I due volti di gennaio

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Atene, Grecia, 1962. Una facoltosa coppia di turisti americani – l’affarista Chester MacFarland e l’affascinante moglie Colette – incrocia casualmente la propria esistenza con quella di Rydal Keener, un giovane americano che in polemica col padre, di cui ha appreso da poco la dipartita, se la passa in Grecia facendo la guida turistica e spennando con moderazione i connazionali che si affidano a lui. Ma se Rydal è anche e forse soprattutto un imbroglione, anche Chester ha i suoi lati oscuri che si materializzano nella visita di un detective privato nella sua camera d’albergo. Minacciandolo con una pistola, il detective gli ordina la restituzione dei soldi persi dagli investitori malavitosi che si erano fidati di lui. Ne nasce una lotta che termina con la morte del detective per una botta alla testa. Proprio in quel momento arriva Rydal per restituire un braccialetto che Colette ha dimenticato in taxi. Chester ne approfitta per farsi aiutare dal giovane a scappare con la moglie verso Creta in vista di una fuga definitiva con nuove identità. Basato su un crimine, il legame che nasce tra i tre si complica ulteriormente per la reciproca attrazione provata da Rydal e Colette.
Patricia Highsmith, giallista raffinata, ha legato indissolubilmente il suo nome al cinema con una serie di pellicole notevoli a partire da L’altro uomo di Hitchcock per arrivare alle diverse versioni cinematografiche dei romanzi del suo ciclo di Tom Ripley, tra le quali resta insuperato L’amico americano di Wim Wenders. Scrittrice abile nell’ideare trame insolite e anticonformiste, ha nell’ambiguità e nella capacità di dipingere in modo affascinante psicologie contorte e amorali i suoi tratti più distintivi. Chiaro quindi che serva una sensibilità particolare per rendere sullo schermo il suo complesso mondo narrativo. Hitchcock e Wenders ne sono stati capaci pur partendo da approcci sostanzialmente opposti.
Hossein Amini – esordiente alla regia, ma sceneggiatore dal solido curriculum (al suo attivo si può almeno ricordare l’interessante Le ali dell’amore da Henry James) – affronta l’opera della Highsmith (un romanzo minore, ma ricco delle tematiche tipiche della scrittrice) con rispetto e partecipazione, mostrandoci sia l’accidentalità del delitto sia soprattutto come, ben lungi dal provocare pentimento e rimorso, l’omicidio generi soprattutto, anche in chi non è abituato a praticarlo, il desiderio di farcela al di là di ogni eventuale problema morale. Con un’abile applicazione dei meccanismi della suspense, lo spettatore è così coinvolto e spinto perversamente a temere per le sorti di chi comunque è colpevole di qualcosa.
I due personaggi principali rappresentano diverse gradazioni della figura dell’imbroglione: Rydal è un dilettante allo sbaraglio, mentre Chester, spregiudicato giocoliere della finanza, è un professionista dell’inganno. Il legame quasi paterno che sembra unire Rydal a Chester rende ancora più complesso il loro rapporto che poco alla volta, come spesso avviene nei romanzi della Highsmith, diventa sempre più centrale nella storia, mettendo in secondo piano il “triangolo”, nel quale la donna è più una posta in gioco che un vero componente caratterizzante. Amini descrive il gioco psicologico con attenzione alle sfumature sviluppando una tensione strisciante e abbastanza sostenuta. Lo aiuta un ottimo cast, capace di reggere le complessità caratteriali: Viggo Mortensen riesce a essere al tempo stesso minaccioso e debole, Kirsten Dunst – sensuale e frustrata – ottiene il massimo dal suo ruolo, mentre Oscar Isaac deve impiegare un arco recitativo più ridotto, ma lo fa con convinzione.
Il senso opprimente di un destino segnato richiama le atmosfere del noir, contraddette abilmente dalla luminosità dell’ambientazione greca, pittoresca e affascinante, sempre sull’orlo del turistico-vacanziero, ma sempre capace di restare saldamente al di qua del precipizio oleografico. La datazione rétro e la narrazione ragionata e attenta ai dettagli evocano un cinema d’altri tempi, con il gusto un po’ antico di qualcosa di già visto, ma di solido, raffinato e intelligente intrattenimento. La conclusione – forse sin troppo “significativa” nel chiudere in modo simbolico e “giusto” la storia e i legami tra i personaggi – non delude, ma non sorprende.

Rudy Salvagnini, da “mymovies.it”

 

Patricia Highsmith è stata una famosa scrittrice americana di racconti noir e thriller: è forse questo che conferisce a I due volti di Gennaio, tratto da un suo romanzo del 1964, una patina da noir d’altri tempi, adattato però con canoni narrativi più contemporanei e verosimili. Ad affrontare la prova della sua trasposizione cinematografica è uno sceneggiatore navigato come l’anglo-iraniano Hossein Amini: sua la penna nell’acclamato Drive di Winding Refn, ma anche su 47 Ronin e Biancaneve e il cacciatore. Da una scrittrice dunque la palla passa a uno sceneggiatore di buono smalto, che con questo film debutta alla regia: per lui, un nutrito cast e le meraviglie greche, dal Partenone alle rovine di Creta. L’accoglienza del film, che ha avuto la sua premiere internazionale a Berlino, è stata calorosa – e a buona ragione: il film è un thriller ben riuscito, sempre verosimile e mai artificioso, che tiene sulle spine nel suo on the road di fuga.

NON TUTTO È ORO

Chester MacFarland (un convincente e sovente ubriaco Viggo Mortensen) è un ricco consulente finanziario, in viaggio attraverso l’Europa con la moglie Colette (la bellissima Kirsten Dunst). Si trovano a visitare il Partenone, tubando felicemente, quando incontrano il giovane Rydal (Oscar Isaac), ragazzo americano di origini greche e dal passato incerto. Una serie di casi porterà Rydal, e i suoi occhi famelici che puntano insistentemente sulla bionda Colette, a fare da Cicerone alla coppia a passeggio per Atene, contrattando in greco per i loro acquisti. Tutto sembra andare alla grande, finché un investigatore americano non arriva a rovinare i giochi, rivelando le carte di Chester: truffatore impossessatosi illecitamente dei soldi dei suoi clienti. Il confronto degenera in una rissa che porterà all’accidentale morte del detective. Le cose stanno prendendo una brutta piega: dietro gli scintillanti abiti eleganti di MacFarland si nasconde una fedina sporca, un carattere senza scrupoli, una valigia piena di soldi in contanti e nessun passaporto. La fuga è inevitabile e ad assistere la coppia è Rydal, in parte per convenienza, facendosi pagare profumatamente per i suoi servizi e la falsificazione di nuovi documenti, ma soprattutto attratto da quella scintillante Colette che funge da anomala femme fatale. Morale: i tre si mettono in fuga, nascondendosi a Creta, in perenne movimento in cerca di uno spiraglio di fuga.
GIANO BIFRONTE

Il January del titolo originale (The two faces of January) sta per Giano Bifronte, divinità mitologica a doppia faccia, che ha assunto spesso il connotato metaforico dei due volti di ogni individuo, di ciò che è ostentato e della realtà sommersa. Il film ruota tutto intorno al contrasto tra ciò che appare e ciò che è: la tensione scorre palpabile attorno a un escape movie che cerca di sfondare i confini greci per espatriare. Ogni personaggio nasconde il suo secondo volto, a inseguire i tre fuggiaschi non è solo la polizia, ma anche l’ardente gelosia morbosa di Chester, sempre più paranoico verso gli atteggiamenti ambigui di Colette con Rydal, e il fantasma del passato di Rydal stesso, la sua enigmatica figura indecifrabile, sospesa tra la fiducia e l’inganno. Il film si trascina in un latente stato di agonia che tiene alta la tensione per gli avvenimenti, la fuga è resa talmente verosimile a portare inevitabilmente ogni spettatore a fuggire con loro, costringendo a immedesimarsi nel truffatore Chester e nei suoi atteggiamenti discutibili, fatti di alcool e pacchetti di sigarette. Il precipitare degli eventi porta alla deflagrazione del film, tanto più intrigante quanto meno è artificiosa e più appare coerente.

In altre parole: un encomiabile esordio alla regia per Amini, che speriamo continui in questa direzione. Il film si rivela un adattamento ben riuscito, che affronta gli scheletri nell’armadio in suolo ellenico, giocando con figure e metafore della mitologia greca, dal già citato Giano al bracciale dell’immortalità (ironico), dai paralleli della fuga col labirinto di Cnosso alla figura del Minotauro. La stessa Kirsten Dunst viene ritratta più come una musa contesa e vero motore del trio, e non tanto secondo i canoni della femme fatale (dei quali mantiene solo la bellezza ma perde ogni altra caratteristica manipolatrice). Intrigante e worth seeing.
VOTOGLOBALE 7.5

Luca Chiappini, da “everyeye.it”

 

I due volti di gennaio, adattamento del romanzo omonimo di Patricia Highsmith (The Two Faces of January, 1964) segna il passaggio alla macchina da presa del talentuoso sceneggiatore iraniano Hossein Amini (suoi i copioni di Jude 1996, e Drive 2011). Il risultato è un giallo sofisticato e retrò, dove la tensione è una forza endocrina che nasce dal rapporto – tormentato e perennemente instabile – fra i tre protagonisti. Come una sorta di McGuffin di hitchcockiana memoria, gli eventi esterni – nell’ordine: truffa milionaria, omicidio riparatore, fuga – forniscono una cornice-pretesto per uno studio di caratteri in situazioni limite. Primi anni ’60. Chester e Colette, una coppia di facoltosi americani in vacanza in Grecia – fascinoso, bevitore e un po’ vissuto lui (Viggo Mortensen), bella e giovane lei (Kirsten Dunst) –, si imbattono in Rydal (Oscar Isaak), un connazionale dal nome esotico, che si guadagna da vivere facendo la guida e spennando con garbo i turisti sprovveduti. Peccato che Chester, sotto la patina da gentleman, nasconda un (recente) oscuro passato che fa ben presto passare in secondo piano le piccole truffe di Rydal. Per salvarsi la pelle, Chester fa fuori un investigatore privato che lo segue fino alla camera d’albergo. Affascinato da Colette e desideroso di mettere le mani sulla valigetta piena zeppa di contanti che Chester non perde mai di vista, Rydal accetterà di aiutare la coppia a lasciare rocambolescamente Atene, promettendo due passaporti nuovi di zecca nel giro di pochi giorni. Ben presto, naturalmente, le cose prenderanno una brutta piega. Come spesso accade nei romanzi della scrittrice texana, quando il gioco si fa duro, a emergere è la brama di (soprav)vivere, spesso accompagnata da scarsa lucidità e da un’avidità bruciante che travolge convenzioni morali e legami apparentemente consolidati. Una brutalità sottile che aveva sedotto anche Hitchockock: ne L’altro uomo (1951) – tratto dall’esordio letterario della Highsmith – un bel tennista dall’aria gentile ascoltava, tra fascinazione ed orrore, la proposta di uno sconosciuto incontrato sul treno, cedendo quel poco che bastava per precipitare in un incubo macabro. Incardinato nei binari di un solido – a tratti didascalico – adattamento letterario, I due volti di gennaio fa proprio l’universo concettuale e tematico del romanzo. A dominare sono i dialoghi, gli sguardi incrociati fra i tre protagonisti (praticamente gli unici personaggi in scena), che cercano di districarsi fra bugie e non detti. Malgrado l’ambientazione si sposti fra Grecia e Turchia, con ampio uso di scenari esterni, l’impianto è quasi teatrale, la suspense latita, il ritmo è ondivago, a tratti faticoso, quasi rispecchiasse la progressiva stanchezza dei tre protagonisti incapaci, ciascuno a modo suo, di ottenere ciò che sembrava a portata di mano. I due volti di gennaio è un gioco raffinato di rimandi e sottintesi, dove la costruzione narrativa si sviluppa attraverso il farsi e disfarsi di una serie di relazioni triangolari e di coppia, e il motore dell’azione è costituito dal rimando ossessivo al denaro e alla brama di possesso. Sotto lo strato di doppiogiochismi e presunti colpi di scena, il film mette in scena la lacerante corsa verso la morte di una serie di individui – indissolubilmente legati da un mix di denaro e morte – cui sfuggono di continuo le fila della storia. Il crescendo drammatico nasce, quindi, dallo slittamento fra il desiderio di controllo che pervade i protagonisti e l’ingovernabilità degli eventi esterni e interni al trio. Con la polizia alle calcagna, Chester esercita il proprio dominio su Colette, ma assiste impotente e rabbioso al crescere dell’attrazione fra Rydal e la giovane moglie. Colette sfrutta il proprio fascino per destreggiarsi fra i due uomini, ma finisce per esserne la prima vittima. Rydal, che non vede l’ora di fregare Chester, prendendosi i soldi e la sposa, finirà doppiamente truffato. A alterare il corso degli eventi concorrono le strane alleanze a due che percorrono la trama. Chester è abbastanza vecchio per essere il padre di Colette. Rydal nota Chester proprio perché somiglia a suo padre, morto un mese prima. Per salvarsi, Chester e Rydal si fingeranno padre e figlio, mentre il loro rapporto – che si rivela il vero nucleo narrativo, con il personaggio di Colette che si riduce progressivamente a mero oggetto del contendere, finendo per sparire letteralmente dallo spazio scenico – fra colpi bassi e tradimenti reciproci, si consumerà fino alla redenzione finale. Al tempo stesso, strisciante, si insinua il tema del doppio o dell’eterno ritorno (simbolicamente introdotto dal bracciale/serpente che Chester regala a Colette, e che poi Rydal restituirà a Chester), con il giovane (Rydal) che sembra una versione a scala ridotta del vecchio (Chester). A confronto con i ruoli che, di volta in volta, si (auto)attribuiscono, le identità dei singoli – che alterano di continuo nomi e autobiografie – scolorano. A fare da padrone è un’ambiguità strisciante, che si insinua fin dalle prime inquadrature, quando Rydal racconta la storia di Egeo, morto suicida per colpa del figlio Teseo, e Chester inventa per Colette una storiella sull’inclinazione dei gradini del Partenone. Nell’alternanza calibrata fra interni ed esterni – fotografati da Marcel Zyskind – si avvertono continui rimandi cinefili. Echi del Terzo Uomo (1949), nell’epilogo ambientato a Istanbul, mentre il pulmino su cui viaggiano i tre protagonisti ricorda quello dell’incipit marocchino de L’uomo che sapeva troppo (1956). Eppure, al di là dei lungomari assolati, è un senso di claustrofica tensione – che raggiunge il suo acme nelle scene ambientate a Cnosso, fra il notturno piovoso e i sotterranei del palazzo, con le luci degli accendini che gettano bagliori sinistri sugli affreschi minoici – a dominare un film in cui tutti sono, costantemente, alla ricerca di una via d’uscita.

di Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

 

 

Giano Bifronte

Sì, le apparenze ingannano spesso, almeno secondo la grande misantropa Patricia Highsmith, dal cui romanzo omonimo è tratto il film I due volti di gennaio. Il romanzo era già stato portato sullo schermo nel 1986 dai tedeschi Wolfgang Storch e Gabriela Zerhau. Cosa si nasconde dietro l’affascinante coppia, ricca e felice, composta da Chester e Colette, in spensierata trasferta esotica da New York, nei mari della Grecia degli anni ’60?

Quali segreti nascondono il fascinoso e maturo uomo, dalla sicura classe, e la bella moglie, bionda e radiosa? Circonfusi dal loro glamour attraggono le attenzioni di Rydal, ambiguo ragazzo dalla faccia perbene che fa la guida turistica per ricchi, ma nasconde anche lui molti segreti nel suo cuore. Il loro incontro e tutta una serie di casualità innescheranno la catarsi. Mentre la storia vira al noir, la coppia è costretta a darsi alla fuga e Rydal per scopi confessati o inconfessati, farà loro da guida anche in questa drammatica circostanza. Ma la situazione peggiora, anche negli equilibri interni del terzetto, e durante la tappa a Creta, nel labirinto di Cnosso, si consuma l’atto definitivo della tragedia. Privato delle sue certezze, in un ambiente estraneo di cui ignora la lingua, l’adulto si trova in stato di sudditanza nei confronti del più giovane. L’uomo ricco e il ragazzo ambizioso si scontrano per il cuore di una bella ragazza meno ingenua e innamorata di quanto sembri e il cui possesso non sarà l’unico elemento che dividerà ma anche legherà i due personaggi. Assistiamo così al lento inabissarsi di un uomo di potere sotto i colpi di un destino avverso di cui comunque è responsabile. Così come gli altri due attori del dramma, perché tutti siamo responsabili delle nostre decisioni, quando veniamo messi alla prova dal destino. I due volti di gennaio è un classico thriller psicologico, un film d’attori, che freddamente mette in scena le sventure di un gruppo di personaggi scritti senza voler suscitare empatia o compassione e che deve la sua riuscita al cast. Ottimi infatti sono tutti i tre protagonisti. Viggo Mortensen, un elegante, duro e malinconico gentleman, come sarebbe potuto diventare Gatsby se gli fosse stato concesso di invecchiare.Kirsten Dunst è la sua compagna, con la malizia di uno sguardo che non concede certezze. Oscar Isaac li osserva, irretito da un personaggio che potrebbe essere il suo modello di riferimento, quasi più che dall’ambigua donna. Dirige l’anglo-iraniano Hossein Amini, già sceneggiatore di Drive, Le ali dell’amore, Le quattro piume, l’inedito Shanghai, 47 Ronin e Biancaneve e il cacciatore, descrivendo i protagonisti a colpi di inquadrature, per poi lasciarli rotolare come macigni giù per la china da loro stessi costruita. Anche dalla cornice estetica (stile narrativo, fotografia, musiche, costumi), trapela una palese nostalgia per un cinema che sta morendo soffocato fra i blockbuster e il cinema indie, problema che molti registi stanno avvertendo, nell’attuale panorama produttivo.

Giudizio
un noir demodè
7/10

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

Gre­cia, 1962. Tre esi­sten­ze si in­cro­cia­no in un tor­bi­do trian­go­lo: quel­la di Che­ster, ele­gan­te e ca­ri­sma­ti­co con­su­len­te d’af­fa­ri ame­ri­ca­no, di sua mo­glie Co­let­te, gio­va­ne se­du­cen­te e in­quie­ta, e di Ryal, una guida tu­ri­sti­ca in fuga dai fan­ta­smi del pas­sa­to. Tra le ro­vi­ne del par­te­no­ne, Ryal resta af­fa­sci­na­to dalla bel­lez­za di Co­let­te e im­pres­sio­na­to dalla ric­chez­za del ma­ri­to. Ma non tutto è come sem­bra: l’ap­pa­ren­ta af­fa­bi­li­tà di Che­ster na­scon­de un la­bi­rin­to di se­gre­ti, san­gue e bugie. Gli even­ti pren­do­no una piega si­ni­stra e, dopo un omi­ci­dio, in un cre­scen­do di ten­sio­ne e mi­ste­ro, nes­su­no dei tre avrà più sotto con­trol­lo le pro­prie emo­zio­ni e i pro­pri istin­ti…
Dalla penna di Pa­tri­cia Hi­gh­smi­th, au­tri­ce del­l’o­mo­ni­mo ro­man­zo (oltre che de Il ta­len­to di Mr. Ri­pley), I due volti di gen­na­io è un th­ril­ler am­bien­ta­to nella Gre­cia e Tur­chia degli anni Ses­san­ta, in cui il mondo cir­co­stan­te ri­flet­te lo stato psi­co­lo­gi­co e più in­ti­mo dei per­so­nag­gi.

L’af­fa­sci­nan­te cop­pia di ame­ri­ca­ni, Che­ster Mac­Far­land (Viggo Mor­ten­sen) e sua mo­glie Co­let­te (Kir­sten Dunst) sono tu­ri­sti ad Atene ed in­con­tra­no Rydal (Oscar Isaac), un gio­va­ne ame­ri­ca­no che la­vo­ra lì come guida tu­ri­sti­ca, rag­gi­ran­do e im­bro­glian­do le tu­ri­ste. At­trat­to daCo­let­te e dalla ric­chez­za del ma­ri­to, Rydal de­ci­de di aiu­tar­lo a sba­raz­zar­si di un uomo morto; ma gli even­ti pren­do­no una piega più si­ni­stra e il gio­va­ne si tro­ve­rà ormai trop­po coin­vol­to ed in­ca­pa­ce di tor­na­re in­die­tro.

Il film, che segna il de­but­to alla regia del­l’i­ra­nia­no Hos­sein Amini, punta sulla ca­rat­te­riz­za­zio­ne dei per­so­nag­gi così come il libro del 1964: tutti e tre i pro­ta­go­ni­sti sono bu­giar­di, truf­fa­to­ri ed ir­ra­zio­nal­men­te ge­lo­si. In par­ti­co­la­re il per­so­nag­gio di Che­ster, uomo ca­ri­sma­ti­co ed af­fa­sci­nan­te, ri­cor­da un po’ Ga­tsby sia nel modo di fare, sia nel modo di ve­sti­re. Inol­tre, la sce­neg­gia­tu­ra, sem­pre opera di Amini, pre­sen­ta molte sfu­ma­tu­re e nuovi li­vel­li di in­ter­pre­ta­zio­ne, visto che il film cam­bia man mano che la sto­ria va avan­ti e pro­se­guo­no i re­ci­pro­ci in­gan­ni tra i per­so­nag­gi. Così la bat­ta­glia psi­co­lo­gi­ca tra i due uo­mi­ni si ri­ve­la es­se­re una spe­cie di ri­spet­to e amore af­fet­tuo­so, rin­trac­cia­bi­le nel tema di Zeus e Crono, in cui il fi­glio deve uc­ci­de­re il padre per di­ven­ta­re uomo.

La regia, che è as­so­lu­ta­men­te raf­fi­na­ta ed in­tel­li­gen­te, evi­den­zia la forte in­fluen­za del ci­ne­ma ame­ri­ca­no noir (Hit­ch­cock) e fran­ce­se (il film ri­cor­da molto Plein So­leil del 1960, l’o­ri­gi­na­le adat­ta­men­to fran­ce­se delTa­len­to di Mr. Ri­pley con Alain Delon) e, at­tra­ver­so le se­quen­ze gi­ra­te tra Creta, Atene ed Istan­bul, viene crea­ta in ma­nie­ra bril­lan­te l’e­po­ca d’oro del tu­ri­smo ame­ri­ca­no in Eu­ro­pa. Un’e­po­ca il cui stile e fa­sci­no è esi­bi­to anche negli abiti in­dos­sa­ti dagli in­ter­pre­ti (a cura di Ste­phen Noble), ispi­ra­ti a Il gran­de Ga­tsby e alla moda di quel pe­rio­do.

La pel­li­co­la, il cui ti­to­lo de­ri­va dal Giano Bi­fron­te, la di­vi­ni­tà mi­to­lo­gi­ca a dop­pia fac­cia e che rap­pre­sen­ta, dun­que, il dop­pio volto di ogni in­di­vi­duo, è un’o­pe­ra sul­l’i­dea che sta alla base della mi­to­lo­gia greca: nella bat­ta­glia con­tro gli dei, gli uo­mi­ni esco­no scon­fit­ti a causa della loro im­per­fe­zio­ne, ma è pro­prio nella loro uma­ni­tà che tro­va­no la vit­to­ria.

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

 

Giallo hitchcockiano molto classico nell’impostazione e nella narrazione. È tratto dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith che Hossein Amini sceneggia e dirige cercando di ripercorrere la strada del giallo sofisticato tipico degli anni 60. L’incipit non è male: in un’Atene assolata, se la cava come può un giovanotto (un bravo Oscar Isaac penalizzato dal doppiaggio) che fa da guida turistica per le rovine dell’acropoli raggirando spesso i turisti stranieri per raggranellare qualche soldo in più. D’improvviso, l’occasione della vita: una coppia di americani ricchissimi pare il pollo perfetto da spennare. Ma le cose si complicheranno terribilmente. Hossein Amini, al primo lungometraggio da regista dopo la sceneggiatura notevole di Drive, dirige senza troppa personalità un terzetto di attori a proprio agio nei rispettivi ruoli e punta tutto sull’ambiguità dei due personaggi maschili. Da un parte l’elegante, mellifluo Viggo Mortensen, dall’altro il più ruvido e istintivo Isaac. In mezzo la Dunst, elegante ma schiacciata da un ruolo sin troppo sacrificato, ago della bilancia del dramma. Amini dirige con un occhio al passato: si sente tanto la presenza di Hitchcock nella colonna sonora realizzata da Alberto Iglesias sulla falsariga di Bernard Herrmann, nella mancanza quasi del tutto di sangue e di momenti cruenti, nell’ambivalenza dei personaggi in gioco e nell’idea – praticamente l’idea cardine di tutto il cinema hitchcockiano – per cui il protagonista vive una situazione di impasse, incastrato in un intrigo più grande di lui. Il film alterna buoni momenti ad altri sin troppo didascalici: il trattamento della figura della Dunst convince poco come anche alcune sequenze deboli dal punto di vista registico come la partenza in aeroporto che dovrebbe rappresentare l’apice della suspense e invece appare molto ingessata. In altre cose il film funziona: un buona ricostruzione d’epoca, il duello psicologico tra i due uomini legati indissolubilmente su cui Amini insiste molto forse ricordandosi proprio della forza con cui aveva raccontato un conflitto tutto maschile in Drive con cui tra l’altro condivide proprio un attore del cast, il già citato Isaac. Certo, lo sceneggiatore di Drive è piuttosto acerbo come regista: gestisce in modo piatto alcune sequenze simbolicamente di forte impatto, come per esempio quella dei tre tra le rovine di Creta, perde di vista sin da subito i personaggi secondari potenzialmente interessanti e si concede qualche lungaggine ma nel complesso realizza un discreto omaggio al giallo tradizionale, ben confezionato e scavato psicologicamente almeno per quanto riguarda i due protagonisti.

Simone Fortunato, da “sentieridelcinema.it”

 

 

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