Big eyes

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Una stanza piena di ritratti. Un sogno che diventa un incubo. La normalità borghese della provincia americana e una donna troppo timida per credere alla sua arte. Per Big Eyes Tim Burton riparte da una delle sue (magnifiche) ossessioni, quella per le casette allineate della California, sobborghi capaci di uniformare e umiliare, come accadde al povero Edward e alle sue mani di forbice, ormai venticinque anni fa. Questa volta l’anomala creatura in fuga si chiama Margaret Keane, sogna di fare la pittrice, ma – divorziata e madre di una figlia – non ha ancora fatto i conti con l’America degli anni Cinquanta, sempre pronta a giudicare.

Classico, rigoroso, lineare, quasi un film della vecchia Hollywood, a prima vista Big Eyesnon pare nemmeno uscito dalla scuderia Burton, duello all’ultima pennellata tra due personaggi, due magnifici attori e, soprattutto, due modi di concepire la vita: in un angolo del ring c’è Margaret, talentuosa e silenziosa artista che pensa di non meritare nulla, incarnata alla perfezione da Amy Adams; dall’altra c’è Walter, brillante cialtrone senza un minimo di talento, interpretato da un meschino e chiacchierone Christoph Waltz, decisamente sopra le righe. Scritto da Scott Alexander e Larry Karaszewski, gli sceneggiatori di un altro eroe irregolare di Burton come Ed Wood (ma anche dell’anarchico Larry Flynt di Milos Forman), Big Eyes parte come una commedia, continua come un melò, si trasforma in un giallo e finisce dentro un legal thriller, con la macchina da presa sempre addosso all’eroina Peggy Doris Hawkins diventata poi Margaret Ulbrich e quindi Keane, donna non senza colpe visto che si lascia sfilare i quadri dal marito – forse perché ci credeva poco – per poi rivendicarli. Il biopic? La vera Keane? Sì, ci sono, ma rimangono sullo sfondo, la questione artistica anche (Era arte? Trash? Le critiche del New York Times erano giuste? Poco importano), perché a Burton – come spesso accadde nel suo cinema – interessano emozioni e moti dell’anima delle sue creature, in questo caso la parabola di una donna che riesce a emanciparsi da tutto. Perfino da se stessa. Immensa Amy Adams – che prenota la sesta nomination all’Oscar in nove anni – capace di vincere alla distanza il confronto con l’istrione Waltz, giocando di sottrazione, rintuzzando l’austriaco colpo su colpo fino al trionfo finale in tribunale. Solido, affascinante e godibile, non farà un miliardo al box office come Alice in Wonderland, e forse neppure 250 milioni come Dark Shadows, ma Big Eyes ha un enorme merito: ci riporta dentro l’affascinante mondo degli irregolari, quello per cui da sempre amiamo Burton.

Andrea Morandi, da “ciakmagazine.it”

 

La storia vera e incredibile di Walter Keane, che riuscì a raggiungere grande successo grazie ai suoi quadri raffiguranti bambini dagli occhi grandi. Ma che erano stati tutti dipinti, in realtà, da sua moglie Margaret.

Dopo una “pausa di riflessione” durata quasi dieci anni, Tim Burton torna finalmente a fare Tim Burton, confezionando un interessante biopic a basso costo, dedicato ad un’artista semi-sconosciuta ai più, ma con una curiosa, quanto avvincente, storia alle spalle. Nessun vezzo tecnologico, nessun eccesso artistico sopra le righe. Puro e semplice racconto, in cui – per l’occasione – Burton rispolvera l’interessante sodalizio con Scott Alexander e Larry Karaszewski (già autori di un piccolo grande capolavoro come Ed Wood), che forgiano e caricano di carattere i due personaggi principali, Margaret Keane (Amy Adams) e Walter Keane (Christoph Waltz), con straordinaria cura e dovizia di particolari. Se è indubbio che la forza di Big Eyes sia insita nella particolare (quanto incredibile) storia vera che racconta, supportata dall’interessante interpretazione dei suoi attori principali (un Waltz eccezionale, che si affianca ad un’altrettanto brillante Adams), ciò che in realtà affascina del nuovo lavoro di Burtonè il sottotesto di cui è intrisa la pellicola. Una riflessione profonda, quella sulla mercificazione dell’arteche cita persino Warhol, da cui neanche lo stesso Burton, soprattutto negli ultimi dieci anni, ha potuto esimersi, sottostando alle “regole del mercato” e delle svariate multinazionali cinematografiche che hanno finanziato (ma al tempo stesso, snaturato) molti dei suoi ultimi film.

Attraverso la figura di Margaret e dei suoi iconici “bambini dagli occhi grandi”, il regista californiano sembra raccontare, in realtà, la parabola discendente del suo ultimo cinema. Proprio come Margaret e i suoi primi dipinti, Burton ha costruito negli anni un proprio preciso canone artistico con cui ha cesellato la sua filmografia (fatta di freak, storie e mondi straordinari), ha imposto un tratto distintivo all’interno del suo cinema tale da permettergli un posto di diritto tra i registi contemporanei più innovativi, il cui punto più alto è stato raggiunto con Big Fish, emblema e summa dei temi a lui più cari. Nel punto massimo del suo successo, proprio come accade a Margaret, il suo lavoro gli è stato sottratto in modo brutale dalle mani, da parte di un settore avido – come quello cinematografico, qui rappresentato dal personaggio di Walter – che ha deciso di appropriarsi in modo indebito del suo operato per farne mercee merchandising da rivendere ad un pubblico sempre più vasto. Ed è proprio quando si concretizza il rischio di far perdere all’arte il suo valore totale, che Margaret/Burton decide di rifuggire da quell’universo artistico che ha creato con le proprie mani, ma divenuto vittima degli eventi, e trovare una via di scampo in altre opere più piccole (ma nuovamente personali). Big Eyes rappresenta per Burton la medesima via di fuga che la stessa Keane ha cercato (e poi trovato) in un nuovo stile artistico con cui decide di confezionare le proprie opere, rifuggendo da un mondo che non le appartiene più perché oramai contaminato dall’avidità altrui.

Personalissimo e costruito su sottili ma deliziose metafore – ma anche caratterizzato da due interpretazioni assolutamente di grande qualità – Big Eyes è un gradito ritorno di Tim Burton ad un cinema decisamente più autoriale, che prende le dovute distanze dagli eccessi e dai blockbusteroni pacchiani e kitsch (da Alice in Wonderland a Sweeney Todd, passando per La fabbrica di cioccolato) a cui la sua recente cinematografia ci ha abituato. Un nuovo punto di partenza, ma anche un cambio di ritmo e di stile da lungo atteso, che ci fa ben sperare per il futuro del cinema burtoniano. Quello vero e che abbiamo sempre amato.

Fabrizia Malgieri, da “spaziofilm.it”

Con protagonisti Amy Adams e Christoph Waltz, Big Eyes permette a Tim Burton, dopo i picchi camp raggiunti con Dark Shadows e i ripescaggi di Frankenweenie, di dichiarare la propria visione ancor prima della propria poetica come non accadeva dai tempi di Ed Wood.

Si parte dalla necessità biografica e da uno script lineare, ma il susseguirsi canonico degli avvenimenti appare quasi fuorviante e superfluo: avvolto nel velo semitrasparente dell’apparente basso profilo, Burton fa di un materiale di partenza generalizzante ciò che gli pare, infischiandosene delle mille altre parentesi possibili.
L’esagerazione dei pastelli e il ritornare di personaggi sempre caricaturali spostano (se non ribaltano) il baricentro al di là dei frammenti storici. Basta pensare ai pochi momenti onirici: in mano ad un altro regista avrebbero risaltato, mentre qui risultano quasi tenui e in eccesso a fronte dell’atmosfera esplosa di colore abbagliante dall’inizio alla fine.
I mostri-tremendamente-umani del gotico fanno nuovamente spazio gli umani-trementamente-mostri del kitsch, scivolando su cartoline Anni Cinquanta e Sessanta, con un occhio su tutta una cultura che non può fare a meno di essere satirico, sarcastico, cinico ed al contempo ri-creativo.

Artisti, falsità, bluff, visioni, invenzioni, esaltazioni: Big Eyes, al contempo aspro ed infatuato, annulla le gerarchie e mostra come ogni opera (o, semplicemente, ogni cosa) data in pasto ad un pubblico sia condannata alle distorsioni e ai relativismi, spezzettata dal gusto comune, dalla moda, dal costume, dai critici, dalla parzialità; con l’arte (realizzata, valutata, venduta, contraffatta, serializzata) e la realtà dissacrate alla radice e forse per questo ancor più seducenti.

Ci ritroviamo davanti alla caricatura di un’intera popolazione come in Mars attacks! e alla controparte (parzialmente) negativa di quell’elogio della bugia che era Big Fish, con la suggestionabilità di Margaret Keane e l’arroganza esuberante del marito a pareggiare l’ottimismo naif di Ed Wood, in un espandersi sbilenco e grottesco del pop, da distorcere e per distorcere, spogliato di qualsiasi seriosità.

La vicenda incontra le aule di tribunale, ma è proprio lì che esplode la comicità e si scopre la ragion d’essere del gigioneggiare di Christoph Waltz. Amy Adams “vince”, ma solo perché ha trovato un nuovo “padrone”, passando da una manipolazione ad un’altra quasi inconsapevolmente. Entrambi fedeli alla propria natura, né scossa né giudicata: tutto è ribadito, tutto è sempre deformato dai punti di vista prima che dalla sensibilità, tutto passa attraverso innumerevoli grandi occhi, nel calderone degli stili e delle personalità deviate e devianti. E il confine tra incantevole e ridicolo, tra amabile e patetico, è sottile e stringente, se non, talvolta, inesistente.

Big Eyes appare infine come il necessario passo indietro che permette una visione più ampia, in grado di dare una chiave interpretativa che li unisca e li accomuni, che li accolga e li spieghi, ed insieme il la per qualcosa di nuovo.

Alessandro Tavola, da “farefilm.it”

 

Se non avessimo letto il suo nome sui titoli di coda, difficilmente avremmo riconosciuto la mano di Tim Burton inBig Eyes. Opera insolita in una filmografia di atmosfere notturne e stralunate, orfana dei freak, dei Frankenstein e della altre meravigliose creature che l’hanno resa così riconoscibile.
Big Eyes è invece storia vera, perfetta ricostruzione d’epoca (anni ’50-’60), black comedy in piena luce. Bianca, abbagliante come il riflesso sull’asfalto, come la spuma di un’onda hawaiana, dove infine il film ci porta, dopo aver fatto sosta lunga a San Francisco. E sono forse le Hawaii e San Francisco mete burtoniane?Esiste certo un filo sotterraneo che collega la vicenda esistenziale e artistica di Margaret Keane a quella di Tim Burton, a partire da quei ritratti di bambini dagli occhioni enormi di cui il regista di Sleepy Hollow si appropria con un rispetto del tutto sconosciuto invece al mefistofelico marito della pittrice (un Christoph Waltz esageratamente gigione), autore di una delle più gigantesche frodi mai registrate nella storia dell’arte.
D’altra parte, l’uomo che si attribuì le creazioni della moglie entra di diritto nella famiglia degli orchi, dei persecutori, dei padri infausti che tante volte abbiamo incontrato nel cinema di Tim Burton. E lei, Margaret (bravissima Amy Adams), è l’innocente principessa rinchiusa nella torre (la stanza di lavoro della villa dei Keane), come la sventurata di una qualunque favola dark.

Puri elementi burtoniani: come l’amore per la pop art; il retrogusto grottesco; l’ironia in fondo al dramma; l’orrore del conformismo (come sempre espresso nella dimensione del ridicolo, stigmatizzato con una sola battuta, inquadrato iperbolicamente, come nella scena del confessionale o in quella più autenticamente burtoniana del supermercato, dove Margaret vede occhioni ovunque, in una sorta di delirio da mercificazione).

E in fondo il tema dell’autodeterminazione (qui in una declinazione tutta al femminile) è da sempre il prediletto dell’autore.L’impressione però è che Burton semini nascondendo la mano. Come se l’ancoraggio alla cronaca non lo metta mai veramente a suo agio. Ritroviamo il graffio e l’invenzione qua e là, intuiamo la convergenza d’interessi con la Keane (di cui è amico), gli riconosciamo un paio di sequenze, ma il resto è mestiere.
Il film vive al di là di lui, è una buona storia, con una buona sceneggiatura, due ottimi attori e una confezione impeccabile, questa sì doc (è la “sua” squadra: lo scenografo Rick Heinrichs, la costumista Colleen Atwood, il direttore della fotografia di Dark Shadows Bruno Delbonnel e il musicista Danny Elfman).
Non è la svolta annunciata, ma un gioco a nascondino. In definitiva Big Eyes sta a Burton come il dipinto sta alla Keane.

Con la differenza che la paternità, nel caso del film, resta dubbia fino alla fine.
Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il pittore Walter Keane raggiunse un enorme successo, rivoluzionando la commercializzazione dell’arte con i suoi enigmatici ritratti di bambini dai grandi occhi. Finchè non emerse una verità tanto assurda quanto sconvolgente: i quadri, in realtà, non erano opera di Walter ma di sua moglie Margaret.

Big eyes è la storia di un’enorme bugia, di un clamoroso plagio nel mondo dell’arte: quello del pittore Walter Keane (Christoph Waltz) ai danni della moglie Margaret (Amy Adams), che negli anni Sessanta stupì l’America con i suoi quadri dai ragazzini dai grandi occhi. Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski, rimasti affascinati dalla storia, ne hanno scritto un film chiamando alla regia Tim Burton, con il quale avevano già collaborato per Ed Wood.

Quello di Walter è un personaggio assolutamente stravagante che, bensì non fosse un vero artista, ha di fatto inventato la commercializzazione di massa dell’arte: con quadri economici alla portata di tutte le tasche, ha rivoluzionato completamente il settore. Ha aperto sue gallerie, ha pubblicato libri, anticipando artisti come Andy Warhol o Peter Max. Per farlo, ha convinto sua moglie a firmare i quadri con il suo nome, prendendosi tutto il merito. Un personaggio eccessivo, magnetico ma anche bugiardo; al contrario di Margaret, la quale incarna in qualche modo lo spirito del nascente Movimento femminista. Nel corso del film, da casalinga anni Cinquanta diventa una donna sicura di sé e capace di affermare la sua verità.

Con un caschetto biondo platino, Amy Adams riesce a portare sullo schermo la sensibilità di questa donna che per anni è stata costretta a nascondere il suo talento; così comeChristoph Waltz entra perfettamente in simbiosi con il suo personaggio, dalle grandi doti imprenditoriali ma di fatto avido ed oscuro.

Nonostante i bassi costi di produzione del film, Tim Burton rievoca lo stile e le atmosfere tipiche delle sue pellicole, con una particolare attenzione nel rappresentare l’America post-bellica. Interessante, infine, come i quadri dell’artista, ristampati su tela per il film, ripercorrano tutta la sua carriera, dalle prime bambine dai grandi occhi agli ultimi quadri firmati come MHD Keane.

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

La significativa e coerente citazione di Andy Warhol che apre Big Eyes ha il merito – se non altro e casomai ce ne fosse il bisogno – di illuminare gli abissi di danni che il pensiero dell’artista americano, preso e ripetuto senza applicare tare e ragionamenti, ha generato nel corso degli anni. Danni e orrori con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti, in una realtà che è una galleria degli orrori composta da riflessi deformati di 15 minuti di celebrità, di pop a tutti i costi, di dittatura del pubblico, di pretese artistiche a costo (intellettuale) zero.

La citazione in questione si riferisce ai quadri di Margaret Keane che per oltre dieci anni si attibuì il marito Walter, francamente bruttini: che, secondo Warhol, non potevano essere brutti in virtù della loro straordinaria popolarità.
Di qui, e col procedere del racconto, è facile intuire come il nuovo film di Tim Burton non sia solo un racconto biografico sui coniugi Keane, o una storia di come una donna, francamente un po’ nevrotica e di debolezza patologica, sia riuscita faticosamente a liberarsi dal gioco psicologico di un marito mitomane, aggressivo e usurpatore. Che, sia detto per inciso, basta e avanza per fare la felicità delle senonoraquandiste di tutta Italia.

Big Eyes, attraverso la storia dei Keane, racconta proprio della grande intuizione warholiana, che riuscì a sublimare e raccontare con l’arte quel che gia esisteva, germinale, nella società statunitense degli anni Sessanta e che è progredito geometricamente fino ai giorni nostri: parla di persone ossessionata dalla fama e dal successo, prima ancora che dalla ricchezza, deformate e ridotte a freak dai loro sogni di gloria; della perversa e geniale vuota idiozia del marketing prima ancora che questo fosse inventato; della società dell’immagine e del suo futuro trasformarsi in società del virtuale, dove il contenuto non esiste più, ma solo il suo involucro.

Raccontando l’America degli anni Sessanta e i Keane, nuove grottesche e simboliche figure tratteggiate dagli stessi sceneggiatori di Man on the Moon e Larry Flynt, Tim Burton racconta noi stessi e il nostro mondo, azzerando la distanza tra l’ambizioso artista privo di ogni talento, ladro delle opere (mediocri) della moglie, e un qualsiasi tronista televisivo, un qualsiasi concorrente di reality.
Peccato che, nonostante il personaggio di un critico già vecchio perfino per quegli anni, e interpretato da uno ieratico Terence Stamp, e nonostante il tentativo di contrapporre, attraverso di lui, lo stile e l’arte al mero kitsch, mettendo così in gioco anche sé stesso, il suo cinema e le relative stereotipizzazioni, Burton non riesca a dare spessore e pregnanza a un’intuizione peraltro non originalissima.

In quello che forse è il film più lineare e meno barocco della sua carriera (tanto che, in quel profluvio di pop e pastello, a tratti sembra cercare di imitare Wes Anderson), Burton appiana la forma, si muove agile e fluido in placida scorrevolezza prima di perdersi in qualche sciatteria di troppo, ma penalizza il contenuto, e rimane ossessionato dai nuovi freak che racconta tanto da perdere in più di un momento. E – soprattutto in un finale frettoloso e tirato via, dove l’istrionismo isterico di un Christoph Waltz sempre troppo sopra le righe si fa francamente insopportabile – stona quasi sempre tanto nei momenti drammatici che in quelli comici e caricaturali.

Nell’evidente tentativo di scimmiottare, dall’alto, lo stile naif e kitsch dei quadri della Keane, Big Eyes finesce col caderci dentro con tutte le scarpe, assumere il carattere testardo ma debole e velleitario della pittrice, il colorito pallido e lo sguardo ceruleo e smarrito della Amy Adams che la interpreta.
Big Eyes, insomma, non ha la forza biografica di un Ed Wood, né la sfrontatezza camp e sghangherata di Dark Shadows. E la maledizione inconsapevole di Andy Warhol non viene esorcizzata né allontanata in alcun modo, ma anzi reiterata dalla liberazione (umanamente più che condivisibile) di Margaret.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

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