Due giorni, una notte

deuxjoursunenuit

 

Un’idea semplice e a suo modo splendida, quella che sta alla base di Deux Jours, Une Nuit. Con il quale Jean-Pierre e Luc Dardenne dirigono praticamente il loro La Parola ai Giurati, al quale il film si avvicina per “idea” e morale. Qualche ora di tempo, una protagonista che a molti ha ricordato Rosetta, l’approccio stilistico solito dei fratelli e il gioco è fatto: il risultato è un altro film potente che si aggiunge alla loro notevole filmografia.

Sandra ha appena scoperto che i colleghi, attraverso un voto, hanno deciso che dovrà essere licenziata per poter avere un bonus salariale annuale di 1000 euro. Si dice che uno dei suoi capi abbia messo in giro la voce che, se una persona verrà licenziata, si potrà dare questo aumento del salario a tutti quanti, e lei è la persona migliore da mandare a casa visti i postumi della depressione che l’ha colpita di recente.

Sandra decide così con l’aiuto di una collega di indire un nuovo voto segreto per lunedì mattina. Ha quindi un solo weekend di tempo (due giorni e una notte, appunto) per convincere i colleghi dell’azienda a rinunciare ai loro bonus: solo così lei potrà mantenere il proprio posto di lavoro. Al suo fianco troverà ovviamente l’aiuto del marito, ma è lei da sola che dovrà confrontarsi coi suoi 16 colleghi…

“Non può cominciare di nuovo”, dice Sandra mentre piange al marito, interpretato da Fabrizio Rongione (al quarto film coi Dardenne). Una frase del genere e le pillole che prende per calmarsi dicono già molto della condizione in cui vive la donna, esplicitata qualche momento più tardi. La donna è appena uscita da una depressione, e la notizia che quasi sicuramente verrà licenziata la fa risprofondare in un incubo.

Marion Cotillard regala una prova superba, immedesimandosi totalmente nel mondo interiore della protagonista. La sua è una recitazione fisica e sempre in tensione, come richiede la situazione di tale portata che una persona sta vivendo. Non ci crede manco lei quando il marito le consiglia di andare a parlare direttamente a tutti i suoi colleghi “porta a porta”, convinto che l’approccio viso a viso sia fondamentale per confrontarsi e far cambiare loro idea sul voto di lunedì.


Quando Sandra incontra il secondo collega, Timur, costui commosso accetta di votare a suo favore. Quasi un “miracolo” che le ridona speranza. Appena finito di parlare con l’uomo, la donna si allontana e la vediamo per la prima volta finalmente sciolta. Le ritorna il sorriso e le si illuminano gli occhi. Cambia anche il suo modo di camminare: è il tipico momento in cui una persona, dopo ore o giorni di angoscia e tensione, riacquista per la prima volta fiducia in sé stessa e nel destino. Quasi si dicesse da sola che sì, ce la può fare e che tutto potrebbe pure finire bene.

Il percorso tuttavia è tortuoso, ed è una lotta continua e stressante in bilico tra umiliazione e tentativi di non cadere nel patetico. Una situazione umana che coinvolge tutti i colleghi, che chi più chi meno ha motivi a prima vista “validi” per mantenersi stretto il bonus salariale. Praticamente tutti le fanno una prima domanda comune, appena inizia il confronto: “Quanti hanno già accettato?”, domanda che serve innanzitutto per sciogliere l’imbarazzo iniziale e mostrarsi un minimo interessati alla causa, pur se molti una scelta l’hanno ben fatta e non sono pronti a tirarsi indietro.

“Non ho votato contro di te, ho votato per il mio bonus”, le dice un collega. C’è anche chi non vuole manco incontrarla di persona, come Nadine, che Sandra pensava fosse un’amica e invece fa rispondere al citofono il figlioletto facendo finta di non essere a casa. I Dardenne riprendono questa “lotta” di Sandra con i soliti magistrali e invisibili pianisequenza che caratterizzano tutto il loro cinema, secondo la regola del pedinamento del personaggio. Per fortuna, al contrario del commento sacro de Il ragazzo con la biciletta, decidono di ritornare al loro vecchio stile senza alcuna sottolineatura in colonna sonora: l’argomento è già emotivamente pregno di per sé.

Se la questione di base del film è una questione ovviamente morale, lo è per Sandra comunque anche nelle possibili conseguenze. Come potrebbe vivere le giornate assieme ai colleghi se questi alla fine decidessero di rinunciare al bonus e farla restare? In che modo dovrà convivere quotidianamente con queste persone? Domande che nascono naturali in momenti di vita in cui l’ansia e l’angoscia personale chiamano soltanto ulteriore paranoia.

Deux Jours, Une Nuit è davvero un film potente e umanissimo, che ha una tensione interna sottile e sempre presente, e che porta ad una parte finale clamorosa. Qui entra in gioco un insieme di svolte narrative che ci ricordano quanto i Dardenne amino i propri personaggi alla follia e quanto credano ancora nel potere del cinema come mezzo per cambiare il mondo. Poi entrano in gioco altre svolte duramente realistiche, perché l’opera ha ben saldi i piedi per terra. Ma forse, paradossalmente al di là del risultato, quel che conta per Sandra è stato innanzitutto questo “viaggio”: “Ci siamo difesi bene. Sono felice”.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

E’ un problema per te chiederlo?
Tyler Durden

Essenziale, agg: 1) che coglie l’essenza; 2) privo di orpelli, di artifici, di sovrastrutture; 3) necessario, indispensabile. Esempio: i film dei fratelli Dardenne sono essenziali.

Non c’è niente di moralmente proibito nella società contemporanea come fare qualcosa che non assecondi il proprio tornaconto personale.  Sandra ha due giorni e una notte per convincere i propri colleghi di lavoro a rinunciare a un bonus di produzione di 1.000 euro per evitare il suo licenziamento. Non ha niente da offrire loro. Come è possibile che accettino? I fratelli Dardenne impostano la storia su un lento cammino in disperata violazione di questo principio morale, nella stessa direzione del lacerante scarto della protagonista nel capolavoro “Il matrimonio di Lorna”, ma con tempi e modi molto diversi.  Soprattutto, qui abbiamo uno spostamento di fuoco fondamentale. I Dardenne ci dicono che c’è un atto ancora più osceno di dare aiuto, ed è chiedere aiuto.

Dietro uno scudo fatto di frasi semplici imparate a memoria e di antidepressivi, Sandra sa che chiede molto a persone che molto non hanno. La scena si ripete  con piccole variazioni, un certo numero di volte, ed ogni volta è insostenibile. Cosa le dà il diritto di chiedere, ai colleghi, al marito? Sa che non può farcela da sola, che l’alternativa è sprofondare (nuovamente) nel letto sfatto, nella depressione, nelle case popolari. Eppure è così sicura che non le spetti niente che i Dardenne (e la Cotillard) riescono a farci percepire fisicamente la violenza che fa a sé stessa ogni volta che si avvicina per chiedere solidarietà: la tensione nei muscoli, nel respiro, nella gola bloccata, nel battito del cuore. La questione del chiedere aiuto ad altre persone è così pienamente politica da trascendere la politica, da interrogare la nostra stessa esistenza: “Perché a loro dovrebbe importare di me? Io non sono niente”, dice Sandra.

Prima di vedere il film ci si può legittimamente chiedere perché i Dardenne abbiano scelto come protagonista Marion Cotillard. Non è sufficiente che sia brava. E’ immediatamente riconoscibile a quasi ogni spettatore e quindi mette a rischio l’identificazione e la credibilità dello stesso film. Cosa può valere questo rischio? La scelta dell’attrice è in realta profondamente coerente con un percettibile cambiamento stilistico dei registi. Ogni volta che Sandra incontra uno dei colleghi c’è tra loro una barriera piuttosto evidente (una soglia, un campanello, una rete, un angolo di strada, un cambiamento nella struttura del muro sullo sfondo) fino all’ultimo incontro in cui non c’è nessun ostacolo. Per giungere a ogni incontro Sandra chiede e ottiene aiuto da altre persone. E’ forse la prima volta che un simbolismo così chiaro compare in un film dei Dardenne. Due volte, pur intradiegetica, compare una musica volta a creare emozione. Ci sono due svolte narrative (peraltro contemporanee) quasi melodrammatiche e c’è una risoluzione finale della storia (la votazione sul destino di Sandra) a cui si tende in modo lineare.

Si tratta insomma di un film per molti versi narrativamente e cinematograficamente più canonico rispetto ai precedenti. I Dardenne decidono quindi di rendere la propria opera più immediatamente leggibile, ma non più conciliante. Maggiore leggibilità vuol dire anche prendere una posizione politica semplice e netta, e dichiararla quasi brechtianamente tramite la voce dei personaggi. Ci sono domande a cui è difficile rispondere, altre a cui si può rispondere in un solo modo. Ci sono azioni che pesano su di noi, altre che ci liberano.

Perché Marion Cotillard quindi? Perché è brava, bravissima, e perché i Dardenne  hanno deciso di far uscire la propria opera da un certo circuito borghese-intellettuale di intrattenimento d’essai, per farla vivere, per darle più forza. Che a questa ambizione di raggiungere un pubblico più vasto corrisponda il non cedere niente della propria dimensione poetica lo dimostra l’asciutto, esemplare equilibrio del finale. Ritroviamo in questo film tutto quello che ci fa amare i Dardenne: il corpo degli attori, che si esprime attraverso il cibo, il lavoro, il contatto con gli altri, con gli oggetti. La camera a spalla, le strade e le case normali,  né belle nè brutte, i vecchi amici come Fabrizio Rongione e Olivier Gourmet. Ma ritroviamo tutto questo in un contesto nuovo, aperto, trasparente e solido come una costruzione di vetro. Nel migliore dei modi, si porta a compimento un processo che era rimasto un po’ a metà strada nel pur bello “Il ragazzo con la bicicletta”.

Manu, il marito di Sandra, spegne l’autoradio mentre passa una canzone triste, ma lei dice che non vuole essere protetta e che la canzone la vuole ascoltare, riaccende e mette a tutto volume. Perché? Questo succede proprio in un momento del film in cui lo stesso spettatore avverte la tensione sfinita di Sandra e sembra una (inedita) riflessione dei Dardenne sulla propria stessa opera. Perché ascoltiamo canzoni sulla solitudine e andiamo al cinema a vedere una storia dolorosa come “Deux jours, une nuit”? Il volto di Sandra mentre canta la canzone si distende un poco e lei volge lo sguardo di fronte a sé.

Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”

 

 

Sandra ha un marito, Manu, due figli e un lavoro presso una piccolo azienda che realizza pannelli solari. Sandra ‘aveva’ un lavoro perché i colleghi sono stati messi di fronte a una scelta: se votano per il suo licenziamento (è considerata l’anello debole della catena produttiva perché ha sofferto di depressione anche se ora la situazione è migliorata) riceveranno un bonus di 1000 euro. In caso contrario non spetterà loro l’emolumento aggiuntivo. Grazie al sostegno di Manu, Sandra chiede una ripetizione della votazione in cui sia tutelata la segretezza. La ottiene ma ha un tempo limitatissimo per convincere chi le ha votato contro a cambiare parere.
I Dardenne fecero il loro esordio con un lungometraggio di finzione nel panorama cinematografico mondiale nel 1996 con La promesse in cui si trattava il tema del lavoro clandestino. Con il successivo Rosetta tornarono ad affrontare l’argomento occupazione conquistando non solo una Palma d’oro a Cannes ma anche e soprattutto una legge a tutela del lavoro giovanile che prese il nome del film in quanto originata dalle discussioni che in Belgio questo aveva suscitato. Sono solo due esempi dell’attenzione portata all’argomento dai due registi che ora torna al centro del loro cinema. Gli appassionati (cinefili e non) ricorderanno certo lo straordinario esordio di Sidney Lumet dietro la macchina da presa. Si intitolava La parola ai giurati e in esso Henry Fonda doveva convincere una giuria, in gran parte favorevole a una condanna per parricidio, a mutare parere. La condanna che i Dardenne individuano oggi è quella, endemica, della perdita del posto di lavoro. Venute meno le tutele, con l’assenza nelle piccole aziende del nucleo sindacale, le decisioni restano appannaggio dei proprietari. Oppure, come in questo caso, possono essere subdolamente delegate a una guerra tra poveri che spinga ognuno a guardare ai propri bisogni azzerando qualsiasi ideale di solidarietà. Quella solidarietà che i due registi riescono ancora a rinvenire nella famiglia (quella di Sandra con un marito solido al fianco e i bambini che l’aiutano a individuare gli indirizzi dei colleghi da cercare per convincerli a cambiare decisione). Anche se non per tutti è così. Il percorso della protagonista ci pone di fronte alle situazioni più diverse: c’è chi si nega, chi ha paura, chi ricorda un suo gesto di generosità del passato. Le etnie di provenienza sono le più diverse ma il senso di insicurezza profonda accomuna tutti. I Dardenne non hanno mai edulcorato la loro rappresentazione della realtà e non lo fanno neppure in questa occasione. C’è chi cambia idea così come c’è chi si irrigidisce ancora di più. Poi c’è Sandra. Questa giovane madre incline al pianto e alla disistima di se stessa che nella sua ricerca di consensi ritrova progressivamente la forza di reagire senza umiliarsi, di chiedere comprensione per sé conservandola per gli altri. Sono così i personaggi dei Dardenne. Veri perché fragili. Veri perché umani.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Sandra (Marion Cotillard) ha un singolare week end da trascorrere, due giorni e una notte durante i quali a piedi, in autobus, in auto accompagnata dal marito, batterà senza tregua le strade assolate di una periferia svuotata di vita, suonerà campanelli di palazzoni anonimi, raggiungerà bar fumosi da dopolavoro alcolico e campi di calcetto di polisportive domenicali, non mancherà neanche una lavanderia a gettone lungo il suo itinerario, e fino a tarda sera non avrà soste. La mattina della domenica riprenderà la strada in una marcia estenuante, defatigante, sembra non farcela ad ogni passo, ma poi butta giù un sorso d’acqua e un altro Xanax per darsi forza, e via di nuovo. Sandra deve provare a convincere entro due giorni quindici colleghi della fabbrica di pannelli solari in cui lavora a rinunciare ad un bonus di mille euro per permetterle di non perdere l’impiego. Il padrone l’ha promesso in cambio del loro voto a favore del suo licenziamento. Sandra ha ottenuto che il lunedì si ripeta la votazione, la collega sindacalizzata l’ha spinta a farsi avanti e il padrone l’ha concesso, forse per un residuo di umanità o forse perché sicuro del risultato. Sandra sta uscendo da un periodo difficile. Depressione, esaurimento nervoso, disturbi d’ansia, le diagnosi sono presto fatte, ci si può assentare dal lavoro per ragioni varie, e tutte valide, ma il risultato è sempre lo stesso, la perdita del posto. Pare infatti che, lavorando diverse ore in più, i colleghi siano riusciti a coprire il fabbisogno della fabbrica, dunque perché non licenziarla per guadagnare di più loro? Inoltre, reduce da una patologia del genere, che garanzie di efficienza potrebbe fornire sul lavoro? Per non farla troppo sporca il padrone e il suo braccio destro (banale attualizzazione del termine Kapò) hanno fatto democraticamente votare tutto lo staff, previa promessa del bonus. Questo è lo scenario, di crudeltà sconcertante, come solo i Dardenne riescono a confezionare con tratti brevi, sguarniti di ogni retorica e vibrazione polemica, lasciando il registro espressivo rigorosamente all’interno del tono medio. Nulla che non sembri normale amministrazione, vita al passo due, quello della quotidianità atona, cruda, indifferente. Senza soprassalti emotivi espliciti, Cotillard è magistralmente capace di far leggere tutto negli occhi, nel viso esangue, tirato, dove le lacrime sono rigettate indietro e appare a tratti un sorriso debole. Sandra è una donna forte e fiaccata, il suo calvario è fatto di piani sequenza che si susseguono in un ripetitivo andirivieni da un collega all’altro, di risposte a volte dure, a volte ipocrite, poche volte solidali, i mille euro sono una manna, per l’università della figlia, per il terrazzo da costruire sul retro, perché lavora solo uno in casa e i soldi non bastano, perché oggi anche mille euro possono far decidere del destino di una persona. Sandra ripete a tutti la stessa cosa, non vuole perdere il lavoro, ne ha bisogno, ha due figli, ma il suo tono è sommesso, capisce le motivazioni di vario genere del rifiuto e si allontana ogni volta in silenzio, perché la sua lotta per la sopravvivenza non ha bisogno di molte parole. Sandra ci ricorda da vicino la grande Rosetta degli esordi dei Dardenne. Come lei è una perdente indifesa, per entrambe c’è un suicidio mancato e una mano gentile che si tende. Il ragazzo del motorino per Rosetta, il marito per Sandra. Eppure le due donne sono molto diverse e non può che essere così. Rosetta, quindici anni dopo, non è più la ragazzotta un po’ selvatica e aggressiva che vive in roulotte, vuole “un lavoro vero” e lotta con le unghie e con i denti per averlo, che ha l’energia di un torello quando si tratta di trascinare sul letto la madre alcolista strafatta o trasportare la bombola piena di gas per il mancato suicidio. Ora Sandra è una donna estenuata, scarnificata dalla vita, ha una famiglia da cui sembra lontana, chiusa com’è nel bozzolo del male oscuro che l’ha colpita e da cui le circostanze della vita non l’aiutano certo a venir fuori. Sandra è figlia di un tempo diverso da quello di Rosetta, anche se sono passati solo quindici anni. E’ il prodotto di una delusione storica, il suo male trascende la sua storia personale, è il vuoto, il senso di impotenza di un’era che sforna come cloni figure come la sua, svuotate di energia vitale perché deprivate delle più basilari ragioni del vivere associato. Quello che le accade trascina il tempo all’indietro di almeno due secoli, ai prodromi di una rivoluzione industriale segnati da arbitrio, sfruttamento, servilismo e individualismo esasperato. Grande l’abilità dei Dardenne nel rendere l’ésprit du siécle servendosi di un eroe (eroina) diegetico di perfetto impatto empatico. La sofferenza, la determinazione mista a frustrazione, il senso di impotenza e il bisogno di non mollare fanno di Sandra l’amica, la collega, la sorella che vorremmo perché il suo dolore è il nostro, è il tratto più nero di una società che ha smarrito i suoi fondamenti etici. I Dardenne sanno però lasciare aperta l’opera, non è il contentino buonista, è la vita che non ha finali, solo brevi pause per riprender fiato. Deux jours, une nuit è stato selezionato come candidato belga al premio Oscar 2015 per il miglior film straniero.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

 

Sandra ha un solo fine settimana per fare visita ai suoi colleghi e – con l’aiuto del marito – convincerli a sacrificare i loro bonus in modo che possa mantenere il suo posto di lavoro.

In un periodo di crisi economica della quale è affetta tutta Europa, i registi Jean-Pierre e Luc Dardenne non si tirano indietro e realizzano un film vero ed intenso, la storia di una donna, Sandra (Marion Cotillard), che sta per essere licenziata perché ritenuta debole, non in grado di fornire prestazioni elevate. Con l’aiuto del marito Manu (Fabrizio Rongione), deve cercare di convincere i colleghi a votare contro il suo licenziamento, ritrovando quella forza e quel coraggio che non pensava più di avere.

Il film espone la posizione di concorrenza e di rivalità a cui i dipendenti della fabbrica di pannelli solari dove Sandra lavora sono costantemente posti, con un esplicito riferimento da parte dei registi alla cronaca attuale sulle condizioni all’interno del mondo del lavoro. Una realtà sociale che mette a dura prova la protagonista, interpretata da una Marion Cotillard così profonda nella disperazione del suo personaggio da far emergere non solo il suo ruolo di vittima, ma anche di eroina nella vita di tutti i giorni. Una donna ordinaria, che conosce bene il valore del denaro perché non può permettersi grandi lussi, e che soffre di una seria forma di depressione: in lei è radicato un forte senso di inutilità dovuto all’incapacità di reagire davanti alla mancanza di lavoro. È l’amore del marito e dei suoi figli che fanno rinascere in lei la rabbia e la forza di chiedere ad ognuno dei suoi colleghi di rinunciare al bonus promesso in favore del suo licenziamento.

E la forza del film sta proprio nel suo realismo, nel mostrare non solo la situazione di Sandra, ma anche quella dei suoi colleghi, alcuni dei quali non possono fare a meno di quei 1000 euro promessi per pagare bollette o fare fronte ad altre spese incombenti. I Dardenne non giudicano nessuno, nè puntano il dito, piuttosto espongono la realtà dei fatti e le diverse situazioni personali, per cui molti colleghi di Sandra negano il voto in suo favore, per paura di subirne le conseguenze.

L’essenzialità è la caratteristica principale di questa pellicola, priva di fronzoli, ma solida, in cui i numerosi piani sequenza sottolineano ulteriormente l’emotività dei personaggi. Il film, presentato all’ultimo Festival di Cannes, è una storia estrema ma vera, su come il coraggio e l’orgoglio debbano vincere sulla solitudine e l’abbandono quando in gioco c’è la necessità di sopravvivenza.

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

ndra, operaia di una piccola ditta, rischia il posto di lavoro. Anzi, l’ha già perso: la crisi reclama il taglio di una “unità lavorativa” (ma dietro i motivi economici si nasconde la voglia di liberarsi di una persona poco produttiva, a causa di passate crisi depressive). Una decisione avallata perfino dal voto dei colleghi, istigati da un superiore e allettati da un bonus da mille euro. Ma il “capo” offre a Sandra la possibilità di rimettere ai voti la proposta appena approvata: accettare il licenziamento di una di loro in cambio del famoso bonus. Serve una nuova votazione, stavolta segreta e quindi libera. E occorre convincere la maggioranza dei colleghi: nonostante la sua ritrosia a parlar loro apertamente, ma incoraggiata da un’amica e dal marito (e sostenuta dall’amore per i due figli), Sandra inizia una peregrinazione nel breve volgere – ma che per lei è interminabile – di un angoscioso weekend: casa per casa, incontro per incontro, cerca di far breccia nel cuore di chi lavora con lei. Le risposte sono le più diverse: chi accetta di buon grado e anzi la incita ad andare avanti, chi tentenna, chi rifiuta violentemente, chi ha paura della reazione del proprio coniuge… Ce la farà a metterli di fronte alla loro coscienza e a convincerli, ma soprattutto a non crollare sotto il peso della vergogna e della fragilità?
I fratelli belgi Luc e Jean-Pierre Dardenne hanno fatto dell’adesione alla realtà, scomoda e dura, il marchio di fabbrica del loro cinema. Dal primo, piccolo film La promessa a metà anni 90, seguito da Rosetta, Il figlio,L’enfant e Il matrimonio di Lorna, fino al precedente Il ragazzo con la bicicletta (tutti premiati al festival di Cannes, due volte con la Palma d’oro), i Dardenne hanno scelto i più umili come oggetto delle loro storie, spesso incentrate sul lavoro (ma anche sui sentimenti), asciutte fino al rigore – senza alcun orpelli, spesso senza nemmeno commento musicale – ma intrise di pietà. Eredi spirituali del grande maestro francese Robert Bresson, negli ultimi due film hanno mantenuto il rigore temperandolo con un respiro umano maggiore che ne facilità l’apprezzamento da parte di platee più ampie dei cinefili duri e puri (che, non a caso, si sono raffreddati nei loro confronti), anche grazie a interpreti popolari. Se ne Il ragazzo con la bicicletta c’era la connazionale Cecile de France (nota in tutta Europa ma attiva anche negli Usa, come in Hereafter di Clint Eastwood), stavolta troviamo Marion Cotillard, star francese spesso impegnata a Hollywood (ha lavorato due volte con Christopher Nolan, in Inception ed era nell’ultimo film di Batman, Il cavaliere oscuro – Il ritorno). In questo film, che mostra la grandezza e la meschinità dell’animo umano – la crisi tira fuori il meglio e il peggio dalle persone – la Cotillard accetta un aspetto quanto mai dimesso, per interpretare un personaggio toccante e che non si dimentica, in una storia che tiene con il fiato sospeso fino all’ultimo (e chi prima di aver visto il film teme di capire troppo, anche se non sveleremo certo come va a finire la sua impresa, si fermi pure qui nella lettura). Come non si dimentica quel marito (l’attore belga di origine italiana Fabrizio Rongione, spesso utilizzato dai Dardenne) che non molla mai una moglie sempre sul punto di crollare, le sta vicino, la sprona a riconoscere quel che lei ha (la loro unione: che bella la scena in cui la fa sorridere e cantare in auto) e la spinge a non desistere in una lotta in cui in palio non c’è solo un posto di lavoro, ma soprattutto il rispetto di se stessa. Quando starà per venir meno, sarà la sua voce a impedirle di arrendersi. Un film potente (e con un finale bellissimo), tra i migliori dei Dardenne, che conferma la loro sensibilità e passione per un’umanità fragile ma orgogliosa, indifesa e vera.

Antonio Autieri, da “sentieridelcinema.it”

Sandra è una giovane donna, moglie e madre di famiglia che rischia la disoccupazione a causa di una depressione che l’ha costretta a mettersi in malattia per un periodo. La sua sorte è già stata decisa dai compagni di lavoro, chiamati a scegliere tra il suo licenziamento e un bonus di 1000 euro a testa. Ma a Sandra è stata data una seconda opportunità: ha a disposizione un intero fine settimana per convincere i colleghi a cambiare il loro voto e il suo destino. Aiutata dal marito, finirà per cercare di riprendersi un posto nel mondo.

I fratelli Dardenne affondano le mani nella crisi economica e sociale che attraversa l’Europa per scrivere una piccola opera epica e socialista, sincera e umana. Non c’è un vero carnefice da incolpare in Due giorni, una notte, né retorica nella narrazione dei due cineasti belgi. Ci sono la precarietà, la malattia vista come un cancro da eliminare, le instabili condizioni di vita della classe operaia, tutti elementi che finiscono per offrire una riflessione molto più profonda sul significato del lavoro. Si pensi a quello che diceva Maria Montessori: “L’uomo si costruisce lavorando poiché il lavoro è la suprema soddisfazione e la base principale della salute e della rigenerazione”. Attraverso la storia di Sandra si osservano anche quelle dei colleghi che la donna va a cercare porta a porta nel fine settimana che le rimane per salvare il suo impiego. L’obiettivo passa dal dramma personale di Sandra a quello di altri sedici operai che, come lei, vivono in condizioni precarie dove 1000 euro fanno davvero la differenza.

La star di Hollywood Marion Cotillard si spoglia del suo status di diva e trova una nuova postura e un nuovo sguardo per dare un volto reale al dramma. Quella della sua Sandra è una lotta interiore per trovare la forza di rialzarsi e riprendersi ciò che è suo, o dovrebbe essere suo di diritto. La forza dell’attrice francese, invece, sta nell’incarnare con la giusta misura la depressione, la dignità e il coraggio in un film capace di commuovere mettendo in scena uno spaccato di realtà che rimane in sospeso. Suggerendo l’inizio di un nuovo inizio.

Tirza Nonifazi, da “freequency.it”

 

 

Due giorni e una notte è tutto il tempo che Sandra ha per scongiurare il peggio. “Due giorni, una notte” è una corsa contro il tempo, l’inevitabile, lo sconforto. È l’aggrapparsi sino alla fine alla speranza che la sfortuna non si accanirà. È un’iniezione di fiducia in sé stessi. “Due giorni, una notte” è il film, diretto dai fratelli Dardenne, con cui il Belgio concorre agli Oscar® 2015,  fotografia  gentile e durissima dei tempi moderni.

Sandra, la protagonista, non sta bene, vuole chiudere gli occhi, lasciarsi andare e non pensare. Ha avuto un periodo di malattia, la depressione le ha tolto il sorriso e sino all’ultimo venerdì credeva di non avere più energia, si sentiva allo stremo, anche noi ce ne siamo accorti. Ma la prova più dura doveva ancora arrivare e scoprirà di non voler essere un agnello sacrificale, di avere una forza innata che la porterà a lottare sino allo stremo.

Photo: courtesy of BIM Distribuzione

Questo fine settimana Sandra non avrà, infatti, tempo per dormire, mangiare o divertirsi, dovrà correre, bussare alle porte, far ragionare persone che faticano a vivere quanto (e più) di lei. Sandra ha solo il sabato e domenica per convincere i colleghi a preferirla a un bonus. Ma i soldi, con gli stipendi di oggi, servono. Anche poche centinaia di euro fanno la differenza, ecco la triste realtà. Siamo ridotti talmente alla disperazione che pur di mangiare dobbiamo essere pronti alla legge della giungla, in cui non c’è spazio per i deboli.

La magnifica Marion Cotillard è Sandra.
L’attrice dimentica a casa il trucco, i vestiti glam e i tacchi alti. Si presenta sul set scialba, stanca e con occhiaie che paiono naturali quanto le nostre. Con indosso solo un paio di jeans, lontani dall’avere un taglio moda, e con una canottierina per nulla fashion (con tanto di spallina del reggiseno color carne in bella vista), la Cotillard si getta in un vero tour de force fisico e psicologico che travolge tutti: lei, la sua Sandra e noi in platea.

Photo: courtesy of BIM Distribuzione

Non è facile parlare della crisi economica e dei suoi risvolti emotivi, di quello scudo dietro cui molti si trincerano per (non) fare, senza scivolare nei luoghi comuni e narrare un drammone talmente tragico da risultare comico-grottesco. I due registi dimostrano una lucidità fuori dal comune, sono attenti e hanno le idee chiare. Sanno comunicare col pubblico di ogni età, con delicatezza ma senza fare sconti.

I fratelli Dardenne, non ci fanno inveire contro qualcuno in particolare, che sia “il sistema”, “lo Stato” o “l’azienda”, né ci fanno piagnucolare pensando alla sventura di Sandra, ci mostrano un amaro scorcio di vita quotidiana. Lo fanno con semplicità, senza schiamazzi e lasciano a noi la scelta di come reagire. La gente è spietata, inacidita e crudele. Ha un’anima ma preferisce dimenticarla. Non c’è più spazio per principi e codici morali, lo sciacallaggio in tutte le sue forme domina. Ma questa è la mia opinione dopo aver visto un film intenso, disarmante, con una gran prima attrice, Marion Cotillard.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

C’è un cinema che non fa sconti, che non si limita a raccontare la realtà ma la cattura e poi ci sbatte dentro, come se non bastasse il quotidiano che già viviamo, il reale nel quale abitiamo. A questo cinema appartengono i fratelli Dardenne che, negli anni, non sono mai venuti meno alla loro poetica del rigore. Film dopo film, hanno affinato l’arte dell’asprezza restituendoci l’immagine del vero, tanto straordinario quanto familiare nel suo essere, con dolore ma non solo, alla portata di tutti.

La violazione dei diritti, la libertà, la giustizia sociale sono temi che hanno toccato, esplorato, sviscerato scolpendoli nelle immagini e nei volti, raccontandoli nel giornaliero dispiegarsi delle esistenze dei protagonisti. Questo film è un’altra avventura umana che, muovendo dalla globale crisi economica, tocca il nervo scoperto della perdita del lavoro. Tuttavia non si tratta di un “semplice” licenziamento ma di un’odiosa scelta tra un bonus in denaro e il posto di una collega. Ricatti infimi molto più frequenti di quanto si creda, striscianti violenze alle quali si è, ovunque in questo mondo, sottoposti e alle quali, sovente, difficilmente ci si può sottrarre. Nell’universo dei padroni il sistema è ancora quello di un apparato feudale coercitivo e ingiusto, in cui nel “divide et impera” si crede di trovare il “segreto” del potere.

Si può valutare la dignità di un individuo in (mille) euro? Per coloro che decidono una cifra vale un’altra ma, soprattutto, una persona vale un’altra e ciò, molto spesso, corrisponde a zero. L’operaia Sandra, madre e moglie, reduce da una depressione e motivata a conservare il proprio lavoro, non si rassegna ad essere un nome cancellato da una lista e, nel fine settimana che precede la votazione nella quale sarà deciso il suo futuro nell’azienda, percorrerà un suo personale calvario per salvare il suo impiego ma, prima ancora, se stessa. Di porta in porta, di famiglia in famiglia, la donna chiede che la si salvi, letteralmente, dalla disoccupazione. Sa che il suo antagonista in denaro potrebbe essere più “forte” di lei ma decide di guardare in faccia, uno ad uno, i suoi colleghi perché quel voto, il lunedì successivo, non sia l’espressione di una mera preferenza come in una sfida alla pari.

I Dardenne, fedeli al loro stile, seguono la protagonista e, nel suo percorrere in lungo e in largo la città, ci portano, insieme a lei, sulla soglia di altre difficoltà, ristrettezze, afflizioni. Nessuno è “contro” di lei ma in molti non riescono ad essere “con” lei perché quel premio è, come un miracolo laico, un modo per tirare il fiato, estinguere un debito, pagare gli studi di un figlio… Marion Cotillard fa di Sandra una combattente autentica, non certo un’eroina drammatica da feuilletton di posticcio realismo, ma una donna che non nasconde la propria fragilità, costantemente in bilico sulla propria, intima, disperazione ma, nel contempo, determinata in una lotta fiera in cui rifugge la pietà ma difende, con orgoglio, il suo diritto di essere, di esserci. Porte aperte e sbattute, insulti, lacrime o silenzi vili. Tutto il campionario umano  è esposto ai suoi (e ai nostri) occhi ma tra il disagio e il livore i Dardenne non negano spazio alla solidarietà e all’amore intesi come elementi con i quali si amalgamano tutti i toni, foschi e brillanti, dell’esistenza.

Sandra non è una rassegnata questuante ma una lottatrice e i Dardenne, ancora una volta, dimostrano di saper raccontare la realtà senza inutili giri di parole, rifuggendo ogni intento ricattatorio per attingere il pathos dall’autentico fino ad un finale che, aprendo ad un fiero ottimismo, non sa né di retorica, né di consolazione perché in fondo, per dirla con  Bukowski, “stiamo tutti tentando di farcela, in una maniera o nell’altra… tentando di trovare un po’ di pace e un po’ di senso prima di gettare la spugna”.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

Presentato in occasione della prima edizione di “Cannes a Firenze”, Due giorni, una notte riporta i fratelli Dardenne ad un tema caro al loro cinema sociale sin dagli esordi (La promesse): il dramma del lavoro. Questa volta si parla di licenziamenti e bonus in busta paga tra desiderio, necessità e diritto al lavoro. A differenza di altri precedenti, nonostante tutto questo è un film di speranza e di coraggio, pur anticipato da una lunga disperazione e messa in discussione di ogni risoluzione ragionevole. Ancora una volta i Dardenne scelgono un tema attuale, attualissimo, per un film che oggi, alla luce della crisi economica mai passata, inonda come uno tsunami. I loro film hanno sempre fatto un po’ male allo spettatore, ma questa volta il colpo arriva ancora più sordo.

Sandra (Marion Cotillard) è appena uscita da una depressione che l’ha tenuta lontana dal suo posto di lavoro in una piccola azienda che produce pannelli solari. Ma i suoi colleghi sono stati posti di fronte ad un bivio: accettare un bonus economico di mille euro o mantenere in squadra Sandra. Lo spettro del licenziamento la spaventa a morte, però suo marito Manu (Fabrizio Rongione) la convince a contattare e far visita ai suoi colleghi per convincerli a rinunciare al bonus promesso. Ma il tempo è tiranno: ha solo due giorni e una notte per riuscirci…

Due giorni, una notte scava nella psicologia del lavoro e dei lavoratori, di chi gestisce un’azienda, di chi il posto ce l’ha a tempo (in)determinato, di chi il posto praticamente non ce l’ha più. Emerge un quadro fitto di coscienze tormentate e contrastanti, di un’umanità variegata dominata dai più sfaccettati sentimenti. La macchina da presa (in)segue Sandra nella sua via crucis, la pedina, ma con fare empatico, scarno e affettuoso, di chi non giudica ma osserva, e spera che, come afferma più volte il fiducioso a oltranza Manu, “andrà tutto bene”. Il lavoro diventa così una sorta di guerra-tutti-contro-tutti, dove la scelta è se guardare il proprio ombelico o il futuro altrui. Ogni incontro è uno scontro di uomini e donne, di dignità e di vite accomunate dal lavoro. Ogni incontro è un piano-sequenza da cui fuoriesce la complessità dell’animo umano di fronte ad una scelta dove mors tua vita mea.

Dopo la forte performance in Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard, Marion Cotillard conferma la sua smisurata bravura con quella che probabilmente è la migliore prova della sua carriera fino ad oggi. Dà gambe, fiato, lacrime e sfuggenti sorrisi ad un personaggio difficile, che solo un film dei Dardenne poteva forgiare. Senza trucco e senza risparmio è la Ingrid Bergman francese, che piange, si strugge, praticamente muore di fronte alla macchina da presa. Bravissimo al suo fianco Fabrizio Rongione, attore italo-belga pupillo dei Dardenne, che si conquista stavolta un posto di primo piano. Ottima spalla di un personaggio protagonista maestoso e fragile, è un marito paziente, fiducioso, amorevole e innamorato.

Due giorni, una notte, tra dignità e minaccia, convincimento forzato e pura solidarietà umana, è un grande film sulla condizione del lavoro oggi, dove il confine tra il diritto e l’elemosina è ormai assai labile. Un film intenso, che coinvolge e provoca magone, perché ci colpisce sul nervo più scoperto che abbiamo, quel nervo che spesso coincide con la vita: il lavoro. E lo fa per due giorni e una notte. Forse anche d’amore. Ritrovato.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

 

 

Sandra (Marion Cotillard) è caduta in depressione, e s’è dovuta assentare dal lavoro. Durante la sua malattia, i capi, Mr. Dumont (Baptiste Sornin) e Jean-Marc (Olivier Gourmet), capiscono che il lavoro può essere fatto da 16 persone, anziché 17, e servono la bella trovata: i colleghi di Sandra devono scegliere tra la riduzione dell’organico, ai danni proprio della donna, o l’ottenimento di un bonus. La prima votazione non ha storia: Sandra è fuori. Ma non è detta l’ultima parola: il voto palese è stato influenzato da Jean-Marc, e Mr. Dumont acconsente alla ripetizione, a scrutinio segreto. Spinta dal marito Manu (Fabrizio Rongione), Sandra sfrutta il weekend (due giorni, una notte del titolo) per andare a trovare i colleghi, e convincerli a votare per lei: le servono 8 voti più 1 per non perdere il posto.
Già in Concorso a Cannes 2014, tornano i fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne con Two Days, One Night: sceneggiatura e regia a quattro mani, Marion Cotillard scelta per protagonista dopo averla conosciuta sul set di Ruggine e ossa di Jacques Audiard, di cui erano coproduttori.
E’ lei a condurci, prendendoci delicatamente, empaticamente per mano, in un territorio di esclusione coatta e colpevole, perché la sua Sandra viene estromessa in virtù della malattia, della depressione che ne fa una debole – dicunt – inadatta al lavoro: contro questa “decisione del padrone”, i Dardenne oppongono la famiglia, lei e Manu (e i due figli), la solidarietà, la lotta dal basso, senza clamori ma convinta. Ma i colleghi della donna non sono additati come degli insensibili, avidi, che se ne fregano di lei, bensì come dei lavoratori che quel bonus lo vogliono per necessità, per reale bisogno: almeno, in quasi tutti i casi. Sandra passa di casa in casa, accompagnata dal marito o da sola in autobus, cerca non pietà, ma dialogo:  i Dardenne l’assecondano, senza farla passare per una vittima. Sandra è fragile, gli psicofarmaci non ha smesso di prenderli, la depressione non è lontana anni luce, ma si dà da fare, combatte, in primis la propria ritrosia, la propria stanchezza e rassegnazione: per il lavoro, per la dignità, per la famiglia, contro uno scambio capestro, stile Gesù e Barabba.
I fratelli Dardenne continuano a girare come hanno sempre fatto, ma con meno radicalità stilistica nel tallonamento, ovvero proseguendo la strada de Il ragazzo con la bicicletta nella distensione – si fa per dire – della poetica: qua, il tema impone, il clima è peggiore, ma l’ironia affiora di tanto in tanto nella Via Crucis laica e sindacale di Sandra. Forse, proprio per l’iterazione delle sue visite, Two Days, One Night pecca di monotonia, sicuramente di monotematicità, e di qualche scelta enfatica (leggi colpo di scena), ma i Dardenne sanno dove mettere la camera senza schematismi né paraocchi ideologici nel nostro tempo, nella nostra crisi, nella nostra volontà di non arrenderci, nonostante tutto.
Un film che, crediamo, piacerà molto a Ken Loach, un film che, crediamo, possa piacere a tutti: non i migliori, ma comunque i Dardenne, e non pare poco.
Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog