Ida

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«E poi?». Non appena Anna pronuncia questa semplice domanda non si hanno dubbi: da qui passa la forza della sua storia. Non solo. Con quelle due semplici parole, che pesano come un macigno, la giovane non interroga soltanto il suo diretto interlocutore, bensì, per la prima volta, chiama in causa direttamente lo spettatore. Con un’innocenza atipica, di chi in fondo sa già la risposta ma non ne fa un motivo di vanto. Anna guarda la realtà, quale che sia, dritta negli occhi e la incalza, come se avesse intuito quello strano ancorché fascinoso meccanismo dal quale è eroico riuscire a districarsi senza venirne stritolati.
Siamo in Polonia, 1962. Sebbene la Guerra sia oramai un triste e lontano ricordo, buona parte di coloro che le sono sopravvissuti portano sulla propria pelle cicatrici che forse mai si rimargineranno. È anche un periodo di enormi cambiamenti, «epocali» direbbe qualcuno; il mitico ’68 è di lì a venire e già in quegli anni chiaramente se ne scorgono le prime avvisaglie. Un mondo dunque a cavallo tra due epoche, diametralmente opposte. In questo punto s’inserisce una tappa fondamentale del percorso di Anna, novizia presso un convento di suore, in attesa di prendere i voti. Dato l’approssimarsi di quell’evento, la madre superiora svela alla ragazza di avere ancora una parente, e che è bene per lei incontrarla prima di consegnarsi definitivamente a Cristo. Si tratta della zia Wanda, una donna che vive agli antipodi rispetto alla ben più riservata e se vogliamo austera nipote.
Nonostante qualche incertezza iniziale, la giovane orfana accetta l’idea di quest’incontro, recandosi dalla disinvolta nonché unica parente rimastale. Quanto scoprirà di lì a poco le cambierà la vita una volta per tutte: Anna in realtà si chiama Ida ed è ebrea. Ancora piccolissima fu affidata ad un convento, lo stesso presso cui vive fino a quel momento. A dispetto della logica diffidenza da entrambi i lati, le due si ritrovano ad essere unite da un mistero, ossia scoprire cosa avvenne con esattezza ai genitori di Anna e perché lei fu lasciata in quel convento. Ma il tutto è un po’ più complesso di così, andando ben oltre un mistero che c’è ma che è solo un pretesto per mostrare qualcosa di ben diverso.
Pur non avendo affatto in odio le convenzioni, Pawlikowski opera delle modifiche sostanziali a certi elementi “tradizionali”. Il suo ha tutta l’aria di essere il classico film europeo d’autore, contraddistinto da inquadrature fisse, lunghi silenzi, assenza di una vera e propria colonna sonora o atmosfere per lo più cupe. Tutte misure che ritroviamo pienamente in questo suo ultimo lavoro, al quale però apporta dei ritocchi che fanno la differenza. Da subito, per esempio, avvertiamo una delle forme di “ribellione” più evidenti, ossia la rottura di ogni “regola” base relativa all’inquadratura. I personaggi, specie nella prima parte del film, sono sempre disposti ai lati dell’immagine, oppure lo spazio sopra le loro teste è vistosamente eccessivo e, per così dire, “fuori posto”.
Il regista polacco dà però al tempo stesso l’idea di aver maturato tali scelte in maniera coscienziosa, perché i suoi non sono affatto meri espedienti stilistici. Qualcuno diceva che nell’arte è sempre bene seguire quelle regole che si possono anche infrangere, purché se ne abbiano dei motivi più che validi. Pawlikowski ce li ha eccome, solo che tutto passa attraverso quel non verbale che è costituito da certe sensazioni, da quel senso di spaesamento nell’osservare certe immagini così atipiche. E per farlo gli è bastato “semplicemente” spostare l’inquadratura di un soggetto o di certi soggetti, misura che denota ben altro. Il trattamento riservato alla forma, infatti, assume un senso in relazione al modo in cui vengono maneggiati i contenuti.
In Ida non si indugia mai un istante di troppo sui singoli eventi, per quanto rilevanti essi siano. Pawlikowski va incasellandoli uno dopo l’altro senza porre alcuna enfasi su quelli chiave, dissimulando un disinteresse che in realtà non gli appartiene affatto. Tale impressione la si ricava alla luce del difficile equilibrio che eppure egli raggiunge tra il mero mostrare, tipico del documentario duro e puro, e quello di mettere in risalto, più attinente alle opere di finzione. In Ida una concreta scrematura avviene ed è tangibile, solo che i vari episodi, a differenza di un film qualunque, semplicemente “accadono”. In questo abile bilanciamento circa il metodo di narrazione il regista riesce, di conseguenza o forse proprio per questo, a restituirci immagini tutt’altro che complesse ma al tempo stesso dalla forte impronta evocativa. All’interno di un contesto per lo più cupo, a tratti asfissiante, lavorando con e su pochi ingredienti.
Ottanta minuti in cui il rigore di un certo tipo di cinema viene svecchiato da una serie di soluzioni che forse non alleggeriscono in modo netto il film, il quale però ne guadagna in profondità ed accessibilità; perché, checché se ne dica, Pawlikowski gira un film tradizionale in modo moderno. Ed è chiaro che il nostro discorso riguarda la forma, perché quanto alla trama certi discorsi lasciano il tempo che trovano. Per dare ragione di ciò ci siamo poco sopra rifatti allo stile visivo di Ida, forte, a suo modo “innovativo” proprio perché stravolge certe regole inerenti non solo al cinema classico bensì al cinema a 360°. Come quando, proprio in chiusura, dopo aver adoperato solo inquadrature fisse le più svariate, il film si congeda con un non lunghissimo piano sequenza con macchina a mano, assumendo un significato ben specifico e dai risvolti notevoli.
Certe argomentazioni si potrebbero in qualche modo estendere anche al trattamento della colonna sonora, sorprendentemente centrale in un film che non disdegna il suono ma che al tempo stesso ricorre alla musica con un certo pudore. Anche qui però, Pawlikowski fa di testa sua e fa bene: la campionatura di brani jazz ha un suo fascino e ad un certo punto del film muove letteralmente la trama, discretamente, senza mai sovrapporsi più di tanto alla narrazione, invece agevolandola. Tutto ciò in linea con quanto già evidenziato, ossia che pressoché ogni scelta in Ida è ponderata. Ed è questa la vera forza del film, cioè l’abilità grazie alla quale si riesce a raccontare una storia il cui impatto dipende quasi esclusivamente dal modo attraverso cui viene veicolata.
Il tutto, chiaramente, senza nulla togliere a quel sofferto percorso di Anna/Ida, con quel tema del doppio palesemente svelato verso la fine e magistralmente approfondito attraverso due sequenze speculari. La prima è quella in cui zia e nipote attraversano all’interno di un auto un viale alberato oltre il quale c’è la luce; la seconda è anche l’ultima del film, quando Anna, sola, percorre una strada simile camminando però verso il senso opposto. Eh sì, Ida si muove su questi binari, tuttavia restituendo almeno altrettanto rispetto a quello che domanda. Lo diciamo a chi magari si dichiara poco avvezzo a certe opere. Vale la pena tentare. Ancora una volta.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Pawel Pawlikowski è un regista polacco di formazione britannica. In quel paese ha consolidato una carriera che lo ha portato a dirigere My Summer of Love con una Emily Blunt all’esordio al cinema. Dopo molti anni è tornato nella sua terra di origine attratto da una storia che sintetizza le tragedie della Polonia del XX secolo in 80 minuti, raccontando la vicenda, ambientata nel 1962, di una giovane ragazza che vive in convento.
È senza una famiglia, almeno così crede, ma scopre pochi giorni prima di prendere i voti di avere una zia che vive in città, disinibita e indurita, giudice del regime comunista. Attraverso l’alcol, il fumo e una vita sessuale molto attiva, cerca di evadere dal dramma del suo passato, che piano piano racconterà alla nipote, con la quale intraprenderà un viaggio alla scoperta dei genitori morti durante l’occupazione nazista. Una morte inferta dal vicino, per prendere possesso della sua casa e dei suoi beni, per approfittare della cornice “ufficiale” dello sterminio, della shoah, per un atto di barbarie tanto privato quanto comune in quegli anni tragici.
Ida è un film al femminile, in cui riecheggia l’austerità di un Bresson, che accumula una tensione che diventa insostenibile con il passare dei minuti, anche grazie a un rigore formale ammirevole. Un rigore geometrico che soffoca lo spettatore tanto quanto costringe la protagonista in inquadrature sbilanciate, con uno spazio in alto innaturale che la opprime.
Un film che seduce con una sapiente ricostruzione di un’epoca in cui il ricordo dei lutti privati subiti durante l’occupazione nazista è ancora vivo, ma costretto a forza all’oblio dalla normalità di un nuovo regime che ha già perso il suo slancio utopistico sostituendolo con una grigia omologazione.
Pochi dialoghi, una musica jazz che sembra poter accompagnare le protagoniste verso il futuro, verso una pace interiore che per la zia è irraggiungibile e per la nipote è un obiettivo che prevede la conoscenza di un mondo che ha visto solo attraverso la rigidità di un convento. Pawlowski riesce a costruire una vicenda dallo sviluppo narrativo appassionante e di una profondità esemplare come la capacità di sintetizzare in queste due donne le ferite di un Paese flagellato dalla storia, in un film tra i migliori europei di questa stagione.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

La vicenda si svolge all inizio degli anni ’60, nella grigia e soffocante Polonia dove vige stabilmente il regime comunista. Anna è una giovane novizia in attesa di diventare suora a tutti gli effetti. Vive serenamente in un convento isolato dove, essendo orfana, è stata portata in tenerissima età, durante la II Guerra Mondiale. Poche settimane prima di prendere i voti, invitata insistentemente dalla Madre Superiora, si reca a Varsavia per incontrare la sua unica parente conosciuta, la zia Wanda, che, durante il passato, non si è mai messa in contatto con lei. Quando arriva nell’appartamento della zia, si trova di fronte una cinquantenne single, intellettuale elegante e disinvolta, ma visibilmente disillusa, al limite del cinismo. Wanda appartiene all’elite del regime, essendo un magistrato, con un passato di combattente nella Resistenza antinazista e di militante del partito. È una donna che nasconde una grande sofferenza, compensando con un’attiva vita sessuale con vari partner e con il consumo di alcoolici. In breve racconta ad Anna una tremenda verità familiare: la futura suora è in realta di razza ebrea ed era una bambina chiamata Ida. Durante la guerra, la famiglia si era rifugiata nella loro piccola fattoria, ed era stata “aiutata” da alcuni contadini polacchi. Poi i genitori di Anna sono stati uccisi in circostanze misteriose. Wanda convince la nipote a recarsi dove avevano vissuto i suoi genitori per cercare di scoprire le circostanze della loro scomparsa. Per alcuni giorni le due donne vivono insieme. Anna sperimenta la novita della vita ordinaria, i piccoli piaceri e le miserie morali degli uomini. Poi scoprono terribili segreti, ritrovano le ossa dei congiunti e li seppelliscono in un cimitero ebraico in rovina a Lublino. Anna torna in convento, ma, quando apprende la notizia del suicidio di Wanda, si trasferisce nell’appartamento della zia.
Pawlikowski, regista polacco radicato in Inghilterra, conferma la sua squisita capacità di descrivere la psicologia femminile, come già nei suoi film precedenti: My summer of love e Last resort. Costruisce uno straordinario dramma intimo, esplorando le contraddizioni della fede e della vita laica, ma anche i tragici retaggi, ancora presenti, dell antisemitismo, in una epoca cruciale della storia del suo Paese. Il suo stile assolutamente privo di retorica, essenziale e ricco di tristi e genuinamente commoventi toni poetici, ricorda sia l’austerita di Robert Bresson, sia la problematicità dei primi film di Polanski e di quelli di Kieslowski. La scelta di girare in un vibrante bianco e nero, con una squisita composizione delle inquadrature, conferisce ulteriore credibilita alla storia. Le due magnifiche interpreti rivelano molto più di quello che mostrano.
Giovanni Ottone, da “mymovies.it”

Ida è giovane, bella, e non conosce la vita, il mondo, nessuno al di fuori del convento in cui è cresciuta. Ida è poco più che adolescente quando decide di prendere i voti. La madre superiora però, prima che la ragazza compia un così grande passo, ritiene sia il caso che incontri l’unica parente ancora in vita: la zia Wanda, donna che ha scelto di rimanere nell’ombra. Un giorno la novizia si fa forza e si presenta a casa della misteriosa zia. Scoprirà un giudice rigido, una donna concreta, una gran fumatrice e bevitrice con un cuore inaridito dagli eventi. Con un cipiglio poco amorevole, Wanda metterà Ida difronte a sé stessa, con pochi convenevoli le mostrerà la semplice, nuda e cruda realtà. Ida, senza scomporsi, deciderà di scoprire tutto sulla sua famiglia, istintivamente sapendo che solo in tal modo potrà vivere in pace con sé stessa.
Inizia così un film che è un quieto ma glaciale on the road di due donne attraverso un Paese sotto scacco del Comunismo. L’opera di Pawel Pawlikowski è ambientata, infatti, nella Polonia degli anni ’60 ed ha come protagoniste due figure femminili forti e deboli allo stesso tempo. Con cinque attori, un’auto d’epoca, vaste campagne a disposizione, e con il supporto di un avvolgente e impietoso bianco e nero, il regista confeziona un racconto che narra una storia intensa, straziante, dolorosa, reale, avvincente e carica di umanità, in soli 80 minuti di durata complessiva.
“Ida” è un piccolo gioiello inatteso, ci mostra la crescita di un essere umano all’ombra della grande Madre Russia, che si può vedere come un racconto di tristi epoche andate e/o come una strana e senza tempo evoluzione di una giovane. “Ida” è, infatti, un film che con disarmante semplicità si trasforma di un efficace racconto di vita: mostra una vera prova di resistenza (alla vita), immortala il momento di svolta (nella vita), induce a riflettere su passato, presente e futuro.
Con quelle immagini irrigidite dall’assenza di colore, che riflettono l’austerità dell’epoca e amplificano il rigore e i limiti dei personaggi, senza sconti, senza possibilità d’alleggerire le nostre coscienze, seguiamo le due donne attraverso le campagne, con curiosità nonostante sin dall’inizio sappiamo che non vi sarà un happy ending. Quello che invece ci coglie di sorpresa è l’estrema dignità e coerenza dei personaggi. Il regista, infatti, sceglie di chiudere il cerchio con toni tanto pacati, dolci e poetici quanto tremendi e asciutti agli occhi di noi mediterranei. Nessun melodramma, nessuna tragedia, nessuno strazio urlato solo una storia molto comune, vera e tremendamente triste, di dignità e forte determinazione a essere gli artefici della propria esistenza.
Con un sottofondo musicale perfetto e a tratti malinconico, con un bianco e nero che ci salva dalla sofferenza, con inquadrature magistrali, con poche parole mirate ed efficaci, “Ida” si candida a miglior film d’autore di questo primo trimestre 2014. Voto: 7. Non vederlo sarebbe un vero peccato.
Vissia Menza, da “masedomani.com”

Agata Trzebuchowska), orfana e cresciuta in un convento, è una giovane novizia in procinto di prendere i voti. Convinta di non avere nessun parente che possa ricollegarla al suo oscuro passato, scopre invece dell’esistenza di una zia, sorella di sua madre. Incontra così Wanda (Agata Kulesza), eroina di guerra, poi giudice e membro di rilievo del partito socialista polacco, che le svela i segreti della sua famiglia, le sue vere origini. Anna in realtà si chiama Ida e la sua famiglia era di religione ebraica. Le due donne, insieme, inizieranno così un viaggio che le riporterà nei luoghi dove i genitori di Ida sono stati uccisi durante l’occupazione nazista nel corso della seconda guerra mondiale. Un viaggio che darà loro modo di conoscersi e anche avvicinarsi, malgrado un’apparente quanto marcata diversità.
Ida è un film del regista polacco Pawel Pawlikowski che uscirà nelle sale italiane a partire dal prossimo 13 marzo. Asciutto ed essenziale nella forma, Ida è un film che contiene molta sostanza, una sostanza fatta di una molteplicità di tematiche che alla fine giungono dirette allo spettatore. Se Ida rappresenta l’importanza di conoscere il proprio passato, le proprie origini, anche a costo di affrontare verità difficili da accettare, Wanda è invece colei che dal passato è sempre scappata, che al passato ha sempre voltato lo sguardo. Ma il passato per ogni uomo o donna che sia, ha in se una forza incontrollabile che ti spinge, prima o poi, a ritornare ad esso e a rivolgerti nuovamente alle origini della propria esistenza.
Il film parla anche della solitudine, quella di Wanda, che ritrovata inaspettatamente la nipote, proverà per lei un sentimento travolgente, un affetto che la sconvolge, che la disorienta e che le renderà inaccettabile quell’esistenza fatta di alcool e rapporti occasionali che sino ad allora aveva sopportato. E’ un film che parla di scelte, quelle di Ida, che sarà stimolata dalla zia a porsi domande, dubbi, che le toglieranno quelle certezze che credeva sino a quel momento inscalfibili.
Girato in bianco e nero, Ida è un film diretto con grande senso artistico e poetico da Pawlikoski il quale alterna primi piani, moltissimi, di grande intensità espressiva, con sequenze girate a telecamera a mano, facendo così trapelare un passato di grande e stimato documentarista. Un’ambientazione perfetta e di grande efficacia e due attrici che tengono per quasi tutto il film la scena con straordinaria bravura. In particolar modo ci riferiamo ad Agata Kulesza la quale interpreta con incredibile intensità un ruolo complesso e tormentato come quello di Wanda, donna che sotto un’espressione dura e severa nasconde una tragica fragilità. Molto significativa anche l’interpretazione della bellissima Agata Trzebuchowska che incanta lo spettatore grazie ad uno sguardo magnetico e penetrante perfetto per la parte della giovane novizia in preda ai dubbi.
Ida è un film di grandissimo spessore e che riesce a coinvolgere lo spettatore pur evitando particolari artefizi artistici o espressivi, un film che indubbiamente consigliamo di vedere.
Gianluca Chianello, da “cinefilos.it”

Questa sono io
Fotografata in uno splendido bianco e nero, Ida è un’opera dai toni molto sommessi che riesce a raccontare senza facili scorciatoie e insieme con grande rigore formale il percorso di maturazione di una giovane donna.
Nella Polonia degli anni ’60 vive Anna, una bellissima novizia in attesa di prendere i voti; qualche settimana prima della cerimonia la ragazza viene a sapere di avere ancora una zia e viene invitata dalla madre superiora a lasciare il convento per andarla a conoscere. La donna, Wanda, è un ex pubblico ministero comunista, responsabile di numerose condanne a morte di religiosi ed è ebrea, particolare che ha sempre nascosto ai propri capi per timore di ritorsioni. Anna scopre quindi di non essere cattolica, di chiamarsi in realtà Ida e di aver perduto i genitori durante una rappresaglia nella Seconda Guerra Mondiale. Timorosa di Dio e timida la prima, passionale, fumatrice incallita e amante dell’alcol la seconda, si mettono in viaggio per trovare l’uomo che finalmente svelerà dove sono seppelliti i corpi dei genitori di Ida e del piccolo figlio di Wanda. Lungo il tragitto, non senza qualche scontro, le due hanno l’occasione di conoscersi meglio; per Ida il confronto con quella figura femminile così emancipata e libera, pur profondamente sofferente, rapprenta un momento di svolta della sua vita. Così come l’incontro con un sassofonista che si fa conquistare da quella ragazza speciale, ignara del fascino che esercita sugli uomini.
Vincitore del premio FIPRESCI al Toronto International Film Festival e del London Film Festival, il lungometraggio di Pawel Pawlikowski, Ida, arriva in anteprima italiana al Torino Film Festival, in attesa dell’uscita nelle nostre sale prevista per il prossimo Marzo. Fotografata in uno splendido bianco e nero dal semi esordiente Lukasz Zal, Ida è un’opera dai toni molto sommessi che riesce a raccontare senza facili scorciatoie e insieme con grande rigore formale il percorso di maturazione di una giovane donna. Costruito attorno al tema dell’identità, il film di Pawlikowski rappresenta come meglio non potrebbe i dubbi che si rincorrono nella testa della protagonista, l’eccellente Agata Trzebuchowska, apparentemente serena e distaccata, almeno rispetto alla “furia” della sua partner, ma tutt’altro che pacificata. Ida deve riconsiderare daccapo la sua vita, fare i conti col passato e costruire (forse) un nuovo futuro a partire da tutto quello che è riuscita a conquistare durante il viaggio. Senza questo elemento vitale, il film non non sarebbe stato altrettanto coinvolgente.
Aver concentrato invece la macro-storia (c’è anche una nazione, la Polonia, alle prese con grandi cambiamenti sociali e politici) nella micro-storia di due donne che rimettono insieme i puzzle della propria esistenza, non fa mai calare la tensione emotiva, un’energia che scorre sotterranea e che si manifesta appieno nel parallelo tra queste due figure femminili diverse e originali. Wanda, all’opposto della nipote, non ha mai rinunciato alla bellezza, non si è mai mortificata, ma porta dentro di sé le ferite di scelte mai vissute in armonia (la rinuncia alla fede e soprattutto quella al figlio). Nel loro confronto, mai urlato, mai sgradevole, c’è il confronto di due mondi diversi che si avvicinano, fino ad una piena comprensione reciproca, davanti ad un dolore comune. E anche quando la protagonista sceglierà autonomamente quale strada intraprendere, nulla sarà come prima, perché Ida ha scoperto comunque una nuova femminilità. Anche solo per poco.
Francesca Fiorentino, da “movieplayer.it”

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