Alabama Monroe – Una storia d’amore

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Ci sono quelle opere che entrano dentro e “divorano” nel profondo, grazie ad una potenza emotiva di rara intensità. Categoria cui appartiente sicuramente The Broken Circle Breakdown, pellicola belga diretta da Felix van Groeningen, candidata per il Belgio all’Oscar come miglior film straniero. Previsto in uscita anche nelle sale italiane a primavera grazie a Satine Film, che lo distribuirà col titolo, “meno affascinante” dell’originale, Alabama Monroe – Una storia d’amore, l’ultimo lavoro del regista di Gent (autore in passato di altri tre lungometraggi inediti da noi) può già vantare un ottimo palmares di premi, racimolati soprattutto dal regista e dalla sua interprete femminile Veerle Baetens in manifestazioni di importanza internazionale come il festival di Berlino e gli European Film Awards. Tratto dall’omonima piéce teatrale, The Broken Circle Breakdown vede protagonista una giovane coppia: Didier, musicista di un gruppo country, ed Elise, tatuatrice, si innamorano e collaborano insieme nella stessa band di bluegrass (una delle branchie fondamentali del genere di Johnny Cash & co.) finché un giorno la donna rimane incinta di una bambina. Giunta al settimo anno di età la piccola però muore a causa di un cancro incurabile, e da quel tragico giorno il rapporto tra Didier ed Elise cambia inesorabilmente, ognuno a suo modo incapace di superare il lutto mentre la loro relazione si fa sempre più precaria.
The wayfaring stranger
Commovente, a tratti struggente, un’opera che trova la sua forza in un realismo bruciante ma ammantato da un alone magico, una poesia musicale che erompe in più occasioni grazie alla strepitosa forza della colonna sonora, con delle canzoni magnificamente interpretate dai due stessi interpreti. Un film che, pur avendo un’energia propria e personale, deve tantissimo ai suoi due attori, la già citata, splendida, Veerle Baetens (di provenienza televisiva, e con esperienza nel mondo musicale) e Johan Heldenbergh (barba folta e look da vero country man, alla cui vita personale è proprio ispirata la storia stessa) che infondono ai loro personaggi un’aura credibile e sofferta, senza dimenticare la bravura della piccola Nell Cattrysse, nei panni della sfortunata figlia della coppia. Come Johnny Cash e June Carter, i due dominano il palco, e non a caso il film è stato paragonato in più occasioni dalla critica ad un altro classico recente come I walk the line, proprio incentrato sulla vita del Man in Black e della sua consorte. Felix van Groeningen sceglie di raccontare la storia in modo intelligentemente frammentario, e non cronologicamente corretto, con un susseguirsi di flashback che si alternano alle scene ambientate nel presente, permettendo alla storia il giusto mix di tenerezza e dramma, e lasciando che la passione rimanga intatta nello spettatore fino al doloroso (ma non privo a suo modo di speranza) finale. Un melò ricchissimo di sfumature, che si distacca fortunatamente dalle love story di stampo classico per raccontare il lacerante percorso d’elaborazione del lutto, capace di mettere in crisi anche l’amore più puro e sincero, di cancellare ogni certezza e riempire di dubbi il proprio futuro. Non privo di potenti scene madri, tra cui l’invettiva anti-clericale di Didier durante un concerto tenuto poco dopo la morte della figlioletta, in seguito alla notizia che in America Bush vietò la ricerca con le cellule staminali, Alabama Monroe – Una storia d’amore può esser considerata come una versione in musica di un altro titolo magnifico quale La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli, che trattava un argomento similare. Un vero e proprio piacere per gli occhi, ma naturalmente anche per le orecchie e l’anima, che anche il pubblico italiano potrà avere la fortuna di godersi al cinema.
Tocca nel profondo a più riprese, commuove e strugge con una potenza incredibile, ma lascia comunque un simbolo di speranza. Attraverso il country (o, meglio ancora, il bluegrass) il regista belga Felix van Groeningen adatta magnificamente l’omonima piéce teatrale, già ispirata a sua volta alla vita del protagonista maschile, un intenso Johan Heldenbergh, cui accoppia la bellezza sofferta e credibile di Veerle Baetens, per una love story che esce fuori dai canoni classici per trascinarci in una vicenda realistica e toccante, qui raccontata con un’estetica perfetta che oltre a soddisfare pienamente la vista e l’animo, colpisce anche l’udito. Raggiungendo a suo modo forse la vera “terza dimensione”, quella del cuore.
VOTOGLOBALE8.5
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Candidato agli Oscar come miglior film straniero ed unico reale concorrente de La Grande Bellezza, arriva finalmente nei cinema d’Italia il belga Alabama Monroe – Una storia d’amore
E’ stato l’unico film a contendere ‘seriamente’ il Premio Oscar straniero al nostro Paolo Sorrentino. In Belgio ci credevano a tal punto dall’aver investito un paio di milioni di dollari solo sulla ‘promozione’ dell’opera tra i membri dell’Academy. D’altronde The Broken Circle Breakdown, in arrivo in Italia con lo spoileroso titolo Alabama Monroe – Una storia d’amore, ha vinto un Cesar, battendo proprio La Grande Bellezza, un Satellite Award e un European Film Award, andato alla meravigliosa attrice Veerle Baetens, oltre a due riconoscimenti al Tribeca Film Festival e al Festival di Berlino.
Una pellicola nata da un’opera teatrale dello stesso mostruoso protagonista Johan Heldenbergh, qui giustamente mattatore di un titolo diretto con maestria dal talentuoso e sorprendente Felix Van Groeningen, 37enne regista che ha con coraggio trattato temi solo all’apparenza tanto differenti. Walk the line che incrocia La guerra è dichiarata, potremmo dire, nel pennellare la storia d’amore di Elise e Didier, coppia travolte dalla passione che esplode al ritmo della musica bluegrass. Tatuatrice lei, innamorato dell’America e del ‘country’ lui, Elise e Didier sono diversi eppure indivisibili, fino a quando la malattia dell’unica figlia Maybelle stravolgerà la vita di entrambi. Una dura verità che li porterà a reagire in maniera opposta, abbracciando scienza e religione, scetticismo e superstizione.
Una chitarra acustica, il banjo, il mandolino, il violino e il contrabbasso. 5 strumenti a corda per musicare i sentimenti di una coppia nell’arco di un decennio. Dal primo folgorante incontro alla dolorosa evoluzione legata ad un beffardo destino, attraversando momenti di gioia e confusione emotiva, di musica e passione, di speranza e frustrazione. Alternando in cabina di montaggio momenti diversi, che oscillano tra presente e passato, tra fine ed inizio, Van Groeningen e il montatore Nico Leunen hanno avuto la capacità di incuriosire ed affamare il vorace e colpito spettatore, cullato da una meravigliosa colonna sonora country e dall’incredibile voce dei suoi due protagonisti, Veerle Baetens e Johan Heldenbergh, talmente bravi ed emotivamente travolgenti da lasciare basiti.
Vita, morte, nascita, paternità, maternità, perdono. Tutto è straordinariamente soppesato in Alabama Monroe, che punta il dito contro quei Paesi che negli ultimi anni hanno ‘frenato’ la scienza per motivi puramente religiosi. L’America tanto amata dal protagonista, perché Terra in cui poter risorgere e dar vita ai propri sogni, è l’America colpita a morte dell’11 settembre, l’America tranquillizzata dal Presidente George W. Bush la notte stessa degli attentati, quello stesso Presidente che nel 2006 pose un macigno sulla legge per rendere piu’ semplice la ricerca sulle cellule staminali embrionali.
La malattia che si fa strada in una vita apparentemente pregna di gioia e soddisfazioni, e in un Belgio in cui tutto ciò viene visto con occhi diversi e distanti, tanto da sposare con serenità persino l’eutanasia. Un Belgio ‘country’ che Van Groeningen e il direttore della fotografia Ruben Impens hanno disegnato con colori caldi e ammalianti, dando vita ad un melodramma struggente ed incredibilmente umano, segnato dalla spaventosa bravura dei due strabordanti protagonisti, capaci di trasmettere amore, passione, rabbia e dolore con un solo sguardo.
Un film ‘piccolo’ ma dalla potenza roboante, segnato da un finale straordinario nella sua festosa crudeltà e praticamente privo di difetti perché tecnicamente ineccepibile, ambientato in Belgio eppure figlio del ‘mondo’, in quanto universale nel raccontare una storia d’amore travolgente e all’apparenza atipica, ma in realtà comune ai quattro angoli del Globo nel suo essere drammaticamente ‘quotidiana’. Un amore che si sgretola dinanzi all’accettazione del dolore, tra accuse reciproche e gratuite cattiverie, ovvie figlie di un passato che non potrà mai tornare, perché segnato da un maledetto presente a cui nessuno può porre rimedio. Commovente ma a tratti persino divertente, musicale e spiazzante, perché mai timoroso di andare fino in fondo, The Broken Circle Breakdown solca la pelle dello spettatore come se fosse uno dei tanti tattoo della bellissima Elise, per poi pizzicare l’epidermide e tramutarsi in trascinante melodia, in grado di arrivare con forza e merito dritta al cuore.
Federico Boni, da “cineblog.it”

Quando si spezza il cerchio della vita

Dove ci si rifugia per riprendere forze e come, per guarire da un dolore impossibile da sopportare? Quando la vita ci ferisce troppo, quando ci devasta oltre ogni limite, tutte le domande, tutta la rabbia, tutta la disperazione devono trovare uno sfogo. In un Belgio agreste, Didier è il cantante in un apprezzato ensemble di country bluegrass, una musica allegra e vitale capace di momenti intensamente romantici e di struggente malinconia. Incontra Elise, tatuata e vitale ragazza che sul corpo si scrive la sua vita.

Esplode una grande passione, anche fisica, sessuale, che genera una deliziosa bambina. Che quando ha sette anni viene colpita dalla leucemia. La coppia non regge l’immane tragedia e si sfalda, perdendo anche quel poco che restava: se stessi, l’uno per l’altra. Colpiti nella carne perdono la loro anima. Elise si rifugia e si isola in una fede quasi animista. Didier, ateo convinto, ancora con maggiore ferocia rifiuta qualsiasi trascendenza in nome di un realismo altrettanto devastante, appuntando i suoi strali soprattutto contro la religione che segue i dettami di un Dio crudele e spietato, tracimando nelle vite di chi in quel Dio non crede (la ricerca sulle staminali bloccata, il controllo delle nascite osteggiato). Ma né la scienza con le sue spiegazioni razionali né la fede con le sue consolatorie credenze, mettono al riparo dalla disperazione. Molto è stato tolto ai due personaggi e ancora di più può essere sottratto. Allora forse quel Dio malvagio contro cui Didier ha osato tuonare, esiste davvero. Nel castigo atroce che l’uomo subirà c’è forse la prova dell’esistenza di quell’entità negata. Come nel film francese La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli, non è la malattia o il lutto a essere il fulcro della narrazione, a contare è l’effetto che provoca, con l’inevitabile ma non concepibile accettazione della morte. Il film è narrato intrecciando passato, remoto e prossimo, e presente, incasellando in una struttura narrativa perfetta gli episodi che da lontano condurranno alla conclusione, perché nel susseguirsi di eventi rimanga sempre ben presente nello spettatore quanto amore c’era all’inizio e quante erano le speranze e quanto dolorosamente sono state infrante. Dirige il trentacinquenne belga Felix van Groeningen, dopo poche altre prove, e siamo davvero interessati alla sua prossima opera. Grandissime le interpretazioni, sia di Johan Heldenbergh, alla cui vita si ispira il personaggio, sia di Veerle Baetens, entrambi ottimi anche nell’esecuzione delle belle canzoni, alcune bellissime (con un testo molto attinente alla vicenda che si sta svolgendo). Alabama Monroe (in originale The Broken Circle Breakdown, del 2012) è un film che lascia a riflettere sul senso della vita, perché un senso noi pensiamo sempre ci debba essere, mentre imperscrutabili sono le leggi non di Dio ma della semplice Natura, del crudele taglio che ogni tanto decide in imporre ai vulnerabili essere umani che, per loro sfortuna, non riescono ad accettarlo. E in quel rifiuto probabilmente c’è il seme di tutta la nostra follia.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

Elise e Didier sono due spiriti liberi, entrambi alla ricerca del proprio destino. Vivono la vita inseguendo i propri sogni e i propri interessi. Lei, che ama la pittura, gestisce uno studio di tatuaggi e ne ha il corpo ricoperto, perché è convinta che nella vita ci sia sempre qualche cosa che valga la pena mettere sul proprio corpo. Lui ama la musica bluegrass, il country nella sua versione più pura, fatta di sola acustica, e suona il banjo in una piccola band con la speranza di traferirsi in America, terra di sognatori e dalle opportunità infinite. Elise e Didier si sono incontrati per caso, si sono innamorati ed hanno iniziato a condividere vita e interessi. Il loro amore culminerà con l’arrivo di una figlia, Maybelle, inizialmente indesiderata ma pronta a divenire il centro del loro mondo. Ma quando, all’età di sei anni, Maybelle si ammala gravemente, quel “cerchio” perfetto creato da Elise e Didier viene a poco a poco a cadere in frantumi.
Candidato agli ultimi Academy Awards come miglior film straniero e, perciò, destinato a scontrarsi con il nostro La grande bellezza , che gli ha sottratto l’ambita statuetta, Alabama Monroe (in originale The Broken Circe Breackdown), prima di diventare un’opera cinematografica, era una pièce teatrale diretta e interpretata da Johan Heldenbergh.
Attraverso un interessantissimo lavoro operato sul montaggio, il film non gode di una struttura lineare e convenzionale. Tutte le fasi della storia d’amore tra Elise e Didier, così come le loro gioie e dolori, ci vengono raccontate attraverso un’insolita costruzione ad incastro che non prevede nessuna vera logica narrativa. La storia dei due protagonisti si dipana in maniera del tutto frammentaria, perché ciò che sorregge Alabama Monroe non è una storia forte da seguire dall’inizio alla fine, bensì le emozioni: vere fondamenta alla narrazione e linea guida dell’intero film.
Elise e Didier, interpretati magistralmente da Veerle Baetens e dallo stesso Johan Heldenbergh, hanno caratteri ed una formazione estremamente differenti fra loro: lui è un sognatore pronto ad ancorarsi, nel momento del bisogno, a teorie e principi decisamente concreti; lei, invece, che non ama credere che tutto sia destinato a una fine, preferisce rifugiarsi in un pensiero fatto anche di simboli e superstizioni. Sarà proprio questa loro diversità ad unirli ma, aalo stesso tempo, non tarderà a separarli nel momento in cui spiacevoli ed inattese difficoltà entreranno nella loro vita. La grave malattia della loro figlia darà vita a un aspro divario di pensiero fra ragione e religione, due temi indubbiamente forti che il film riesce ad affrontare sobriamente, senza mai sconfinare nel banale e senza mai assumere una posizione ben definita. La religione, così come la ragione, sono tematiche esistenziali utilizzate con intelligenza, non per veicolare ambiziosi messaggi, ma semplicemente per raccontare la “crescita” psicologica, che porterà inevitabilmente allo scontro, di due persone che, pur amandosi, non riescono a fare fronte insieme ad un ostacolo talmente grande che, anziché unirli, evidenzierà tutte le crepe del loro rapporto.
La malattia di Maybelle, inoltre, è utilizzata come “strumento” per indagare e riflettere sulle emozioni basilari che condizionano la vita di noi tutti: l’amore e il dolore. Un amore che riesce a legare due persone tanto differenti tra loro quanto simili, un uomo e una donna che, che per le loro scelte di vita, sono divenuti due outsiders agli occhi della società. Ma anche quell’amore incondizionato che scatta in un genitore verso il proprio figlio, indipendentemente dal fatto che sia stato concepito volutamente o meno.
Felix Van Groeningen, che dirige il film con mano ferma ed un certo gusto per l’immagine, si dimostra abilissimo nel raccontare una storia delicata che, nelle mani di chiunque altro, avrebbe potuto sprofondare facilmente in momenti retorici e lacrimevoli. Il tutto, invece, viene gestito con estrema professionalità e il film, pur trattando tematiche dure, ricche di scene crude che colpiscono dritto allo stomaco di chi guarda, riesce a “maneggiare” abilmente tutti questi elementi senza eccedere mai in nulla. Complice la bellissima sceneggiatura di Carl Joss che, oltre a riuscire a delineare in maniera sublime i due personaggi principali, riesce ad addolcire anche i momenti più duri grazie ad una scrittura attenta e carica di dialoghi efficaci e brillanti al tempo stesso. Ulteriore elemento protagonista è la musica. Sia Didier che Elise suonano in una piccola band che esegue brani di bluegrass e le loro canzoni non tarderanno a divenire un filo conduttore pronto a sottolineare tutti i temi chiave del film e, di conseguenza, a rivestire a tutti gli effetti una vera funzione narrativa e mai di semplice accompagnamento alle immagini.
Alabama Monroe è sicuramente un piccolo capolavoro. Un gioiello capace di emozionare, divertire, far riflettere e che sicuramente non può lasciare indifferenti.
Giuliano Giacomelli, da “darksidecinema.it”

Alabama Monroe, titolo originale The Broken Circle Breakdown, è stato uno dei grandi film dell’anno appena passato, candidato all’Oscar per miglior film straniero insieme a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino e vincitore del premio Cesar in Francia e di due premi al Tribeca Film Festival di New York. E’ un film molto bello, struggente, potente, emozionante, che riempie il cuore e che porta alla lacrime anche lo spettatore dal cuore più duro.
Trama: Siamo in Belgio a fine anni 90 e inizio anni 2000. Didier è un cantante di bluegrass, variante del country, un omone con la barbona, che vive in una roulotte mentre aspetta di ristrutturare casa. Elise è una tatuatrice professionista, una bella ragazza spirituale, con la propria storia personale dipinta sul corpo. Si incontrano, si amano, lui coinvolge lei nella musica, nell’amore per l’America, lei cerca di fargli fare un tattoo ma riesce solo a farlo diventare un nuovo tatuaggio sul suo corpo. Hanno una bambina, Maybelle, che purtroppo si ammala di cancro e muore molto piccola. La loro storia d’amore, attraverso il dolore, la perdita, ma anche la gioia e la voglia di ricominciare, tra la fede e la speranza.
Per certi versi Alabama Monroe è un film di difficile inquadramento. E’ sospeso in un mondo particolare, la campagna belga, che però sembra quella di un tipico stato americano del sud, come il Texas o il Kansas. Se i protagonisti non avessero nomi francofoni e ogni tanto non si vedessero targhe europee, si potrebbe pensare che sia un film americano e soprattutto sull’America, la sua cultura, la sua storia. Ed è così, è un bellissimo omaggio, una mitizzazione di tutto quello che è americano. Didier ama l’America, ogni sua proprietà, ogni sua passione lo grida, dalla musica, al pick up, al modo di vivere.
Ma è anche un film che affronta la fine dei sogni -e quale più grande del sogno americano-, la durezza della vita, la tragedia che si insinua dietro ogni angolo. E’ la storia di un incontro tra due anime totalmente differenti, un incontro-scontro, una più razionale, cinica, disillusa e una più spirituale, religiosa. Entrambe ugualmente fragili, che necessitano dell’altra.
Alabama Monroe è di una potenza difficilmente sostenibile. Porta lo spettatore a soffrire, a gioire, e non è molto misurato con le dosi. Costruisce e distrugge il nostro fragile animo, ci gioca come un bambino gioca con un animale piccolo e indifeso, siamo in balia delle sue emozioni. Il racconto non lineare che salta da momenti tragici di sofferenza a altri di gioia reale e realistica, è la mazzata finale, in questo ottovolante di emozioni.
Non avrebbe mai potuto vincere agli Oscar dopo la pesante accusa agli USA che si verifica nella parte finale del film. Un’accusa pesante contro una nazione bigotta, retrograda, ancorata a credenze religiose sbagliate. Questo è il mondo che ama Didier ed è il mondo che le “ha portato via” la piccola Maybelle. E’ però anche il modo di vedere le cose di Elise, e questo provoca chiaramente frizione nella coppia.
Fenomenali i due interpreti, una delle coppie cinematografiche più belle viste negli ultimi anni. Veerle Baetens, è bellissima e bravissima, fragile e potente, un volto e una voce di cui ci si innamora. Johan Heldenbergh è un orso perfetto, dall’aspetto mal curato ma dall’animo sincero e tenero. Non perdetevi per nessuna ragione al mondo la loro storia, il loro tragico amore. Alabama Monroe vale più di tutti gli Spiderman e Gwen Stacy di ‘sto mondo.
da “daringtodo.com”

Dopo il grande successo in Belgio, la presentazione al festival di Berlino 2013 nella sezione “Panorama”, esce in Italia il quarto film di Felix Van Groeningen, regista belga trentasettenne, che ha soffiato il César 2014 come miglior film straniero a Paolo Sorrentino, e da Sorrentino si è visto soffiare l’Oscar per la stessa categoria. Tratto da un’opera teatrale di Mieke Dobbels e Joan Heldenbergh, sceneggiato dallo stesso regista assieme a Carl Joos, “The Broken Circle Breakdown” viene brutalmente tradotto in “Alabama Monroe”, titolo spoiler cui si affianca la solita didascalia dell’italiano distributore, preoccupato che i connazionali non capiscano si tratti di “una storia d’amore”.
Dunque sì, una storia d’amore, che per certi versi ricorda quella passionale e tormentata di Johnny Cash e June Carter in “Walk The Line” di James Mangold. Anche Joan Heldenbergh e Veerle Baetens (come nel caso di Joaquin Phoenix e Reese Whiterspoon) interpretano tutti i pezzi della colonna sonora. Il “bluegrass” secondo Didier è il country nella sua forma più pura: un violino, un contrabbasso, un mandolino, una chitarra e un banjo. Solo strumenti a corde, acustica pura, e voci. La musica segue i picchi emotivi degli eventi, celebra la passione fra Didier ed Elise, accompagna la loro discesa nel dolore, fino a diventare requiem.
La struttura narrativa riprende invece la scomposizione temporale di “Blue Valentine” di Derek Cianfrance. Anche il film di Van Groeningen è un continuo andirivieni fra passato e presente, che però non si presta ad assecondare o spiegare le emozioni dei personaggi, quanto piuttosto a mostrare una visione d’insieme del regista. Il presente, ogni presente, è un cerchio che si chiude e al tempo stesso la sommatoria di tutti i cerchi già chiusi.
La canzone “Will the circle be unbroken” che accompagna i titoli di apertura prima ancora che compaiano le immagini, è anche una domanda – se il cerchio sarà rotto oppure no – a cui alla fine ognuno troverà la propria risposta.
Il cast è davvero sopra le righe. Sia i due protagonisti che la bambina sono pienamente nella parte, tempestivi e senza orpelli, dritti al cuore. Il personaggio di Didier, uomo buono redneck e cowboy, col pallino di Bill Monroe e dell’America, poteva scadere facilmente nel patetico, specialmente nei punti in cui si accanisce contro il bigottismo reazionario di Bush Jr. e il potere oscurantista della religione. Ma invece ne esce, anche nei momenti di maggior intensità, con una “leggerezza” che arricchisce l’interpretazione. Lo stesso vale per il film in sé, che evita di essere retorico, pur affrontando argomenti e situazioni molto gravi, sempre grazie a un tocco delicato che ben si accorda alla scelta musicale. Un plauso in particolare a Veerle Baetens – miglior attrice al Tribeca Film Festival 2013 – una personalità catalizzatrice, combinazione di tecnica e fascino.
A un certo punto si sospetta che il film si assesti sulla falsariga de “La guerra è dichiarata” di Valerie Donzelli, altro piccolo grande film del 2011. In entrambi i casi la coppia viene messa alla prova dalla disgrazia più grande e il cerchio perfetto della famiglia rischia di spezzarsi. Ma la sorte di Didier ed Elise è un’altra, li aspetta una tortura peggiore della disperazione: la follia della vita che continua. Le piccole cose. Elise che guida la macchina, scende vestita in modo più ordinario del solito. Lui che la accoglie col sorriso, mentre taglia le verdure. Gesti normali che hanno perso il senso, che nascondono un abisso. E’ una fase di studio, in cui prevale il senso di colpa e la ragione ha poco spazio di manovra. A questo il regista sembra interessato più di ogni altra cosa, alla rielaborazione del lutto, al confronto col dolore. E ad esso oppone per tutto il film le incursioni nel passato: Elise in bikini stelle e strisce si rotola sul cofano dell’auto, stacco, carrellata sulle conseguenze delle chemio, stacco, Didier che racconta le origini del banjo… Anche la fotografia contribuisce a differenziare i due “tempi”, desaturando il presente, e tingendo il passato di toni più caldi, interni illuminati dal fuoco, sagome in controluce, oppure esterni di sole che si riverbera sui vestiti bianchi della band.
Soltanto verso la fine i flashback cedono a un corso lineare del tempo. Il film prende velocità, resta coerente a se stesso e anziché sottrarre rilancia pathos su pathos, ci mette l’anima, mantenendo però sempre un ritmo spensierato, una leggerezza che ha dentro meraviglia e consapevolezza. Un altro cerchio si chiude, in questo ultimo presente, non privo d’amore, né di lacrime, né di musica.
Lorenzo Taddei, da “ondacinema.it”

“Alabama Monroe – una storia d’amore” (The Broken Circle Breakdown in originale) è un film drammatico diretto dal regista belga Felix Van Groeningen e tratto dalla omonima pièce teatrale di Johan Heldenbergh.
In “Alabama Monroe – una storia d’amore” siamo in Belgio. Elise, giovane e affascinante tatuatrice, si innamora del cantante e musicista country/bluegrass Didier. Dalla loro unione stravagante e felice nasce una bambina di nome Maybelle. Tutto procede a suon di musica e d’amore finché, all’età di 6 anni, la piccola Maybelle si ammala di un grave tumore. Sarà un colpo troppo duro per le vite di Elise e Didier e per la loro unione…
“Alabama Monroe ” è un film estremamente poetico che racconta una tragedia personale e familiare senza mai mostrare nulla di scontato e attraverso le meravigliose note della colonna sonora del film, suonata ed interpretata dai suoi bravissimi protagonisti.
Il romantico dramma di Elise e Didier, di fatto, non può né riesce a lasciare indifferenti. Simile per certi versi allo splendido “Once” di John Carney e per altri al bellissimo “Blue Valentine” di Derek Cianfrance, “Alabama Monroe – una storia d’amore” ha già giustamente conquistato una serie di importanti premi, nonché le platee di numerosi festival tra cui Berlino e Tribeca.
Suggestivo, potente, aulico, commovente, indimenticabile. Assolutamente da vedere e da ascoltare.
Luisa Scarlata, da “cineradar.it”

Se non sapessimo che dietro alla storia raccontata con un andamento non lineare da Alabama Monroe c’è la vita vera e la vera sofferenza di Jonah Heldenbergh, il film che Felix Van Groeningen ha tratto dalla sua autobiografica pièce teatrale ci sembrerebbe artificioso, poco spontaneo, concepito a regola d’arte per devastare e irretire qualsiasi tipo di pubblico.
E invece, a monte dei premi che il film ha accumulato e della sua candidatura all’Oscar, c’è la generale consapevolezza che ogni riferimento a persone o a fatti reali non è puramente casuale. L’amore fra un cantante di Bluegrass e suonatore di banjo e una ragazza con la pelle diafana coperta di tatuaggi è effettivamente esistito, intrecciato alla morte, alle infinite variabili legate all’elaborazione del lutto e soprattutto all’inarrestabile naufragio del sogno americano.
Quest’ultimo tema, o meglio quest’ultima grande illusione che sembra una semplice digressione o una delle tante strade secondarie intraprese da un film che cambia spesso direzione, è invece molto importante perché è espressione del modo in cui l’Europa più laica e “pro choice” guarda alla nazione delle grandi opportunità e della democrazia. E siccome il punto di vista è quello di un uomo che abita nel primo paese in cui è stata legalizzata l’eutanasia anche per i bambini, è normale che la reazione si faccia più violenta, come se tutti gli stati della bandiera a stelle e strisce fossero una immensa “Bible belt” ferocemente “pro life”.
L’anima politica di Alabama Monroe, che viene fuori nel momento in cui la religione diventa un rifugio, si fa vedere però solamente da chi la sa cogliere, intrecciata alla distruzione di una famiglia che di fronte a una morte priva di logica si interroga necessariamente sul senso della vita.
Più in evidenza c’è la bellissima storia d’amore fra Elise e Didier, anticonformisti non per scelta o per la sgangherata esistenza bohemienne che conducono, ma per la purezza e l’intensità del sentimento che li lega.
E’ come se la loro libertà contagiasse lo stesso Van Groeninger, che non ha paura di affrontare le emozioni e che su di esse regola il fluire dei suggestivi brani musicali così come l’alternanza dei vari piani temporali. L’intreccio quasi casuale di presente e passato fa sì che nel film il tradizionale climax venga sostituito da una temperatura emotiva costante, che è altissima fin dal primo momento perché il protagonista maschile ha il volto dello sfortunato Jonah Heldenbergh.
Eppure un picco di dolore c’è in tutta questa struggente tranche de vie ed è là, di fronte alle ultime tragiche battute del racconto, che si resta perplessi e si invoca una sobrietà con cui stemperare il phatos.
Altro non riveleremo sul finale di Alabama Monroe, se non che a salvare l’intimità del film arriva il Bluegrass, genere da riascoltare o da cominciare a conoscere.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Elise è una tatuatrice che ha inciso sul corpo la propria storia, cancellando via via i nomi degli uomini che ha amato per coprirli con nuovi tatuaggi. Didier è un cantante di musica bluegrass che suona il banjo in un gruppetto belga innamorato del mito dell’America rurale. Quando si incontrano, è amore a prima vista e il riconoscersi reciproco di due outsider nel Belgio conformista e ordinato. Ad unirli indissolubilmente, oltre all’attrazione profonda, è l’amore per la musica. E per la prima volta nella loro vita Elise e Didier, che si credevano destinati alla precarietà dei sentimenti, decidono di impegnarsi fino in fondo, mettendo al mondo la figlia Maybelle. Ma anche il più eterno dei vincoli può essere reversibile, e i due innamorati lo scopriranno a proprie spese.
Felix Van Groeningen, il regista fiammingo di Alabama Monroe, sceglie inequivocabilmente la strada del melodramma e spinge la narrazione al di sopra delle righe, sia nel raccontare la storia d’amore assoluta e totalizzante fra i due protagonisti, sia nell’addentrarsi coraggiosamente nell’evoluzione tragica degli eventi. Perché come nelle canzoni bluegrass che Elise e Didier cantano insieme, il dolore va consumato fino in fondo, senza mai sottrarvisi. Alabama Monroe diventa dunque la storia di due esseri umani che maneggiano sentimenti forti e vivono fino all’estremo le proprie passioni, siano esse musicali, artistiche o sentimentali. Van Groeningen però ha l’accortezza di decostruire la narrazione in modo da inframmezzare il dolore del presente con il ricordo dolcissimo e straziante del passato, attraverso continui passaggi avanti e indietro nel tempo, fino alle ultime scene che invece procedono con la linearità inesorabile di una conclusione annunciata. Dunque vediamo Elise e Didier nei vari momenti della loro storia cogliendo l’intensità e l’immediatezza del loro rapporto tanto nella gioia quanto nel dolore. E riusciamo a gestire l’andamento melodrammatico grazie alle boccate d’ossigeno fornite dai momenti sereni ripercorsi dalla storia.
I due attori protagonisti diventano Elise e Didier con un livello di autenticità e identificazione raramente visti nel cinema recente. Johan Heldenbergh, che è anche autore della pièce teatrale da lui diretta in palcoscenico su cui si basa Alabama Monroe, interpreta Didier come una creatura primordiale con un’inesauribile energia vitale e una dirompente carica rabbiosa quando la vita gli riserva il suo lato più oscuro e le politiche degli uomini non fanno nulla per aiutarlo. Veerle Baetens, vincitrice dell’European film award per il ruolo di Elise, ha una recitazione epidermica perfettamente consona ad una donna che usa la propria pelle per esprimere ogni suo sentimento.
Pluripremiato in Europa e negli Stati Uniti, principale rivale de La grande bellezza ai premi Oscar, Alabama Monroe è un film quintessenzialmente europeo nell’impianto narrativo e nella recitazione (in fiammingo), ma ispirato alla cultura folk americana e agli stilemi del cinema indipendente d’oltreoceano. Il risultato non è un’ibridazione senza carattere ma, al contrario, una testimonianza di quanto le due culture cinematografiche possano rivelarsi profondamente complementari.
Paola Casella, da “mymovies.it”

Elise e Didier sono due persone completamente diverse: amante dei tatuaggi lei, innamorato del mito dell’America lui. A unirli è, però, un grande amore, ricco di complicità e passione. Questo loro sentimento cresce grazie all’amore di entrambi per il purissimo bluegrass, che sarà anche una costante per tutto il film. La storia d’amore dei due protagonisti procede splendidamente, nonostante l’inaspettata notizia dell’arrivo della figlia Maybelle. A cambiare il tutto è, però, un destino crudele che colpisce proprio la piccola bambina, la quale si ammala di tumore.
Alabama Monroe – Una storia d’amore (The Broken Circle Breakdown) è una pellicola belga, pluripremiata in Europa con un Cesar, un Satellite Award e un European Film Award; possiamo definirlo come la principale avversaria de La grande bellezza agli Oscar. Si tratta anche del quarto lungometraggio del regista Felix Van Groeningen, già lodato al Festival di Cannes nel 2009 per The Misfortunes. La sceneggiatura deriva dalla fortunata pièce teatrale di Johan Heldenberg, protagonista maschile della pellicola, e Mieke Doebbels.
Amore, vita, morte, musica, famiglia, perdita, principi, religione, simbolismo. Il film unisce una grande varietà di temi in modo coerente.
Uno degli elementi principali che colpisce lo spettatore è il tempo, che è particolarmente interessante: oltre a didascalie, è fortemente scandito da riferimenti storici (come la notizia della caduta delle Torri Gemelle, piuttosto che la celebrazione di un capodanno recante la scritta illuminata “2003”). Ad essere evocato è anche il mito dell’America, patria di sogni, agognata dall’uomo e spesso ripresa anche da cappelli e espressioni da cowboy. Un sogno tradito da attentati terroristici e da leggi contro la ricerca sulle cellule staminali. Sarà proprio quest’ultimo fatto, legato alle cure della figlia, a far cambiare l’opinione del protagonista per quanto riguarda il suo “sogno americano”.
Ciò che più conta è, però, il racconto realizzato tramite un montaggio eclittico. Sono i numerosi flashback che permettono di ricostruire una narrazione parallela. Abile è stato il direttore della fotografia, Ruben Impens, ad evocare le vicende del passato, quelle felici e spensierate, con un paesaggio romantico e accogliente; il tempo attuale, invece, è reso più realistico e quasi documentaristico.
Se nella prima parte del film il tema principale è incentrato soprattutto sulla gravidanza e, parallelamente, sulle gravi condizioni di salute della figlia, è la seconda parte che mostra i caratteri e le debolezze dei due personaggi protagonisti. È sempre da questo momento che si capisce la loro vera natura: non è solo la visibile differenza fisica tra i due, è la loro risposta alla sofferenza e al dolore ad essere inconciliabile. Razionale lui, emotiva e simbolico/religiosa lei. Uno scontro forte che trova una conclusione nella scena finale, espressione di perdono, di rinascita e di amore. Il tutto incorniciato da un leitmotiv della musica bluegrass, cantata dagli stessi protagonisti durante i loro concerti. Più che drammatica, si tratta di una musica che trasmette allegria, nonostante le situazioni critiche della famiglia.
Ammirevoli per le capacità canore, ma soprattutto per la recitazione sono personaggi principali: il marito e padre Didier è Heldenbergh, autore anche della sceneggiatura; Veerle Baetens è la, forte ma allo stesso tempo fragile moglie e madre Elise, perfetta per il ruolo; infine Nell Cattrysse è una giovanissima attrice che interpreta magnificamente la piccola malata Maybelle. Commovente e affatto timoroso di andare fino in fondo, di raggiungere il cuore. Le emozioni e i sentimenti sono resi in tutta la loro verità, con tutte le conseguenze che possono portare. Assolutamente da vedere.
Giuliana Cernuschi, da “spaziofilm.it”

Non fatevi ingannare dal titolo, dalla locandina o dall’etichetta “indie”. Non si tratta di un film d’amore dal finale rassicurante, magari di quelli che vi mandano a casa con un sorriso sbilenco. L’amore c’è ed è potente, ma le sue traversie vi si ficcheranno nella carne come unghie spesse e affilate e non vi molleranno un secondo.
Belgio, ai giorni nostri. Elise (Veerle Baetens) è una tatuatrice che ha scritto la storia della sua vita e dei suo amori sulla propria pelle, sostituendo via via i nomi degli uomini con nuovi tatuaggi. Un giorno entra nel suo negozio Didier (Johan Heldenbergh), cantante e suonatore di banjo di una band che fa bluegrass (una declinazione old-music del country). Lui ha il mito dell’America rurale e vive in una roulotte nella campagna delle Fiandre. Tra loro è colpo di fulmine, da parte di lui – accecante – per lei; e da parte di lei – totale – per lui e la sua musica, tanto da diventare vocalist del gruppo. Elise e Didier sono i primi a non crederci, precari e anticonformisti nei sentimenti come sono sempre stati: una volta rimasta incinta la ragazza, decidono di costruire casa insieme e mettono al mondo la dolce principessina country Maybelle. Si sa che gli dèi sono invidiosi quando gli uomini sono troppo felici e così il destino dà filo da torcere alla coppia, facendo ammalare la piccola di un male crudele, che li immergerà in un dolore cocentissimo e ingiusto, da cui non si tireranno mai indietro.
Alabama Monroe è una struggente sinfonia bluegrass, che racconta il percorso di due esseri umani che vivono al massimo le loro passioni: l’amore, la famiglia, la musica, l’amicizia, senza mai tirarsi indietro di fronte agli ostacoli e alle durissime prove che la vità dispensa loro. Il 37enne regista fiammingo Felix Van Groeningen sceglie di immergere i due “eroi” nel melodramma più puro, non solo nel dipingere la relazione amorosa che li avvinghia, ma anche nel far precipitare gli eventi, spingendo la storia molto sopra le righe. L’originalità del racconto sta nella destrutturazione cronologica degli eventi, che ci conduce avanti e indietro lungo la liaison tra i due spericolati amanti per cui è impossibile non parteggiare. La continua alternanza tra i dolori feroci dell’oggi e i momenti felici del vicino passato funziona come uno spartito musicale, che regala pause e momenti di respiro a un racconto a tratti troppo coinvolgente, che bestemmia su tutti i canoni dell’happy ending delle rom-com. Come a un certo punto farà Didier di fronte a una platea attonita, gridando ad alta voce che Dio non solo è morto, ma non è mai esistito e che in suo nome si bloccano i più grandi progressi scientifici.
I due attori protagonisti (Veerle Baetens ha vinto ha vinto l’EFA come Miglior attrice per la sua interpretazione) sono straordinari nel calarsi nelle viscere dei loro personaggi. Selvatico, rabbioso, testardo, razionalista Didier, fatina grintosa, irrazionale e tatuata Elise, fanno scorrere sui loro volti tutte le sfumature dell’emotività, trasformandosi in due “eroi country” di epica e tormentata bellezza. Premiato negli States e in Europa, è stato il concorrente principale de La grande bellezza agli Oscar, conciliando le radici neorealiste europee con lo stile del cinema indie a stelle e strisce.
Alabama Monroe non è solo “la canzone” bluegrass più bella che abbiate mai sentito, ma anche la più straziante.
Marita Toniolo, da “bestmovie.it”

Dopo il premio César per il miglior film straniero, la candidatura all’Oscar, premi a Berlino e al TribecaFilmFest e Veerle Baetens migliore attrice agli European Film Awards, esce anche in Italia Alabama Monroe, il film del belga Felix Van Groeningen.
Alabama Monroe si apre con le immagini di una band maschile che in tenuta “rurale” esegue una versione bluegrass di “Will the Circle be unbroken”, classico del country americano. Del brano scritto agli inizi del ’900 e interpretato negli anni da musicisti del calibro di Nitty Gritty Dirt Band e “Mother” Maybelle Carter, Felix Van Groeningen utilizza solamente il chorus conclusivo, vera e propria invocazione innodica dalle ovvie reminiscenze gospel, che si interroga sulla relazione circolare tra vita e morte, un riferimento esplicito non solo al titolo originale del film ma anche al dissidio tra fede e ragione che attraversa questo piccolo racconto di sofferenza famigliare. Quando lo scenario si allarga contestualizzando la performance, il paesaggio non è certo il Kentucky di Bill Monroe, ne quello contemporaneo, ma la Gand degli ultimi dieci anni, ovvero il capoluogo delle Fiandre Orientali. Una sovrapposizione solo apparentemente bizzarra che in realtà da una parte recupera, quasi idealmente, le radici europee di un genere “nativamente apolide” e dall’altra documenta la notevole esplosione di formazioni bluegrass Europee che ha visto il Belgio come importante centro produttivo degli ultimi anni; un contesto che quindi Groeningen conosce molto meglio dei critici che si sono stupiti di questa strana (?) commistione, tanto da inserire nella line-up che porta avanti tutti i numeri musicali, alcuni musicisti dei Rawhide, notissima band Bluegrass di Anversa, già pronta per portare in tour le canzoni del film insieme ai due protagonisti, Veerle Baetens e Johan Heidenbergh. Al di là delle strategie di mercato, se c’è un tentativo “originale” di contaminazione, questo è sul piano visivo e iconografico, che per forza di cose attinge da un certo immaginario americano tra i settanta e gli ottanta (da Butch Cassidy a Urban Cowboy) elevando su tutti il quadretto antropologico di impostazione Altmaniana e cercando di non farlo sentire troppo fuori posto nel contesto geografico di riferimento. Nelle intenzioni, tra l’altro chiarissime, si cerca di tenere in piedi il film attraverso il songtelling, costruendo un racconto per sezioni temporali disgiunte che va avanti e indietro e il cui unico collante è appunto rappresentato dai momenti performativi, contrazione di tutte le tensioni entro lo spazio drammaturgico del “numero”, che poi invaderà anche quello quotidiano.
Adattamento della piece teatrale scritta dallo stesso Johan Heidenbergh insieme a Mieke Dobbels, “The Broken Circle Breakdown” mette al centro la passione di Didier (Heidenbergh) per la musica e la mitologia country, il suo eroe è Bill Monroe, figura seminale nello sviluppo del Bluegrass, dal quale cerca di desumere tono, impostazione e in parte anche stile di vita. Quando l’imponente e solitario musicista conoscerà Elise (Veerle Baetens), tatuatrice e “donna illustrata”, con i segni della vita passata, presente e futura, incisi sulla pelle, tra i due nascerà un’istantanea storia d’amore tenuta insieme dalla relazione con la musica, ragione di vita per Didier ed espressione del tutto istintiva per Elise. Dal loro matrimonio nascerà Maybelle, battezzata con questo nome probabilmente in onore di Maybelle Carter, nota interprete country degli anni settanta e voce per una delle versioni più conosciute di “Will the Circle be unbroken”.
Durante la prima infanzia a Maybelle sarà diagnosticato un tumore, un evento che costringerà la coppia ad affrontare una battaglia durissima con una forza vitalistica che ricorda in parte quella condotta da Valerie e Jeremie ne ”la guerra è dichiarata“, lo splendido film della Donzelli anch’esso attraversato da una fortissima energia musicale.
Felix Van Groeningen, il cui amore per gli outsider e le famiglie non convenzionali sta diventando una costante film dopo film, sviluppa il racconto, come si diceva, con una serie di sezioni concluse e temporalmente ricombinate che aggiungono progressivamente elementi; una strategia tutto sommato artificiosa che da sola non riesce a generare vera forza emotiva; questa al contrario rimane intatta nella vicinanza ai corpi, nel tocco spesso leggero che mette in relazione la coppia con la piccola Maybelle, in un tentativo di prolungare gli effetti benefici e “playful” di una performance nello spazio terribile dell’ospedale, quindi non solo il numero musicale conclusivo, che indica una penetrazione davvero commuovente tra lo spazio quotidiano e la dimensione improvvisativa della canzone, ma anche tutti i piccoli giochi imbastiti da Didier per stupire la figlia, come il racconto sulla luce propagata dalle stelle.
Groeningen sembra quindi trovarsi molto a suo agio nella creazione di un cinema fisico, legato al numero o all’esplosione umorale del gesto, come per esempio nella sequenza dello sfogo di Didier, sorta di rovesciamento della performance bluegrass eseguita in ospedale, dove il dolore del mondo entra nello spazio teatrale e spezzando la magia della performance, restituisce con potente immediatezza quel dissidio interiore che attraversa anche la relazione della coppia.
Meno convincente il tentativo di trasformare il montaggio in forma ritmica e musicale; tutta la parte visionaria poco prima della conclusione, ha un po’ il sapore di una psichedelia visiva di maniera, falsificante, accessoria e poco credibile, un po’ come questi continui riavvolgimenti della storia, che rischiano di neutralizzare la forza delle sequenze più dirette e semplici, di cui Groeningen dovrebbe avere forse meno paura.
di Giovanna Farulli, da “indie-eye.it”

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