Gloria

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Sebastian Lelio affronta con naturalezza e senza falsi pudori il tema dell’amore e del sesso alla soglia della terza età stemperando con lievi tocchi di ironia i momenti critici della storia.
Una donna tutta sola
Negli ultimi anni il cinema cileno si è rivelato una delle realtà più vitali nel panorama internazionale. A fianco di autori politicamente orientati – un nome per tutti, Pablo Larrain – si è sviluppato un cinema intimista e personale che ci ha regalato gioielli come La vida de los peces di Matias Bize, passato in sordina alla Mostra di Venezia nel 2010. A confermare la tendenza ci pensa Gloria di Sebastian Lelio, prima pellicola del concorso della Berlinale capace di convincere fino in fondo. Il film, prodotto proprio da Pablo Larrain, racconta con linguaggio diretto ed essenziale la ricerca dell’amore in età avanzata aderendo totalmente al punto di vista della sua protagonista. Gloria – nome di per sé cinematograficamente evocativo visto che ricorda un’altra donna forte, di cassavetessiana memoria, interpretata da quella straordinaria attrice che è Gena Rowlands – è una donna di mezza età che non si è ancora arresa alle ferite inferte dall’esistenza. A quasi sessant’anni, due figli grandi e un ex marito inaffidabile e umorale, Gloria va in cerca dell’amore frequentando numerosi uomini in attesa di trovarne uno giusto per lei. Moderna, indipendente e piena di voglia di vivere, Gloria è in grado di rialzarsi dopo ogni delusione e camminare con le proprie gambe anche quando intorno a lei nessuno sembra in grado di farlo.
Sebastian Lelio affronta con naturalezza e senza falsi pudori il tema dell’amore e del sesso alla soglia della terza età accarezzando con l’obiettivo i corpi imperfetti dei suoi attori e stemperando con lievi tocchi di ironia i momenti critici della storia. Il corpo di Gloria, in particolare, è al centro di ogni singola inquadratura. Questa adesione quasi voyeuristica del regista alla sua musa ci permette di sposare fino in fondo il punto di vista di una donna che non ha paura di vivere le proprie emozioni né di mostrare i propri difetti. Paulina Garcia, coraggiosa come il personaggio cucitole addosso da Lelio, con questa performance ipoteca l’Orso d’argento. L’attrice si dimostra abilissima nel sostenere i primi piani insistiti del regista intento a esplorare ogni suo stato d’animo, ogni minimo cambiamento di umore, per mettere a nudo il suo corpo e la sua anima. La scelta di campo di Sebastian Lelio è talmente netta e la sua protagonista talmente carismatica da degradare inevitabilmente tutti i personaggi che le ruotano attorno a semplici comprimari, compreso Rodolfo, l’uomo con cui intreccia una tormentata relazione, ma da cui si separa in un moto di orgoglio. Il suo ‘saluto’ definitivo all’uomo sarà oggetto di una delle scene più divertenti del film. Nel finale catartico Gloria si abbandona a una danza sfrenata in una pista da ballo in cui risuona la versione latina di una hit italiana degli anni ’80, quel Gloria di Umberto Tozzi che, grazie alla creatività di Sebastian Lelio, si trasforma in un simbolico inno di autoaffermazione.
Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

Una balera affollata da uomini e donne di mezza età; sul fondo della sala, seduta al bancone del bar una donna con qualche ruga sul viso e lo sguardo figlio di uno spirito che ha voglia di andare oltre quelle rughe.
Così il regista Sebastian Lelio ci fa entrare nella vita di Gloria, la protagonista di questo film molto musicale sulla voglia di vivere.
Gloria è una donna separata da dodici anni, i figli sono ormai grandi e hanno le loro vite, un ciclo si è concluso, per lei sembrerebbe essere arrivato il tempo di farsi cullare dalla vecchiaia, ma non vuole proprio saperne: Gloria ha ancora le energie per andare a ballare, prendersi un uomo, spogliarsi e farci l’amore. In Rodolfo, anziano signore fresco di divorzio, vedrà un compagno con il quale ricominciare.
La realtà sopra alla quale galleggiano le danze frenetiche, i baci e le nottate amorose tra i due, è però problematica. Infatti pur essendo Rodolfo affetto dalla stessa solitudine che affligge Gloria, non può godere della stessa libertà. Fuori dalle balere si intravede una Santiago del Cile leggermente sanguinante, il registà da solo il tempo di intuire che si tratta di una ferita socioculturale, concede solo qualche scena e una manciata di battute per far respirare un po’ d’aria di crisi, quel che conta è che le vittime della crisi sono giovani come le figlie di Rodolfo che, spaesate di fronte al mondo, non riescono a distaccarsi dal padre.
Ecco quindi che il film si regge delicatamente in equilibrio tra trionfi emotivi e sconfitte esistenziali, tra pulsione vitale e vita paralizzata. Alla fine però, la protagonista si confermerà la paladina del vitalismo che ci era sembrata fin dalla prima scena: contro tutto ciò che rischia di farla precipitare, di farla spegnere. Quando parte la sua canzone si lancia nelle danze, sola o accompagnata fa lo stesso, quel che conta è che c’è musica, c’è vita, c’è Gloria.
Si può dire dunque che questo film è la celebrazione di Gloria, della sua personale vittoria, tutte le scene le viviamo attraverso i suoi occhi; Paulina Garcia interpreta splendidamente il ruolo che gli è valso l’Orso d’Argento, riuscendo a creare in tutte le scene una forte empatia con la gioia e la forza vitale che caratterizzano il suo personaggio.
Claudio Di Paola, da “ecodelcinema.com”

Gloria vuole morderla ancora la vita. Gloria, un divorzio alle spalle, sola da più di dieci anni, non ha intenzione alcuna di mollare. Nonostante età, stato sociale, benessere economico la invitino a farsi da parte e godersi quanto è riuscita a costruire (o salvare) fino ad oggi, Gloria, alla soglia dei sessant’anni e con due figli adulti e indipendenti, non crede che la partita sia ormai conclusa, le traiettorie esistenziali già tracciate, il suo ruolo di madre e nonna solidamente definito e non smette di rimettersi in gioco come donna non più asservita a rigide geometrie familiari. Gloria lavora, va a ballare, beve e fuma senza risparmio, seduce, s’innamora, fa sesso con una vitalità toccante nella sua ordinarietà, non aliena da asprezze, stanchezze e zone d’ombra (e da una follia vicina di casa). Gloria ha votato un deciso NO al suo referendum privato sulla rassegnazione. Nel suo comunque comodo mondo borghese, Gloria è una combattente solitaria e irriducibile: se c’è da sparare, spara.
Ritratto femminile dall’evocativo titolo cassavetesiano, character study in duttile equilibrio tra commedia e dramma, l’opera quarta di Sebastián Lelio poggia principalmente, per sua natura, sulle spalle della strepitosa sfaccettata prova di Paulina García, giustamente lodata e altrettanto giustamente premiata all’ultima Berlinale con l’Orso d’argento, di fatto coautrice del film. La macchina da presa, costantemente incollata alla protagonista, ne registra azioni e reazioni, abbandoni e durezze, slanci e delusioni, con un’empatia che non è mai scorciatoia assolutoria (Gloria non è necessariamente simpatica) e un’ironia mai ottundente: il dolore, quello al cuore delle cose, rimane. La semplicità narrativa, che in alcuni momenti forse costeggia la facilità (la seconda fuga di Rodolfo, la nottata brava con risveglio stordito sulla spiaggia), rima con acutezza di sguardo, la musica diegetica (popolare, sentimentale) punteggia la narrazione come amplificatore emotivo in luogo di spiegazioni didascaliche. In scena dall’inizio alla fine, Gloria si mette a nudo, anima e corpo (un’anima acciaccata ma ostinata, un corpo fiero dei segni del tempo), in tenace difesa del suo diritto alla ricerca del piacere e, perché no, di un nuovo amore. E il personaggio, per pura forza interpretativa, riesce a smarcarsi da qualsiasi gabbia interpretativa che possa incastrarla in un significato univoco.
Gloria, ad esempio, non è il Cile. E questo nonostante certi passaggi di sceneggiatura e alcune dichiarazioni di regia possano suggerire una lettura allegorica di tal fatta. Il passato è solo un gruppo di foto riguardate con divertita tenerezza mista ad ebbrezza alcolica nel corso di una cena familiare all’insegna di un’armonia apparentemente ritrovata ma fitta di tensioni sotterranee e silenziosi imbarazzi (al centro dei quali ci sono anche i nebulosi trascorsi militari di Rodolfo, il nuovo compagno della donna, che a differenza sua non sa slegarsi dalla propria biografia di padre e marito, e che – dettaglio malizioso -, gestisce un parco giochi un po’ sinistro, quasi una grottesca rielaborazione ludica dell’atroce passato del paese). Gloria, che aveva circa vent’anni al momento del golpe del 1973 e che quindi è diventata una donna matura durante la dittatura, non (si) guarda indietro, passa distratta per strada accanto a un corteo studentesco (in cui la parte più giovane della nazione reclama giustamente diritti e attenzione) concentrata solo su di sé e sul suo presente, il glaucoma che le viene diagnosticato e che potrebbe comportare in un futuro prossimo un restringimento del campo visivo non la preoccupa: Gloria vuole vedere e vedersi adesso, dietro e al di là di quegli occhiali grandi che sono al tempo stesso schermo difensivo e lente d’ingrandimento. La libertà, dalla propria storia, dalle relazioni alle quali comunque tiene (l’addio difficile alla figlia in aeroporto), è una conquista faticosa che non esclude un certo grado di sofferenza, Gloria lo sa. Questo dolore meglio esorcizzarlo in qualche modo, danzando magari, e sfoggiando spavaldamente tutta la propria bellezza come il pavone nel quale a un certo punto casualmente s’imbatte. Di nuovo in pista, in un finale che rinnova l’incipit, sulle note dell’omonima canzone di Tozzi, Gloria balla da sola. Disperatamente euforica, Gloria canta se stessa.
Michele Favara, da “spietati.it”

Uno dei papabili all’Orso d’Oro 2013 era, assieme al rumeno Child’s Pose e al kazako Harmony Lessons, una piccola sorpresa molto gradevole da parte della cinematografia cilena. Come come? Da Santiago del Cile non vi viene in mente nulla? Le tradizioni sudamericane sono da sempre tra le più sottovalutate, ma l’espansione del cinema cileno a partire dagli anni Sessanta è storia, la crescita è continuata fin sotto il governo di Allende fino a una brusca interruzione col colpo di stato del generale Pinochet: arrestati molti registi, costretti altri – tra cui il famoso Alejando Amenabar ma anche Raul Ruiz – a fuggire, chiuse le scuole di cinema. Una storia tormentata durante la quale anche Luis Sepulveda si è messo dietro la macchina da presa. Del substrato di profonda consapevolezza cinematografica il Cile non si è mai dimenticato. Il navigato regista Sebastiàn Lelio è qua al suo decimo film (quinto lungometraggio). Si chiama Gloria ed è uno dei più apprezzabili film in concorso all’ultima Berlinale. I cinefili lo chiamerebbero affettuosamente “un gioiellino”, a voi vi basterà ridacchiare seguendo le avventure e disavventure dell’omonima protagonista e riflettendo su di lei come su se stessi.
NO LOVE NO GLORY
Gloria – recensione – Cinema Gloria (Paulina Garcia) è una donna cilena di 58 anni, divorziata e presa dal tentativo di non abbassare la saracinesca sulla propria vita. Tutti i suoi figli hanno ormai lasciato casa, alle prese con le rispettive famiglie, e a Gloria non resta altro che cercare un nuovo compagno. Batte senza sosta le feste per single ultraquarantenni, generalmente portatrici solo di un vuoto abissale. Un giorno però il segno si rovescia: incontra Rodolfo (Sergio Hernandez), un simpatico ometto pacato. Sessantacinque anni, ex ufficiale di marina, sembra essere nella stessa condizione di Gloria: un divorzio alle spalle, due figlie che pensano solo a chiedere e mai a dare, tanta voglia di donare affetto inappagato. Da una semplice notte di lussuria comincia a crearsi una storia, ma anomalie e venature serpeggiano onnipresenti: se Rodolfo è strano, talvolta scompare e sembra nascondere qualcosa, Gloria ha anche da fare con vicini di casa particolarmente molesti e figli che sente sempre più distanti. C’è chi si sposa, chi si trasferisce in Svezia, c’è l’ex marito in agguato, ci sono gli alti e bassi a lavoro. C’è un micio ossuto e non particolarmente bello che finisce per infiltrarsi sempre in clandestinità in casa della donna, e ci metterà le radici. C’è hashish, tanto hashish che inebria le preoccupazioni e la tragica, spaventosa, isolata e desolata condizione di Gloria. Una sirena di allarme che campeggia sulla vita di tanti individui di mezz’età, divorziati o meno, timorosi di essere costretti a un’inevitabile conclusione di routine.
IL MONDO DI LELIO
Il regista Lelio ha scritto il film col collega Gonzalo Maza, sviluppando un mondo in cui nulla è gratuito ed ogni singolo elemento è lo specchio dell’isolamento di Gloria. Non tanto il monolocale, quanto soprattutto il micio scheletrico e rachitico, bruttino e solo, sempre in cerca di ospitalità in casa della donna: il parallelismo tra la protagonista e il felino è evidente e di gran classe. Ma è nel gioco di riflessi con la famiglia, con un amante ambiguo e contraddittorio, con l’uso smodato di alcolici e droghe leggere, fino alle folli serate in casinò e ai risvegli in spiaggia, che il film mostra il suo meglio. Il parco giochi gestito ora da Rodolfo diventa così la grande allegoria del mondo della solitudine attempata e apparentemente senza via di fuga, in cui tutto è grottesco, dove tanti giochi e attrazioni, ideale simbolo di divertimento, sono abbandonati a se stessi e al logorio del tempo. La grande morale di questo raffinato e gustoso film – che tra i suoi indubbi pregi fregia la costituzione commediale, a tratti addirittura comica ma sempre profonda, senza così stancare lo spettatore – è allora nell’omonima canzone, Gloria, che diventa risoluzione alle angosce e alle domande della protagonista. Forse.
Sul podio dei migliori film in competizione di Berlin 63, la protagonista Paulina Garcia ha vinto – a buona ragione – il premio come miglior attrice. Un film molto piacevole, con la capacità di raccontare tanto senza ricorrere a fiumi di immagini ridondanti, senza quella retorica esasperata da melodramma hollywoodiano. Ancora una volta, culture un po’ più lontane e che siamo meno abituati a vedere al cinema ci fanno da maestre.
VOTOGLOBALE8
Luca Chiappini, da “everyeye.it”

Divorziata da anni con due figli ormai adulti, un nipote e un vicino molesto, Gloria cerca un nuovo equilibrio in feste, eventi serali e discoteche nelle quali poter incontrare qualcuno della propria età, un nuovo fidanzato. Quando però sembra averlo trovato questi si rivela inaffidabile, misterioso e poco propenso a tener fede a quel che dice.
Sul corpo non più giovane di Gloria, sulle sue imperfezioni, sui diversi look, sulle sue valorizzazioni e sulla potenza con la quale si regge in piedi e procede nonostante tutto, è riconoscibile la forza di un film capace di elevarsi al di sopra di qualsiasi banalità e qualsiasi rischio di smielata drammatizzazione dell’ordinario.
Gloria è un ritratto di donna come raramente si ha la fortuna di vedere: completo, profondo, toccante eppur composto, talmente onesto e sincero da travalicare il sesso di riferimento e risultare universalmente disarmante.
La storia di una 50enne che con compostezza e serietà vive come un’adolescente fuori tempo massimo, attraverso il lento accumularsi di eccessi, passioni e delusioni aliene alla sua età, è attraversata con una grazia ed un’urgenza morale che impediscono al personaggio di scivolare nel ridicolo anche quando questo è palesemente nell’aria (atteggiamento che rende anche l’entrata in scena dell’omonimo brano di Umberto Tozzi una perla di sofisticazione).
Il film di Sebastian Lelio con audacia non comune prende le distanze dai più illustri esempi del cinema passato in materia di profili femminili e sceglie un registro da commedia sebbene si attacchi alla protagonista come in un dramma, trovando in lei una forza motrice inesauribile. Molto della riuscita del film è infatti merito di Paulina Garcìa, attrice capace di tramutare una sceneggiatura rigorosa in cinema di rara intensità grazie ad una maratona di recitazione ai massimi livelli. Con un’economia di gesti, espressioni e movimenti disegna la sua Gloria giocando sulle minuzie, sulle canzoni cantate in macchina, sui piani d’ascolto o su movimenti accennati, senza mai presentare due volte lo stesso volto alla macchina da presa.
In questa maniera Paulina Garcìa aderisce in pieno alla filosofia minimalista e invisibile con la quale Lelio dirige un film che pare farsi da sè davanti agli occhi dello spettatore, il quale ha quasi l’impressione di vedere la storia svolgersi senza nessuno a dirigerla ma con la naturale semplicità della vita vera.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Premiato alla Berlinale 2013 con l’Orso alla migliore attrice Paulina García, Gloria racconta la storia di una donna alle prese con la crisi di mezza età e con i fantasmi del suo passato nel Cile d’oggi. Il film offre il ritratto di una donna matura che lavora e che combatte la solitudine vivendo la propria vita in modo pieno, che canta canzoni d’amore mentre guida, che passa le notti nelle balere in cui danzatori attempati ballano la disco cercando possibili partner.
Nonostante gli acciacchi dell’età che avanza, nonostante l’isolamento cui l’hanno consegnata già da anni il divorzio e la noncuranza dei figli adulti, Gloria non demorde, non rinuncia alla ricerca dell’affetto e del piacere dei sensi: è una donna che fuma e beve abbondantemente in barba a qualsiasi imperativo salutista, è coraggiosa, disinvolta, libera e a suo agio nel proprio corpo con cui è ancora pienamente capace di sedurre gli uomini.
Per dimostrare ciò, non mancano scene di esplicita carnalità tra corpi maturi. Lo sguardo del regista si centra sulla materialità di corpi che portano i segni del tempo che passa, delle possibilità colte o perdute, di una vita vissuta o subita. Il corpo diventa emblema del passato che non si cancella e ci segna: non c’è infatti cosmesi, chirurgia o volontà di oblio che possa cancellare le esperienze vissute.
L’obiettivo di Lelio si posa regolarmente e a lungo sul viso nascosto dietro gli occhialoni da vista fuori moda della protagonista, sui suoi occhi che vedono sempre meno chiaramente, sul suo fisico morbido, sul volto stanco e sulla pancera del suo amante. Inoltre, il regista utilizza la musica non soltanto per sottolineare sentimenti e stati d’animo ma anche per scandire il ritmo della narrazione fino al gran finale (sulle note di Umberto Tozzi), proprio come fosse un musical benché un po’ sui generis.
Gloria è un personaggio che accetta il cambiamento, sa dargli un senso, è capace di rimettersi in discussione, di rimediare ai suoi atti di egoismo e così facendo dimostra di saper amare. Amare anche se stessa perché nell’arco della storia, la donna comprende a sue spese di essere ancora condizionata dalla necessità di piacere, dalla ricerca di conferme del proprio valore soggettivo nella relazione seduttiva e sessuale con gli uomini e a questo impara a reagire.
Il film è diretto da un regista non ancora quarantenne, rivelatosi con La sagrada familia (2005) dopo aver diretto diversi videoclip, ed è prodotto da Pablo Larrain, autore ormai affermato che con questo sodalizio conferma il dinamismo del cinema cileno contemporaneo.
Silvia Nugara, da “cultframe.com”

Gloria è una donna di mezza età, che si trova a fare i conti con un matrimonio andato in frantumi e la profonda solitudine che ne deriva. Nonostante tutto, non rinuncia a cercare la felicità, e si tiene impegnata fra lezioni di yoga e feste notturne, fino a che una sera non incontra Rodolfo…

Un Cile senza “Gloria” nel film di Lelio
In bilico fra speranza e disperazione, fra inganno e illusione. Gloria, opera ultima dell’acclamato cineasta cileno Sebastiàn Lelio, si appresta a uscire nelle sale italiane.
Una pellicola tutta al femminile in cui il sesso maschile viene rilegato a ruoli marginali, interpretati da personaggi dietro cui si cela una profonda inettitudine. A dominare la scena è Gloria, una splendida Paulina Garcìa per la cui interpretazione si è già aggiudicata l’Orso d’Argento come Migliore Attrice a Berlino. È lei a sorreggere l’intera opera, coinvolgendo e spiazzando continuamente lo spettatore e trasmettendo una vitalità inaudita. Gloria è una donna di mezza età divorziata, che deve fare i conti con la solitudine e l’infelicità, ma tenta con tutte le sue forze di non arrendersi alla mediocrità della vita cui pare andare sempre più incontro. Si aggrappa con un’energia esasperata ed esasperante a piccolissimi brandelli di passione, che però le scivolano dalle mani. Incapace e restia nell’accettare un’esistenza statica, Gloria continua a cercare la felicità. Si immerge in feste popolari, e fra una danza e l’altra incontra Rodolfo, di cui finisce per innamorarsi. Anche lui un uomo di mezza età separato, ma incapace di rompere l’opprimente e limitante legame con la sua famiglia. La loro storia d’amore è raccontata attraverso scene di sesso di una carnalità sconvolgente, capaci di trasmettere tutta la passione che domina i personaggi. Primi piani e dettagli si alternano continuamente, creando inquadrature incredibilmente vere, forse proprio per questo esteticamente sublimi.
L’impianto visivo è sorretto da una buona fotografia e da un’ottima conoscenza dello strumento filmico. Il ritmo si snoda fra momenti esilaranti, da pura commedia, e istanti dai tratti drammatici, in cui si scorge il ritratto sociale di un paese in preda a cambiamenti e fermenti. Il tutto è retto da una sceneggiatura solida, capace di emozionare e stupire, sviando sempre il patetico e lo scontato, pur trattando una storia piuttosto comune. È forse proprio questa semplicità dai caratteri estremamente originali a conquistare.
Con questa pellicola Lelio si riconferma come uno dei registi più interessanti del nuovo panorama cinematografico cileno, su cui si creano aspettative sempre più alte. Assolutamente da vedere.
Francesca Polici, da “spaziofilm.it”

“Gloria” film cileno di Sebastian Lelio scorre sul filo conduttore della “perdita” e del “ritrovarsi”.
Colpisce nell’immediato la banale normalità, la lentezza di immagini insapori e inodori, scene di vita comune noiose , mediocri, e talvolta irritanti per la loro “insipidità” .
Occorre andare oltre alla cruda rappresentazione delle immagini esterne, occorre “stare con” il “dentro” di Gloria per capire.
Così, come dentro la stanza d’analisi, occorre andare oltre al manifesto, occorre entrare nei profondi cunicoli , nelle reciproche caverne, quelle dell’analista al lavoro e quelle dell’analizzando.
Al centro della scena una donna, ex-moglie, madre, nonna, amante. I ruoli scorrono uno successivo all’altro a volte si embricano.
Il tempo è il tempo dell’ ”ora” , dell’hinc e nunc : Gloria ha 58 anni due figli, un nipotino un ex-marito, un lavoro. Le strade degli affetti si allontanano e separano.
Gloria si confronta con la perdita e col suo sentire.
Affronta le delusioni della vita, combatte contro la solitudine, la quotidianità noiosa.
Esplora e non rimuove la sua vitalità che impietosamente il mondo esterno vorrebbe appassita.
Gloria si confronta con la perdita di un corpo giovane, stenico.
Con la perdita della giovinezza.
Lo sguardo duro e impietoso della telecamera segue la donna, non bella, non icona patinata, non sex-symbol. Ma vitale.
La segue nell’espressione del viso, nelle parole non dette, nelle smorfie, nelle grimaces oscillanti tra autoironia e tristezza, spia del mondo emotivo di Gloria.
La perdita dell’immagine di un corpo eccitante agli occhi del mondo esterno, contrasta con la trepidazione e la determinazione con cui Gloria rivendica il suo esser ancora femmina , desiderosa di amore , di piacere, di passione , di una sessualità ancora viva e urlante.
L’incontro con Rodolfo, è l’incontro con la speranza , con l’illusione di una nuova esistenza , piena, completa , dove nulla è tralasciato, dove tutto viene preso a piene mani.
La passione che travolge i due amanti non si fa inibire né vergognare dai corpi molli, nudi flaccidi, che portano i segni implacabili e impietosi del tempo .
La passione, l’eccitazione e il bisogno di ritrovare emozioni, sensazioni, sapori, odori, segue il sentire dell’interiorità, di ciò che mai si perde, se non permettiamo che ciò accada.
Gloria non lo permette, nemmeno di fronte alla delusione, al dolore della perdita di Rodolfo. Forse pensato come ultimo baluardo di una lecita felicità.
Gloria è indipendente, audace, “stenica “ nel desiderio.
Rodolfo è dipendente dai suoi legami affettivi, insicuro, spaventato.
Rodolfo fugge alla vita, si rifugia nel suo triste, insoddisfatto passato.
Gloria vive la perdita dell’amore, della fatua felicità di esserci, della pienezza e del senso di risarcimento della vita.
Si confronta non solo con la perdita del ritrovato amore, ma con la delusione per sé, per il senso di fallimento che vi soggiace.
E lì trova i nuclei del dolore, dell’abbandono, della perdita dell’altro, di ciò che si era investito di carica affettiva. Anche degli affetti del passato persi.
Per questo il dolore è lacerante, rabbioso. Il dolore divora rabbioso.
Il dolore dell’abbandono non ha età, 60 anni sono come 20, 30, 40.
La ferita è la stessa.
La scena della sparatoria è esilarante : la morte simbolica di Rodolfo , dell’uomo amato che ferisce, e che viene ripagato , nella fantasia, con altrettanta moneta , è forse non solo simbolicamente il bisogno di proiettare il dolore della ferita, , ma anche rappresentazione del fantasma di perdita totale : la morte.
Morte è qualcosa che non c’è più.
Perdita è qualcosa che non esiste più per come era. Forse in questa scena possiamo ipotizzare si coagulino, come un grumo di sangue riparatorio di una ferita traumatica, più dolori: il dolore della perdita del ruolo di moglie, di madre , di amante , della perdita della speranza.
Ma Gloria , a differenza di Rodolfo, non rinuncia.
Gloria non rinuncia alla vita, alla gioia di vivere, non rinuncia alla parte viva di sé.
Non “affoga” nel dolore, non ne resta schiacciata, agonizzante.
Non resta nel passato. Ci transita, ma non si ferma. E’ un percorso il suo, interno, sottile, impercettibile allo spettatore.
Trova la forza.
Dentro di sé.
Il “seme” mai perso della gioia di vivere esplode alla fine del film.
Gloria, ora totalmente indipendente non ha più bisogno impellente dell’altro (rifiuta di ballare con l’uomo che la invita), ama se stessa.
La musica puo’ ora esplodere dentro.
Quella musica, la bossa nova col Waters of March di Tom Jobim, che a tratti e brevi flash accompagna il film come estemporanea escursione in sintonia con la vitalità interna di Gloria, e che sembra simboleggiare la donna, figura intensa ma dall’andamento lento, un po’ malinconica un po’ intrigante, diventa ora una musica più leggera, carica di energia.
Ora è una musica che si espande in un crescendo prepotente e vitale, con un ritmo sintonico tra il “dentro” e il “fuori” di Gloria.
E’ il raggiungimento del senso di sé.
Come scrive lo psicoanalista Andrea B. Baldassarro “ Senza un altro si è perduti, ma senza la perdita di un altro non si costruisce la propria soggettività.”
Gloria è una storia, come tante, di una donna libera coraggiosa, vivissima, trepidante, Gloria non ha paura, puo’ vivere quel che “sente”.Gloria è un inno alla gioia di liberarsi alle emozioni.
Isabella Bernazzani, da “psychiatryonline.it”

Gloria ci piace perché, quasi alla soglia dei 60 anni, ancora gira per i locali notturni in cerca di divertimento. Ci piace perché seduce gli uomini comuni, non rampanti affaristi o falsi giovanotti. Perché non si arrende, ci riprova, è positiva. E’ forse anacronistica ma comunque terribilmente seducente agli occhi dei suoi coetanei: di certo molto più vicina alla gioventù che manifesta per le strade, che ancora dice No. “Dobbiamo sostenere e credere nei giovani, perché di certo i politici che attualmente dovrebbero rappresentarci proprio non sono credibili”, si dice. Lo dice anche l’anziano Rodolfo che però si fa inconsapevole portatore di principi di un paese che non sa voltare pagina, che tirando le somme si è trascinato con sé arcuature ormai seccate e così lasciate per una vita intera. Per questo l’originario nucleo familiare di Gloria, pur tra increspature e quotidiani scogli da superare, sembra un agglomerato semi-utopico al cospetto di un nazionale da farsi che nessuno riesce a fare.
In un certo qual modo le donne cilene sessantottine, attraversando una sporca storia – dal golpe del 1973 alla successiva dittatura militare – hanno covato dentro una rabbia e una furia ribelle che, attualmente mature, hanno saputo declinare in partecipazione emotiva e fisiologica verso una ininterrotta ricerca di emozioni per anni represse da un paese che ancora non sa vederle per quello che davvero hanno cercato di essere. L’insegnamento sessantottino, dunque, ha con buona probabilità fruttato alla lunga distanza un insegnamento pratico in Occidente poco più che favoleggiato.
Se il quadro socio-politico di una nazione emerge in modo esponenziale con un assunto finale, non bisogna scordare che “Gloria” è, prima di ogni cosa, un bel ritratto di donna.
In rapporto a ciò che si è detto in precedenza, non si pensi che la protagonista sia una donna bionica, forgiata con materiale inarginabile. Basti vedere le importanti e non gratuite scene di nudo integrale – nonché quelle di una viva sessualità – che scavano direttamente sulla pelle di una donna forte, ma con segni di un vissuto che mettono in discussione le sue stesse idee/ ideali. Vedere l’abbandono nel suo solitario appartamento, dove l’attraversamento della cura (del corpo come della salute) nasconde i sorrisi che sono forse anche una maschera protettiva. E ci si chiede: in che misura vanno interpretate le sue scelte, anche quando sbagliate? Sebastián Lelio ha pochi dubbi: la forza di volontà e l’entusiasmo della sua eroina vengono inquadrati con incessante simpatia. Con dignità.
Figura costantemente in scena in una Santiago, un Cile, una vita e un mondo visti attraverso i suoi occhi. Gli uomini non ne escono a testa alta: deboli laddove la donna individua spazi di autodeterminazione che trascendono le costrizioni della quotidianità, patetici quando si riduce lo spazio tra obblighi del presente e prospettive future, anche se la seconda fuga di Rodolfo è una scorciatoia di sceneggiatura che rischia di forzare lo spettatore verso una incredulità fino ad allora estranea alla natura del film.
Una bella prova che però conta soprattutto per la protagonista che mette in scena, indivisibile dalla strepitosa Paulina Garcia che la interpreta. Quando nel finale si libera anche dell’ultimo orpello (gli occhialoni), ci rende partecipi di un approdo ad un’autonomia sovrana che riesce a renderci fieri di lei.
Diego Capuano, da “ondacinema.it”

“Gloria, manchi tu nell’aria”. Usciti dal cinema, dopo aver visto “Gloria” di Sebastian Lelio, non sarà facile togliervi dalla mente la hit di Umberto Tozzi. Non solo perché un’affascinante versione cilena del pezzo accompagna la luminosa scena finale e i titoli di coda, ma anche perché Gloria, la protagonista ultracinquantenne del film, vi mancherà veramente.
Vi spiacerà non sapere più niente di lei, anche se durante il film avrete maturato una fiducia tale nelle sue possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta che la separazione non sarà affatto angosciosa. Gloria non ci fa mai veramente preoccupare per lei perché è una donna matura, matura nel senso più gustoso del termine. Nell’accezione comune la “maturità” è associata alla pace dei sensi, se non alla rassegnazione. “Dorme lo spirto guerrier” della giovinezza, quando si approssima la sera, e solo chi nella vita non ha mai smarrito la via sembra potersi meritare sonni tranquilli.
Gloria è la dimostrazione che la sera è fatta anche per ballare e che il senso della vita non è dato, ma si incontra ogni giorno nel dipanarsi imprevedibile delle nostre esistenze. È l’antitesi della rassegnazione e anche quando il suo coraggio non è premiato, sa raccogliere con cura le parti di sé sparse in riva al mare dopo una notte in cui il ritmo ha preso il sopravvento sulla ragione. Si potrebbe dire che si comporta come un’adolescente, cercando l’amore con la foga di chi non ha ancora smesso di idealizzare i sentimenti, in realtà si comporta solo come una persona viva che il passare degli anni non ha reso diffidente e incline alle generalizzazioni.
Per Gloria gli uomini non sono ancora tutti uguali, nonostante gli uomini che la circondano facciano di tutto per corroborare questo pregiudizio da zitelle. Il vicino del piano di sopra è un po’ suonato, passa le notti a inveire contro una donna che, possiamo immaginare, è fuggita da lui. L’ex marito soffre della sindrome del coccodrillo e, alla prima occasione, sfodera le familiari lacrimucce di chi ha molto da farsi perdonare. Insuperabile il nuovo amore: un uomo immaturo, bugiardo e parecchio vile. (Per non parlare del fatto che indossa una pancera, regalando immancabili scene tragicomiche nei momenti d’intimità). E di momenti intimi ce ne sono molti, anche espliciti. Assistere all’amore tra due persone non più giovani può suscitare un po’ di imbarazzo, ma Sebastian Lelio racconta le cose come stanno e non si preoccupa di risparmiare agli spettatori piccoli disagi.
La sua Gloria è carne e sangue. Paulina Garcìa, Orso d’Argento come migliore attrice al Festival di Berlino, ci regala un personaggio indimenticabile che, nell’abbandonarsi al flusso, non dimentica di mettersi il collirio per curare l’incipiente glaucoma e di struccarsi accuratamente prima di andare a dormire. Una donna che si vuole bene, anche quando viene tradita. Una donna che invecchia bene perché ha scoperto che il segreto dell’eterna giovinezza è non rimpiangere i tempi andati.
Il film di Sebastian Lelio rispetta le promesse del cinema cileno, che, nonostante la battuta d’arresto seguito al colpo di stato di Pinochet, sembra destinato a volare alto e a non rassegnarsi a essere ammirato nel mondo solo per la psicomagia di Jodorowsky.
Giovanna Maffoni, da “doppiozero.com”

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