HANNAH ARENDT

hannah

Il film ricostruisce un periodo fondamentale della vita di Hannah Arendt: quello tra il 1960 e il 1964. All’inizio della vicenda, la cinquantenne intellettuale ebrea – tedesca, emigrata negli Stati Uniti nel 1940, vive felicemente a New York con il marito, il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher. Ha già pubblicato testi fondamentali di teoria filosofica e politica, insegna in una prestigiosa Università e vanta una cerchia di amici intellettuali. Nel 1961, quando il Servizio Segreto israeliano rapisce il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, nascosto sotto falsa identità a Buenos Aires, la Arendt si sente obbligata a seguire il successivo storico processo che si tiene a Gerusalemme. Nonostante i dubbi di suo marito, la donna, sostenuta dall’amica scrittrice Mary McCarthy, chiede e ottiene di essere inviata in loco come reporter della prestigiosa rivista ‘New Yorker’. Hannah nota che Eichman, uno dei gerarchi artefice dello sterminio degli ebrei nei lager, è un mediocre burocrate, che si dichiara semplice esecutore di ordini odiosi e, d’altro canto, si sorprende nell’ascoltare testimonianze di sopravvissuti che mettono in evidenza la condiscendenza dei leader delle comunità ebraiche in Europa, di fronte ai nazisti.
Dai suoi resoconti, e in seguito dal suo libro, “La banalità del male: Eichman a Gerusalemme” (1963), emerge la controversa teoria per cui proprio l’assenza di radici e di memoria e la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì che esseri spesso banali (non persone) si trasformino in autentici agenti del male. L’ebreo Kurt Blumefeld, uno dei suoi più cari amici, non riesce a perdonarla per quegli scritti, mentre lo scandalo si diffonde in Israele e negli USA. La presidenza della sua Università è fortemente contrariata, la stampa la attacca violentemente, ma il marito, la sua devota allieva tedesca Lotte Köhler e molti studenti approvano e sostengono l’essenza, apparentemente paradossale, del suo pensiero.
Già in passato von Trotta ha realizzato film riguardanti donne “eccezionali” e dissidenti: Rosa L., del 1985, ritratto della leader marxista Rosa Luxemburg, interpretata dalla stessa Sukova, e Vision, del 2009, rievocazione di Hildegard von Bingen, mistica cristiana del XII secolo. In questo caso si tratta di un biopic che, delineando il personaggio in termini personali e di teoria filosofica elaborata dallo stesso, intende propriamente (come dichiarato dalla regista) “trasformare il pensiero in un film”. Si tratta di un tentativo solo parzialmente riuscito. In effetti l’approccio, pur serio, documentato e scenograficamente preciso, risulta spesso didattico. Non mancano aspetti flemmatici, dialoghi troppo prolungati, faticosi e pomposi. Tuuttavia, nel complesso, la costruzione drammatica è efficace. La messa in scena non è audace, ma neppure piattamente televisiva. Privilegia le sequenze in interni, con suggestivi colori grigi che evocano bene gli anni ’60, e riesce a creare un’aspettativa non retorica, né artificiosa.
Ne emerge l’isolamento della protagonista e la sua peculiare fisicità (nella meditazione, nell’eloquio e nell’assiduità a fumare), ma anche la rivendicazione ostinata della libertà di pensiero e la coerenza logica, non priva di una certa arroganza intellettuale. Da segnalare anche l’uso intelligente di footage, con immagine autentiche del processo ad Eichman.
Di Giovanni Ortone, da movies.it

Quali strumenti permettono di indagare le origini del Male? Esiste un approccio attraverso il quale è possibile analizzare la genesi della più grande ed incomprensibile tragedia della storia contemporanea, l’Olocausto? Sono le domande a cui ha tentato di dare risposta la scrittrice tedesca Hannah Arendt quando, nel 1963, diede alle stampe un libro il cui titolo era destinato a diventare proverbiale: Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil, edito in Italia come La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme. Un saggio di sconvolgente lucidità ed acutezza, nato dall’ampio reportage realizzato dalla Arendt per il New Yorker durante il processo tenuto a Gerusalemme, due anni prima, all’ex gerarca nazista Adolf Eichmann, sequestrato dagli agenti del Mossad, portato in Israele e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Ma se la Shoah e la piaga del nazismo costituivano (e costituiscono) una ferita ancora aperta, il libro di Hannah Arendt scatenò roventi polemiche, in particolare negli Stati Uniti (dove la scrittrice si era trasferita prima dello scoppio della guerra), per aver sottolineato la “normalità” e la “mediocrità” della figura di Eichmann e di altri esponenti del nazismo rispetto all’indicibile “mostruosità” delle loro azioni.
Alle origini delle teorie de La banalità del male, e alla controversa ricezione del saggio della Arendt, che pur essendo lei stessa ebrea ricevette durissime accuse di antisemitismo e di revisionismo storico, la regista tedesca Margarethe von Trotta ha dedicato uno dei migliori film della sua carriera: Hannah Arendt, co-produzione fra Germania, Francia e Lussemburgo, presentato al Festival di Toronto nel 2012 e accolto dalle lodi della critica internazionale. Un eccellente ritorno al cinema per la regista consacrata nel 1981 dalla vittoria del Leone d’Oro al Festival di Venezia grazie al capolavoro Anni di piombo, che per il ruolo della Arendt ritrova qui una delle sue interpreti favorite, Barbara Sukowa, in passato musa di Rainer Werner Fassbinder (Lola, Berlin Alexanderplatz) e già protagonista, per la von Trotta, del film Rosa Luxemburg. E la prova della Sukowa, intensa ma sapientemente calibrata, che le è valsa il German Film Award come miglior attrice e la nomination allo European Film Award, è soltanto uno dei numerosissimi pregi di una pellicola dal solido impianto narrativo, impegnata a sviluppare un tema – il rapporto fra teorizzazioni filosofiche, scrittura ed esistenza personale – spesso assai arduo da mettere in scena sullo schermo.
Il film della von Trotta, difatti, rifugge la facile via del dramma giudiziario (le sequenze del processo ad Eichmann, per le quali sono stati utilizzati reali filmati d’archivio, occupano uno spazio alquanto circoscritto) così come, con intelligenza, evita inutili spettacolarizzazioni, sia in termini di enfasi retorica da tradizione hollywoodiana, sia nella descrizione del mènage fra la Arendt e il filosofo Heinrich Blücher (Axel Milberg), limitandosi ad alludere alle relazioni extraconiugali di quest’ultimo. Piuttosto, Hannah Arendt basa la propria forza sulle potenzialità di un “cinema di parola” (ma non per questo statico o didattico) perfettamente in grado di far scaturire la tensione morale ed emotiva dalle prese di posizione dei personaggi, nonché dalla fiera coerenza della protagonista rispetto ad una linea di pensiero volta a privilegiare la razionalità della filosofia su opinioni ‘dogmatiche’ ben più semplicistiche e rassicuranti. Il vero fulcro drammatico della pellicola, dunque, non risiede nel processo all’ex gerarca nazista, del quale la Arendt denunciò l’inesorabile mediocrità umana, quanto nello scontro implacabile fra la scrittrice e i suoi detrattori, scandalizzati da questa nuova prospettiva sulla natura della follia nazista e sulla succitata “banalità del male”.Il film della von Trotta, difatti, rifugge la facile via del dramma giudiziario (le sequenze del processo ad Eichmann, per le quali sono stati utilizzati reali filmati d’archivio, occupano uno spazio alquanto circoscritto) così come, con intelligenza, evita inutili spettacolarizzazioni, sia in termini di enfasi retorica da tradizione hollywoodiana, sia nella descrizione del mènage fra la Arendt e il filosofo Heinrich Blücher (Axel Milberg), limitandosi ad alludere alle relazioni extraconiugali di quest’ultimo. Piuttosto, Hannah Arendt basa la propria forza sulle potenzialità di un “cinema di parola” (ma non per questo statico o didattico) perfettamente in grado di far scaturire la tensione morale ed emotiva dalle prese di posizione dei personaggi, nonché dalla fiera coerenza della protagonista rispetto ad una linea di pensiero volta a privilegiare la razionalità della filosofia su opinioni ‘dogmatiche’ ben più semplicistiche e rassicuranti. Il vero fulcro drammatico della pellicola, dunque, non risiede nel processo all’ex gerarca nazista, del quale la Arendt denunciò l’inesorabile mediocrità umana, quanto nello scontro implacabile fra la scrittrice e i suoi detrattori, scandalizzati da questa nuova prospettiva sulla natura della follia nazista e sulla succitata “banalità del male”.
Un compito non facile, per Margarethe von Trotta, ma che la regista è riuscita a svolgere egregiamente: grazie ad una sceneggiatura – scritta in coppia con Pam Katz – di ammirevole densità, ma al contempo scorrevole e avvincente; grazie al disegno di Hannah Arendt, con il suo inglese dal marcato accento tedesco, la sigaretta perennemente accesa fra le labbra, il carisma magnetico unito ad una consapevolezza da molti scambiata per pura arroganza; grazie al modo in cui il film sa intrecciare i rapporti fra la protagonista e i personaggi che si muovono attorno a lei, inclusa la sua intima amica e collega Mary McCarthy, splendidamente impersonata – con tocchi di sopraffina ironia – da una bravissima Janet McTeer. Non manca neppure uno sguardo al passato di Hannah, con rari ma indovinati flashback sul suo contrastato legame con il filosofo Martin Heidegger (Klaus Pohl), responsabile di aver aderito al nazismo. E il film della von Trotta, alla resa dei conti, lontanissimo dalla convenzionalità del biopic o della “lezione di storia”, dimostra l’indiscutibile merito di saper stimolare una profonda riflessione sul capitolo più oscuro del ventesimo secolo, ma anche e soprattutto sul concetto di “pensiero” come virtù imprescindibile della nostra condizione di esseri umani. Con un’asciuttezza, un’onestà intellettuale ed un rigore – stilistico ed etico – capaci di elevare, pur con notevole anticipo, Hannah Arendt nel novero dei migliori film dell’anno.
Margarethe von Trotta, l’acclamata regista di Anni di piombo, ricostruisce uno dei periodi più controversi nella vita e nella produzione della scrittrice tedesca Hannah Arendt, magistralmente interpretata da Barbara Sukowa, ovvero la genesi del saggio La banalità del male, in un film di ammirevole profondità e rigore, che sfugge le trappole del didascalismo e della retorica e riesce a sfruttare in maniera egregia le potenzialità del “cinema di parola”.
Di Stefano Loverme, da everyeye.it

Nel 1961, la rivista più posh della Grande Mela chiese ad Hannah Arendt, intellettuale ebrea scampata allo sterminio e diventata il fulcro dell’intellighenzia filosofica newyorchese, di seguire, a Gerusalemme, il processo all’ufficiale nazista Adolf Eichmann, accusato di crimini contro l’umanità.
La Arendt accettò di buon grado e il risultato della sua testimonianza e della presa di coscienza che il burocrate al soldo delle SS non era che un omino piuttosto insignificante, furono un lungo articolo shock e il celeberrimo saggio “La banalità del male”.
E’ il concetto straordinariamente attuale espresso da questo libro, nel quale la malvagità smette di essere considerata il frutto di una mente perversa, che ha stuzzicato la curiosità di Margarethe Von Trotta, che, da narratrice di personaggi femminili messi di fronte alle contraddizioni del loro tempo, prosegue il viaggio fra gli orrori della Shoah interrotto dopo Rosenstrasse.
In effetti Hannah Arendt è più un film sul “dopo”, ma considerarlo solo una riflessione storico-politica significherebbe ingabbiarlo in un genere abusato, in una formula vestita di didascalismo più adatta al cinema di trenta o quaranta anni fa.
L’originalità dell’approccio della Von Trotta sta invece nel suo non essere un classico biopic, ma la fotografia di una tranche de vie.
Concentrandosi sull’evoluzione intellettuale di uno spirito libero che ebbe il coraggio di affrontare il tema della cooperazione di alcuni capi ebrei alla deportazione, la regista ci tiene a insistere sulla dolcezza della sua protagonista, sul suo rapporto con un marito tenero e amorevole, sulle sue amicizie, sui suoi momenti di dubbio accompagnati da decine di sigarette. In una parola, sulla sua umanità.
Eppure, questo legame viscerale con i gesti quotidiani e l’intimità di Hannah stenta a far decollare il film che, penalizzato da una regia classica fatta di continui campi e controcampi e di interni che fanno un po’ kammerspiel, parte veramente solo quando comincia il processo.
Ecco allora che, soprattutto in virtù dell’escamotage di sostituire a un finto Eichmann le immagini di repertorio del vero Eichmann, il racconto si fa dinamico, teso, accattivante. Ma non solo.
Il pericolo sempre più concreto di un ostracismo ben contrasta con il pudore dei ricordi di gioventù di Hannah. La dialettica fra il suo lavoro e la sua vita privata diventa più interessante, aprendo le porte alla grande dialettica fra autonomia di pensiero e asservimento all’ideologia.
Infine, è proprio nell’ultima ora di film che l’ironia della protagonista viene fuori, per merito di Barbara Sukowa e dell’intesa fra l’attrice e la regista, che l’ha voluta nei suoi film più significativi.
E’ un peccato che Hannah Arendt, che esce nel Giorno della Memoria, rimanga in sala solo per 48 ore.
E’ un rammarico, perché il film contiene un invito molto importante: quello di imparare a pensare con la nostra testa, a dispetto delle verità conclamate, delle mode e delle difficoltà nel fare ammenda.
Di Margarethe Von Trotta, da comingsoon.it

Le sue idee hanno cambiato il mondo, come recita lo “strillo” sulla locandina del film. Ma ben pochi lo sanno. In Italia, poi, c’è da mettersi le mani nei capelli. Se si volesse fermare la gente per strada chiedendo chi fosse Hannah Arendt si riceverebbe per lo più un assordante mutismo come risposta. I film aiutano, è vero, a pubblicizzare alcuni personaggi, ma lo straordinario ”Hannah Arendt” diretto da Margarethe von Trotta, affidato alla validissima interpretazione della sua attrice-feticcio Barbara Sukowa, non è certo – per narrazione, stile e argomento trattato – uno di quei titoli tali da genere effetto “blockbuster”. Per di più, il film – distribuito da Nexo Digital e Ripley’s Film – resterà nelle sale solamente nei giorni 27 e 28 gennaio prossimi, in concomitanza con le celebrazioni della Giornata della Memoria. E dunque chi volesse seguire la parabola della grande filosofa tedesca in occasione del suo reportage al Processo Eichmann in Gerusalemme, nei giorni in cui osservò il carnefice nazista e ne trasse un ritratto sconvolgente e inaccettabile per la sua stessa comunità d’appartenenza, quella ebraica, non ha che da usufruire di queste preziose 48 ore nelle sale. O attendere, successivamente, il prodotto home video.
In questo preciso momento della lunga vita della Arendt – il periodo in cui la studiosa partorì il discusso saggio “La banalità del male”, siamo nei primi anni ’60 – è dedicato il film della von Trotta: la filosofa tedesca vive ormai da anni a New York, dove frequenta un ambiente di grande spessore intellettuale, vecchi e solidi amici ebrei e non solo. Il suo passato di esule ebrea scampata al nazismo, di ex studentessa prodigio nonché amante del grande filosofo tedesco Martin Heidegger (che clamorosamente prese la tessera del partito nazista e divenne uno degli intellettuali di riferimento del regime hitleriano), di ex sionista, è definitivamente alle spalle: oggi Arendt è la consacrata autrice del ponderoso saggio “Le origini del totalitarismo”, opera che, immancabilmente, aveva scatenato polemiche e interesse per la sua implacabile analisi ideologica dei totalitarismi e per l’accostamento tra nazismo e comunismo. Quando Adolf Eichmann, carnefice nazista di Auschwitz, viene catturato in Sud America da una squadra di agenti segreti israeliani e portato a Gerusalemme per un clamoroso processo, Hannah pensa di proporsi alla rivista “New Yorker” come corrispondente alle udienze. Con estrema lucidità e onestà intellettuale, quella che l’aveva sempre contraddistinta, la morale che Arendt trae dalle deposizioni del funzionario nazista è che l’inputato in sé non sia un sadico mostro, bensì un grigio esecutore che aveva spento ogni collegamento etico nella propria anima (la “dissociazione consapevole dalla propria coscienza”), aveva capovolto il proprio sistema valoriale, disconoscendo il significato comune di Bene e di Male. E si era limitato ad eseguire ordini. Eichmann, è la sconvolgente scoperta di Arendt, “personalmente non odiava nemmeno gli ebrei”. Ecco, dunque, la banalità del male: il male eseguito come pratica burocratica, da uomini mediocri e irresponsabili. La teoria scatena le dure reazioni del mondo ebraico, soprattutto sionista, la Arendt viene trasformata in una “paria”, abbandonata da amici, messa alla berlina dai suoi superiori in Università, che intendono toglierle la cattedra, perfino minacciata di morte.
Von Trotta ci mostra questa titanica figura femminile, abbracciata strenuamente alle proprie convinzioni in buona fede tanto quanto alle immancabili sigarette che si porta sempre appresso. Donna orgogliosa , straordinariamente amata dal marito Heinrich (Axel Milberg), sostenuta da pochi amici americani, come la fedelissima Mary McCarthy (Janet McTeer). La regista tedesca gestisce con grande equilibrio i flashback del passato, gli immancabili accenni alla relazione amorosa tra la giovane Hannah e Heidegger, il loro rincontro dopo la fine della guerra. Persino il ricorso alle immagini di repertorio dal processo a Eichmann è eccellente (intelligentemente si evita di produrre su schermo un Eichmann fittizio, che non avrebbe mai potuto riecheggiare l’orrore e la banalità del male emananti dal suo volto di uomo qualunque).
Von Trotta ha avuto il grande pregio artistico di raccontarci, negli anni, importanti e/o controverse figure storiche femminili, da Rosa Luxemburg a Hildegard von Bingen, alle sorelle Ensslin, ma con Hannah Arendt ci porta a un livello più alto. Barbara Sukowa, a prescindere dall’ininfluente necessità di assomigliare fisicamente alla vera Arendt, dà un’interpretazione grandiosa del personaggio, e trionfa letteralmente nella scena finale, gli otto minuti di discorso in cui la filosofa e professoressa si difende in un elettrizzante confronto cattedratico con i propri studenti e la direzione dell’Università. Un discorso di un nitore, di un’incredibile lucidità intellettuale che è un manifesto in sé e per sé. Qui e là, nei fitti scambi verbali del film (una sfida per uno spettatore non preparato sui temi), appaiono gemme di verità, la più importante delle quali ci sembra questa: il più grande crimine “filosofico” del totalitarismo nel ‘900 – spiega la Arendt – fu quello di teorizzare e convincere i propri adepti della “superfluità” dell’Uomo. Qualcosa su cui meditare oggi più che mai: quando l’Uomo diventa superfluo, quando la sua esistenza e il valore della sua vita non vengono posti al centro di tutto, la barbarie è dietro l’angolo.
Di Ferruccio Gattuso, da yahoo.com

27 gennaio 2014, Giorno della Memoria. Le sale italiane proiettano solo questo giorno e il 28 Hannah Arendt di Margarethe von Trotta, forse con il timore che sia poco attraente dal punto di vista commerciale e che avrebbe arrecato danni in questo senso se fosse stato tenuto per almeno una settimana. Oltretutto, la sensibilità che tutti quanti più o meno affermano di avere nei confronti dei dolorosi anni dell’Olocausto sarebbe stata un motivo per spingere, almeno alcune persone, a vedere il film che questa nuova annata cinematografica ci propone su questo argomento, nella speranza che queste stesse persone si adattassero alla saggia scelta di proiettare il film solo in versione originale con sottotitoli, per non abolire la necessaria diglossia che percorre l’intera pellicola, tedesco ed inglese, in uguali quantità. Giusto per evitare un altro disastro come con Le mépris di Godard.
Le speranze sono esaudite, Hannah Arendt è senza dubbio un film didattico, illustrativo, “utile” sia nel bene che nel male, eppure “necessario” e dunque assolutamente interessante. Perché in pochi, fra i giovani soprattutto, sanno chi era Hannah Arendt e cosa fece, soprattutto in funzione di una rivisitazione contestualizzata, filologica e non banale di quanto avvenuto nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale e dei massacri antisemiti perpetuati dalla follia omicida (dannatamente umana) dei nazisti.

La banalità del Male, l'(in)utilità del pensiero.
Tutte le polemiche sterili che si accompagnano al Giorno della Memoria del 27 gennaio e che ogni anno si rifanno all’accusa per cui “non c’è stato soltanto il massacro degli ebrei” e “andrebbero ricordati tutti gli altri massacri”, sebbene da un punto di vista prettamente umano e sentimentale non abbiano tutti i torti, da un punto di vista prettamente culturale andrebbero scongiurate, e in questo senso Hannah Arendt, che illustra dinamiche storiche-filosofiche incentrandosi esclusivamente sugli eventi che seguirono la condanna del nazista Eichmann, chiama in causa una coscienza più attenta e lungimirante di fronte a quell’evento che necessita di non essere dimenticato, e non per la semplice (necessaria!) compassione nei confronti di tutte le vittime, ma perché rivela (come ha fatto anche il semplice romanzo della Arendt) che dietro il massacro dell’Olocausto non c’è la ovvia crudeltà umana, ma un sistema talmente razionale e freddo da rasentare la perversione e talmente attento a come eseguire il proprio volere senza sbavature, senza intoppi, con la massima adesione di un gruppo di persone (le SS) che pure, non dobbiamo dimenticarcelo, erano umane, da mettere in dubbio più volte che ad averlo formulato possano essere state, appunto, le menti di esseri umani. Così il film della von Trotta, che è sempre stata attratta dalle trattazioni cinematografiche di tematiche storiche/culturali, mette in scena una drammatizzazione anti-spettacolare ma concitata di tutto quello che passò la Arendt subito dopo essere stata tacciata come “antisemita”, “difensore dei nazisti” e addirittura “insensibile nei confronti del suo stesso popolo” a causa del romanzo che il New Yorker pubblicò intorno al 1963 in cinque articoli e in cui lei stessa andava non solo a considerare la terribilità dell’idea per cui si celasse un “normale” essere umano dietro Eichmann e dietro la perizia con cui egli spediva gli ebrei sui treni per i Campi di Concentramento, ma anche a ipotizzare che senza l’intervento di una serie di capi ebrei, che aderirono probabilmente per paura all’esecuzione del genocidio, il numero di vittime sarebbe stato inferiore.

Nonostante ci consideriamo lontani dal 1963, il film rivela come tutto il ceto intellettuale quanto quello meno impegnato della società si ritorse contro le insinuazioni della scrittrice filosofa esattamente come oggi accadrebbe con la pubblicazione di un simile scritto. Perché La banalità del male andò a smuovere corde che non volevano essere smosse, e che si rivelarono minacciose in quanto basate su un approccio univoco, cieco e non problematico alla vicenda storica. Il film della von Trotta, in questo senso, romanzando in maniera comunque coinvolgente la vita privata della protagonista, sa gestire da un lato tutte le riflessioni filosofiche che possono essere state a capo dell’opera della scrittrice (scandagliando anche con flashback ben inseriti il rapporto che la Arendt ebbe con il rinnegato Heidegger) e dall’altro le reazioni umane/sociali/culturali che esplosero in occasione della prima pubblicazione, e che suscitarono un tale rancore nell’animo di Hannah da spingerla a riflettere sempre di più sul concetto di Male e dal mantenerla, paradossalmente, sulla stessa rotta presupposta dall’opera e che la rese odiosa agli occhi di molti. Mentre la tensione morale/filosofica va sempre aumentando, con una regia sobria che tallona i personaggi in maniera lucida (e a tratti aridamente dimostrativa) tramite carrellate di cui presto ci dimentichiamo (e se la migliore regia è quella che non si vede, sicuramente la von Trotta ci ha azzecato in pieno), il film sa centrare perfettamente l’innegabile tesi che rincorre (e che è anche quella della Arendt), ovvero il fatto che ci fu uno stretto legame fra la freddezza delle azioni di Eichmann e la sua adesione a un giuramento che prevedeva implicitamente la rimozione totale del pensiero, e dunque della morale, sulla base di conclusioni opposte, dunque, alla posizione di Heidegger, che riteneva Vita e Pensiero due dimensioni parallele ma mai incidenti, per cui il Pensiero (e la Morale annessa) non inciderebbe davvero sulla vita di ogni giorno, poiché quasi “fine a se stesso” tanto da non saper concepire (cosa che avverte anche la Hannah più giovane ed inesperta) la semplice idea del “pensiero passionale”, vitale. Dunque, sempre sul punto di porsi quesiti intorno all’utilità della riflessione filosofica, Margarethe von Trotta, con il suo Hannah Arendt, immette in un flusso di riflessione che sa perfettamente integrarsi con l’opinione che lo spettatore va via via formulando (autonomamente, benché sia un’opinione decisamente “veicolata”), e crea un personaggio profondo ma non indimenticabile (ben interpretato da Barbara Sukowa) di cui sappiamo intravedere gioie, dolori e dubbi esistenziali, nel momento in cui decide di fare di un reportage una riflessione filosofica sul concetto di Male, e nel momento in cui rivela a se stessa, e a noi, ciò in cui lei veramente ha sbagliato: “non può esistere un Male arazionale [senza pensiero] e radicale allo stesso tempo: può essere anche estremo, ma non radicale. Solo il Bene è radicale, profondo”. Si oserebbe aggiungere intoccabile, lontano, indistinguibile, impossibile, incompreso, inflazionato, disumano tanto quanto il Male, irraggiungibile, alla disperata ricerca del vero.
Ci sono stati tanti massacri, nella Storia dell’Uomo, e tanti esempi di crudeltà (per dirne due, i tribunali dell’Inquisizione e i gulag): ma mai in maniera così concentrata e in maniera così sistematica un’intera ideologia ha recato con sé i desideri patriottici (e animaleschi) di un’intera nazione, sulla base di pensieri filosofici giusto di poco male interpretati, e abbia scatenato una guerra all’ultimo sangue contro l’innata e universale morale umana (quantomeno occidentale, che vede normalmente l’omicidio come una colpa) creando una legge lontana dall’esistenza (einai, in greco, la prima parola del primo articolo sul New Yorker) e che richiedeva un’adesione totale e priva di remore, tanto che nel momento in cui Eichmann dice di non aver mai avuto la volontà personale né morale di uccidere un ebreo, e di aver solo eseguito gli ordini, si finisce, a malincuore, per credergli.
Di heightandhalf

La cri­tica giap­po­nese lo ha messo tra i dieci migliori film dell’anno, e sul New York Times lo hanno defi­nito: «Un film ardente, che si avrebbe voglia fosse una mini­se­rie per pro­lun­gare il pia­cere della visione». Ha una giu­sta punta d’orgoglio nella voce quando lo dice, e gli occhi che bril­lano, Mar­ga­re­the Von Trotta. Eppure que­sto suo Han­nah Arendt in Ita­lia non ce l’avrebbe mai fatta a uscire in sala ( il 27 e 28 pros­simi, in occa­sione della Gior­nata della memo­ria; per saperne di più: www​.nexo​di​gi​tal​.it) senza l’energia di una pic­cola distri­bu­zione indi­pen­dente, la Ripley’s che lo distri­bui­sce in ver­sione ori­gi­nale — fon­da­men­tale per capire il lavoro sull’accento fatto dalla pro­ta­go­ni­sta, Bar­bara Sukowa, icona della cinea­sta, nel dare vita alla filo­sofa tedesca.Una sto­ria di donne pos­siamo anche dire, in affi­nità a quei per­so­naggi fem­mi­nili di intel­li­genza rivo­lu­zio­na­ria e distur­bante — in un mondo maschile — che abi­tano il cinema di Von Trotta: tra le altre Rosa Luxem­burg, Hil­de­gard von Bin­gen, o le sorelle di Anni di piombo, per­ché Von Trotta come molto cinema tede­sco della sua gene­ra­zione (penso a Fas­sbin­der) ha sca­vato den­tro al ter­ro­ri­smo nel suo paese senza reto­rica né enfa­tici imba­razzi bugiardi.Lei sor­ride, e rac­conta di quando girando alcune scene in Lus­sem­burgo, nell’ufficio del ret­tore dell’Università, que­sti le abbia detto: «Non ho mai sen­tito muo­vere rim­pro­veri e accuse a col­le­ghi maschi come quelli sca­gliati con­tro Arendt». La defi­ni­rono senza sen­ti­mento, fredda, dura. Arro­gante, per­sino nazi­sta, lei che era ebrea, finita nei campi, e sfug­gita quasi per azzardo alla depor­ta­zione e allo ster­mi­nio. Per non dire delle «gen­tili» mis­sive con agget­tivi più comuni quando si parla di donne, put­tana in testa.Siamo nel 1960, a New York, dove Arendt vivrà fino alla morte, nel 1975. Il periodo che Von Trotta, e la cosce­neg­gia­trice del film Pamela Katz hanno scelto per il film, è quando la filo­sofa accetta la pro­po­sta del New Yor­ker di coprire per loro con una serie di arti­coli il pro­cesso in Israele al nazi­sta Adolf Eich­mann. Arendt a dif­fe­renza di altri vuole capire cosa è acca­duto, le ragioni e le moda­lità. E anche altro, per­ché ad esem­pio, il suo mae­stro Hei­deg­ger si era messo dalla parte dei nazi­sti. «Arendt crede ancora nell’utopia del pen­siero, nella forza della filo­so­fia che può costruire un mondo diverso» dice Von Trotta.Gli amici cer­cano di sco­rag­giarla, l’uomo con cui vive e al quale è legata da un amore intenso e libero pure. La filo­sofa è un rife­ri­mento cen­trale nell’ambiente new­yor­chese intel­let­tuale, gli stu­denti in facoltà la amano, le discus­sioni accese con i vec­chi amici, molti dei quali fug­giti dall’Europa come lei, sono la con­sue­tu­dine di lun­ghe serate. Gli arti­coli sca­te­ne­ranno una tem­pe­sta, una vera guerra sull’Upper West Side. La bana­lità del male, que­sto il titolo ita­liano del libro che nascerà da que­gli arti­coli, si inter­roga su temi tabù, come il ruolo dei Con­si­gli ebraici di fronte al nazi­smo, che per il solo affron­tarlo — ma era un ele­mento emerso nel pro­cesso — Arendt venne accu­sata di essere pro-Eichmann con­tro gli ebrei. Ma soprat­tutto Arendt si inter­roga sulla respon­sa­bi­lità per­so­nale nel male, e sul rap­porto tra que­sta e il sistema fuori da ogni mani­chei­smo: il nazi­smo sarebbe stato lo stesso se non avesse avuto un appog­gio collettivo?Su que­sto testo, proi­bito in Israele, ha lavo­rato Eyal Sivan per il suo Uno spe­cia­li­sta, film di mon­tag­gio con gli archivi del pro­cesso Eich­mann. E vedendo la Han­nah Arendt di Von Trotta, non stu­pi­sce la pas­sione di Sivan, tra i regi­sti israe­liani più lucidi e pure più dete­stati in Israele, per lei. Anche di Sivan dicono che è arro­gante e pieno di disprezzo per­ché nei suoi film rifiuta l’ideologia della vit­tima, ele­mento fon­dante la mito­lo­gia dello stato ebraico.Nel suo nuovo film, Le Der­nier des Inju­stes, il regi­sta fran­cese Lan­z­mann riprende in mano una lunga inter­vi­sta, rea­liz­zata nel ’75 a Roma, con Ben­ja­min Mur­mel­stein, il rab­bino che nel ’44 è stato il respon­sa­bile del Con­si­glio ebraico nel ghetto di Tere­zina, e tra i pochis­simi soprav­vis­suti. Mur­mel­stein, e con lui Lan­z­mann, parla con disprezzo di Arendt dicendo che non aveva capito nulla, eppure ascol­tando quella zona di ambi­guità impli­cita — o forse neces­sa­ria — nel suo ope­rato le con­si­de­ra­zioni di Arendt appa­iono estre­ma­mente precise.Dice ancora Von Trotta: «Arendt lascia la Ger­ma­nia quando i nazi­sti arri­vano al potere. In Fran­cia viene impri­gio­nata per­ché è tede­sca. In Ame­rica si sente final­mente a casa e gli attac­chi con­tro di lei dopo gli arti­coli sul pro­cesso Eich­mann sono come un nuovo esi­lio». Quando sul letto di morte, a Geru­sa­lemme, una delle per­sone che le sono più care al mondo le volta le spalle chie­den­dole: «Non ami il tuo popolo?», cioè Israele, lo stato ebraico, lei risponde: «Amo gli indi­vi­dui, gli amici, le per­sone a cui voglio bene». E un altro dei suoi più vec­chi amici che la rifiuta per sem­pre, le dice che lei si con­si­dera ancora tede­sca. Ma lo era, come erano fran­cesi, ita­liani o quant’altro gli ebrei che a un certo punto diven­tano solo tali, e per que­sto da ster­mi­nare. «Mi met­tere al cen­tro nei miei film per­so­naggi che amo e che mi inte­res­sano. Non cerco di dare un mes­sag­gio, e qui se ce ne è uno, è che si deve sem­pre pen­sare con la pro­pria testa. Arendt in que­sto è stata una grande maestra».
Di Cristina Piccino, da ilmanifesto.it

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