rara bellezza. Ci sono poi altre citazioni, più o meno nascoste (forse luminose, per i cultori), che si insinuano nei dialoghi quotidiani; si tratta, non di rado, di parole e di versi di fattura scopertamente leopardiana collocati in situazioni quotidiane, che danno modo al regista di esercitare quell’immaginazione cinematografica, per cui, in virtù di un certo margine di libertà artistica e interpretativa, si perdonerà, ancora, l’intento forse un po’ ingenuo di identificare la produzione letteraria con l’uomo che conversa e passeggia nelle strade. Veri e propri concetti, poi, trovano spazio in situazioni umilissime, come una conversazione con un sarto (il tema della felicità degli uccelli), o persino con un mendicante. L’interprete di queste citazioni, Germano, è quasi sempre ineccepibile; soprattutto, con il sicuro concorso delle indicazioni del regista, quest’attore riesce a prestare molto alla scolastica immagine di Leopardi e trasferisce nel suo personaggio un atteggiamento curioso, sensoriale che si sposi con la sua reale, instancabile attività intellettiva; sono sempre di Germano/Martone, inoltre, certi pigli beffardi e ribelli dimostrati in società, e che forse il vero Giacomo si premurava di collocare solo nei suoi scritti. E tuttavia, non si esagera mai: da antologia dovrebbe divenire la sequenza in cui, attraverso un montaggio alternato, è sovrapposta la reazione interna e passionale a quella, esterna e controllata, che Giacomo sceglie di esibire alla repressione del padre, in seguito al ben noto episodio del tentativo della fuga di Recanati: anche il motivo della ribellione trova le sue fonti negli sfoghi epistolari del giovane conte Leopardi. Non si sa invece, con certezza, se la scelta di chiudere con i versi de “La ginestra” sia da interpretare in concordanza con il taglio dell’edizione critica dell’amico Ranieri (qui interpretato daMichele Riondino). Ma si preferisce pensare piuttosto che sia da attribuire tutto al regista il suggello su quella poesia che è un testamento pieno di speranza, un manifesto poetico cui Leopardi affida il progetto di una comunità umana che si adoperi per una “guerra comune”, contro l’infelicità universale e l’indifferenza del cosmo.

Chiara Borrelli, da “doppioschermo.it”

 

Raccontandola così, dicendo semplicemente che Il giovane favoloso è la storia di un ragazzo, amante intimo della letteratura, che sogna di fuggire via dalla piccola realtà provinciale di Recanati per dare ossigeno ai suoi pensieri e alle conseguenti parole per diventare uno scrittore eppur riuscendoci poi tornare a chiedere aiuto economico alla sua benestante famiglia, sembrerebbe quasi che la storia di Giacomo Leopardi sia non dissimile da quella di un qualsiasi ragazzo di questi tempi.

A due anni da Noi Credevamo Mario Martone omaggia nuovamente la storia d’Italia attraverso il biopic di colui che forse è il più grande esponente della nostra velleità letteraria: partendo dalla sua giovinezza, soffermandosi sulla passione intima per quelle sudate carte del Conte Giacomo e sulle azioni e i retro-pensieri che l’hanno portato a scrivere i bellissimi versi che ancora oggi vibrano di suoni e grandiosità. Il cineasta napoletano disegna con la sua macchina da presa il percorso di un ragazzo in fuga e narra, al contempo, una storia di formazione che segue il Poeta attraverso i suoi viaggi, da Firenze a Napoli, a quella fuga che gli fu possibile grazie all’amico Ranieri.

Quello di Martone, interpretato da un Elio Germano straordinario nel difficile ruolo che ha saputo cucirsi addosso, è un Leopardi umano e sarcastico, vittima del suo corpo eppure capace di sfatare con forza il falso mito che lo vuole così malinconico nella scrittura proprio a causa delle fisiche imperfezioni.
Anche quel pessimismo cosmico in cui è stata banalmente ghettizzata la poetica del Leopardi è ridimensionato dalla visione del regista che spiega i processi della sua mente come alimentati semplicemente dal perpetuo dubbio proprio dei grandi pensatori alla continua ricerca della verità la cui inesistenza diventerà il cruccio di una vita.

Anacronistico, moderno e potentissimo nonostante il suo gracile aspetto, Il Giovane Favoloso di Martone è un uomo controcorrente rispetto ai suoi tempi: più legato ai sentimenti e a quell’infelicità che si palesa per le vie di una Napoli afflitta da colera e povertà, di un’Italia divisa e succube, che ai moti liberali che porteranno il Belpaese a unirsi, Leopardi sente addosso il peso di un mondo che non lo capisce e esplicita nei suoi versi gli umori più sotterranei, nascosti e veri di un’intera epoca palesandoli malgrado tutto.
Tra le perle e i ragionamenti su un letterato tanto studiato e non sempre compreso è interessante vedere come il lungometraggio di Martone osa anche spiegare il rapporto tra Giacomo e Ranieri in cui un sotto testo omoerotico che mescola l’ammirazione del Poeta per il corpo perfetto dell’amico a un sentimento che va oltre l’amicizia e abbraccia la gratitudine più pura. Il Giovane Favoloso è un’opera completa e potente, una lunga poesia d’immagini e versi non priva di peripezie registiche e di dichiarazione che nascondono docili polemiche sul nostro presente: il racconto di un uomo, di una storia di vita speciale nella speciale storia della nostra nazione.

Sandra Martone, da “filmforlife.org”

 

Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso di Mario Martone, uno dei film più attesi in concorso, sia per la figura protagonista che per il ritorno a Venezia del regista, a quattro anni da Noi credevamo.
Il confronto con i classici e con la storia, soprattutto in Italia, è territorio minato, in cui un semplice passo falso, una licenza o una storpiatura di troppo più condannare un cineasta alla gogna. Martone si prende i suoi rischi e riesce a realizzare un film ben al di sopra della media nazionale.
Difatti il pregio principale de Il giovane favoloso è il riuscire ad essere un racconto lineare e tendenzialmente completo senza mai diventare prosaico o schematico, dove sembra di osservare la vita e non la sua ricostruzione.

La pellicola non può fare a meno dei limiti intriseci dei racconti biografici: nel magma infinito e difficile da riordinare di materiali da cui attingere (principalmente l’epistolario del poeta) è quasi impossibile riportare senza stravolgere, tagliare senza rovinare, scegliere un clima ben definito, ridisporre. Ma Martone riesce a spingere tutto ciò verso il basso e a ridurre la questione al minimo, rendendo il tutto con la tua tipica forza visiva, con la sua compostezza scenica e, soprattutto, con la sua direzione degli attori.
Nel fluire cronologico del film, la sceneggiatura viene resa come un unico fluire, senza mai cadere in buchi temporali, così che una vita intera possa apparire come fatta della stessa atmosfera, dello stesso spirito dall’inizio alla fine. Senza scegliere una caratterizzazione che connoti il tutto verso un’unica direzione e lontano dal rischio di rendere il protagonista una macchietta, dietro ad un clima sobrio e realistico il regista riesce, spargendole qua e là, a rendere più sfaccettature della personalità di Leopardi: gli episodi, la malattia, la personalità, l’estrema infelicità, la poesia e talvolta l’ironia trovano tutte la loro collocazione nel racconto senza stravolgerlo.

L’impressione è quella di avere davanti un uomo, schivo e limitatamente conoscibile, non un personaggio. Vediamo i momenti chiave dell’infanzia, della giovinezza e dell’età adulta senza che nessuna fanfara si intrometta tra noi e lui. Siamo ben lontani dal luogo comune del Leopardi pessimista, il dolore e l’intelletto non hanno etichette ed Elio Germano dà la classica grande prova, in perfetta sincronia con il film, mentre Martone crea nell’ambientazione ideale per la sua performance. Non un’espressione inopportuna, non un’esagerazione, non un sottotono. L’attore si riversa al personaggio completamente, in tutti i suoi umori, tra preoccupazioni e paure, e in tutta la sua impossibilità di esprimersi e di vivere liberamente. Dal lavoro sul fisico, alla recitazione diretta delle opere, a quel viso sempre fuggente ed imbarazzato, Germano è completamente calato, e la sua gobba potrebbe diventare iconica.

Il giovane favoloso riesce ad emanciparsi dal didascalismo tipico delle biografie, evitandone la stragrande maggioranza dei difetti tipici, facendo risaltare il lavoro di Elio Germano attraverso solidità e sfumature mai ingombranti o di maniera.
Necessariamente serio, inevitabilmente incompleto, ma del tutto soddisfacente e talvolta illuminante.

Alessandro Tavola, da “farefilm.it”

 

Giacomo Leopardi (Elio Germano) mostra fin dall’infanzia le caratteristiche del bambino prodigio. Cresciuto a Recanati sotto il costante controllo del padre (Massimo Popolizio), maestro e precettore implacabile, col passare degli anni comincia a sentire il bisogno di liberarsi dalla soffocante chiusura della sua città natale, legata a idee religiose e reazionarie in un tempo in cui si fa sempre più forte il pensiero rivoluzionario. Così si trasferisce a Firenze, dove prende casa insieme all’amico Ranieri (Michele Riondino) e frequenta l’alta società letteraria del tempo, alla quale però non si conforma. Infine si sposta a Napoli dove, come mai gli era successo in passato, trova una nuova dimensione a contatto con il popolo e le classi meno abbienti, tra vitalità e disperazione.

Su Il giovane favoloso soffia aria di Cinema classico. Martone ci consegna un Leopardi umano, credibile, sincero, soffermando la macchina da presa sull’uomo piuttosto che sul letterato. Inchioda l’inquadratura sullo sguardo del poeta durante i suoi lunghi soliloqui, piuttosto che farla vagare sulla donna amata dall’altra parte della strada o sull’immenso infinito. Ci mostra, con un azzardo vincente, le fantasie e le visioni oniriche (come quella del Dialogo della Natura e di un Islandese) donando una nuova dimensione alle molte sfaccettature del personaggio. Elio Germano giganteggia nei suoi panni, caratterizzando alla perfezione i comportamenti stravaganti, lo sguardo perennemente stralunato e il portamento ricurvo. La figura che l’attore tratteggia del letterato è arguta, fortemente (auto) ironica, sagacemente pungente e sarcastica ma non scade mai nel vittimismo o nel pietismo. Il Leopardi che ci viene consegnato si distacca dalla figura scolastica curva sotto il peso del pessimismo o del dualismo “malessere fisico-malessere dell’animo”, con il primo ridotto a assurdo marchio involontario (“Pessimismo, che parola vuota. Non sono io a definire questo il peggiore dei mondi possibili, siete voi che dovete convincermi del contrario“) e il secondo fortemente combattuto e rifuggito con rabbia. Il Leopardi martoniano non ha certezze, fa del dubbio il motore della vita e non interrompe mai la sua ricerca, che sia in una taverna all’aperto nei bassifondi napoletani o tra i ruderi di Pompei quando ormai si trascina ricurvo. Gli stati d’animo e le suggestioni di quest’odissea leopardiana sono sottolineati dalla corposa colonna sonora di Sascha Ring affiancata da alcune famose arie di Giacomo Rossini, cui si accostano arditamente frammenti di pop elettronico, che potrebbero far storcere il naso ma che nel complesso non stonano. Fanno da contorno una ricostruzione storica e uno studio dei costumi meticoloso e credibile, a partire dalla piccola Recanati passando dalla intellettuale Firenze e terminando con una Napoli piena di vita malgrado il colera. Il resto del cast non è da meno e i vari Michele Riondino (che si costruisce addosso un convincente Ranieri fascinoso e guascone, ma dall’animo gentile), Massimo Popolizio (un austero e intransigente Monaldo Leopardi), Isabella Ragonese (una intensa Paolina Leopardi) e gli altri regalano magistrali interpretazioni. Il giovane favoloso è un lucido atto d’amore alla poetica e alla figura leopardiana. Ed è cinema con la C maiuscola.

Michele Parrinello, da “persinsala.it”

 

Dialogo del cinema e della poesia
Il poeta è un fingitore scriveva Fernando Pessoa e questo verbo, “fingere”, ci riporta immediatamente alla mente la lirica più famosa di Giacomo Leopardi: “L’infinito” – «io nel pensier mi fingo». Come in un lampo di visione, la macchina cinema “finge” ogni volta che si mette in moto e, forse, ancor più quando si tratta di un film in costume.
Il giovane favoloso di Mario Martone è stato l’ultimo dei tre italiani in Concorso presentati alla 71^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Sapevamo che non sarebbe stato facile realizzare un lungometraggio su Leopardi; lo stesso letterato, solo per raccogliere i propri pensieri (e immaginiamo che non saranno stati tutti) ha impiegato 4526 pagine. Il regista napoletano opta per una «decisione estetica ed etica allo stesso tempo: stare a quello che le carte raccontano» ed, in effetti, nella costruzione drammaturgica cerca di rispecchiare i dati che possediamo sulla vita del poeta, riproponendo una messa in scena molto simile a quella di Noi credevamo sia per la struttura episodica che per il lavoro compiuto dal direttore della fotografia, Renato Berta.
Il punto è che, se da un lato si vuole sdoganare una certa immagine di Leopardi tanto che, in una scena, è lo stesso scrittore (Elio Germano) a sbottare affermando: «le mie opinioni non hanno niente a che vedere con le mie sofferenze personali», dall’altro talvolta si cade – nonostante le buone intenzioni – nella rappresentazione istituzionale del poeta di Recanati. Ci sono, però, dei guizzi che restituiscono visivamente il lirismo leopardiano, e spesso questi corrispondono alle soglie di mistero che permettono allo spettatore di completare, a proprio modo, il viaggio di interpretazione; in altri casi coincidono con la poesia allo stato puro.
Il film muove i primi passi dal periodo dell’infanzia a casa Leopardi. E. Germano, Edoardo Natoli (Carlo Leopardi) e Isabella Ragonese (Paolina Leopardi), sotto l’egida del Monaldo di Massimo Popolizio, sono bravissimi nel trasmettere l’atmosfera di studio matto e disperatissimo che si respirava nella gabbia d’oro. Emergono poi le differenze tra l’enfant prodige e i suoi fratelli, ma anche il rapporto speciale tra di loro. Fotogramma dopo fotogramma il poeta si trasforma fisicamente a causa del suo «cieco malor» e di pari passo seguiamo la sua evoluzione artistica. Un punto centrale e di svolta nel suo percorso è l’incontro – prima epistolario e poi dal vivo – con Pietro Giordani (un Valerio Binasco assolutamente in parte). È lui che risponde alla richiesta di ascolto di Leopardi, corrispondenza dopo corrispondenza si sviluppa un’empatia particolare, stimolante sia sul piano letterario che su quello delle idee e dei passi da compiere nella vita; la figura di Giordani sembra essere quella che squarcerà il mood malinconico per far scatenare il vigore intellettuale e la voglia di libertà dell’uomo. Si deve al contatto con lo scrittore piacentino un gesto forte: la fuga dalla prigione famigliare e la conseguente “resa dei conti” tra Leopardi, suo padre e lo zio (Paolo Graziosi) – costruita perfettamente anche per i geometrismi e le simmetrie nella disposizione nello spazio.
Questo passaggio ci ha fatto pensare che sarebbe stata questa la direzione presa da Il giovane favoloso: scandagliare il ruolo di Leopardi intellettuale, continuando anche la linea “sovversiva” di Noi credevamo. Invece, l’ultima fatica di Martone, si concentra principalmente sull’aspetto esistenziale. Ci sarebbe piaciuto che emergesse ancor più l’aria rivoluzionaria e di innovazione che questi artisti stavano portando, magari anche attraverso la disputa con Madame de Staël.
Dopo un’ellissi temporale, ci ritroviamo già al Leopardi più maturo, più dilaniato nel fisico e in compagnia di Ranieri (Michele Riondino), un salto biografico che bypassa, quindi, anche i passaggi intermedi in cui si evolve il pensiero.
Un punto senz’altro di forza è la particolare colonna sonora in cui Rossini si alterna alla musica elettronica di Sacha Ring (alias Apparat), in contrasto con il lirismo delle immagini – caratterizzate talvolta da una luce quasi caravaggesca. Queste ultime fanno raggiungere istanti di pura poesia sia cinematografica che della parola.
Elio Germano interpreta con tutto il corpo un Leopardi interiore, che, ci permettiamo di dire, ci appare spesso come già conosciuto, semplicemente perché rispecchia l’idea che molti di noi, sin dai tempi di scuola, ci siamo fatti del poeta. In alcuni momenti, ci duole dirlo, sembra come se l’immagine prenda il sopravvento sul corpo e l’attore si faccia un po’ sovrastare dalla “maschera” che ha indossato. Quella sofferenza profonda, quella melanconia si trasformano in una recitazione che può sfiorare il grottesco, ma, per fortuna, per gran parte della pellicola, Germano regge abbastanza bene un “peso” non facile da sopportare.
Dopo aver impastato le mani nelle “Operette morali” realizzando uno spettacolo teatrale, Martone ha voluto assumersi il rischio di portare sullo schermo una vita umana e artistica complessa; gli va dato merito di essersi messo in discussione e di aver realizzato, ci preme specificarlo, un buon film. Gli appunti che ci siamo permessi di muovere sono, probabilmente, anche influenzati da quello che questo poeta ha suscitato in noi; tuttavia riconosciamo che, certo, delle scelte bisognava farle e non tutti i cineasti avrebbero potuto addentrarsi in una materia così magmatica.
«Ogni volta che cambiamo noi, cambia anche la poesia che andiamo a leggere» – Elio Germano. Chissà, magari accadrà anche per questo film…

Maria Lucia Tangorra, da “cineclandestino.it”

 

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One comment to Il giovane favoloso

  • Ilaria  says:

    Bellissimo, pieno di ritmo e per quanto mi riguarda di condivisa rabbia per la natura matrigna,
    semplicemente favoloso

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