Il capitale umano


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Basta leggere poche pagine de “Il capitale umano” di Stephen Amidon (ed. Mondadori), per intuire come Paolo Virzì ne sia rimasto affascinato tanto da leggerlo tutto d’un fiato, poi rileggerlo in lingua originale e infine da voler scrivere all’autore. Basta leggerne poche altre per sapere che quando lo scrittore – in quel momento perso, in tutti i sensi, nel tentativo di trarne una sceneggiatura – ha letto quella mail, ha subito sentito che sì, con quel registaccio pieno di talento, poteva vedere il suo Connecticut diventare Brianza. Perché ha subito intuito, lo ha svelato il cineasta, che in fondo il suo protagonista era cugino di primo grado, se non fratello, del Castellitto di Caterina va in città.
Ecco, il primo pregio de Il capitale umano di Paolo Virzì è che ti permette di incontrare un libro tra i migliori, per prosa e contenuti, degli ultimi anni. Il bello è che ne ha molti altri. Quello di essere, intanto, quel capolavoro che nella cinematografia di altissimo livello dell’autore livornese, cercavamo da un po’. Lui è uno che, di fatto, non ha sbagliato un film. E se state pensando a My Name is Tanino, riguardatevelo.
Ora, però, c’è il salto di qualità in un panorama che piano piano, negli ultimi anni, stava costruendo una piattaforma e un immaginario diversi: partendo dalla commedia amara e monicelliana, infatti, il buon Virzì aveva trovato una strada ancora più personale. Se N, io e Napoleone era forse l’opera di nobile transizione tra le sue due epoche, così Tutta la vita davanti è stata, di fatto, l’ultima commedia feroce e il suo primo film romantico, intimista, pur non rinunciando a guardare la collettività e il contesto in cui certi sentimenti si muovevano. Il primo in cui la risata “cattiva” incontrava l’animo più dolce del regista, quello che di solito seminava ai margini dei suoi lungometraggi.
Ora che con La prima cosa bella si è guardato dentro, scavando nel passato, e con Tutti i santi giorni ha saputo disegnare una giovane coppia pazza d’amore e ostaggio dei tempi precari che viviamo, con Il capitale umano, alla Coppola (ma anche alla Allen, vedi Match Point), tira le fila. Racconta un sentimento puro al limite dell’ingenuità mentre disegna l’Italietta squallida e normalissima di una Brianza ipocrita e ricca, o che vorrebbe esserlo. Mostra una sorta di Fiorani feroce e cinico – che bello vedere Fabrizio Gifuni finalmente cattivo e urticante -, alle prese con un borghese piccolo piccolo (e destinatario dei momenti più comici) come Fabrizio Bentivoglio, arrivista e illuso. Su di loro fa perno per mostrare un paese che gioca sugli inganni, sulla sopraffazione furba, su utili idioti e inutili intellettuali come Luigi Lo Cascio, figlio di una sinistra snob che è quasi più infame di chi si vende il futuro, nostro e suo, per un rialzo in Borsa. Capitalisti choc e radical chic qui si specchiano e si assomigliano. Si (ri)conoscono. E le donne, pur più delicate e meno compromesse, non cambiano il verso di questo piano inclinato: Valeria Bruni Tedeschi è una moglie viziata con ambizioni da ex attrice e una sensibilità troppo scoperta (ma almeno è pronta a tutto per il figlio), Valeria Golino è l’unico personaggio luminoso e tenero, ma sa solo arginare lo tsunami (im)morale che la investe.
Non c’è speranza, nel film di Virzì. O forse sì, proprio perché non risparmia nulla: in quei due ragazzi con visi irresistibili e qualità recitative grezze ma efficaci – Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo -, c’è tutta la caparbietà con cui molti giovani resistono a una società programmata per schiacciarli. La bellezza inquieta di lei, lo sguardo dolente di lui, sanno raccontarti i loro errori senza giudicarli, come un passaggio, una linea d’ombra da superare. Ciò che in mano agli altri protagonisti è letame, nelle loro è comunque qualcosa di prezioso. Amore.
Ecco cosa troviamo ne Il capitale umano: critica sociale, ma anche un’opera romantica, un thriller con tanto di mistero ben celato e una commedia sulla farsa delle ipocrisie del nostro mondo, così intento a cercare i soldi da mettere le proprie anime in saldo.
Virzì dirige con una sensibilità di visione eccellente, con la consapevolezza del grande maestro, di chi il mezzo cinema ora lo possiede e manipola senza esitazioni. La scena “nebbiosa” iniziale, la festa finale – nel saluto ai fratelli e ai genitori di Gifuni, c’è un altro film e c’è tutta la storia di quel cattivo che forse è costretto ad essere tale -, così come i flashback a schiaffo sono tutti tasselli di un puzzle tanto difficile da comporre quanto perfetto. Merito anche di un montaggio attento e cesellato di Cecilia Zanuso e del lavoro, alla fotografia, di Jerome Almeràs, che con i suoi colori e i suoi angoli di luce permette quel racconto per capitoli, rischiosissimo quanto riuscito. E così è pure per Bettina Pontiggia ai costumi: ogni pezzo di stoffa, ogni vestito disegnano un mondo, senza imporlo, basterebbe vedere la riunione del Cda del teatro della Bruni Tedeschi, o i due ragazzi, accarezzati da abiti che parlano persino quando vengono tolti. Ne Il capitale umano c’è l’attenzione che di solito si mette nei grandi film oltreoceano, la volontà di curarne anche il minimo dettaglio. Gifuni è credibile perché non sbaglia un accento, uno sguardo bastardo, nulla. Così come Bentivoglio è da Oscar in quell’assurdo arrampicatore di provincia. E nessuno interprete sbaglia un passaggio, persino chi ha poche pose va al massimo.
All’esordio il cineasta, con La bella vita, ci anticipò la civiltà dell’epoca televisiva, fatta di superficialità, patinata disperazione e squallore. Ora, con Il capitale umano, ci dice cos’è diventato quel teatrino, cos’ha prodotto quell’humus culturale, il crollo di ideologie e pudori morali, economici, politici, sociali. E allo stesso tempo, nel darci tutto questo, si mostra squisito tessitore di un racconto di genere.
Siamo solo al 9 gennaio, insomma, ma siamo pronti a scommettere che anche fra 12 mesi ne parleremo come uno dei migliori film del 2014.
Di Boris Sollazzo da blogo.it

Paolo Virzì, il regista livornese cultore della commedia all’italiana, questa volta stupisce tutti dandosi al noir con l’intrigante Il capitale umano, storia di avidità e maneggi finanziari, di figli assediati dalle attese dei padri e matrimoni infelici. Tanta contemporaneità sul filo di una suspense delicata. Dal 9 gennaio nelle sale.
Ecco 5 cose da sapere sul film.
1) Da un thriller americano
Il regista toscano sceglie il thriller americano Il capitale umano di Stephen Amidon per dar vita al suo undicesimo film. Sposta l’ambientazione dai sobborghi del Connecticut alla Brianza. Lo scrittore conosceva già Virzì per Caterina in the big city (Caterina va in città), così è stato entusiasta all’idea dell’adattamento cinematografico del suo romanzo. Ha letto le varie versioni del copione, realizzato da Virzì insieme a Francesco Bruni e Francesco Piccolo, e li ha sempre incoraggiati a fare del libro cosa loro. “Quando finalmente ha visto un montaggio del film, l’ho visto sinceramente positivamente turbato”, ha raccontato Virzì.
2) Uno sviluppo a puzzle intrigante
Virzì e soci hanno fatto del libro di Amidon davvero una cosa loro: pur mantenendo fedeltà alla trama (tranne sul finale, che Virzì ha un po’ addolcito), hanno scomposto la narrazione facendone una sorta di puzzle da ricomporre pian piano. Con fascino. La molla centrale è un incidente stradale: un uomo in bicicletta viene investito nella notte senza essere soccorso. Attorno a questo episodio si muovono tre punti di vista diversi, attraverso cui vediamo e rivediamo sotto inquadrature differenti gli stessi momenti, aggiungendo man mano dettagli sulla verità e sull’identità del pirata della strada. Per primo osserviamo la realtà sotto lo sguardo di Dino Ossola, un immobiliarista in difficoltà a causa della crisi, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio con accentuato accento lombardo, con immancabili chewing-gum e sorrisetto in bocca spesso inopportuno. Approfittando della relazione della figlia Serena (Matilde Gioli) con il rampollo della ricca e potente famiglia Bernaschi, aspira ingenuamente all’ascesa sociale e all’arricchimento facile. Gli apre la porta dello scintillante mondo della finanza lo speculatore senza troppi scrupoli Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni). Il secondo punto di vista è quello di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), moglie ricca e insoddisfatta, ex attrice che vorrebbe usare i soldi del marito per ristrutturare un teatro abbandonato. Il terzo punto di vista è di Serena Ossola, la figlia di Dino, la voce più autentica tra le tante serrate da apparenze e ambizioni asfissianti, quella che vuole per sé l’amore vero. La sua matrigna è una psicologa (Valeria Golino) all’oscuro dei movimenti economici del marito.
3) La polemica dei brianzoli
Come di fronte a La grande bellezza di Paolo Sorrentino alcuni romani hanno storto la bocca, inevitabilmente ora sono alcuni brianzoli, per lo più senza aver ancora visto il film, ad arrabbiarsi per come è stata dipinta la loro terra. Ad aver aizzato gli animi è stata soprattutto l’intervista rilasciata da Virzì a Repubblica, dove spiegava di aver cercato “un paesaggio che mi sembrasse gelido, ostile e minaccioso”. Andrea Monti, assessore leghista al Turismo della Provincia di Monza e Brianza, ha replicato sul suo blog scrivendo che Virzì si è limitato a una “caricatura di alcuni stereotipi falsi, una vera e propria opera di mistificazione, probabilmente un po’ frutto della voglia di additare in negativo la Brianza identificata come la terra del nemico politico, e tanto, diciamolo, frutto di ignoranza vera e propria”, notando tra l’altro che Il capitale umano ha anche “ricevuto un contributo di 700.000 euro dal Ministero dei Beni Culturali”. Anche l’assessore alla Cultura di Como Luigi Cavadini se l’è presa male per alcune parole di Virzì sul teatro locale (“Como esprime il degrado della cultura con quel suo unico teatro, il Politeama, chiuso e in rovina”), e ha replicato: “È vero, il teatro Politeama si trova in una situazione di degrado, ma non capisco come si possa, per questo, estendere il giudizio alla città”.
La polemica poi si è trasferita ed è in corso su Twitter, con tanto di proposta di boicottaggio del film – e anche con tanti che difendono la pellicola -. E con tweet infuocati tra Virzì e Monti.
Virzì intanto ha definito la querelle “una polemica buffa e scomposta, del tutto infondata”, aggiungendo: “credo che chi dice e scrive queste cose anzitutto non ha visto il film e non sa che l’ambientazione è in una Brianza immaginaria”. Non a caso il luogo in cui avviene l’incidente è stato chiamato Ormate Brianza, nome fittizio.
Io ho visto il film, frequento la Brianza che rispetto molto per la sua operosità pur senza essere particolarmente affascinata dal suo paesaggio, e posso dire che non ho sentito alcuna offesa diretta al popolo brianzolo guardando Il capitale umano. Il film potrebbe essere ambientato anche in qualche altro angolo d’Italia, certo meglio sotto un cielo più spesso livido settentrionale che non in uno scorcio meridionale. Il capitale umano parla di competizione e ricchezza, del ruolo marginale della cultura, parla di una faccia dell’Italia contemporanea. Parla dell’Italia, appunto, non solo della Brianza. Parla della società contemporanea in genere (e infatti nasce da una storia americana). È un buon film, ed è questo quello che conta.
4) Virzì burattinaio attento
Per Il capitale umano Virzì si è tolto lo sfizio di ricorrere per la prima volta ad alcuni degli attori e delle attrici che ammira di più, i due Fabrizi (Gifuni e Bentivoglio), le due Valerie (Golino e Bruni Tedeschi), Luigi Lo Cascio (che compare in una piccola parte e regala una scena erotica quasi grottesca mentre scorrono sullo sfondo alcune immagini visionarie di Carmelo Bene). Tra i cinque è forse Valeria Bruni Tedeschi a darci l’interpretazione più vibrante, ora elegante ora goffa, ora intensa ora patetica.
Nel mosaico che ha costruito Virzì si muove con sicurezza e non sbaglia quasi niente. L’unico scricchiolio è in un episodio poco probabile della seconda parte (la mail lasciata aperta da Serena e vista dal padre) che infatti nel romanzo è presentato diversamente.
5) Matilde Gioli, una bella scoperta
Accanto ad attori affermati ci sono i giovani Giovanni Anzaldo, Guglielmo Pinelli e Matilde Gioli. Quest’ultima, per la prima volta sul set, è una bella scoperta. Il suo è un volto interessante e accattivante. È arrivata alla recitazione quasi per caso, dopo che sua madre le ha consegnato un volantino di ricerca comparse con accento milanese. Atleta di nuoto sincronizzato a livello agonistico, mi piacerebbe rivederla ancora sul grande schermo.
Di Simona Santoni da cultura.panorama.it

Se c’è un filo che lega Il capitale umano al precedente Tutti i santi giorni, non è certo il “genere”. Quella era un’altra commedia (malinconica), questo un noir piuttosto spietato, anche se non privo di tocchi humour. Però noi avevamo definito Tutti i santi giorni come il film “indie americano” di Paolo Virzì. E Il capitale umano è tratto da un romanzo di uno scrittore statunitense ambientato in Connecticut (che qui diventa la Brianza).
Ma il regista non scimmiotta mai il cinema straniero per copiarlo o tentare di dare un’aria un po’ più internazionale alla sua opera. Semplicemente si nutre di tutto il cinema possibile per raccontare nel migliore dei modi una storia. Forse per questo la Brianza de Il capitale umano è gelida, cupissima, terribile e quasi inedita pur restando ben riconoscibile. Come dire: il respiro è internazionale, ma la radice è pur sempre italiana.
Il capitale umano è diviso in tre capitoli, più un’apertura e un capitolo conclusivo. Nella scena iniziale un ciclista viene investito da un Suv lungo una strada provinciale nei pressi di Ornate. Si torna poi indietro per raccontare con un metodo “alla Rashomon” una storia che copre più o meno l’arco di 6 mesi da tre punti di vista diversi. L’investimento del ciclista è il punto d’incontro dei destini di tutti i personaggi, e il punto di svolta della trama.
Capitolo 1. Il punto di vista è quello di Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un immobiliarista sull’orlo del fallimento che è stato lasciato anni fa dalla moglie, e in più ha un rapporto un po’ problematico con la figlia Serena. Non lo scenario perfetto per accogliere a braccia aperte il figlio che la sua nuova compagna (Valeria Golino) ha da poco scoperto di portare in grembo…
Ma l’incontro con Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), padre del fidanzato di Serena, potrebbe appagare le sue velleità di ascesa sociale: perché Giovanni è un broker di professione che permette a Dino di investire nel suo fondo. Il miraggio di guadagnare circa il 40% in più dell’investimento iniziale potrebbe diventare realtà e sistemare la vita della sua famiglia.
Capitolo 2. Il punto di vista è quella di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), moglie di Giovanni che vive nel lusso. Questo è forse il personaggio che più si avvicina a quel “cinema alla Chabrol” che Virzì ha citato tra le influenze. Annoiata dalla vita, svampita (”Cos’è la polizia?”), ha un rapporto finto-ossessivo con il figlio Massimiliano (Guglielmo Pinelli), che però di certo è più soggiogato dalla figura inquietante del padre.
La donna ha un passato da attrice dilettante che ora prova a rivivere con la volontà di ristrutturare un teatro in città. L’unica cosa che rischia di guadagnarci è però una scappatella con Donato (Luigi Lo Cascio), che vorrebbe far diventare direttore artistico del teatro nel caso il progetto andasse in porto. Si ride non poco nella scena in cui c’è la prima riunione per stilare il programma teatrale, in cui tutti i presenti hanno idee diverse: c’è il critico che insiste nel dire che il teatro è morto, c’è il leghista che si fa portavoce del popolo che è stufo di vedere cose che non capisce…
Capitolo 3. Il punto di vista è quello di Serena (Matilde Gioli, esordiente e bravissima: abbiamo poi forse trovato la nostra Angelina Jolie?). E qui Il capitale umano comincia a tirare le fila del discorso, sciogliendo i nodi, rimettendo assieme le tessere del puzzle e diventando sempre più oscuro. Persino notturno e gelido.
Entra anche in scena un nuovo personaggio, ma non bisogna svelare più nulla. Il fatto è che pure il personaggio di Serena si vede davvero per la prima volta nel “suo” capitolo: prima era quasi soltanto una figura relegata in secondo piano, anche se molti indizi portavano a lei come vero personaggio “risolutore” della vicenda.
Arrivati verso la fine, abbiamo il ritratto amaro e cattivo di personaggi piccoli e ambigui. “Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto”, dice Carla, che da svampita un po’ ingenuotta è quella che ha avuto più tempo (libero) per poter sperare in un paese migliore coltivando un progetto culturale e artistico. Impossibile da realizzare, ovviamente…
Con Il capitale umano, Paolo Virzì non racconta solo l’ingordigia dell’animo umano, agghiacciante e spietato contro tutto e tutti quando meno te l’aspetti. Racconta soprattutto la morale confusa di un paese che ha ormai le fondamenta putrefatte. L’agghiacciante chiusa finale, uno schiaffo dritto in faccia, è la cura perfetta allo strazio dei titoli natalizi italiani che stanno spuntando nelle sale come funghi.
Non tanto perché chiude un film dalle ambizioni e dalla riuscita evidentemente superiori, ma perché restituisce un’idea di Italia scomoda e terribile che sta dall’altra parte rispetto all’idea di Italia felice e buonista propugnata da Brizzi e dal cinepanettone. Una chiusa dedicata a tutti quelli per cui la “crisi” in Italia è solo finanziaria.
Di Gabriele Capolino da cineblog.it

In un paesotto della Brianza che finisce in “ate”, eretto alle pendici di una collina una volta incredibilmente boscosa, un cameriere da catering neanche più giovane torna a casa a notte fonda con la sua bicicletta, chiuso tra il gelido freddo di una curva cieca e il sopravanzare spavaldo e sparato di un Suv che lo schiaccia lasciandolo agonizzante, vittima predestinata di un pirata anonimo. Il giorno dopo, la vita di due famiglie diversamente dislocate nella scala sociale brianzola viene toccata da questo evento notturno in un lento affiorare di indizi e dettagli che sembrano coinvolgere il rampollo di quella più ricca, assisa nella villa che sovrasta il paese, e la figlia dell’altra, piccolo borghese con aspirazioni di ribalta. Uno a uno sfilano i presunti protagonisti: il padre della giovane ragazza, un ingenuo stolto e credulone, titolare di un’agenzia immobiliare, pronto a giocarsi quello che non ha per entrare nel fondo fiduciario del magnate della zona al quale accede per un eccesso di fiducia e grazie all’entratura garantitagli dalla figlia, fidanzata con il giovane rampollo della ricca famiglia; il magnate, cinico e competitivo, perfetto prodotto brianzolo, forgiato con la tempra di chi ha abbattuto ettari di bosco per costruire quell’impero economico, inno del malcostume e del cattivo gusto: le moglie dell’uno e dell’altro, la prima psicologa tutta presa dalla sua missione e dall’imminente maternità, tardiva e sofferta, la seconda sposa tonta con il sogno del teatro, obnubilata dalla ricchezza e dal troppo avere: in ultimo i rispettivi figli, non più incolpevoli, mai più adolescenti, complici dell’orrore in questa “tragedia” balzachiana che della commedia ha solo i tipi.
Paolo Virzì fa un salto in avanti nel personale viaggio politico nell’Italia del suo presente, puntando finalmente la bussola verso il nord del Paese, trovando un cuore nero che non fa ridere proprio per niente. La goliardia toscana, il cinismo burlone romano (modi e luoghi che hanno caratterizzato la sua commedia) sono lontani, lontanissimi, senza quasi più alcun eco in queste lande brianzole, disegnate come fossero terre straniere abitate da genti aliene che comunicano in un linguaggio misterioso e duro. Virzì si fa suggestionare dal suo limite, un misto di gap culturale e sociale (un livornese in Brianza), che presto trasforma nella sua arma migliore, abbandonando il facile gigioneggiare nelle disgrazie del malcostume centroitaliano per addentrarsi nei meandri di un apologo potente e inaspettato.
Liberamente tratto dal thriller di Stephen Amidon, ambientato nel Conneticut, con l’aiuto di Francesco Piccolo e Francesco Bruni, Il capitale umano vanta un cast variamente composto su cui domina Fabrizio Bentivoglio che interpreta senza alcun timore il personaggio di Dino Ossola. Ecco, crediamo che questo tipo unico di “scemo” sia in assoluto una delle migliori descrizioni di un certo italiano contemporaneo, degno della migliore tradizione del cinema nostrano.
Di Dario Zonta da mymovies.it

Italiani brava gente recitava il titolo di un film del 1965 sulla Seconda guerra mondiale. Non è difficile immaginare come e perché in poco più di cinquant’anni siamo diventati gente molto brutta, se si accetta (ed è difficile non farlo) la fotografia sociale gelida e spietata realizzata da Paolo Virzì in Il capitale umano (film in uscita domani), thriller dal cuore profondamente nero che inaugura alla grande il 2014 per il cinema italiano. Nel segno della qualità: per il sapore universal-internazionale della storia, per l’elevato livello della recitazione dei protagonisti (Bentivoglio, Gifuni, Bruni Tedeschi, Golino, Lo Cascio e un’esordiente di grande talento di cui diremo meglio dopo), per la complessità dell’intreccio a puzzle che si rivela pezzo dopo pezzo, per l’importanza dei temi toccati…
È un apologo durissimo quello messo in piedi dal regista toscano, che in questo frangente abbandona totalmente il sarcasmo leggiadro delle sue storie toscane (Ovosodo) o il cinismo ruspante di quelle romane (Tutta la vita davanti), per trasportarci in un Nord grigio e spettrale, in un paese della Brianza con desinenza in –ate (l’immaginaria Ornate), in cui l’ordine esterno e l’opulenza delle sue villone milionarie si contrappone al disordine interiore dei personaggi, tutti bramosi di una vita migliore, più agiata, in qualche modo felice.
Il film è suddiviso in tre capitoli, con anche un’apertura e una conclusione. Nella prima scena il cameriere di un catering, dopo aver sparecchiato, torna a casa in bicicletta e viene travolto da un Suv su una strada provinciale. Quindi il nastro viene riavvolto per raccontare una vicenda che si snoda lungo un arco temporale di circa sei mesi tramite tre “soggettive”: “Dino”, “Carla” e “Serena”, tutte accomunate dall’incidente al ciclista, vera chiave di volta della storia. Virzì tratteggia con lo sguardo alieno di un livornese sbarcato in Brianza – e pertanto chirurgico e distaccato – un ritratto di borghesi (ricchissimi o parvenu affamati) schiacciati da meccanismi a cui non possono/riescono a opporre resistenza, persi nell’illusione di riuscire così a realizzare i propri desideri. Uno spaccato in cui i padri (le madri e le donne in generale sono figure positive), impegnati come sono a manipolare e raggirare, ne escono fuori malissimo, specie nel loro proiettare le proprie ambizioni e i bisogni di rivalsa sui figli.
Dino Ossola – il personaggio interpretato da un Bentivoglio che ha il grande coraggio di farsi viscido viscido –, è un “cretino” contemporaneo con pochissimo savoir faire e tanta fissa per il denaro, razza italica decadente in grande ascesa. Carla Bernaschi (una Bruni Tedeschi sempre stupenda nei ruoli da svampita) è la ricca moglie del cinico milionario di turno (Gifuni), con istinti materni precari e tanta voglia di spezzare la noia delle sue giornate. Serena (l’esordiente Matilde Gioli, che per bellezza, bravura e assonanza del nome è stata accostata alla Jolie) è la giovane figlia di Dino, che ha sacrificato la propria genuinità sull’altare delle ambizioni del padre (legandosi al rampollo dei ricconi di cui sopra, ma in realtà sogna un amore puro. E alla fine, tassello dopo tassello, scopriremo anche chi ha investito il ciclista come nei migliori gialli, ma rivelare di più della trama sarebbe peccato mortale…
Nella struttura il film è un meccanismo a orologeria complesso, costruito con sapienza dal team Francesco & Francesco (Bruni e Piccolo), sceneggiatori di Virzì che hanno reso cinematografico l’omonimo romanzo di Richard Amidon (edito da Mondadori) trasmigrandolo «dalla Brianza al Connecticut», luoghi poi non così dissimili dal momento che vi si orchestrano e godono i frutti di spregiudicate speculazioni finanziarie e di investimenti cosiddetti fantasma, con sullo sfondo Milano l’una e New York l’altro. C’è pochissimo da ridere in questa “commedia umana” del regista livornese – sebbene non manchino momenti di grande ironia come la riunione pro-teatro organizzata da Carla -, che è profondamente debitrice della nostra migliore tradizione amara, perché ci restituisce l’essenza di questi tempi così cinici come negli anni ’60 facevano film quali I mostri di Dino Risi. Il capitale umano fa davvero male nella sua spoglia verità, ma nel suo bruciare come uno schiaffo in faccia vale come una scossa.
Leggi la trama e guarda il trailer
Mi piace
L’atmosfera noir e l’inedita Brianza che fa da sfondo.
Non mi piace
L’interpretazione del giovane borderline.
Consigliato a chi
Non crede che il cinema italiano di qualità possa essere anche migliore di quello statunitense.
Di Marita Toniolo da bestmovie.it

E’ bello quando un regista come Paolo Virzì, che ha saputo come pochi raccontare l’anima del popolo, ti sorprende con un film con cui, con altrettanta sapienza e capacità affabulatoria, entra in un mondo che gli è probabilmente estraneo quanto lo è a noi. E soprattutto quando lo fa sulla scorta di un romanzo americano ambientato in Connecticut, strutturalmente complesso, che i suoi fidi sceneggiatori Francesco Piccolo e Francesco Bruni smontano e rimontano con pazienza da orologiai, trasformandolo nella narrazione dei fatti avvenuti in uno stesso arco di tempo secondo l’ottica di tre dei personaggi principali, operazione che ha lasciato grato e ammirato lo stesso autore del libro, Stephen Amidon, che aveva tentato inutilmente di adattarlo per il cinema.
Mantenendo inalterati i fatti essenziali, tutta la storia viene trasportata nella nostra opulenta Brianza, dove in ville alla Beverly Hills vivono i fortunati pochi che hanno quasi tutto e sempre più vicini a loro i molti aspiranti nuovi ricchi, sbruffoni e disposti a tutto pur di fare il salto “di qualità”. Nel codice a barre che è il logo del film Il capitale umano, in sintesi c’è tutto: l’espressione burocratica con cui le assicurazioni calcolano, in base a parametri di vario genere, il “giusto” prezzo di una vita, è l’unica concessione all’umanità di un capitale che in realtà non ha niente a che fare coi sentimenti e il valore delle persone, ma soltanto con se stesso, in un immenso valzer speculativo di cui pochi hanno la chiave di lettura e di cui quasi tutti restano vittime, volontarie o meno.
Dino Ossola è uno dei tanti, un uomo probabilmente buono e con le migliori intenzioni, che mette tutto quello che possiede sul piatto, all’insaputa della famiglia, per guadagnare dei soldi facili e sicuri che, quando finalmente riesce a entrare nel magico fondo di investimento del milionario Carlo Bernaschi, all’improvviso scompaiono. Per riavere il suo, con gli interessi che si aspettava, il baldanzoso e chiassoso padano ha un solo modo: il ricatto. E la possibilità di farlo gliela offre un fortuito, tragico incidente che vede indirettamente coinvolta la facoltosa famiglia. Di più della trama non raccontiamo, perché Il capitale umano non è solo, tra le righe, il ritratto di un paese in crisi, ma è anche un film di genere nel senso in cui lo era Chinatown di Polanski, dove alla base dell’intrigo privato c’erano il denaro e la speculazione, parti integranti del motore della società capitalistica i cui ingranaggi, di cui ignoriamo il funzionamento, ci stritolano senza che ne comprendiamo il modo e il motivo.
Quello che più colpisce è il cinismo all’interno delle famiglie al centro della storia: la figlia di Ossola è la leva per entrare nel mondo dei ricchi adoperata da un padre che non si fa scrupolo di venderne i sentimenti, la moglie di lui, incinta di due gemelli, sembra volutamente ignorarne il carattere e i maneggi, il ragazzino outsider viene sfruttato dallo zio, il figlio di papà viene schiacciato dalle ambizioni del genitore. Si tratta di persone che si amano, almeno nominalmente, e che non si rendono conto della condizione umana di chi hanno accanto.
Forse, al di là dell’avvincente costruzione e del perfetto gioco di squadra, non c’è molto di nuovo in quello che ci raccontano gli autori del Capitale umano, ma a loro va il merito di essere riusciti a farlo senza cadere in dinamiche da soap opera e in un facile moralismo, mantenendo tra le righe un umorismo amaro e sottile. Virzì e i suoi cosceneggiatori non assolvono né condannano i loro personaggi, ma lasciano che sia lo spettatore, come si faceva un tempo, a trarre le sue conclusioni. Splendidi complici gli attori, diretti come al solito dal regista con grande maestria; a noi sono parsi grandiosi Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni, in un cast senza una sola nota stonata e con una piccola ugola che si stacca dal coro: la debuttante Matilde Gioli, che potrebbe trovarsi tra qualche anno a ringraziare Paolo Virzì per averla introdotta in un mondo in cui sembra già essere perfettamente a suo agio.
Di Daniela Catelli da comingsoon.it

Dino Ossola (Bentivoglio) è un immobiliarista in crisi disposto a tutto pur di risollevarsi. Giovanni Bernaschi (Gifuni) è un mago della speculazione in borsa e non aspetta che uomini come Dino per fare affari. Quando i loro figli si fidanzano, tutto si mette in moto. Attorno a questi giochi pericolosi, si muovono Carla Bernaschi (Bruni Tedeschi), ricca moglie dalle ambizioni frustrate, Roberta (Golino), la compagna di Dino, psicologa accogliente e “aspirante madre”, e i due giovani: Serena (Matilde Gioli) e Massimiliano (Guglielmo Pinelli), su cui le rispettive famiglie riversano ansie e aspettative troppo alte. Nel momento più critico, a complicare tutto interviene un incidente.
Era dai tempi di Tutta la vita davanti che Paolo Virzì non metteva una vena così feroce, un ghigno così beffardo nel descrivere la nostra società e i suoi mali. Lo fa qui lasciando la commedia all’italiana per il noir, per un dramma tinto di humour nero, in cui il riso non distoglie dalla desolazione dell’insieme. Siamo in Brianza, nel mondo lussuoso di ville da fiaba, se non fosse che i personaggi che lo abitano ci riportano a una realtà ben poco edificante. Sulla scorta del romanzo dell’americano Stephen Amidon – che trova una seconda vita nel contesto nord italico, grazie all’adattamento di Francesco Bruni, Francesco Piccolo e Virzì stesso – Virzì si diverte a svelare le storture, le miserie, l’ordinaria meschinità che si nascondono dietro a questo mondo da sogno. Fotografia impietosa di una società che sembra aver perso il suo “capitale umano”.
Resta un vasto campionario di bassezze: arrivismo cieco, padri che si servono dei figli per i propri scopi, che li vogliono sempre vincenti, uomini incapaci di amare, donne velleitarie, che disprezzano ciò di cui non possono fare a meno e non sanno coltivare ciò che dicono di amare, adolescenti insicuri, ma anche aggressivi e sgradevoli. A rappresentarlo, attori straordinariamente in forma che, coadiuvati dal lavoro di sceneggiatura, danno l’opportuna complessità ai personaggi: Bentivoglio e Gifuni, incarnazioni diverse della “naturalezza del male”, uno con la sua furbesca piccineria, l’altro con la sua disinvolta ostentazione di potere; Valeria Bruni Tedeschi perfetta nell’alternare strategica ingenuità e opportunismo cinico; Valeria Golino, unica adulta che può essere punto di riferimento. Buone prove anche dai giovani (gli esordienti Gioli e Pinelli, come Giovanni Anzaldo, già visto in Razzabastarda), a cui viene affidata una traccia di speranza.
Interessante la struttura: si mostra l’intera vicenda da tre punti di vista diversi, traendo poi le conclusioni. Ripetizione non noiosa che, anzi, aggiunge elementi, facendo scoprire pian piano chi sono davvero i personaggi e cosa sia realmente accaduto, mantenendo abbastanza la suspense.
Di Scilla Santoro, da cinefilos.it

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