Dallas Buyers Club

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Il primo film in concorso a questa edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è di quelli che ti strazia il cuore e l’anima, con una costruzione attenta, mai sdolcinata ed estremamente funzionale. Dallas Buyers Club è essenziale, nonostante si tratti di una storia ricca di sfumature e fronzoli emotivi, contrasti che si compenetrano a costruire qualcosa che ti si infiltra nell’anima, senza chiedere il permesso. Perfetta è la descrizione che ne dà Matthew McConaughey, protagonista del film: “È incredibilmente umana, ma senza sentimentalismi” e noi non potremmo che essere d’accordo.
Ci sono voluti tantissimi anni, quasi venti, per portare sullo schermo la storia di Ron Woodroof, un malato di AIDS morto nel 1992 che, nel pieno degli anni Ottanta, ha creato una vera e propria rivoluzione in Texas sulla malattia. Ma, dopotutto, la storia di Ron ha da sempre avuto i tempi sballati: quando nel 1985 gli è stato diagnosticato il virus, i medici gli avevano detto anche che avrebbe vissuto al massimo per altri 30 giorni. E invece il tenace (e dal carattere incredibilmente difficile) texano è rimasto in giro “a far danni” per altri sette anni. Una evoluzione lenta e corposa, come quella che ha vissuto lo stesso Dallas Buyers Club che, dopo il successo riscosso al Festival di Toronto, arriva anche a Roma, intenzionato anche lui a far danni tra gli spettatori.
Ron Woodrood (Matthew McConaughey) è il prototipo dell’uomo texano degli anni Ottanta: maschile e maschilista, dipendente da alcool, droga e donne, non accetterebbe mai di fare qualcosa che lo porti troppo lontano da dove i suoi stivali sono inchiodati. È un elettricista e un cowboy e tutto questo gli calza a pennello, almeno fino al giorno in cui scopre di essere sieropositivo e che la sua vita si riduce a soli 30 giorni. Ron non accetta questa sua condizione e comincia a fare qualsiasi ricerca che riesca a farlo vivere. Dopo i primi rifiuti ufficiali per entrare a far parte delle sperimentazioni per un nuovo farmaco, gli eventi lo portano in Messico, dove esistono medicinali che sembrano avere un qualche effetto sui pazienti. In essi Ron non vede solo la propria salvezza, ma anche un’ottima possibilità di guadagni. Completamente al di fuori della cerchia omosessuale, quella più fortemente colpita dalla malattia, trova un improbabile alleato in Rayon (Jared Leto): per evitare sanzioni e impedimenti governativi, i due fondano il Dallas Buyers Club, un’associazione nella quale i membri, a seguito di una quota d’iscrizione mensile, ricevono gratuitamente tutti i medicinali necessari alla loro condizione. E di qui, inizia la rivoluzione…
Nessuna parola può definire davvero quello che ti lascia dentro Dallas Buyers Club: il film di Jean-Marc Vallèe gioca con il lato emozionale dello spettatore, lo rivolta, lo ricostruisce a suo piacimento, senza che lo stesso riesca a rendertene conto. Perché, al contrario di quello che si possa pensare, soprattutto visto l’argomento trattato, non ci si sofferma mai sui facili sentimentalismi di cui tutti abusano. La sceneggiatura è concreta, materiale, si potrebbe definire tangibile. Merito anche dello sguardo di Ron che, nonostante tutte le difficoltà, non smette mai di essere se stesso: “è un bastardo irascibile con un senso dell’umorismo perfido. È un tipo che si odia facilmente, ma che non puoi evitare di amare. Quando una persona resta fedele ai propri principi, ti rendi conto che è proprio così e finisci per amarlo”, racconta Matthew McConaughey che regala una performance impeccabile, appassionata, profonda e commovente. In Dallas Buyers Club l’AIDS è il motivo scatenante che offre la possibilità di parlare di un uomo, non il soggetto stesso della narrazione. Ed è in questo uomo e nel suo scontro con Rayon che si costruisce la bellissima e complessa struttura del film. “Rayon e Ron sono agli antipodi”, commenta Jared Leto a proposito delle dinamiche tra i personaggi, “È questo che rende il tutto interessante: un cowboy e una queen. Coppia sensazionale, in termini di costruzione della storia”. Con il ruolo di Rayon, Jared torna al cinema dopo una pausa di anni e dimostra di essere un artista completo, capace di dedicarsi, ottenendo ottimi risultati, in tutti i campi artistici.
Tutto il cast e la crew si sono immersi completamente nella realizzazione di questo film, studiando a fondo i diari di Ron e sperimentando su loro stessi le conseguenze, per quanto possibili, della malattia. Gli stessi due attori protagonisti hanno dovuto sottoporsi a una notevole perdita di peso che li ha aiutati a esprimere maggiormente la sofferenza fisica ed emotiva dei loro personaggi. Vallèe, per esempio, afferma di non aver “mai conosciuto Jared Leto. Ho incontrato Rayon, ma non conosco Leto. Jared non mi ha mai mostrato il vero se stesso. Durante il nostro primo incontro era Rayon e ha tentato di sedurmi. Era completamente dentro il personaggio ed era anche vestito come lui”.
L’unico modo per raccontare Dallas Buyers Club è facendo presa sull’impatto emotivo che il film ha sullo spettatore, che abbandona la sala sotto vuoto, compresso in se stesso, emozionato e scosso. Una miscela di emozioni ottenuta con la sola forza delle immagini, estremamente reali nonostante il film si discosti completamente dall’idea di documentario o biografia, e delle interpretazioni, ottime sotto tutti i punti di vista. Un inizio con il botto… che giustifica il successo, del tutto meritato, che il film ha già riscosso alle sue prime presentazioni.
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Antonella Murolo, da “everyeye.it”

Dallas Buyers Club toglie ogni dubbio: Matthew McConaughey è uno degli attori più bravi attualmente in circolazione, e uno dei pochi antieroi credibili della Hollywood di oggi. Per chi ne conosce gli esordi (Il momento di uccidere, Dazed and Confused) non deve sembrare una novità, eppure solo qualche anno fa la sua carriera aveva preso una piega pericolosa, tra commedie rosa (La rivolta delle ex) e ruoli macho. Una rotta felicemente invertita da Killer Joe in poi, con McConaughey che ha inanellato una serie di personaggi spiazzanti (Magic Mike, The Paperboy). Scelte che, se non servivano a testarne l’abilità tecnica (si conosceva già), ne hanno chiarito la vocazione a “vivere” il cinema come rischio e opzione totalizzante.
In Dallas Buyers Club – a Roma, in concorso – questa voglia di “immolarsi” e di sacrificare il proprio status symbol sull’altare della recitazione tocca probabilmente il suo punto più alto. Per far rivivere Ron Woodroof in scena, McConaughey non si è limitato a perdere una trentina di chili – la trasformazione fisica è quella che impressiona immediatamente, non maggiormente – ma ha tirato fuori ogni sfumatura possibile dalla sua ricchissima gamma espressiva, realizzando una osmosi quasi totale con un uomo mai banale, un uomo ricco di contraddizioni. Il bel film di Jean Marc Vallee (C.R.A.Z.Y.) ha ovviamente altri meriti, ma ci viene impossibile immaginarlo senza McConaughey.
Tratto da una storia vera e dolorosa, però scritto con brio da Craig Borten e Melisa Wallack, Dallas Buyers Club ripercorre il calvario di Ron Woodroof, un elettricista texano che contrasse il virus dell’HIV nel 1985 (quando ancora si sapeva poco dell’AIDS), trasformandolo in cammino di speranza e redenzione. Eloquente la mutazione di Woodroof: da omofobo e bifolco, con la passione per le donne, le scommesse e i rodei, a coraggioso e solidale Erin Brockovich del virus, in lotta contro Big Pharma ed FDA (Food and Drughs Administration), per permettere a malati come lui – guardacaso i transessuali e gli omosessuali prima disprezzati – di potersi curare con farmaci “non approvati” ma cento volte più efficaci di quelli autorizzati da un governo troppo compiacente con gli interessi delle case farmaceutiche.
Fortunatamente, il film di Vallee non si limita a gridare solo la propria indignazione e a regalarci un altro santino da appendere al muro: McConaughey non fa nulla per rendere il suo personaggio migliore di quello che è, nessuna strizzatina d’occhio o inutile mossetta; né il regista salda retorica e commozione, propinandoci un altro film da aule giudiziarie o, peggio, da reparto ospedaliero. La forza di Dallas Buyers Club sta invece nel saper combinare in modo avvincente cronaca e partecipazione, verismo e artificio, maneggiando più registri emotivi e stilistici.
Siamo di fronte al Cinema Americano con la maiuscola, per l’eccellenza della scrittura, della recitazione (notevoli anche gli apporti di Jared Leto in versione transgender e di Jennifer Garner nel ruolo di una dottoressa combattuta), per la vivida adesione a un’epoca e a un ambiente (diverse le sottoculture interessate, da quella cowboy a quella omo, passando per quella medica e affaristica), per l’energia che sprigiona, gli umori che sollettica e per come ci lascia: vicini non al Woodrof che muore, ma all’uomo che ha veramente vissuto solo dopo essersi ammalato. Applausi.
Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Ron Woodroof è un elettricista e cowboy da rodeo amante dei vizi e delle belle donne. Quando in seguito a un incidente sul lavoro scopre di aver contratto l’HIV, la sua vita si trasforma in una battaglia per la sopravvivenza. Dopo essersi sottoposto efficacemente a una terapia sperimentale e non approvata, decide di iniziare a smerciare farmaci illegalmente ed entra in affari con Rayon, un transessuale malato di AIDS. Insieme fondano il Dallas Buyers Club e, tra rendite del mercato nero e lotta serrata alle restrizioni federali, stringono una forte amicizia.
Sopravvivenza e business. Due condizioni che non prevedono cedimenti di sguardo, remore, ripensamenti e, soprattutto, pregiudizi da spacconi. Quando nei primi anni Ottanta l’HIV inizia a seminare vittime, marcando per sempre il sangue dei più fortunati che rispondono a una terapia come dei condannati ad AIDS conclamato, la presunzione eterosessuale diffonde la notizia che si possa contrarre il virus solo da rapporti gay. Più che notizia, si tratta della solita diceria machista, preludio a una lenta prostrazione psico-fisica.
La storia vera di Ron Woodroof e del suo calvario per combattere un morbo feroce, guadagnando ricchezza per il godimento dell’unica vita, non si esaurisce nella smania da purosangue texano e omofobo, ma ne corrompe il sessismo votato al denaro scommesso o estorto. Ci sono voluti non a caso vent’anni prima che gli sceneggiatori di Dallas Buyers Club – Craig Borten e Melisa Wallack – riuscissero a rilanciare la produzione cinematografica di un soggetto scivoloso, da maneggiare con cura per non scadere nel sentimentalismo e, allo stesso tempo, legarlo a doppio filo alla crudezza di un uomo sventato e coraggioso, combattivo e fuorilegge, tenace ed esasperato.
La cronaca di una malattia terminale e distruttiva come l’AIDS ha fatto i conti più volte con smerci clandestini di composti proteici e antiretrovirali che la federazione americana, con le commissioni sottobanco dalle case farmaceutiche, vietava fino a inasprire la legislazione e a offuscare i diritti dei malati. Su questo terreno, la qualità pressoché insospettabile dell’interpretazione di Matthew McConaughey e il rispetto, la misura tra coinvolgimento e racconto della regia di Jean-Marc Vallée fanno di Dallas Buyers Club non tanto una manomissione della verità per la moralità dell’uno contro tutti, ma la lotta deliberata di chi non ha altra scelta che dimostrare a se stesso di avere più di trenta giorni di vita davanti.
E non si scade nel documentarismo, né nella caricatura dello scapolo sconfitto dal peccato: Ron Woodroof è una maschera ossuta nella bolla di un’epidemia curata con terapie concesse a pochi dall’estrazione clinica tra placebo e pillole di AZT più volte dannose. È una condanna senza distinzioni di genere e con il provato ribaltamento delle priorità. La conoscenza in ospedale del transessuale e tossicodipendente Rayon (Jared Leto) e di Eve (Jennifer Garner), una giovane dottoressa, serve la sfaccettatura di una resistenza cinica, di una virilità brutale che minaccia e finisce alle mani in fretta, soprattutto quando il rispetto dei presunti amici da birreria viene meno per chi ha modi effeminati, indossa parrucche e scollature vistose e potrebbe infettare anche solo con lo sguardo.
Il crimine del pregiudizio scorre dall’inizio alla fine del film con l’esilio indotto da una pestilenza che vede sostare fuori dalla porta di Ron Woodroof decine di malati di HIV e AIDS pronti a giocarsi l’ultima carta, la migliore. Il ritiro dei farmaci e la battaglia processuale che riconosce la corruzione ideologica dei veti, ma nulla può fare per salvare la vita a migliaia di pazienti, scontano la pena peggiore dell’indifferenza federale. Così quella prima sequenza del cowboy in un amplesso violento a tre in un recinto da rodeo o in una baracca misera, apre e chiude i desideri di Ron di non disperdere almeno gli ultimi otto secondi di una vita a cavallo di un toro imbizzarrito quanto la conta dei globuli bianchi.
Mai come in questa pellicola la fine è un inizio, gli occhi lustri di McConaughey fissano un calendario che dà la scansione all’intera sceneggiatura e il conteggio alla rovescia è di fatto un balzo in avanti da gladiatore per i sette anni a venire. Le macchie sul volto, i nervi visibili e tesi, il fisico prosciugato – che ha esposto l’attore a un dimagrimento di ventidue chili – concorrono a tracciare il viaggio temporaneo di qualcuno che ha scoperto un varco oltre l’individualismo, e si è lasciato contagiare scambiando protezione con chi mai avrebbe sospettato di accogliere. L’abbraccio tra Ron e Rayon sancisce il confine e la svolta di entrambi i personaggi, il sorriso di Eve il convincimento della validità di salite alternative, e il quadro dipinto dalla madre di Ron un legame essenziale a non dire oltre quel che lo stesso protagonista snocciola in una serata senza camuffamenti e rancori di una vita in debito
Gli scambi illeciti, la quota di adesione richiesta dalla premiata ditta Ron e Rayon a chi voglia curarsi senza farsi uccidere dagli effetti collaterali dell’ufficiale AZT, hanno mosso a una combinazione terapeutica di maggior successo a metà degli anni Novanta. Questo è quanto, ancora una volta, viene dalla cronaca, ma l’immagine del cowboy a braccia aperte e occhi chiusi nella stanza delle farfalle, i fischi riprodotti dalla sua testa allo spettatore, il pianto solitario attaccato a una flebo e l’ultimo rientro dai processi, con l’applauso dei pochi o tanti fedeli alla stessa battaglia, attraversano un confine preciso. Il condannato è solo contro tutti, ma ha il diritto e il dovere di rovesciare la propria sentenza.
Giulia Valsecchi, da “doppioschermo.it”

Ci sono film che sembrano sulla carta fatti con in mano uno schema statistico dei vincitori degli Oscar. Prendiamo Dallas Buyers Club e diamo uno sguardo alla sinossi: storia vera, un protagonista pieno di difetti, a dirla tutta una personaccia, che durante il suo cammino si trova di fronte una malattia implacabile che lo pone di fronte alla morte, che lo cambierà nel profondo, canalizzando la sua rabbia in una lotta per se stesso, ma anche per i malati di AIDS come lui. Aggiungiamo che si troverà in lotta contro un gruppo di persone ben più potenti di lui, in questo caso addirittura un’agenzia del governo, per lottare una battaglia giusta contro un cattivo subdolo che non può che farci stare dalla sua parte. Ah, quasi dimenticavamo che per fare tutto ciò l’attore protagonista perde molto peso e regala una di quelle prestazioni fisiche che tutti gli attori sognano.
Insomma, tutto al punto giusto.
La cosa strana, però, è che funziona. La macchina emotiva di Dallas Buyers Club riesce a smentire il cinico, a emozionare l’arido e a intrattenere l’apatico. Allora ci viene in mente che in fondo quegli schemi sono stati il segreto del successo di Hollywood, se abilmente usati. Allora la figura dell’omofobico bifolco texano Ron Woodroof ci colpisce al cuore; senza farne un santino, ma riuscendo a mantenerlo dannatamente pieno di difetti pian piano diventa impossibile non affezionarsi. Jean-Marc Vallée riesce a divertire, indignare, emozionare, commuoverci, non forzando all’estremo nessuno di questi aspetti. Impossibile, poi, non parlare degli attori: naturalmente della grande performance di Matthew McConaughey (che così scheletrico sembra il fratello coi baffi del Christian Bale di L’uomo senza sonno), ma anche del travestito Jared Leto, che evita la maniera e rende umano il suo personaggio.
Intrappola nella sua ragnatela, Dallas Buyers Club, ci riporta indietro agli anni ’80, all’arrivo di una malattia così mal affrontata e ammantata di pregiudizi per anni. Identifica poi un nemico classico come chi cerca il profitto mentre promette la guarigione, che diventa l’ostacolo che si frappone fra un malato e la possibilità di affrontare la morte con dignità. Più che una lotta per la sopravvivenza, infatti, il film è l’urlo disperato, interiore, di un uomo fragile che si rende conto con sorpresa di aver diritto anche lui a un momento di dignità; a salire in groppa a un toro in un rodeo per un’ultima volta, ad armi pari.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Preparatevi a sentirne di ogni: da «è il nuovo Philadelphia» a «è facile vincere un Oscar quando tutto quello che fai è perdere cinquanta chili». In realtà, Dallas Buyers Club – un titolo che per una volta non è stato rovinato con la traduzione forzata e forzosa in italiano – è molto altro. È la storia di un uomo che, ex-omofobo, si redime e che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze; è la storia di un ragazzo, giovane e gay, che nonostante tutto – un Texas d’altri tempi, ortodosso e bigotto – indossa la parrucca e le calze, e va in giro a testa alta, fragile quanto un fuscello al vento. È un film con due attori da – non ci giriamo attorno – Oscar: Matthew McConaughey e Jared Leto.
Ed è la perfetta rappresentazione dell’altra faccia della medaglia: gli Stati Uniti non sono solo la patria della libertà, dell’uguaglianza e delle pari opportunità; ma sono pure la nazione delle lobbies e degli interessi, dei poteri forti e del federalismo viscerale, radicato e profondo – che preferisce chiudere gli occhi e ignorare il problema, anziché ammetterlo e affrontarlo. Ovviamente, come in ogni buon racconto, c’è il momento della riscossa: in un’aula di tribunale, i diritti vengono ritrovati e garantini. Eppure è appena un contentino rispetto all’andazzo generale, ai toni e ai temi – qualcosa che, non fosse per l’escalation emozionale innescata dai due interpreti, rischierebbe di perdersi in qualche scritta in sovrimpressione dopo i titoli di coda.
Matthew McConaughey meriterebbe, per quest’interpretazione, l’Oscar: peso perso a parte (che pure è una cosa importante in un attore, che fa capire quanto ci si impegni nel calarsi nella parte), sono soprattutto le sue espressioni, le sue occhiate e la sua voce – meglio l’originale al doppiato, sicuramente – che rendono l’idea del cambiamento – dello stravolgimento interno di un uomo, che dall’oggi al domani si vede ripagato della stessa moneta con cui era solito trattare gli altri: il disprezzo, il sessismo e la violenza, fisica e verbale, gratuita. Ma ciliegina sulla torta è Leto: Leto cantante che diventa attore, Leto che si traveste e conquista; che intenerisce e ammicca alla camera come una diva – sissignore – d’altri tempi. Le sue calze perennemente smagliate, la sua camminata sicura, con o senza tacchi; e il suo trucco abbondante, escamotage per nascondere le macchie della malattia.
La storia è storia vera, storia vissuta e comprovata: le cure dell’HIV negli Stati Uniti padre-padroni, che insistevano, almeno nei primi anni del boom della malattia, a reprimere le cure più o meno efficaci, e a costringere persone a improvvisarsi contrabbandieri di medicinali, come in questo caso, per sopravvivere – non qualche mese, ma anni interi in più. Dallas Buyers Club è il nome di un gruppo, di un’associazione: in cambio dell’iscrizione, si ricevono medicine. E come a Dallas ce ne erano per tutti gli Stati Uniti: sempre isolati, mal giudicati e messi al bando, in una caccia alle streghe di interessi e di poteri, con la Sanità federale al soldo delle industrie farmaceutiche più ricche.
Dallas Buyers Club è anche il dramma esistenziale di un uomo, la lotta frenetica ed incessante di chi, per anni vissuto tra gli eccessi, si ritrova solo, debole e spezzato, nel fisico come nella mente. I baffi arruffati, la fronte piena di rughe e gli zigomi pronunciati, in un viso incavato e magro, di Matthew McConaughey. La voce acuta e modulata, le dita lunghe, lo smalto, le fotografie dei divi e la voglia di amore di Jared Leto.
Gianmaria Tammaro, da “fanpage.it”

20 anni fa ad Hollywood ne erano sicuri. Matthew McConaughey sarà il nuovo Robert Redford. Poi l’attore, tanto fascinoso quanto talentuoso, si perse. Piegandosi al ‘vile’ denaro Matthew è andato incontro ad un decennio disastroso, dal punto di vista della qualità cinematografica, fino al cambio di rotta improvviso, atteso e fortunato di 12 mesi fa.
Killer Joe, Magic Mike, The Paperboy, Mud, ed ora la parte di una vita con Dallas Buyers Club, e senza dimenticare l’imminente Lupo di Wall Street di Martin Scorsese. Nel giro di un anno McConaughey ha avuto il coraggio e la forza di rimettersi in gioco, tornando a sbandierare e a seminare talento. In attesa del primo Premio Oscar di una carriera tornata a correre.
Perché il suo mastodontico Ron Woodroof, omofobo, volgare, alcolizzato, bigotto ed ignorante texano nel 1985 malato di Aids e riuscito contro ogni pronostico a sopravvivere fino al 1992, vincerà con molte probabilità tutto quel che ci sarà da vincere nella lunga stagione dei premi che a breve prenderà il via. Perché Matthew, qui fisicamente trasformato, è sbalorditivo.
Dallas Buyers Club, in Concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, pulsa grazie alla sua bravura e all’incredibile storia di quest’uomo che dopo aver scoperto di avere più o meno un mese di vita cambiò la propria esistenza. Da drogato, ubriacone, puttaniere, delinquente e razzista repubblicano qual era, Ron si ‘costrinse’ ad evolvere, a mutare, ad aprire gli occhi, perché legato ad un’esistenza che un virus misterioso ed incurabile gli stava portando via dalle mani.
Sono gli anni 80. L’HIV si sta diffondendo a macchia d’olio. La comunità scientifica brancola nel buio. La maggior parte della popolazione americana crede, sbagliando, che sia la ‘malattia dei gay’. Che non possa colpire nessun altro se non gli omosessuali. Ma così non è e Ron ne è la dimostrazione. Proprio lui, eterosessuale al 101% che emarginava guardando con orrore i ‘finocchi’, viene ora visto come se fosse un appestato, un omosessuale. Solo perché malato.
I medici non hanno una cura. Si sta testando un farmaco ma Ron non rientra nei ‘fortunati’ estratti a sorte per provare ad allungare un’esistenza segnata. Per questo inizia a studiare. Ad informarsi. E a fare di tutto per trovare una cura. Le ricerche lo conducono a un farmaco alternativo, non sperimentato e quindi illegale negli Stati Uniti d’America. A questo punto Woodroof non ha altra scelta che mettere in piedi un traffico illegale dal Messico per fornire il medicinale a chiunque ne abbia bisogno. Vola in Giappone. In Israele. Gira il mondo a caccia di medicine. Inizia a frequentare pub gay solo per procacciare ‘clienti’, e salvare vite.
Il mostro che era in lui viene ucciso da una malattia che non lascia scampo. Sulla sua strada trova una transessuale eroinomane, malata di HIV. Nasce un’amicizia. Diventano soci. Inizialmente per fare soldi, poi solo e soltanto per cercare giustizia nei confronti di una comunità scientifica cieca che guarda solo ai propri interessi economici. Doveva vivere solo 30 giorni, quando gli venne diagnosticato l’HIV, ma Woodroof superò i 2000, trascinando alla sbarra addirittura la sanità americana.
Che fosse un film importante questo Dallas Buyers Club lo si poteva intuire non solo dalla trama, fondata su fatti realmente accaduti, ma anche dalla clamorosa trasformazione fisica che i suoi due protagonisti hanno dovuto sopportare. Oltre 20 kg in meno per il fascinoso Matthew, scavato in volto e nell’anima, scheletrico e morente nei panni di questo personaggio inizialmente detestabile ma in grado di conquistarti con il passare dei minuti, grazie anche alla prova d’attore di un McConaughey che con il solo sguardo è riuscito ad incarnare dolore, rabbia, paura, odio, disprezzo, speranza. Al suo fianco non solo una ritrovata e come al suo solito eccellente Jennifer Garner ma soprattutto un Jared Leto tornato sul set dopo aver venduto milioni di dischi in qualità di cantante con i 30 second to Mars. Abituato ai drastici cambi d’immagine per il cinema, Leto stupisce negli abiti di una giovane transessuale colpita dall’AIDS che di fatto stravolgerà la vita dell’omofobo Ron. Estirpando il demone che era in lui per poi portarlo a rinascere, e a diventare un benefattore. Un uomo nuovo, malato e combattivo. Un uomo migliore.
Jean-Marc Vallée osserva da vicino questi due straordinari talenti costruendo un film crudo e commovente, storicamente dettagliato e registicamente impeccabile, grazie anche ad una sceneggiatura solida come la roccia, mai troppo volgare nel banalizzare il dolore e nel cercare una lacrima facile che va da se’ arriverà spontaneamente. E con merito.
20 anni dopo Philadelphia Hollywood torna così a raccontare quegli anni di paura ed ignoranza, noncuranza ed allarmismo, di HIV e morte, riuscendo ancora una volta ad essere credibile grazie ad un attore sorprendentemente andato ‘oltre’ l’umana trasformazione recitativa. A riuscire nell’impresa nel 1994 Tom Hanks, giustamente celebrato con ogni premio esistente. A ripetersi, e a fare probabilmente addirittura di meglio, Matthew McConaughey. Che statuetta sia.
da “cineblog.it”

Tra le tematiche trattate con successo all’interno della cinematografia statunitense, possiamo annoverare di certo il problema dei malati di AIDS e l’isolamento che essi vivono spesso in comunità chiuse, terrorizzate dal contagio fisico e dall’omosessualità delle vittime. “Dallas Buyers Club” di Jean-Marc Vallée di sicuro può rientrare con orgoglio nel novero di grandi film come ad esempio “Philadelphia”, traendo ispirazione dalla vera storia del texano Ron Woodroof.
Il regista si spinge ancora più in là, lanciando un’aperta critica al sistema sanitario americano e alla Us Food and Drug Administration, schiava delle case farmaceutiche e per questo colpevole di campagne a favore di nuovi farmaci non sempre benifici.
Ron Woodroof (Matthew McConaughey) è un elettricista texano che si guadagna da vivere a stento. Le sue passioni principali sono il rodeo, la droga, l’alcol e le donne. La sua vita è un miscuglio torbido di disperazione e atteggiamenti da cowboy duro e puro. A causa di in incidente sul lavoro, Ron viene portato in ospedale e lì scopre di aver contratto il virus dell’HIV, notizia che getta un’ombra sulla sua esibita eterosessualità. Ma proprio quell’ospedale in qualche modo gli salverà la vita: lì incontrerà la dottoressa Eve Saks (Jennifer Garner) e il transessuale Rayon (Jared Leto), anche lui malato e schiavo della droga. Ron e Rayon avvieranno insieme il Dallas Buyers Club, una società impegnata nella distribuzione di medicine non approvate dall’FDA, ma piuttosto efficaci nel combattere la sintomatologia dell’AIDS, grazie anche all’aiuto della dottoressa.
Ciò che rende il film emozionante e denso di significato è soprattutto la bravura degli attori, che si sono calati mentalmente e fisicamente nei panni di malati senza speranza, disposti a tutto pur di salvare se stessi, ma anche capaci di combattere con poche risorse lo strapotere delle amministrazioni americane in fatto di sanità. Matthew McConaughey sveste i panni di ‘belloccio’ e con un aspetto da vero cowboy texano, regge le fila di un film difficile e crudo. Sia lui che Jared Leto hanno vistosamente perso peso, hanno accettato di rendersi sgradevoli alla vista, perché più verosimili e per questo capaci di colpire allo stomaco per sensibilizzare su un problema enorme quanto quello di questa malattia.
I due si deteriorano nel fisico e nella mente, mano mano che il virus colpisce, ma la loro bizzarra e affettuosa unione gli permette di darsi qualche chance in più. Jared Leto, tra l’altro, è in grado di fingersi una donna con estrema disinvoltura, alterando la propria voce e adottando una gestualità molto femminile. L’aspetto più riuscito della sua interpretazione risiede nel fatto di riuscire a trasmettere la sensibilità di un animo femminile, rinchiuso in un corpo da uomo.
Jean-Marc Vallée può avvalersi delle doti camaleontiche dei due attori principali, ma anche di alcune azzeccate scelte stilistiche che contribuiscono a coinvolgere lo spettatore nel decorso della malattia di Ron e Rayon: il fischio fastidioso che spesso prende il posto della colonna sonora, le immagini sfocate che precedono i tracolli psicofisici dei personaggi servono a veicolare un senso generale di malessere.
Il film non vuole solo sensibilizzare il pubblico su una malattia così debilitante, cerca di fare molto di più: la dottoressa Eve, interpretata dalla dolcissima Jennifer Garner, combatte una sua personale battaglia contro l’ospedale in cui lavora, colpevole di aver accettato la sperimentazione di un farmaco contro l’HIV, imposto dalla casa farmaceutica; il regista sembra sceglierla per rappresentare la possibilità di combattere dall’interno il marciume imperante che danneggia il sistema sanitario made in USA. La denuncia è forte quindi e proviene da voci di vario tipo: dalla voce dei malati disperati del Dallas Buyers Club che combattono con mezzi illegali, a quella del sistema stesso, non tutto corrotto da una mentalità di profitto.
L’ambientazione scelta per la pellicola potrebbe ricordare un po’ quella di un altro celebre film sui cowboy, “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee, ambientato in Wyoming: in “Dallas Buyers Club” siamo in Texas, ma la mentalità omofobica imperversa ugualmente, isolandone le vittime. Dallas, con la sua polvere e le sue case a schiera, covo di violenze e ignoranza, in cui gli squattrinati vivono nel sudiciume e nel vizio, è anch’essa protagonista del film. Ron, pur essendo un rappresentante tipico di questa realtà sia nel modo di atteggiarsi che di vestire, riesce a solidarizzare con chi sta dall’altra parte, sino a costruire una vera e propria famiglia.
Un ulteriore elemento di caratterizzazione degli ambienti del film è la scelta di dare un piccolo spazio, anche simbolico, alla famosa pratica del rodeo, che apre e chiude la vicenda. Oltre al fatto di essere funzionale a una raffigurazione più verosimile della realtà dei cowboy texani, la passione per il rodeo rappresenta anche la corazza che Ron indossa fin quando non scopre di essere malato e fin quando non accetta di cercare la propria forza dove non aveva mai cercato: nell’accettazione del diverso e nell’affetto. Il mito della virilità del cowboy crolla, rimane solo la determinazione di un uomo che non vuole morire.
Irene Armaro, da “ecodelcinema.com”

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