Father and son

father_and_son_locandina

Kore-eda Hirokazu lo ammette senza timore: la paternità è una cosa che lo ha colto impreparato. Nonostante abbia una figlia di 5 anni, ogni tanto si sente ancora un estraneo rispetto a quell’essere che è frutto dell’incrocio tra il suo Dna e quello di sua moglie. Ma è poi il Dna a definire la genitorialità? Bisogna ancora far riferimento a parametri esclusivamente genetici per definire un rapporto così delicato? E’ su questo tema che il regista s’interroga in Father and Son, pellicola nella quale una coppia viene chiamata dall’ospedale in cui è nato il loro piccolo Keita: vengono brutalmente informati del fatto che il bambino che hanno cresciuto per sei anni non è il loro figlio biologico in quanto erroneamente scambiato con il bambino di un altra coppia, nato lo stesso identico giorno. Una notizia difficile da accettare e da metabolizzare soprattutto per il padre in questione, Ryota (interpretato da un bravissimo Fukuyama Masaharu), che destreggia magistralmente l’evoluzione di un padre che da duro e apatico, lentamente comprende che l’esperienza della paternità è bella solo se vissuta con gioiosa fatica, con coinvolgimento totale. Al suo fianco una moglie devota e permissiva, interpretata dalla toccante Ono Machiko; anche lei affronta un percorso di affascinante crescita in quanto da iniziale “moglie-gheisha”, ben presto si muove su una posizione ben più autoritaria quando la situazione volge verso l’assurdo. Difatti per una attimo le due coppie di genitori coinvolte nella vicenda – molto intensi anche i due attori che interpretano l’altra coppia, Maki Yoko e Lily Frank – decidono di tentare uno scambio dei bambini per riportarli all’interno dei loro “ranghi” biologici, ma ben presto diviene evidente agli occhi di tutti quanto la genitorialità sia dovuta alla quantità e alla qualità del tempo che si passa con i propri figli, non certo al sangue che scorre nelle loro vene.
Attraverso la nitidezza della pellicola, il rigore narrativo (forse a volte troppo didascalico), il predominio del campo stretto sui piani lunghi e, infine, attraverso un ritmo della narrazione cauto e disteso, questo film non lascia dubbi sulla sua provenienza nipponica: con questa matrice stilistica tutti questi elementi contribuiscono a creare uno straniante effetto di dissonanza tra la calma piatta della narrazione e la tempesta interiore che sconvolge i genitori coinvolti nella vicenda. Le tematiche raccontate sono di una durezza incredibile, ma proposte con la dolcezza e la cautela di chi sa che non ha delle risposte certe a riguardo: il dolore della madre che in quanto tale “avrebbe dovuto accorgersene”; la sofferenza di un padre privato dell’unico dato certo che lo lega al figlio, il dna; la sofferenza di un bambino che non viene informato dei fatti, e si vede imporre delle scelte e che non può che sentirsi tradito, abbandonato.
Un film di straziante bellezza, soprattutto per il finale commovente e per niente retorico o scontato: fino alla fine temiamo il peggio ma scopriamo che il perdono è ancora più grande se concesso dai bambini.
Emanuela Mugliarisi, da “persinsala.it”

Cosa ti rende padre di tuo figlio? Il sangue, l’eredità genetica o l’amore con cui lo hai cresciuto? E quanto siamo disposti ad accettare che un figlio non corrisponda alle attese e alle aspettative che proiettiamo su di lui? Queste sono solo due delle molte domande che questo commovente film giapponese affronta a partire da una premessa da romanzo d’appendice: lo scambio in culla che cambia i destini di due bambini.
I protagonisti, Ryota e Midori Nonomiya, sono una coppia benestante, lui architetto tutto proiettato sul lavoro, lei casalinga concentrata sull’educazione dell’unico figlio di sei anni, Keita, che purtroppo non mostra tutta l’ambizione e la voglia di riuscire che suo padre vorrebbe vedere in lui. Agli occhi del padre, ma anche della competitiva società giapponese, la dolcezza del bambino, disposto a qualunque cosa per far felici i suoi genitori, rischia paradossalmente di apparire un difetto anziché una qualità. Un giorno, però, dall’ospedale in cui Keita è venuto alla luce giunge una telefonata: i due vengono così a sapere che il bambino che hanno cresciuto non è il loro figlio biologico, ma quello di una famiglia assai più modesta che ha invece cresciuto il loro figlio biologico. Le reazioni sono diverse e significative: per il padre insoddisfatto quasi la conferma di un sospetto verso quel figlio “imperfetto”; per la madre, che dopo un parto particolarmente difficile sa di non poter avere altri bambini, una ferita che la spinge a mettere in dubbio la sua capacità di essere madre. Contraddizioni che esplodono con l’incontro con l’altra famiglia e il figlio biologico, una coppia dai mezzi molto più limitati, che di figli ne ha tre e che vive in un disordine animato da un sincero affetto.
Ryota insiste per fare “ciò che è meglio per i bambini” che, da procedura, sarebbe restituirli gradualmente ai loro genitori biologici. La convivenza tra due stili di vita completamente opposti delle famiglie, il confronto inevitabile tra i due bambini (il figlio biologico, intraprendente e vitale – forse anche però per l’ambiente in cui è cresciuto – risulta molto più conforme alle aspettative di Ryota, ma appare un estraneo a sua moglie), l’improvviso presentarsi di un altro colpo di scena sugli eventi passati, sono tutti passaggi affrontati dal regista con commossa attenzione ai sentimenti di tutti i personaggi e proprio per questo evitano ogni prevedibilità o impressione di artificio.
Il melodramma è un rischio sempre dietro l’angolo, ma regista e attori riescono nel miracolo di incatenare il pubblico alla situazione senza manipolarne le emozioni. Così pian piano quello che era iniziato come il percorso per riavere il proprio figlio “vero” si trasforma nella sfida di riconquistare l’affetto di quello che Ryota aveva sempre avuto accanto. Non a caso il titolo originale del film si traduce più o meno come “E io sarò suo padre”: la vicenda dei due figli scambiati, un racconto che nella storia della letteratura e del cinema abbiamo visto declinarsi in mille modalità e generi, qui diventa una parabola di crescita umana profonda e vera, in cui la vera sfida non è riconoscere in un bambino il proprio figlio, ma nel tentare umilmente di esserne genitore.
Laura Cotta Ramosino, da “sentieridelcinema.it”

Ogni inquadratura di Hirokazu Kore-eda è un fragile cristallo di tempo che balena nel (nostro) presente, come una scheggia di vita aperta al futuro mentre fa i conti con un doloroso passato. “Le larve ci mettono 15 anni a diventare cicale” dice un entomologo, “così tanto?” risponde Ryota. “Per lei è veramente tanto?” ribatte l’altro.
“Non credo sia una questione di tempo”.
”Ma che dici! Per un bambino è solo una questione di tempo!”.
E sì, proprio come per il cinema. Ogni inquadratura di Hirokazu Kore-eda è un fragile cristallo di tempo che balena nel (nostro) presente, come una scheggia di vita aperta al futuro mentre fa i conti con un doloroso passato. Camminando ancora, Still Walking, scontrandosi con il desiderio, I Wish, inseguendo altri punti di vista, Air Doll, imponendo al cinema una sincerità disarmante, Nobody Knows. Un’etica registica incrollabile, uno sguardo rispettoso e testimone della vita di ogni persona/personaggio che inquadra/crea, con un’evidente predominanza di campi lunghi e medi: quel pudore registico, sempre un passo indietro rispetto ai personaggi, che eredita da Ozu e che lo fa apparire come il cineasta giapponese contemporaneo più “tradizionale”.
Like Father Like Son, adesso. Lo scambio di neonati nel passato, la scoperta casuale nel presente, un figlio che senti tuo ma che non ha il tuo sangue. Nel futuro. Ed è tutto così dannatamente complicato perché il (frat)tempo che ha creato l’amore impone ora un abissale dubbio etico: chi è mio figlio? Quello che ho cresciuto o il sangue del mio sangue? Un cinema che riesce ancora a configurare il tempo (della vita) solo con le immagini: l’acqua cristallina che scorre e riflette nella scena struggente al lago, dove tra i forzati sorrisi dei quattro genitori si consuma il dramma dell’abbandono, il trauma che devierà i destini dei loro figli, in un tempo dilatato che si blocca improvvisamente nel freeze frame. Una fotografia, l’autoscatto, tutti nel “quadro”.
Figli scambiati e nuovi legami. Ma cos’è la “memoria” per Kore-eda? E’ proprio quell’immagine che ha fissato il tempo, facendo però detonare il sentimento nella dialettica con altre immagini. Nel cinema. Perchè quella fotografia al lago ne nascondeva molte altre, sempre nel freddo “dispositivo”, la fotocamera di Ryota. Immagini scattate precedentemente dal piccolo Keita, immagini vive che ritraggono “suo padre” al di là di tutto. Al di là dei legami di sangue o delle tradizioni familiari.
Del resto “le larve, da ninfe, ci mettono 15 anni a diventare cicale” dice un entomologo, “così tanto?” risponde Ryota. “Per lei è veramente tanto?”, ribatte stupito l’altro. Il freddo e razionale Ryota, alla fine, non potrà che cedere al tempo di Keita, guardando tra le lacrime le fotografie che il ragazzino ha scattato con immenso e silenzioso amore poco prima dell’abbandono. Immagini che hanno richiesto un lungo tempo, quello del nostro film (quello del cinema, quello dei bambini…) per essere scoperte e vissute. Lo stesso lunghissimo tempo – truffauttiano, sì, Antoine Doinel still walking – dell’infinita camminata finale di Keita e Ryota, su due sentieri paralleli che improvvisamente s’incontrano in un abbraccio presente. Straordinaria, semplicissima, straziante configurazione di un evento che schiude un’immensa complessità sentimentale, cristallizzando in un singolo frame il passato e il futuro di queste due persone.
Il sentimento, insomma, è nascosto nelle pieghe delle immagini. Nei disaccordi, nel disordine del mondo, in quelle distonie temporali che paradossalmente le rendono vive: “o my God!”. Il cinema è proprio quell’attimo, un contatto, un frame invisibile, come la vita… e Hirokazu Kore-eda continua a (farci) vivere nelle sue semplici e sublimi immagini.
Pietro Masaciullo, da “sentieriselvaggi.it”

Assenza e presenza, 0 e 1, sono categorie che nel mondo di Hirokazu Koreeda non trovano spazio. Non c’è un 1 che si contrappone allo zero: al massimo può esserci uno zero virgola uno (0,1): ciò che chiamiamo “vita” può essere solo una passeggera increspatura su una superficie fondamentalmente immobile, e pronta subito dopo a ritornare immobile.
Per questo il mondo di Koreeda, anche se può non sembrare, è quello della commedia: il mondo, cioè, dove le differenze sono piccole differenze, e gli squilibri in cerca di ricomposizione sono piccoli squilibri. Anche e soprattutto dove c’è la morte di mezzo, come in quell’Afterlife che lo rese celebre una quindicina di anni fa.
C’è dunque una logica dietro al fatto che per firmare il proprio film migliore in assoluto (fino ad oggi), Koreeda ricorre a uno dei cliché più sempiterni della commedia: lo scambio di neonati nella culla. Scambio che, ovviamente, coinvolge una famiglia ricca e una povera, un padre allegramente perdigiorno da un lato e un workaholic di successo dall’altro. Perché Koreeda fa aderire il nostro punto di vista a quello del secondo? Perché vuole che lo spettatore si “mondi” dell’illusione di cui, con fatica, arriva a liberarsi quel personaggio: che possa esserci qualcosa come una linea del sangue che prosegue di padre virtuoso in figlio virtuoso e così via. In ballo non c’è, ovviamente, solo un’idea di paternità, ma un modo di concepire il tempo. L’illusione da abbattere è quella che esista una linea retta, che gli sforzi siano l’anticamera del risultato, che da 0 si passi a 1 e magari anche a 2.
In frontale opposizione a questa idea (peraltro non priva di corollari politico-sociali, su cui il film non si attarda ma che tratta quanto basta per renderli inequivocabili), Koreeda costruisce tutto il suo film. Prende i suoi tre-quattro spunti narrativi “forti” (la scoperta dello scambio, il processo penale, l’inversione riparatoria dei pargoli tra le due famiglie…), ciascuno lo sminuzza in pezzetti più piccoli, e poi li sparpaglia lungo tutto il film alla massima distanza reciproca possibile in modo da disattivare il loro potenziale di concatenamento (dunque di azione). Rimane una tendenziale e fortissima indipendenza delle singole scene, tutte dolcemente adagiate su toni supinamente quotidiani e ordinari, ulteriormente smussate dalla tendenza figurativa all’immobilità e all’equilibrio, ogni volta attraversate appena da una scossa minuscola.
Zero virgola uno, e non zero contro uno. La svolta del film (il ri-scambio riparatore) viene sigillato da una foto di gruppo: lo schermo si immobilizza, e subito dopo riparte il movimento. Di fatto, è come se virtualmente questo succedesse a ogni scena e ogni inquadratura. Raramente dai tempi di Pioggia nera (1989) di Shohei Imamura un film era andato così a fondo nel costruire una prospettiva di azzeramento affinché sulla sua superficie possa rinascere una qualche forma residuale di vita.
Lo si dice da decenni: il cinema nipponico dopo Hiroshima è legato a doppio filo (dai mostri di Honda a Tetsuo e oltre) all’idea della catastrofe e della mutazione oltre l’umano. In Giappone, oggi, nessun cinema dà conto di questo orizzonte postumano altrettanto bene di quello umanissimo di Koreeda, specie in questo suo ultimo capolavoro dove a venire messo fuori asse è il più piccolo livello di mutazione possibile: la patrilinearità.
Voto: 9
Marco Grosoli, da “spietati.it”

Ci sono film, fortunatamente, che in un panorama generale non esaltante hanno da dire qualcosa di interessante e importante sui tempi che stiamo vivendo. E ci sono film, fra questi, che dicono ciò che devono con voce chiara e limpida, tanto più efficace quanto più lontana dai proclami e dalle lezioni.
Soshite chichi ni naru (Like Father, Like Son) è uno di questi.
Kore-Eda Hirokazu, che con l’andare del tempo ha affinato il proprio linguaggio cinematografico portandolo verso un elegante e leggero minimalismo capace di far riecheggiare senza distorsioni il racconto, trova l’uovo di Colombo nel trattare materie sentimentalmente ed eticamente complesse come quella della genitorialità, della famiglia e del loro significato riportandole alla sua essenza più elementare e innegabile, alla sua trasparente e inaudita semplicità.
L’assunto di Soshite chichi ni naru non è infatti dei più facili: tutto parte infatti quando una coppia scopre che il figlio di sei anni che amano ed educano è in realtà biologicamente di un’altra, e che in ospedale ci fu uno scambio di bambini, e tutto procede con i dilemmi dei rispettivi genitori riguardo il da farsi, il lasciare le cose come stanno o scambiarsi i figli nel rispetto della legge del sangue. Ma Kore-Eda dipana il racconto con mano lievissima e carica di coscienza, riuscendo a raccontare drammi e dilemmi laceranti senza mai alcuna retorica lacrimevole e ricattatoria, e soprattutto mettendo in scena un progressismo sentimentale ed etico che lascia senza fiato per emozione ed essenzialità.
Attraverso le posizioni variate e variabili dei quattro adulti coinvolti, e lo spaesamento prima sereno poi turbato dei bambini, Kore-Eda riesce a trasmettere allo spettatore il superamento di ogni contrapposizione tra genitorialità biologica e genitorialità culturale, facendo trionfare la seconda senza proclami né festeggiamenti e senza negare la legittimità della prima, nel nome di una legge universale che travalica paesi e generi e che si sintetizza nella semplicissima complessità dell’amore.
Soshite chichi ni naru riporta tutto alla base, all’unica realtà che conta: la genitorialità esiste laddove c’è l’amore costruito nel tempo e nella costanza, nella condivisione e nel conflitto, tra un adulto e un bambino. E la genitorialità non può e non deve essere mero tramandare e riproporre le proprie esperienze, o l’imposizone di uno stile e una disciplina, ma deve essere costante processo in divenire, di crescita e accrescimento reciproci. Tutto questo Kore-Eda lo racconta nel modo più lineare ed elementare possibile, inanellando una serie di quadri di vita quotidiana dove gesti e parole di semplicità quasi casuale sono a volte colpi emotivi ai quali è difficile resistere senza sentire lo stomaco annodarsi e gli occhi velarsi di lacrime. A qualsiasi tipo di famiglia si appartenga.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Si chiama Like Father, Like Son quest’ultimo film di Hirokazu Koreeda (almeno questo è il titolo internazionale che per motivi che sono davvero incomprensibili in italiano è diventato Father and son quando “Tale padre, tale figlio” era lì a portata di mano) un titolo che va dritto all’idea più potente di tutta la storia narrata.
Si racconta di una famiglia benestante e in particolar modo di un padre, giovane e in carriera, con un figlio di meno di 5 anni che assieme alla moglie viene a sapere all’improvviso dall’ospedale in cui hanno partorito che c’è stato uno scambio alla nascita e il bambino che hanno allevato fino ad ora non è il loro figlio biologico. Entrati in contatto con l’altra famiglia e il loro vero figlio dovranno decidere cosa fare ma soprattutto capire se fare lo scambio oppure no e quindi quale figlio crescere, quello che gli appartiene biologicamente ma non umanamente (perchè cresciuto diversamente in un altro ambiente, con altri genitori e altre idee) o quello che hanno accudito e plasmato a loro immagine e somiglianza fin dalla nascita.
In tutta questa storia la parte che interessa davvero a Hirozaku Koreeda è l’elaborazione di un proprio concetto di paternità da parte di un uomo autoritario e determinato ad avere un figlio come lo intende lui, che gli somigli negli atteggiamenti e nell’abnegazione riguardo i propri obiettivi. La scoperta che il proprio figlio biologico è da un’altra parte cresciuto da un altro uomo gli dà immediatamente una malcelata speranza che gli somigli più di quello che ha cresciuto, reticente a fare lezioni di pianoforte, non incline a vivere con senso del dovere più accanito ogni competizione.
In questo film un essere umano cerca se stesso negli altri, ma non metaforicamente, lo cerca davvero, nascondendo male le proprie preferenze e i propri desideri, indagando i due bambini per scoprire in forma assolutamente privata se sia più figlio proprio colui che ha cresciuto o colui con il quale condivide il 50% del patrimonio genetico.
Conversazioni, osservazioni, sperimentazioni e terribili decisioni, nonostante spesso si fatichi ad essere daccordo con i protagonisti nessuna decisione è semplice e ognuna scatena una battaglia mentale nello spettatore per comprendere, capire, condividere e in ultima analisi attendere il responso. Com’è allora evidente il merito principale di Father and Son è di rischiare moltissimo e creare una trama ad uso e consumo della frustrazione del suo protagonista. Egli è dipinto come rigido, altero, spietato con chi non è come lui e gli viene proposto un figlio biologico cresciuto da qualcuno completamente diverso, qualcuno che disprezza profondamente.
E’ possibile filmare il processo di scarnificazione di un uomo nei riguardi di un altro? L’atto di indagare un animo in profondità, oltre la superficie, oltre i condizionamenti per scoprire l’essenza altrui? Si, e Hirozaku Koreeda lo fa affidandosi alle parole e in piccoli momenti improvvisi a immagini potentissime.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

Nonomiya Ryota è un professionista di successo, un uomo che lavora sodo ed è abituato a vincere. Un giorno, lui e la moglie Midori ricevono una chiamata dall’ospedale di provincia dove sei anni prima è nato loro figlio, Keita, e vengono a sapere che sono stati vittima di uno scambio di neonati. Il piccolo Keita è in realtà il figlio biologico di un’altra coppia, che sta crescendo il loro vero figlio, insieme a due fratellini, in condizioni sociali più disagiate e con uno stile di vita molto differente. Ryota si trova di fronte alla necessità di una decisione terribile: scegliere il figlio naturale o il bambino che ha cresciuto e amato per sei anni?
Il giapponese Kore-Eda conferma le qualità artistiche di cui ha sempre dato prova con questa esplorazione splendidamente misurata di un dilemma che mira dritto al cuore dell’uomo. Con la leggerezza della grande scrittura, l’abilità di costruire un’architettura perfetta nel bilanciare il peso di azioni e reazioni tra i due nuclei familiari coinvolti (il regista ha affermato di essere partito con questo film per un viaggio dentro se stesso, riconoscendosi nelle questioni personali di Ryota, che nella finzione è appunto un architetto) e con un cast in grado di conferire all’opera un valore aggiunto altissimo, Kore-Eda non si lascia mai tentare dal richiamo del melodramma, che è nelle corde del soggetto ma non nelle sue, e mantiene un registro contenuto ma attento ai particolari e ai piccoli incidenti del vivere, nel quale le belle idee sono silenziosamente numerose e nulla è mai di troppo. In particolare, nonostante il film racconti la maturazione di Ryota rispetto al suo essere padre, che passa forzatamente dal suo essere stato figlio a sua volta di un certo padre, sorprende la verità con la quale il regista coglie le reazioni dei due bambini, bloccati tra la fiducia che ripongono nei genitori, la volontà di ottenere la loro ammirazione e il disagio dell’incomprensione.
Non sono poche le barriere culturali che ci impediscono di non trovare mostruoso il comportamento del protagonista o colpevolmente remissivo quello della moglie, ma è il film stesso, probabilmente, ad accrescerli leggermente nella prima parte (come fa d’altronde con la presentazione, quasi in chiave di commedia, delle differenze di comportamento tra le due famiglie) per poi superare le premesse e farsi toccante, nella scoperta del sentimento. E non poteva che essere attraverso uno strumento eminentemente visivo come una macchina fotografica, che Ryota impara che è suo figlio, il suo sguardo e il suo amore, che fanno di lui un padre, non un esercizio di volontà né il gruppo sanguigno.
Father and Son, infine, è anche e soprattutto una riflessione sul tempo, su ciò che crea, che divora, che può e non può mutare.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Sono sei anni dalla nascita del piccolo Keita, sei anni durante i quali l’affermato architetto Ryota e sua moglie Midori non sono stati in grado di avere altri bambini, sei anni che assumeranno un valore diverso quando verrà comunicato loro che il figlio non è quello biologico, ma il frutto di uno scambio di culle avvenuto nell’ospedale dove lo stesso giorno nasceva Ryusei, cresciuto con quel nome da un modesto elettricista chiamato Yudai e da sua moglie Yukari, cameriera in un ristorante, insieme ad un nucleo numeroso e grazie ad un’armonia in apparente contrasto con i limiti economici della coppia.
Il confronto tra le due famiglie sarà inevitabile, non solo su un piano giuridico, ma sopratutto su quello umano e personale. Non sono semplicemente le differenze sociali quelle che interessano a Kore-eda, ma la mutazione del sistema familiare in un’accezione del tempo Storico che nel cinema del grande autore giapponese interagisce con un’idea della memoria non lineare ma stratificata.
La memoria, per Kore-eda, è un sistema dinamico, e l’atto del ricordare, movimento che attraversa tutto il suo cinema, non è mai ridontante ma “ci sfida a cambiare e ad arricchirci”.
Una riflessione che sembra quasi suggerita da quell’idea Bergsoniana di durata, come progresso del passato che contamina il futuro e che in questo movimento si accresce senza distruggere; un passato che accumulandosi si riattualizza in ogni momento in relazione a quello che abbiamo sentito, provato, esperito sin dai nostri primi giorni e che in qualche modo assorbe le altre dimensioni temporali. Non una “minaccia” ma una compresenza di stati; una relazione possibile quindi, questa con Bergson, che in qualche modo si lega all’interesse di Kore-eda per l’infanzia, presente a vari livelli nell’opera dell’autore Giapponese, anche come radice Storica del cinema Nazionale, percorso di riferimento più volte evocato (Ozu e Naruse ma anche Kurosawa in Hana) e che in certi casi è stato erroneamente scambiato per rispettoso omaggio, cosi, come se il tempo non fosse mai (anche) “passato”.
La relazione con la tradizione è quindi assolutamente dinamica per Kore-eda; anche se si volesse per forza riferirsi al cinema di Yasujirô Ozu, identificando una fonte di ispirazione per Still Walking, Nobody Knows, e per questo Like Father, Like Son, situata tra Tokyo monogatari e Ohayô questa assumerebbe la forma di un rovesciamento proprio quando alcuni elementi, sopratutto dell’immagine, sembrano al contrario coincidere; basta pensare a quale relazione ha un film come Hana con le convenzioni della tradizione Jidaigeki, e quanto, la poetica sottrattiva di Kore-eda dialoghi fortemente con la disgregazione post-moderna in un modo sottile, per niente evidente, ma in costante dialogo dinamico con il tempo, cosi da definire un linguaggio e uno stile sempre flagrante, vivo, mai ancorato alla zavorra delle citazioni.
Inutile allora in questa sede, attardarsi sulle analogie e sulle differenze tra il cinema di Kore-eda e quello di alcuni maestri a cui si riferisce in modo spesso molto complesso, perchè in questo contesto, per esempio, sarebbe come aver la presunzione di riuscire a delineare in poche righe il cambiamento della famiglia giapponese, da quella raccontata nel cinema di Ozu a questa contemporanea, attraverso un percorso socio-politico che include la disgregazione di un’istituzione che è anche un cambiamento dello sguardo, un progressivo venire a mancare di segni, figure, riferimenti. Il centro materno che si stringe attorno ai figli in Good Morning di Ozu, trova il suo rovesciamento nell’assenza della madre di Nobody Knows, cosi come l’intrusione della tecnologia “elettrica” e “catodica” nel Giappone degli anni ’50 nello stesso film di Ozu è osservato da una prospettiva inedita in alcune sequenze sottilissime di Like Father, Like Son, tra cui la sfida a colpi di Wii con la nonna, ma allo stesso tempo l’umanissima e struggente relazione con la fotografia digitale, strumento di una doppia e fortissima agnizione emotiva nell’ultimo film di Kore-eda, dove padre e figlio si osservano a distanza attraverso un dispositivo che coglie e cattura il ricordo come movimento dell’anima; un riferimento anche in questo caso alle proprietà mnestiche della fotografia che da una dimensione sterilmente nostalgica, slittano di senso verso una riflessione sulla memoria come agente del cambiamento, quello interiore di Ryota.
L’interesse di Kore-eda, dichiarato esplicitamente più volte, per gli eventi drammatici “poco prima o poco dopo la loro manifestazione”, attraverso la concentrazione ”sulle premonizioni e sulle rifrazioni”, in una incessante ricerca sull’essenza della vita, è anche in questa attenzione agli oggetti e al vuoto che lasciano, agli elementi materiali della memoria, ai piccoli segni quotidiani, allo spazio dell’inquadratura che anche da montatore, Kore-eda non frammenta quasi mai, cercando al contrario la libertà del gesto nella co-esistenza di più livelli all’interno del piano. E non è mai una costruzione drammaturgica percepibile, perchè la distanza che il regista giapponese mantiene con la vita del set gli consente di non pre-disporlo, ma di far si che in qualche modo sia possibile un avvicinamento dello sguardo come confronto e scelta.
Quella che allora, per certa stampa angolofona, è un’opera che risente di un certo schematismo nel delineare le differenze sociali tra le due famiglie, è al contrario un sottile percorso di mutazione che si interroga sulle relazioni di sangue come tracce e legami che in qualche modo vengono se non superate, arricchite dalla persistenza della memoria; lo schema viene quindi rovesciato, inabissato nel tempo, e arricchito da una percezione orizzontale della Storia, basta solo pensare a come Kore-eda riesca a raccontarci sessant’anni di racconto famigliare giapponese attraverso alcuni elementi che colgono Ryota da solo, assalito dal suo passato, mi riferisco alla sequenza dove in macchina dialoga al telefono con la possibile seconda moglie di suo padre, e alla stessa figura paterna, quella di un uomo dall’esuberante arroganza vitale e allo stesso tempo ancorato ad un’idea di passato impermeabile alla mutazione.
La famiglia immaginata da Kore-eda allora, entra improvvisamente in una dimensione di allargamento delle sue funzioni come unica possibilità di sopravvivenza anche nella sovrapposizione tra tradizione e contemporaneità; disfunzionale avremmo potuto dire, ma rispetto a quale norma, sembra dirci Kore-eda, la “funzione” non è altro che una limitazione alla libertà di amare?
Ancora una volta, è lo sguardo dei bambini che assume un valore “creativo”, che rimette in discussione la parola e il gesto codificati; la famiglia vista dal loro punto di vista è un insieme di regole già superato da una conoscenza anteriore. Figli di un intreccio delle infinite memorie che li hanno preceduti, conservano ancora un rapporto libero con questa enorme conoscenza e in grado di entrare e uscire dal mondo; solo uno schema può ucciderli; e se lo sguardo, nel cinema di Ozu, secondo una diffusa e ormai retorica nozione critica, era posto all’altezza del Tatami, quello di Kore-eda, che suggerisce e spesso dialoga con il vuoto, è in quella manifestazione dell’invisibile che solo i bambini riescono a vedere.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

Ryota è un imprenditore di successo sposato con Midori e padre del piccolo Keita. Un giorno lui e sua moglie ricevono una telefonata inaspettata dall’ospedale: Keita non è il loro figlio biologico. L’ospedale ha commesso un errore e ha scambiato il bambino. Presentato con successo al 66°Festival di Cannes dove ha vinto il Premio della giuria, il nuovo film del regista giapponese Hirokazu Koreeda è una straordinaria storia familiare raccontata con estrema delicatezza.
Father and Son è cinema cristallino nella complessità etica del racconto, che Koreeda riesce a rendere profondamente stimolante senza cadere mai nel melenso. Il regista giapponese, nel narrare le vicende di un padre costretto a scegliere tra il legame di sangue che lo avvicina al suo vero figlio e il tempo passato con il bambino che ha cresciuto per sei anni, lascia che i sentimenti e le emozioni di Ryota (uno straordinario Fukuyama Masaharu) penetrino nello spettatore, senza calcare in alcun modo l’equilibrio della propria opera. Non c’è bisogno dell’eccesso melodrammatico, perché Father and Son è un film di gesti, piccoli nella loro durata ma potentissimi come veicoli emotivi. A Koreeda basta uno sguardo, un tocco della mano, un accenno di gioco per trasmettere una gamma di sensazioni che lo spettatore è disposto a provare, diventandone parte integrante. Lo sguardo di ineccepibile precisione formale non è solo uno sfoggio di abilità registica ma scelta etica per filtrare il mondo e gli esseri umani che lo abitano, senza bisogno di orpelli stilistici e maschere formalizzanti. Proprio come i suoi protagonisti, essenziali nelle loro psicologie ma che sanno andare dritti al cuore per la loro umanità.
Nonostante i dialoghi siano forti e riusciti, Koreeda sfrutta a pieno l’immagine per comunicare. Laddove un regista più illustrativo avrebbe spiegato maggiormente lo stato d’animo dei personaggi, il regista giapponese si limita all’intimismo scenico, come nell’inquadratura della giovane Midori che affacciata sulla grande metropoli riesce a trasmettere il senso di distanza fisica tra un genitore e suo figlio, esaltando la dicotomia vicinanza-distanza che pervade tutta la pellicola: Il processo di conoscenza delle due coppie protagoniste diverse come classe sociale e atteggiamento ma unite dal fatto di aver cresciuto i figli altrui è una strada di amicizia e sofferenza, di condivisioni e divisioni, di percorsi che si trovano nonostante le differenze. Se Koreeda è bravo a maneggiare un soggetto così complicato, un grande aiuto gli arriva dai propri interpreti completamente sconvolti da un dilemma: cosa vuol dire essere un genitore? È sufficiente che vi sia una corrispondenza genetica per reputarsi tali, o sono i ricordi e il tempo speso, la memoria e i gesti d’affetto a creare e avvalorare un legame parentale? Father and Son è una bellissima storia d’amore totalizzante che non indirizza verso una risposta alle domande poste, ma che ritorna nel finale a quel concetto di distanza-vicinanza e di sentieri che convergono con la potenza di un minimalismo cinematografico fuori dal comune.
Riccardo Tanco, da “silenzio-in-sala.com”

Kore-eda riporta sullo schermo una nuova storia familiare, dopo il precedente I wish. Da una storia di due fratelli alla storia di due famiglie. Prevale, non per importanza ma per proiezione autobiografica, il focus sulla famiglia di Ryota, sua moglie Midori e il piccolo Keita di sei anni. Imprenditore di successo, ha una bella casa, una moglie affabile e devota, un figlio impeccabile. Il loro piccolo e ordinato universo familiare viene sconvolto dalla notizia ricevuta dall’ospedale: per anni hanno cresciuto un figlio non loro, non-sangue del loro sangue, un figlio solo del tempo trascorso insieme. La struttura sanitaria propone lo scambio dei bambini, soluzione tradizionale in Giappone: una scelta pressoché immediata, perché i bambini possano adattarsi ai nuovi ambienti prima dell’inizio della scuola. Il figlio naturale di Ryota è cresciuto in una casa modesta, un papà elettricista e una mamma cuoca, un fratellino e una sorellina, tanto affetto e semplicità. La conoscenza reciproca tra i due nuclei familiari sensibilizza i bambini ma non è utile alla decisione finale: il sangue mente, l’educazione no. Il dramma di Ryota è tutto canalizzato nel suo passato, in un rapporto insoluto con il padre che solo ora riesce a capire quanto sia stato influente sulla sua vita coniugale e da padre: tramandato da una generazione all’altra, Ryota fa pace con i suoi fantasmi e riesce a figurarsi padre, decidendo di recuperare il tempo e i modi che gli permetteranno di avvicinarsi al suo bambino senza rimorsi. Midori lo aiuta in questo percorso, conducendolo alla riflessione, al confronto con una famiglia a loro completamente opposta, da cui trarre insegnamento, fino a quando una serie di fotografie scattate dallo stesso Keita gli faranno capire che essere padre non è solo una questione biologica, ma è condivisione e reciprocità affettiva e cronologica. Ed una fotografia durante una gita al fiume riesce a cogliere come Kore-eda sia un maestro nell’imprimere in una inquadratura un intero universo semantico: due famiglie, due specchi della società e della cultura diametralmente opposti ma complementari. In un’immagine riesce a raccontare quello che altri narrerebbero in una sequenza intera. Il montaggio elegante, metodico, scandito da una colonna sonora emozionale, ci narrano il senso di una storia che attraversa lo spettatore come un alito di vento tiepido, leggero ma intenso, segno dell’evolversi delle stagioni. L’immagine viene elevata da Kore-eda alla sua massima potenza, apoteosi di valori più della stessa parola.
Lorena Porcu, da “recencinema.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog