Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini


locandina

Firmato da Ettore Scola, una tra le figure più incisive del cinema italiano, Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini si compone di un linguaggio che intreccia scene scritte e ricostruite a Cinecittà con materiali di repertorio, scelti dagli archivi delle Teche.
Il film viene raccontato infatti in terza persona, il narratore è il bravo Vittorio Viviani e “si apre” con l’arrivo a Roma di Federico Fellini appena diciannovenne, interpretato da Tommaso Lazotti, dove ha inizio la sua collaborazione con il giornale satirico “Marc’Aurelio”, è il 1939. Lungo gli anni quaranta Fellini nel frattempo inizia a collaborare come sceneggiatore per diversi registi, e di lì a poco farà l’incontro con alcuni dei futuri compagni di viaggio, come Alberto Sordi e Marcello Mastroianni. Parallelamente anche il giovane Ettore Scola, di undici anni più giovane, siamo nel 1948, entra a far parte del “Marc’Aurelio”. Ben presto farà la conoscenza di Fellini e tra i due nascerà una profonda amicizia.
In occasione del ventennale della morte di Federico Fellini, Ettore Scola ci racconta il suo incontro con il creatore della Dolce vita, in una sorta di album di immagini e di memorie. Un ritratto che nelle intenzioni del suo autore vuole essere gioioso come lo era il regista riminese. Sul filo dei ricordi, Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini regala un’originalissima e personale lettura di Fellini. Un film che rifugge i toni nostalgici, per privilegiare il tono ironico e lieve di un “grande Pinocchio” che non è mai divenuto un “bambino perbene”. Chiude il film, una sapiente carrellata di sequenze tratte dalle opere che hanno reso celebre nel mondo il grande Federico.
Di Luisa Ceretto, da mymovies.it

Un uomo misterioso siede sulla battigia, proprio dinanzi ad un mare calmo su cui campeggia un tramonto da mozzare il fiato. Attorno e davanti a lui si avvicendano una serie di immagini, per alcuni familiari, in ogni caso bizzarre. Chi è quest’uomo? E cosa significano quei personaggi che occupano la scena in maniera del tutto inusuale?
Non abbiamo nemmeno il tempo di porci certe domande, che la musica ci dice già tutto. E se non è lei a farlo, lo è quella voce narrante che interrompe la magia, anche se solo per pochi secondi. Perché questa è la storia di un cineasta, di uno che, tra il serio e il faceto, non ha mai disprezzato l’appellativo di visionario se appiccicatogli addosso, anzi. Che strano chiamarsi Federico è un omaggio, sentito, da parte di una altro regista che ha fatto la storia del nostro cinema, quell’Ettore Scola che più e più volte si è intrattenuto con Federico Fellini, l’uomo, non solo il regista.
In questa giostra di ricordi quasi non importa quanto gli eventi siano stati mantenuti intatti, totalmente aderenti a ciò che avvenne: al contrario, Scola sa meglio di noi che se fosse mancata qualche “bella bugia” il suo amico Federico ne avrebbe risentito. Sì, poiché il giovane mingherlino venuto da una Rimini devastata dalla guerra era uno su cui la realtà, strettamente intesa, non ha mai esercitato alcun fascino particolare. «Un grande bugiardo», diceva egli stesso di sé, «il più grande dei bugiardi» diceva Alberto Sordi di lui; ma, aggiungeva Albertone, «con una capoccia così!».
Ed in fondo come parlare di Fellini, come riferirsi a lui se non per immagini? Quelle che con una bacchetta magica a forma di macchina da presa Fellini estrapolò dalla sua fervida e quasi sempre confusionaria immaginazione, plasmandole come pochi hanno avuto modo di fare nel corso di 100 e passa anni di cinema. Dice che non intendeva strappare alcuna lacrima, Scola, perché Federico, che non amava prendersi troppo sul serio, si sarebbe incazzato. Ma la sensibilità dell’uomo ha avuto il sopravvento su quella del regista; o forse è il contrario. Sta di fatto che in questo film piccolino, magari per questo così caloroso, l’autore di Trevico un po’ di commozione la suscita.
Senza limitarsi all’insopprimibile ricorso all’evocativo materiale di repertorio, senz’altro doveroso, bensì integrando sequenze costruite che tentano in qualche modo di colmare lacune rimaste ancora tali anche a distanza di vent’anni dalla morte del suo protagonista. Partendo dai primi passi mossi allo storico Marc’Aurelio, grazie al quale Fellini s’impose come vignettista, passando per le scorribande notturne di due amici non più giovanissimi che trovano nelle notti romane la loro dimensione privilegiata.
La particolarità di questo lavoro sta nel materializzare un Fellini che è sì identico a quello che conosciamo, ma visto con gli occhi di un amico e collega che sembra voglia ancora dirgli qualcosa, mentre osserva il suo volto nella penombra di un automobile. A Federico piaceva guidare, soprattutto la notte, perché era in quel lasso di tempo che trovava ispirazione per ciò che poi avrebbe raccontato, non per forza nei suoi film. Schegge di vita vissuta che si mescolano con frammenti vita sognata, quella che per Fellini era sempre festa, spettacolo, fedele all’immagine del tendone di quel circo che da piccolo gli aveva cambiato la vita. Vero? Falso?
Non importa. Si possono coltivare riserve, e a ragion veduta, su un’impostazione così incurante di quello che siamo soliti definire reale, questo è certo. Ma a ben vedere, se applicato a quello strambo personaggio che fu Fellini, un simile approccio appare l’unico possibile, se non per capirlo quantomeno per accettarlo. E su questa falsa riga procede questa pellicola-omaggio di Scola, che prima ancora di setacciare tra il “già detto”, fruga nella dispensa dei propri ricordi, di quanto Fellini gli ha lasciato anzitutto come persona. Che poi tale persona non si possa scindere con così tanta facilità dal regista è un altro paio di maniche.
Perché in fondo ciò che vuole dirci il cineasta di origini campane è che nei film di Federico c’era l’universo di Federico: tanto di quello vecchio quanto di quello giovane, che con stupore si muoveva per le vie di Roma non ancora ventenne. Che strano chiamarsi Federico si pone dunque al di là della mera e se vogliamo mortificante operazione nostalgia: certo, ci parla di un mondo che non c’è più e che osservando il quale non si può fare a meno di immaginare di gran lunga più colorato di come il bianco e nero di cinema e televisione ce lo hanno consegnato. Soprattuto questo film ci ricorda come e quanto il cinema non possa fare a meno, ne mai potrà, di quella sacra capacità di meravigliarsi, ben oltre il disincanto per una realtà che almeno tra queste mura può e deve essere migliore, o almeno diversa. Perché il vero realista, diceva Federico, è il visionario; ed in nessun altro ambito come nel cinema l’uomo riesce a contendere il posto a Dio. Anche queste, parole di Fellini.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

I ricordi affluiscono sullo schermo, filtrati dall’usitata ironia di Ettore Scola che, dopo anni di silenzio artistico, ha qualcosa da dire, o meglio da rievocare. Un narratore (Vittorio Viviani) fa gli onori di casa e ci accompagna nel personale Amarcord del regista di C’eravamo tanto amati che – aiutato in fase di scrittura dalle figlie Silvia e Paola – assembla e scompone pezzi di un collage affidato alla memoria e all’affetto, sovraccarico di commistioni differenti (video d’archivio, scene di finzione, bianco e nero) che trovano un linguaggio comune attraverso una sintesi sapiente.
La redazione del Marc’Aurelio, rivista satirica negli anni del regime e del dopoguerra, era un coacervo di giovani teste creative e futuri autori memorabili (Ruggero Maccari, Marcello Marchesi, Vittorio Metz, Furio Scarpelli, Age, Steno) ed è qui che un giovane Federico Fellini nel 1939, seguito otto anni dopo da un sedicenne Scola, bussa alla porta del direttore avendo con sé i suoi disegni. Questa la palestra che allenerà il suo estro, prima del debutto nell’avanspettacolo e nella ruggente e prolifica settima arte.
Un documentario – con tanto di materiale di repertorio e personali, preziosi, cimeli di Scola – che, però, rinnega se stesso, corroborato com’è di finzione. Il regista proietta il mare sullo schermo, lo Studio 5 diventa creta nella mani di un artigiano che vuole evocare e distruggere, per poter (ri)creare una volta in più, l’immaginario felliniano: lo fa sfilare nell’incipit a mo’ di carosello onirico e su questa implicita dichiarazione di intenti si adagiano lievi e rarefatte le sequenze successive. Ad interessare non è il racconto biografico, la più originale disanima delle opere dell’autore o il gioco di luci e ombre personali, storiche e artistiche da indagare; ma far echeggiare il sentimento poetico del cineasta riminese, laddove gli scorci di vita e di amicizia su cui la cinepresa si sofferma – e che rivelano tanto dell’uno (Fellini) che dell’altro (Scola) attraverso il primo – sono l’accompagnamento ideale in un excursus sul mondo creativo del Maestro, costellato di insonnia, giri a vuoto in auto, bugie che sono un rifugio insolente nella fantasia e strabordante curiosità. Di riflessioni antiromantiche sul processo creativo – Il creativo lasciato in una dimensione di totale libertà tenderebbe a non fare niente. L’artista è uno che ha bisogno bambinescamente di trasgredire e quindi per trasgredire ci vogliono dei genitori, un preside, l’arciprete, la polizia – e chiacchiere notturne sulla supremazia dell’arte figurativa da parte di un madonnaro scoliano (Sergio Rubini), che non hanno nulla da aggiungere al già detto intorno ad una accademica comprensione dell’autore, ma partecipano a imbastire un film il cui intento è, assorbita la lezione felliniana, restituire l’allure di quella poetica visionaria.
Non c’è abbandono al nostalgismo di epoche dorate perdute, se pur facile approdo per tutti e sovrappiù per chi ha vissuto la floridezza di un vivaio culturale come il Marc’Aurelio, di cui Scola dà una fervida riproduzione su schermo, né si tratta di un articolato e furbastro tentativo autoreferenziale, semmai un intimo omaggio – lo spettatore può sentirsi come l’usurpatore di una confessione privata – dall’ambivalenza autobiografica, fruita in terza persona. L’idea di utilizzare lo Studio 5 di Cinecittà, dove Fellini aveva la sua “seconda casa” e una folla commossa nel 1993 l’aveva salutato per l’ultima volta, e ancora la trovata di farlo parlare attraverso la sua voce, i suoi personaggi e le suggestioni della sua poetica che ammanta ogni cosa, finanche il finale; tutto concorre a fare di quei 90 minuti trascorsi in sala, non un film, ma il lungo abbraccio di due amici al ritrovarsi alla fine di un viaggio. E regala a Fellini l’uscita di scena che – probabilmente – avrebbe sempre voluto.
Di Francesca D’Ettorre, da ondacinema.it

L’omaggio ad un amico, l’omaggio ad un grande del cinema italiano.
Così potremmo sintetizzare Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini, curioso e inusuale fanta-biopic dedicato ad uno dei più noti e amati registi italiani di sempre, Federico Fellini.
Il film, fortemente voluto dall’amico e collega Ettore Scola -che lo ha personalmente curato e diretto- si allontana sia dal classico documentario (agiografico, storico o d’inchiesta che sia) che dal “solito” film biografico più o meno romanzato, per l’approccio ma anche per la realizzazione.
L’obiettivo non è quello di mostrare l’intero escursus biografico del cineasta riminense né focalizzarsi su un aspetto o un episodio in particolare: Scola decide infatti, arbitrariamente, una narrazione episodica filtrata da ricordi e testimonianze, in primis la sua, che ci permettono di entrare nel quotidiano dei due registi e del loro “mondo”, in particolare quello giovanile, quello della rivista satirica Marc’Aurelio negli anni del regime, per arrivare poi ai primi veri approcci al cinema.
Veniamo così a conoscenza di tanti, spesso divertenti o illuminanti, episodi e farci una vaga idea di com’era fare cultura e spettacolo tanti decenni fa: ma anche sorridere di certe buffe abitudini e tic del nostro, come la bugia allegra, le interminabili passeggiate notturne in auto a conoscere variegata umanità, il rapporto con autori, produttori, attori, tra i quali, immancabilmente, Alberto Sordi e Marcello Mastroianni. Alcuni personaggi secondari, poi, prendono letteralmente vita: da grandi figure dimenticate o purtroppo sconosciute ai più, come Ruggero Maccari, a gente comune che entra a far parte del mito dai racconti di vita vissuta da Scola insieme all’amico: spigolosi quanto irresistibili madonnari, prostitute disincantate eppure decise a sorridere alla vita sempre e comunque, mamme che rimproverano a Fellini di imbruttire i propri figli nei film.
Il tutto raccontato con piglio svelto, tanta verve, interessanti soluzioni visive e sempre ottime caratterizzazioni. Un lavoro curato nei minimi particolari dal regista di C’eravamo tanto amati e Romanzo di un giovane povero, utilizzando sapientemente anche filmati, oggetti e testimonianze d’archivio.
Originale, divertente, curatissimo e interessante sotto diversi punti di vista: il biopic-omaggio di Ettore Scola dedicato all’amico e collega Federico Fellini convince, ma ha anche dei limiti.
Se non conoscete già vita e opere del regista emiliano, non sarà questo film a farvele conoscere, troppo episodico e legato a momenti particolari della sua vita, soprattutto giovanile. Non vivrete i suoi primi, veri successi né molti dei momenti focali della sua vita, intrappolati in una narrazione episodica che conquista ma risulta decisamente frammentaria. Forse, sarebbe stato meglio realizzare qualcosa che prendesse in esame solo uno dei tanti temi centrali del film: il Marc’Aurelio, le nottate errabonde, il rapporto dei due registi con Mastroianni… E, oltretutto, il film non centra la sua attenzione solo su Fellini, risultando spesso troppo autobiografico da parte di Scola, che in più punti sembra quasi voler ergersi su un piedistallo alla pari con l’amico. Non che il paragone sia così assurdo e, anzi, i meriti del regista campano sono indubbi, ma in certi punti la cosa appare fin troppo evidente per non rendere il suo stesso personaggio forse un po’ troppo ingombrante nell’economia del film.
Di Marco Lucio Papaleo, da everyeye.it

C’eravamo tanto divertiti… Ettore Scola a Venezia 2013 era incredulo della commozione suscitata da Che strano chiamarsi Federico, Fuori concorso alla Mostra. La loro amicizia, infatti, nacque e prosperò sotto il segno dell’ironia e dell’autoironia, dei vagabondaggi notturni, di un disincanto non privo di tenerezza. «È una festa la vita, viviamola insieme», diceva Mastroianni in 8 1/2. Il film è un memoir (in italiano, amarcord) ed è un tributo all’amico nel ventennale della scomparsa, sceneggiato dal regista ottuagenario con le figlie Paola e Silvia, e interpretato fra gli altri da Tommaso e Giacomo Lazotti (nipoti di Scola) e da Vittorio Viviani nei panni del narratore.
Mutua il titolo da un verso di García Lorca e si sfoglia come un album dei ricordi o uno zibaldone visionario, secondo la formula felliniana del regesto di pensieri, aneddoti, sodalizi, amori (per pudore v’è giusto un accenno a Giulietta Masina). Fellini era nato a Rimini nel 1920, Scola è del 1931, originario di Trevico nella Campania irpina. Due provinciali a Roma madre matrigna mignotta. Si riconobbero grazie alla comune passione per le vignette, le storielle e i sogni in celluloide, nella redazione della rivista umoristica “Marc’Aurelio”. Eccoli poi affermati e infine invecchiati, mai privi di curiosità, «a caccia» di incontri e personaggi: Sergio Rubini è un madonnaro scettico sul cinema; Antonella Attili impersona la prostituta di La dolce vita con un’eco di Le notti di Cabiria. Gli episodi ricostruiti nel mitico Teatro 5 di Cinecittà si alternano a immagini di repertorio, stralci dei capolavori di Fellini o delle sue interviste con la vocina reticente o menzognera. Una chicca? La sequenza, esilarante e un po’ crudele, dei provini ai quali si sottoposero Sordi, Gassman e Tognazzi per il Casanova, mentre Federico aveva già scelto Donald Sutherland! Fellini sempiterno Pinocchio, nonostante i cinque Oscar vinti e l’affetto della gente che in lui intravide un riscatto simbolico dell’Italia perbene. Ed è degno di Collodi il finale di Che strano chiamarsi Federico: durante l’estremo saluto dei romani, il morto risorge e scappa, inseguito da due carabinieri in alta uniforme fra le scenografie di Cinecittà
Di Oscar Larussi, da filmtv.it

l’AMARCORD di vita,dei sogni e dell’arte di “giocare col mondo”,ogni tanto è bello salire sull’immaginaria macchina del tempo e tornare indietro.
Ritornare in scampoli di memorie oramai ingiallite,a redazioni giornalistiche dove la passione e l’umore sono autentiche.Ma sopratutto respirare la materia dei sogni qual’è il cinema,senza
critiche o sbarramenti censori,ma viverlo totalmente per quel che è:”Un sogno ad occhi aperti”.
Ettore Scola compie un operazione dolce e ironica,rammentando cosi’ perle d’un tempo oramai perduto.Lo fa con un documentario completo,miscelato di repertorio e fedele ricostruzione.Il ricordo,la fantasia e l’umorismo costituiscono l’immagine del piu’ geniale dei registi italiani:Federico Fellini.Scola parte dalla tracotante timidezza d’un giovane 19enne migrato da Rimini alla volta di Roma in cerca di realizzazione.Un utilizzo d’un fascinoso e retro’ bianco e nero fotografa l’ambiente del settimanale umoristico “Marc’Aurelio”.Una redazione che era “palestra” di futuri registi come Steno,Fellini e lo stesso Scola,oltre alle famose “penne” di Maccari,Age e Scarpelli…….
Un riflusso melo’ che scivola sotto gli occhi,nel piacere di ritrovarsi di fronte ad un cinema semplice da realizzare,senza la fretta o il cinismo da guadagno,perseverante nell’oggi.Un operazione riuscitissima quella del “giovane vecchio” Scola,ridondante d’umorismo variegato,ed una sottile autoironia ripresa nelle figure dei giovanissimi ed imberbi Scola e Fellini.
La prima parte è costituita da cio’,da un rientro nella gioventu’ del grande cinema italiano,nei primi passi caraterizzati dalla passione per le vignette.Poi arriveranno i primi film e i successi,dove Scola mette in campo un “fantomatico” vagabondaggio notturno col maestro,alla ricerca di storie e “facce”.
E’ un surplus che diviene sentimentale e dolce,con la carezzevole voce di Fellini che pilota un mondo fatto di sogni,arte e buffa ironia.La Roma delle battone,o d’un madonnaro pugliese,interpretato ottimamente da Sergio Rubini.Il viaggio della memoria scorre fluidamente nelle vie romane pure e disincantate,dove la vita “era una festa”,e il mondo un qualcosa a cui accedere con purezza e ingenuita’.
Il merito di Scola è di restituirci quel mondo trasognato e naif,composto di personaggi ruspanti,un universo che solo l’ultimo grande maestro della commedia poteva donarci.
Il viaggio notturno termina nella camera ardente dove “riposa” il grande Federico,o almeno cosi’ pare,dato che da bambino giocoso qual’era si sara’ preso un altra beffa di noi…….
Da filmtv.it

Ma la memoria è storia? Nel senso, quale ruolo dare alla memoria nella storiografia? È un dibattito affascinante che va avanti da anni, che si focalizza sull’attendibilità della memoria dei singoli nella ricostruzione della storia collettiva. Partendo da ciò, verrebbe da dire, riferendosi al film: Fellini è la storia, Scola è la memoria. Ecco, mettiamo le cose in chiaro sin da subito: Che strano chiamarsi Federico (verso di Federico Garcia Lorca, nel prologo) non è una biografia di Fellini, ma un Fellini filtrato dalla memoria di Scola. Un film senile, si dirà, che gioca con la memoria per evadere dalle brutture del presente, certo. L’occasione è duplice: i vent’anni dalla morte di Federico e gli ottant’anni (due anni fa) di Scola, due anniversari che trovano con questo film una celebrazione sensata e non retorica. Perché, sì, Fellini non è stato mai dimenticato, giammai, anzi, a volte scontiamo ancora i tentati fellinismi di autori in giro per il globo terraqueo e la sua influenza si sente in molti lavori (pensiamo all’ultimo Sorrentino, un film felliniano ma d.F, dopo Fellini, un altro mondo, un’altra vita); e, certo, Scola è l’ultimo, vero maestro in vita della nostra cinematografia capace di lasciare una traccia a futura memoria, a cui forse non serviva un ulteriore film.
Ma, qui stanno la bellezza, l’interesse, la curiosità: senza enfasi, senza caricare niente, azzardando un minimalismo magico a volte solo sussurrato nella sua opera, Scola fa rivivere Fellini e il mondo reale di Fellini, che ha poco a che vedere con lo stereotipo del fellinismo a buon mercato, quello della redazione del Marc’Aurelio (qui l’affetto e la tenerezza nel racconto sono evidentissimi senza mai essere stucchevoli) e delle nottate in macchina ad imbattersi in puttane e madonnari, con il recupero della voce stessa del maestro di Rimini che interloquisce con quella dell’ottantenne regista (con intermezzi realizzati da una voce molto simile, forse evitabile ma va bene comunque) e una serie di figurine che trovano una consistenza non tanto per gli interpreti (spesso, diciamolo, un po’ cani) quanto per la sincerità e la modestia con le quali vengono descritte (tutta la redazione del giornale valga come esempio). Scola ha anche il merito di restituire Cinecittà al cinema, palesando i trucchi e gli inganni del mezzo, entrando nella finzione del gioco cinematografico con spudorata nonchalance, osando un apparente dilettantismo che è in realtà calcolato, disilluso e dolce menefreghismo, perché il cinema di Fellini non c’è più, tanto vale smontarlo. La smentita, però, c’è, in questo cinema della memoria e dei ricordi mai perduti, con uno dei finali più belli di tutto il cinema del primo duemila. Forse perché vi sono gli spezzoni dei film di Fellini in un montaggio libero ed armonioso, forse perché quella bara dentro Cinecittà è un po’ la morte di un mondo che probabilmente non è mai davvero esistito se non sullo schermo, forse perché quella bellocchiana e collodiana fuga finale è un’estensione onesta ed incantata verso quel mondo che, dai, magari esiste, o ci piace pensare che esista. Ovvio che è imperfetto, ma qui la perfezione tecnica o l’organicità narrativa non c’entrano, diamine. Un metafilm, un meta ricordo, un film-ricordo, la postfazione di una vita e di una carriera più uniche che rare, una carezza necessaria al passato che non passa.
Da cinerepublic.filmtv.it

«Se Federico sapesse che vi siete messi a piangere, s’incazzerebbe» ha scherzato Ettore Scola a Venezia alla presentazione del film. «Non era nelle mie intenzioni far piangere nessuno. E non solo perché avrei tradito il cinismo di cui alcuni mi accusano; soprattutto avrei tradito la sua persona, perché lui era allegro e autoironico». Tant’è, ma sta di fatto che Che strano chiamarsi Federico!, il film con cui Scola ha rievocato la sua amicizia con Fellini, nata nella redazione di Marc’Aurelio e intessuta all’interno del Teatro 5 di Cinecittà, è un album dei ricordi talmente bello da risvegliare la nostalgia di un cinema che ormai non esiste più. Un tributo realizzato in occasione del ventennale della sua morte (il prossimo 31 ottobre), che rende omaggio a questo «grande Pinocchio del cinema che per fortuna non è mai diventato un bambino per bene».
Scritto insieme alle figlie Silvia e Paola, e recitato, tra gli altri, dai suoi cinque nipoti (Tommaso e Giacomo Lazotti sono rispettivamente Fellini e Scola da giovani), è un biopic sui generis, costruito come un racconto di finzione – sebbene fedele alla realtà – che finisce per confondersi con i materiali di repertorio. Una storia che esce dalla bocca di un narratore (interpretato da Vittorio Viviani, «volevo uno speaker vivente, con un’anima, che non fosse solo voce e informazione, ma emozione») e si materializza in scene scritte, ricostruite e girate a Cinecittà, a cui si alternano i volti in bianco e nero di Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Vittorio Gassman, Anita Ekberg (solo per citarne alcuni), ritratti dentro e fuori dal set. Non solo, anche schizzi abbozzati su fogli di carta, come quelli che accompagnavano il giornale satirico (il citato Marc’Aurelio) su cui entrambi mossero i primi passi, ancora ignari del futuro sotto i riflettori che li stava attendendo. Sullo sfondo (ma anche sui fondali) la Roma della Dolce Vita.
Un mosaico che è la somma dei tanti frammenti di cui si compone, che non va spiegato ma solo visto. La dichiarazione d’ammirazione, se non d’amore, verso un amico «sul quale è stato detto di tutto: che era maschilista, un qualunquista. E invece era esattamente l’opposto. Tant’è che nel nostro film abbiamo cercato di mostrare soprattutto la sua tenerezza, anche verso le donne, prese nella loro interezza; per cui certo non poteva escludere culo e tette. Nessuno ha mai guardato il volto della Ekberg come l’ha guardato lui». Un film pensato soprattutto «per i più giovani. Spero lo vadano a vedere per scoprire che Fellini ha parlato di loro e a loro». Il sincero ricordo di un maestro «che continua a farmi ridere ancor oggi, ogni volta che rivedo i suoi film. No, Federico, non è certo uno che fa piangere».
Leggi la trama e guarda il trailer del film
Mi piace
L’idea di ricordare Fellini mescolando ricostruzione storica, filmati di repertorio e soluzioni visive originali, rendendo invisibile il confine tra realtà e finzione.
Non mi piace
L’interpretazione degli attori più giovani (alias i giovani Fellini e Scola) è l’unica debolezza del film.
Consigliato a chi
Ha nostalgia dell’epoca d’oro del cinema italiano, ma anche a chi non conosce Fellini e Scola e non ha mai avuto il piacere di scoprire il loro genio cinematografico.
Di Silvia Urban, da bestmovie.it

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