12 anni schiavo

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La storia vera di Solomon Northup, che nel 1841, nonostante fosse un uomo libero, venne rapito e portato in una piantagione di cotone in Louisiana come schiavo, per rimanerci fino al 1853. Tutta colpa delle diverse leggi che regnavano negli Stati americani, per cui a Washington (dove avvenne il rapimento) la schiavitù era legale, a differenza di quello che succedeva a New York, città in cui viveva normalmente Northrup. Responsabili dei dodici anni di schiavitù dell’uomo furono due bianchi, che con l’inganno lo portarono nella capitale americana e poi lo privarono dei documenti che provavano il suo status di uomo libero.
Steve McQueen aveva già dimostrato le sue doti grazie a Hunger e a Shame, ma con 12 anni schiavo supera se stesso e lo fa riscrivendo uno dei capitoli più bui della storia degli Usa, se non il più buio: quello dello schiavismo negli stati del sud, visto però dalla prospettiva – inedita – di un uomo che nasce libero (nello stato di New York) e che solo in età adulta conosce l’orrore della schiavitù. Il regista ha giustamente ritenuto che un tale punto di vista e una tale storia avrebbero potuto aiutare nell’identificazione spettatoriale e nell’acquisizione della consapevolezza che la schiavitù è molto diffusa ancora oggi, in diverse forme e in molte parti del mondo.
Non si può fare a meno di notare, fin dall’inizio, lo stile registico caratteristico di McQueen: si tratta di uno stile asciutto, elegante, anti-retorico per eccellenza, cosa che va a scontrarsi totalmente con lo stile tendenzialmente drammatizzante con cui siamo spesso abituati a visualizzare – e a vedere – al cinema e in TV fatti una storia di una drammaticità di questo calibro. E’ forse per questo motivo che alcuni spettatori lo hanno trovato disturbante: è come se il regista ti mettesse più di una volta nella posizione di un testimone oculare della scena ma ad una distanza tale (campo lungo) da non poter “aiutare” sentimentalmente o empaticamente il protagonista e gli altri individui nel momento in cui subiscono violenze e ingiustizie, allo stesso modo in cui gli altri schiavi si trovano in una posizione tale che non permette loro di osare soccorrere seriamente Salomon per ore dal suo martirio. Quest’ultima scena, non a caso, è racchiusa quasi del tutto in un lunghissimo interminabile piano sequenza: 12 anni schiavo è esattamente l’opposto del tipico “filmone” politically correct a tema perché non si esime dal mostrare la sofferenza così com’è ma al tempo stesso non la sfrutta emotivamente nel senso più banale del termine e di ciò che filmicamente induce solitamente a commuoversi. Ciò vale in particolar modo per la prima parte del film, dove la regia così perfetta e tesa come una corda di violino non lascia volutamente spazio a commozione e pena ma ai fatti effettivi, che devono rimanere impressi: del resto è quella parte in cui Salomon non si sente ancora del tutto schiavo, pensa ancora di poter far valere qualche qualità e qualche merito nella sua condizione, una situazione che conduce a fortissime ripercussioni e umiliazioni psicologiche ma soprattutto fisiche di corpi in carne ed ossa martoriati nello spazio.
Qualche spazio per la commozione ha luogo solamente dalla sublime liberatoria scena del canto gospel, dove l’intensissima recitazione di Chiwetel Ejiofor raggiunge i suoi picchi massimi. Per il resto c’è da dire che 12 anni schiavo è estremamente curato sotto tutti i punti di vista: fotografia, scenografie, costumi, musica, tutto al posto giusto e scelto con classe. La scelta dell’intero cast è poi ovviamente particolarmente felice a cominciare dal protagonista – “Atlante” del film che ne regge il peso consistente – secondo Michael Fassbender con il tocco di follia psicotica indotto al personaggio del padrone cattivo, che così non è più semplicemente tale, in terzo luogo Lupita Nyong’o e Benedict Cumberbatch, anche ognuno dei personaggi minori (vedi i personaggi di Paul Dano e di Brad Pitt), contribuisce in modo interessante, nessuno escluso, a costruire un pezzo di un puzzle di umanità che viene descritta in modo non manicheo, ma al contrario con le sue differenti gradazioni di crudeltà, sadismo, ignoranza, fondamentalismo, psicosi, ignavia, pregiudizio.
A. Graziosi, da “storiadeifilm.it”

Dopo Hunger, Steve McQueen torna a parlare di diritti civili e si dedica allo schiavismo con 12 anni schiavo, un pugno nello stomaco, candidato a ben nove premi Oscar. Tratto dal libro autobiografico di Solomon Northup, la storia, ambientata durante gli anni ’40 dell’Ottocento, parla di quest’uomo di colore (Chiwetel Ejiofor), nato a New York come uomo libero che all’improvviso viene drogato, catturato e reso schiavo. Durante la sua prigionia Solomon è schiavo di tre padroni diversi, tra cui Epps (Michael Fassbender), il più crudele e spietato di tutti. Ma Solomon non si arrende e quando conosce l’antischiavista Bass (Brad Pitt), molto interessato alla terribile svolta presa dalla sua vita, capisce che c’è una speranza di tornare libero, anche se ormai segnato per sempre da quell’esperienza tragica.
Le intenzioni di McQueen sono chiare fin dall’inizio di 12 anni schiavo, vuole toccare l’animo dello spettatore facendolo precipitare subito nel vivo della vicenda ponendoci su di un punto d’osservazione favorito per spiare come Solomon, di nascosto, si è procurato degli strumenti di fortuna per poter scrivere una lettera, sapendo che, se venisse scoperto, rischierebbe la morte. E subito capiamo che è il Male il principale protagonista dell’intera pellicola, un Male dal quale l’essere umano non può difendersi, può solo sopportare sperando che, prima o poi, sparisca da solo. All’uomo rimane solo la forza di volontà di lottare fino alla fine sperando in un qualsiasi deux ex machina (un po’ come, in maniera diversa, viene mostrato in All is Lost) che possa salvarlo.
Il povero Solomon di 12 anni schiavo, però, durante i suoi anni di schiavitù, non conosce solo la malvagità dell’uomo, ma anche l’amicizia, la consapevolezza che l’uomo è capace anche di fare buone azioni, cosa che insieme alla sua inseparabile musica lo aiuta ad andare avanti senza contraddire i padroni ma, con dentro di sé, la voglia di rimediare a tutto quello che ha vissuto. Ed è così che l’amicizia con Patsey (Lupita Nyong’o), la ragazza più prolifica del campo del signor Epps nonché sua non consenziente amante e, soprattutto, quella breve ma fondamentale con l’attivista Bass danno a Solomon un motivo in più per lottare anche quando, sfinito, rompe ciò che di più caro gli era rimasto, il suo violino con la sua musica.
La missione in cui McQueen si è imbarcato, commuovere e muoverci nell’animo fino in fondo, si palesa in un’altra scena fondamentale: Solomon viene picchiato da Tibeats (Paul Dano), e successivamente soccorso in quanto solo i padroni possono fare degli schiavi ciò che vogliono. Quindi Solomon viene legato con un cappio al collo su un ramo in modo che i piedi non toccano terra e viene lasciato così per un po’ di tempo a lottare contro se stesso e la sua voglia di non soffocare mentre attorno a lui la vita scorre tranquilla con i bambini che giocano felici. Solo un individuo con il cuore di granito rimarrebbe impassibile di fronte ad una simile scena, per non parlare della flagellazione di Patsey per motivi inesistenti, una sequela di immagini che non tutti gli occhi in sala riusciranno a vedere senza voltarsi o portando le mani a coprirsi il volto.
La perfezione registica di McQueen in 12 anni schiavo è seguita da una straordinaria interpretazione dell’intero cast con in cima un Ejiofor alla sua migliore interpretazione di sempre, superiore anche a Piccoli affari sporchi. Fantastico anche Fassbender che riesce a farsi odiare come pochi in un ruolo comunque difficile di uno schiavista che odia se stesso perché innamorato di una schiava, sfogando tutta la sua rabbia contro la sua merce e, in particolare, su Solomon perché sente che in lui c’è qualcosa di pericoloso; ottimi anche gli altri tra cui ricordiamo Benedict Cumberbatch che interpreta Ford, il primo padrone di Solomon, con cui instaura anche una certa amicizia intellettuale, e Paul Giamatti che svolge una breve particina come mercante di schiavi.
Roberto Manuel Palo, da “cinefatti.it”

Se dopo “Hunger” (2008) e “Shame” (2011), il nome di Steve McQueen vi faceva ancora pensare esclusivamente al biondissimo interprete americano amante dei motori, “12 anni schiavo” (2013) non potrà che marchiare per sempre questo nome, nella vostra mente, anche con una nuova connotazione, quella del talentuoso regista britannico deciso a imporsi nel panorama del cinema internazionale.
Il terzo lungometraggio di McQueen è difatti anche il suo miglior film finora realizzato. Il soggetto di “12 anni schiavo” si basa sull’omonimo romanzo autobiografico di Solomon Northup, musicista afro-americano nato libero nello Stato di New York e rapito e venduto come schiavo al Sud nel 1841. Come anticipa il titolo, questa condizione di sottomissione e violenze fisiche e mentali dura più di un decennio: dodici anni spesi a combattere per ritornare dall’amata moglie e dagli adorati figli, ma anche per ritrovare se stesso.
Dopo “Django Unchained” e “The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca”, “12 anni schiavo” chiude la trilogia degli ultimi mesi sullo schiavismo degli afro-americani, il capitolo più buio della storia degli Stati Uniti. Se l’ironia di Quentin Tarantino smorzava gli aspetti più crudi del suo film e Lee Daniels raccontava una storia affascinante ma un po’ fiacca, il realismo di Steve McQueen non fa sconti e colpisce nel profondo la sensibilità di ogni spettatore.
Il cineasta affida il compito di sceneggiare la pellicola all’ottimo John Ridley e affina al massimo il suo talento di narratore di storie scomode. Non manca lo stile pungente dei suoi precedenti lavori, ma “12 anni schiavo” è una pellicola meno disturbante di “Hunger” e “Shame”, in quanto è assente quella ripetitività di scene molto dure che metteva alla prova la resistenza dello spettatore. La vera, tragica vicenda di un uomo che si vede portare via la propria libertà, e con essa la vita stessa, è già violenta a tal punto da non lasciare a Steve McQueen la possibilità di girare il coltello nella piaga.
Pur non mancando certo di momenti di violenza fisica nei confronti degli schiavi, di “12 anni schiavo” turba ancor di più il processo di disumanizzazione a cui fino a poco più di un secolo fa erano sottoposti gli afro-americani: venivano considerati inferiori non solo agli uomini, ma persino agli animali; erano visti come oggetti da utilizzare fin quando si fossero rivelati utili, da spremere finché non vi fosse rimasto più nulla da succhiare. La maggior parte di loro non aveva nemmeno idea che fuori dai campi di cotone potesse esistere una vita orientata dal libero arbitrio, un mondo in cui fosse possibile lavorare per se stessi e per una famiglia propria; la maggior parte di loro si vedeva con gli occhi degli schiavisti. Ma non Solomon. Lui che era istruito, che fino a quel momento aveva avuto un’esistenza piena non si rassegnò nemmeno per un attimo alla sopravvivenza. Lui sapeva di non essere un animale e, nonostante avrebbe scelto la morte piuttosto che la rinnegazione di se stesso, si rivelò capace anche di fingere e mentire pur di salvare la pelle e continuare ad alimentare la speranza di un ritorno alla vita.
Chiwetel Ejiofor, che finora aveva recitato solo in ruoli minori, è un protagonista di ferro, perfettamente in grado di tenere sulle proprie spalle la scena e confrontarsi con un grande interprete quale Michael Fassbender, che veste i panni del crudele negriero, proprietario di Solomon. Da sottolineare è anche l’ottimo debutto sul grande schermo della minuta ma forte Lupita Nyong’o, che, battendo mille candidate, ha ottenuto il ruolo della sfortunata Patsey, oggetto del continuo desiderio del padrone che l’ha schiavizzata. Tre interpretazioni accurate e sentite che sono valse agli attori una candidatura all’Oscar ciascuno. In ruoli minori appaiono anche il famoso Sherlock dell’omonima serie britannica, Benedict Cumberbatch, e Brad Pitt, anche e soprattutto produttore della pellicola.
Difficile, quasi impossibile trovare qualcosa per cui biasimare Steve McQueen davanti a un lavoro tanto riuscito. “12 anni schiavo” è una pellicola potente e commovente che va dritta al cuore e che apre gli occhi sulla superficiale conoscenza che si ha dello schiavismo.
Corinna Spirito, da “ecodelcinema.com”

Periodicamente gli Stati Uniti tornano a riflettere sulle proprie vergogne, su quelle macchie sulla coscienza ormai indelebili che, giustamente, vengono messe sulla pubblica piazza piuttosto che celate dall’oblio degli anni. Negli ultimi mesi, è lo schiavismo ad essere tornato alla ribalta nel cinema statunitense, trattato in modo totalmente differente da Steve McQueen in confronto a quanto fatto di recente dai colleghi Steven Spielberg e Quentin Tarantino. Se, in Lincoln, Spielberg ha affrontato la tematica ponendola come contesto di una vicenda che avesse per protagonista colui che ha “spezzato le catene” e, in Django Unchained, Tarantino ha raccontato, con il suo stile inconfondibile, l’epopea di uno schiavo alla ricerca di vendetta e redenzione, McQueen, con 12 anni schiavo, cerca la strada più classica possibile per raccontarci la dura e crudele odissea di Solomon Northup.
Tratto dall’autobiografia dello stesso Northup, 12 anni schiavo ci descrive il lungo periodo di schiavitù che l’uomo libero Solomon Northup, interpretato da Chiwetel Ejiofor, si è trovato a scontare a causa del tradimento di persone che considerava fidate, che l’hanno drogato e venduto come schiavo. Passato di padrone in padrone, Northup si è trovato a fare i conti con lo spietato negriero Freeman (Paul Giamatti), il comprensivo e accomodante Ford (Benedict Cumberbatch), lo psicopatico Epps (Michael Fassbender) e il salvifico Bass (Brad Pitt) ed è riuscito a sopravvivere grazie alla sua grande forza di volontà, al suo talento nel suonare il violino e al buon senso di non mettersi mai apertamente contro i suoi padroni, con tutte le umiliazioni che questo poteva comportare.
McQueen ci aveva abituato a un cinema anticonformista, intimo e lucidamente crudele, incentrato su vicende di tormento psicologico e solitudine, come accadeva nei suoi precedenti Hunger e Shame. In 12 anni schiavo , si nota una costante autoriale nella descrizione ossessiva di un uomo solo e fermamente disposto a combattere per i propri ideali, ma quell’antinomia da cinema underground che caratterizzava i precedenti lavori di McQueen viene qui sostituita da una veste ricca e pomposa che porta il regista di Shame direttamente nell’universo mainstream. Forse è questa la dimensione più adatta a raccontare una storia dall’ampio respiro temporale e dalla forte tenuta morale come quella narrata in 12 anni schiavo e il film, infatti, si fa forte del suo abito e vince, perché riesce a parlare al grande pubblico. Questo non vuol dire che McQueen realizza un film per famiglie che ci racconta la triste parentesi dello schiavismo; piuttosto, 12 anni schiavo non cerca facili e laccati compromessi rappresentativi e ci mostra i fatti per quello che sono stati, senza omettere le più oscene crudeltà. Anzi, McQueen sembra calcare la mano proprio sull’aspetto più cruento, abbandonandosi a lunghe scene di tortura con dovizia di particolari quali schizzi di sangue e brandelli di carne che divergono a causa delle frustate, richiamando quasi la lezione splatter gibsoniana di La passione di Cristo. Ci mostra la follia di chi deteneva la facoltà di vita e di morte sulle altre persone, con strazianti scene in cui figli vengono allontanati dalle madri e lunghissimi momenti di grande intensità in cui uomini rimangono appesi per il collo a penzolare dal ramo di un albero mentre, attorno a loro, si consuma la quotidianità, come se nulla fosse.
Il regista, usufruendo di una sceneggiatura asciutta e rigorosa firmata da John Ridley, crea dei confini nettissimi tra bene e male, con vittime contrapposte a psicotici e bastardi “d.o.c.”, facendo sì che per lo spettatore sia inequivocabile il parteggiamento e l’immedesimazione. Ed è proprio in questo gioco delle parti che emerge anche la bravura di molti degli interpreti coinvolti, in particolare il protagonista Chiwetel Ejiofor e il cattivo Michael Fassbender, che qui torna a recitare per McQueen per la terza volta.
Se vi aspettate, dunque, una visione autoriale dello schiavismo americano non avrete pane per i vostri denti. 12 anni schiavo è un film che sembra fatto apposta per gareggiare alla notte degli Oscar, ma è comunque un’opera di grandissimo impatto emotivo, realizzata con grande professionalità e con il pregio di risultare altamente avvincente e coinvolgente malgrado il tema non proprio leggero che affronta e la durata che supera abbondantemente le due ore.
Adatto soprattutto agli amanti del buon cinema classico.
Roberto Giacomelli, da “darksidecinema.it”

Lontano dalla rivalsa, meritata ma utopica, che Quentin Tarantino dona agli schiavi d’America nel film Django – Unchained, 12 anni schiavo di Steve McQueen racconta nel modo più brutale, crudo e spietato la realtà degli schiavi d’America. Dalla vera esperienza di vita e le memorie di Solomon Northup, pubblicate nel 1853, il regista di Shame e Hunger si aggiudica un Golden Globe e nove candidature agli Oscar con un film diretto ed efferato, un concentrato di tematiche dure e forti che fa riflettere, commuovere e indignare di fronte un tragico spaccato di storia americana.
Nel 1841 Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), un nero nato libero nel nord dello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo. Senza motivi, spiegazioni o giustificazioni, Solomon si ritrova privo della sua libertà nel tentativo di sopravvivere senza perdere la propria dignità.
Che cosa avrebbe fatto qualsiasi uomo libero se, da un giorno all’altro, due sconosciuti lo avessero rapito, ridotto in schiavitù e privato di identità e libertà? Questo l’interrogativo che attanaglia lo spettatore fin dall’inizio e che lo avvicina alla drammatica realtà che Solomon, un padre di famiglia, libero e distinto, si trova ad affrontare, come se il suo calvario potesse capitare a chiunque.
La pellicola di Steve McQueen incalza il pubblico con orride scene di dodici anni di schiavitù raccontati tramite gli occhi inquieti, impauriti e speranzosi di Chiwetel Ejiofor (candidato agli Oscar come migliore attore protagonista). Discriminazione e violenza sono mostrate senza mezze misure e inflitte arbitrariamente da un essere umano ad un altro in una società ingiusta e irrazionale, di cui tutti sono complici: un mercante di schiavi che pensa solo al profitto, un padrone buono che però non fa nulla per cambiare le cose, un altro padrone sadico e spietato che frusta e abusa della sua schiava preferita.
Sulle inquadrature dilatate e gli insistiti primi piani su Solomon, il regista concentra le ingiustizie disumane che tutti gli schiavi d’America furono costretti a subire, ridotti, nel film, ad animali privi di caratterizzazioni (ad eccezione del protagonista) e ad ombre, vittime, silenziose che non hanno il coraggio di agire. Logorante la scena in cui Solomon resta appeso per ore con il cappio al collo e i piedi appena appoggiati a terra, senza che nessuno lo aiuti. Altrettanto duro e dissonante il sermone religioso recitato dal padrone sulle note della canzone contro i neri intonata dal guardiano della piantagione, e sui pianti della schiava separata dai suoi figli. Insopportabile il momento in cui lo spietato padrone (Michael Fassbender) abusa della sua schiava (Lupita Nyong’o), in una scena che è l’antitesi dell’amore. Emblematico l’incontro tra schiavi ed indiani, in cui è riassunta la storia americana responsabile di segregazioni e genocidi.
Steve McQueen obbliga lo spettatore ad osservare, senza distogliere mai lo sguardo, una pellicola intensa e amara in 133 minuti che scorrono lenti e crudeli. Paragonabile solo a poche altre (un esempio: Schindler’s List), 12 anni schiavo probabilmente riceverà i giusti riconoscimenti agli Oscar accingendosi a diventare uno dei film più epocali, magistrali e maestosi della storia del cinema.
Elisa Cuozzo, da “voto10.it”

Negli anni che hanno preceduto la guerra civile americana, Solomon Northup, un nero nato libero nel nord dello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo. Misurandosi tutti i giorni con la più feroce crudeltà, ma anche con gesti di inaspettata gentilezza, Solomon si sforza di sopravvivere senza perdere la sua dignità. Nel dodicesimo anno della sua odissea, l’incontro con un abolizionista canadese cambierà per sempre la sua vita.
Tratto dal romanzo autobiografico 12 Years a Slave di Solomon Northup, 12 Anni Schiavo , l’ultima fatica di Steve McQueen, segue la scia tracciata da DJango Unchained e Lincoln sulla scottante pagina storica della schiavitù. Giunto ormai alla sua terza opera dietro la macchina da presa, il regista prosegue il suo cammino sulla reclusione e l’alienazione dell’individuo, iniziato già con i precedenti Hunger e Shame , il primo con la rappresentazione di un uomo costretto alla detenzione coatta in un carcere violento dell’Irlanda del nord, il secondo con la messa in scena di un sessuomane rinchiuso in uno stato di prigionia più sottile ed astratto ma altrettanto infimo, causato dalla sua stessa ossessione. 12 Anni Schiavo infatti, pone l’accento sull’isolamento esistenziale del protagonista Solomon, interpretato da uno splendido Chiwetel Ejiofor, che lentamente ed inesorabilmente si piega all’umiliazione e alla brutalità dei suoi padroni, giungendo all’annichilimento totale.
Solomon Northup è un uomo nero nato libero nello stato di New York dell’arretrata America del 1841, in cui i diritti sociali appaiono ancora lontani e lo schiavismo un’assodata consuetudine. Ingannato e drogato da coloro che sembravano essergli amici, Solomon viene strappato alla sua famiglia ed alla sua idilliaca vita da musicista per essere venduto come schiavo al ricco proprietario agrario di turno. Ha inizio così l’inferno in cui il nostro personaggio è costretto a vivere per ben dodici anni. Privato della sua stessa identità, Solomon viene umiliato e torturato continuamente dai quei padroni che mai mostrano un briciolo di umanità nei suoi confronti e anche laddove si riuscisse a scorgerne almeno un flebile ed accennato tratto, questa umanità viene subito scardinata dai dogmi sociali che regolamentano il Sud schiavista. Dodici anni in cui assiste inerme e impotente a laceranti soprusi, le cui protagoniste predilette sono le donne, continuamente violentate e stuprate da uomini e donne senza scrupoli. Sarà l’incontro con un abolizionista canadese (Brad Pitt) a porre fine all’inferno di Solomon, che finalmente potrà riabbracciare la sua famiglia e dedicarsi all’attivismo politico contro lo schiavismo e alla stesura della sua autobiografia.
Abbracciando il filone storico, McQueen rievoca uno dei momenti più tragici e drammatici della storia americana, utilizzando una cifra stilistica dal tocco delicato ed efficace. Una delicatezza spazzata poi via da sconvolgenti primi piani e carrellate ottiche che mostrano le ferite delle violenze subite, costringendo lo spettatore ad una partecipazione attiva che non vuole essere tanto empatica quanto critica. L’impianto visivo, valorizzato da un’accurata fotografia, pare richiamare con una certa verosimiglianza il cinema esistenzialista di Malick, soprattutto nei lunghi piani sequenza dal carattere introspettivo in cui è la voce fuori campo del protagonista a guidarci in questa sofferente odissea. Un viaggio infernale che procede per gradi, giungendo poi ad un climax dall’efficacia straordinaria, in cui il cineasta mostra un’ottima maestria, riconfermando la sua piena padronanza dello strumento filmico. Un’opera imponente e magistrale, dall’elevato valore sociale. Assolutamente, da vedere.
Francesca Polici, da “spaziofilm.it”

Stati Uniti, 1841. Solomon Northup è un musicista nero e un uomo libero nello stato di New York. Ingannato da chi credeva amico, viene drogato e venduto come schiavo a un ricco proprietario del Sud agrario e schiavista. Strappato alla sua vita, alla moglie e ai suoi bambini, Solomon infila un incubo lungo dodici anni provando sulla propria pelle la crudeltà degli uomini e la tragedia della sua gente. A colpi di frusta e di padroni vigliaccamente deboli o dannatamente degeneri, Solomon avanzerà nel cuore oscuro della storia americana provando a restare vivo e a riprendersi il suo nome. In suo soccorso arriva Bass, abolizionista canadese, che metterà fine al suo incubo. Per il suo popolo ci vorranno ancora quattro anni, una guerra civile e il proclama di emancipazione di un presidente illuminato.
Da più di un anno il cinema americano prova a fare (veramente) i conti con la mostruosità della schiavitù, peccato originale della nazione che fa il paio col genocidio indiano. Lincoln, Django Unchained e 12 anni schiavo sono opere diverse e discordanti, la cui prossimità sortisce letture maggiori ed è qualcosa di più di una coincidenza. Il soggetto, affrontato, aggredito, sfidato e condiviso, sottolinea la delicatezza di una vicenda storica lontana dall’essere assorbita nel Paese di Barack Obama. Se nel film di Steven Spielberg la figura e la condizione dello schiavo è nascosta tra discorsi, proroghe e mediazioni, in quelli di Quentin Tarantino e di Steve McQueen è un visione eversiva che sfida l’impero o lo subisce per dodici anni. Distinti nelle maniere, Django è loquace e carnevalesco, Solomon è greve e silente, l’uno abbraccia l’eroismo sonante, l’altro in sordina, uno castiga, l’altro attende, i protagonisti di Jamie Foxx e Chiwetel Ejiofor condividono nondimeno un’espressione decisiva e ambigua, un’eccezionalità. Django e Solomon sono nigger speciali, schiavi fuori dal comune che finiscono proprio per questa ragione per sfuggire al destino del loro popolo. Se Tarantino riscrive il passato e libera l’invenzione concretizzando un sogno che intercetta gli avvenimenti storici attraverso il piacere soggettivo, McQueen decide per la denuncia attraverso una rappresentazione esplicita, esibita, oscena, che mira evidentemente a risvegliare la coscienza intorpidita dello spettatore.
Adattamento del romanzo omonimo e biografico di Solomon Northup, di cui il regista britannico contempla i dodici anni del titolo e affida alle didascalie conclusive la battaglia legale sostenuta e persa dall’autore contro gli uomini che lo hanno rapito e venduto, 12 anni schiavo corrisponde perfettamente l’ossessione di McQueen: lo svilimento progressivo del corpo sottomesso alla violenza del mondo. Dentro un affresco romanzesco e un infernale meccanismo kafkiano, un uomo dispera di ritrovare la propria libertà, rassegnandosi giorno dopo giorno alla schiavitù, sopportando torture fisiche e psicologiche sulla carne e nell’anima, che il padrone di turno vuole annullare. Come in Hunger e poi in Shame, che descrivono l’oppressione e l’isolamento, l’universo carcerario il primo, la dipendenza sessuale il secondo, in 12 anni schiavo la messa in scena si rivela virtuosa e discutibile, ostinata ad avanzare, a vedere e a sentire tutto. Indifferente al fuori campo e alla rinuncia ma fedele ai suoi ‘motivi’ (supplizio, assoggettamento, alienazione, agonia), McQueen ci (ri)propone percosse, fustigazioni, violazioni, torture che trovano in un piano sequenza infinito un compiacimento sadico ed estremo, appendendo il protagonista ad una corda e lasciandolo in equilibrio sulla punta dei piedi, disperatamente puntati per evitare il soffocamento. E nella ‘durata’ il regista ottiene il malessere dello spettatore a cui sbatte letteralmente in faccia la responsabilità di questa Storia. Senza cedere alla pietas e preferendo l’intimidazione. Il sovraccarico drammatico, l’addizione di orrori, la pesantezza dei corpi martirizzati dalla violenza e dai frequenti colpi di scena, che si appagano soltanto nei (malickiani) piani notturni e nelle stasi irreali della Louisiana, finiscono per essere l’argomento privilegiato della sua requisitoria e per trascurarne la dimensione sostanziale. Radicata nel fervore positivista, che forniva spiegazioni scientifiche allo schiavismo e produceva una classificazione barbara degli esseri umani, la schiavitù aveva un carattere istituzionale e rispondeva a bisogni economici precisi. Disporre di altri uomini per arricchirsi o per soddisfare perversioni e pulsioni era la deplorevole conseguenza. McQueen liquida la complessità del passato e di un sistema abominevole a favore della sua spettacolarizzazione e dei suoi effetti perversi, tutti incarnati dallo schiavista sadico e compulsivo di Michael Fassbender, interprete per la terza volta del pensiero ossessivo dell’autore.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

“12 Anni Schiavo” è la dimostrazione di come la vita di un uomo possa essere segnata per sempre da un singolo evento; è un libro di due secoli fa che ancora oggi riesce ad essere toccante; è un film diverso di un geniale regista britannico che si porta a casa –per ora – nove nomination all’Oscar®. “12 Anni Schiavo” è una storia vera che dal 1841 arriva al 2014 e fa parlare di sé nel Nuovo e nel Vecchio continente.
Abbiamo atteso sei lunghi mesi, ma tra poche ore potremo vedere anche nei nostrani cinema il nuovo lavoro di Steve McQueen che ha fatto notizia per i più vari motivi: dal festival che avrebbe dovuto ospitare la prima mondiale (alla fine l’ha spuntata il Telluride Festival a discapito del Toronto International Film Festival, dove si è aggiudicato l’ambito premio del pubblico), al volto sul poster che variava a giorni alterni, sino alle scommesse di quante statuette si porterà a casa da L.A.
Noto per avere un attore feticcio, l’affascinante (e bravo!) Michael Fassbender, e per creare pellicole dal forte impatto visivo, con un realismo che non fa sconti a nessuno (ancora oggi ben ricordiamo la sensazione di ribrezzo verso il cibo provata dopo aver visto quel capolavoro di “Hunger”), il regista ha confermato anche in “12 Anni Schiavo” di avere una attenzione ai particolari, alla luce, all’uomo e alle sue debolezze fuori dal comune. McQueen è riuscito nuovamente a stupirci e, dopo aver ammaliato l’esigente pubblico del TIFF 2013, ora sta rendendo le notti insonni ai colleghi che concorrono per l’ambita statuetta che verrà assegnata in quel di Hollywood tra qualche giorno.
L’opera narra l’assurda, crudele, insopportabile, storia del talentuoso violinista, Solomon Northrup, un libero cittadino di New York, che viene rapito e ridotto in schiavitù nel suo stesso Paese, da concittadini convinti di poter disporre della libertà altrui in base al colore della pelle. Terribile fotografia di un imbarazzante passato della Nazione che oggi è l’emblema della libertà e della democrazia, la decade più deprimente, mortificante e dolorosa di Solomon, ci viene raccontata nella sua aberrante quotidianità sino alle importanti battute finali.
Un’esperienza comune a molti, riportata dallo stesso signor Northrup in un libro, biografia trasformatasi in memento di come non si debba degradare un essere umano. E l’attore Chiwetel Ejiofor porta nel nuovo millennio queste vecchie memorie di vita con una tale umanità da farci dimenticare, scoccata la prima mezz’ora, di essere tornati indietro di quasi due secoli.
“12 Anni Schiavo” è uno di quei film che si ricorda non per la parata di grandi attori, ma per i suoi personaggi, con la loro parlata, le frasi pronunciate e gli assurdi comportamenti tenuti. Si prova caldo, si ha costante sete, si vorrebbe frustare Epps, proprietario terriero sadico, si prova tenerezza e ci s’immedesima con il protagonista, così simile a noi, se non fosse per l’anno di nascita. La bravura di McQueen risiede soprattutto qui: se la sofferenza fisica è da un certo punto di vista più moderata del previsto, quella psicologica riesce a coinvolgere (e sconvolgere) anche gente duecento anni più giovane di Solomon e il motivo, probabilmente, risiede nel fatto che il protagonista nasce libero, pensa da uomo libero e combatte per la sopravvivenza come faremmo noi, uomini liberi.
Pellicola non facile da consigliare (alla fine vi stiamo chiedendo di sacrificare più di due ore del vostro tempo per soffrire al fianco di un attore e poi meditare sull’opportunismo e la crudeltà degli esseri umani) ma è un tale inno alla libertà che merita anche il vostro applauso. Il regista, ancora una volta, ci dimostra cosa significhi fare cinema e noi non possiamo che sperare che la sua abilità riceva il più alto dei riconoscimenti!
Vissia Menza, da “masedomani.com”

In cinque anni, quelli che passano da Hunger (2008) a 12 Years a Slave (2013), Steve McQueen si e’ conquistato un posto d’onore sui red carpet di mezzo mondo e una solida fama di cineasta raffinato, attento ai problemi sociali e influenzato da esperienze artistiche che vanno dalla Pop Art alla Nouvelle Vague. Inglese con origini caraibiche, McQueen ha intersecato il cinema con la pittura, la scultura e la fotografia. Se l’espressione non suonasse un po’ troppo retorica, lo si potrebbe definire un “artista del dolore”. Nei suoi film, la macchina da presa indugia senza remore sulle schiene martoriate dalle frustate degli schiavi neri, sul corpo scarnificato dell’ormai magrissimo Bobby Sands o su quello irrequieto di un newyorchese vittima delle proprie pulsioni. La stessa attenzione, maniacale, per i corpi era presente nei primi cortometraggi, a partire dal lontano Bears (1993), gioco di sguardi fra due uomini nudi. Non e’ compiacimento – forse – ma contemplazione. Il dolore, fisico e mentale, passa attraverso lo schermo e ci colpisce direttamente, senza mediazioni. A volte diventa insopportabile, ci costringe a distogliere lo sguardo. Il confine fra il bene e il male resta saldo, ma la vita e’ comunque una lotta. Furiosa.
In Hunger, l’irlandese Bobby Sands muore di consunzione, dopo 66 giorni di sciopero della fame contro i suoi carcerieri. In Shame, Brandon, dietro lo schermo di un’esistenza di successo, non riesce a interrompere una spirale autodistruttiva che finisce per consumarlo da dentro. In 12 Years a Slave, McQuenn che – per la prima volta da quando gira lungometraggi – si affida a una sceneggiatura altrui (di John Ridley), racconta la storia di un uomo fatto schiavo con l’inganno. Per dodici anni. Siamo nell’America del 1841 quando Salomon Northup (Chiwetel Ejiofor), un free man di colore residente a Saratoga, e’ rapito e venduto a un possidente di New Orleans. Inizia cosi’ una lunga discesa all’inferno che portera’ Salomon, la cui vera identita’ e’ celata sotto il nome fittizio di Platt, all’ultimo gradino della gerarchia sociale, in un crescendo di abusi e umiliazioni. Saranno la sua inflessibile determinazione e l’aiuto insperato di un canadese dalla coscienza limpida a restituirgli il suo nome e la sua storia. Diventera’ un attivista per la liberazione degli schiavi e scrivera’ il libro autobiografico al quale la pellicola e’ ispirata.
In una delle scene piu’ disturbanti del film, Salomon-Platt e’ vittima di un agguato da parte del carpentiere John Tibeats, che non sopporta la nascente amicizia fra lo schiavo e il proprietario della piantagione, William Ford. Dopo un violento diverbio con Salomon, Tibeats e i suoi amici cercano di impiccarlo a un albero. Salomon e’ salvato dal braccio destro del possidente Ford, ma per punizione e’ lasciato per tutto il giorno appeso all’albero, con il collo infilato nel cappio e i piedi che sprofondano nel fango, agitandosi in un balletto disperato, alla ricerca vana di un appiglio piu’ solido. Dopo ore di agonia, una ragazza ha il coraggio di dargli da bere. Intorno a lui gruppi di bambini continuano a giocare indisturbati. La scena ricorda la crocifissione e si prolunga indefinitamente. Sappiamo gia’ che Salomon non morira’ quel giorno. Non c’e’ suspense, non ci sono altre minacce in agguato. C’e’ il dolore fisico e il terrore palpabile di un individuo appeso a un albero. McQueen ci lascia soli, in uno spazio-tempo che diventa via via piu’ labile, di fronte a un uomo che rantola e si contorce per restare in vita. Intorno, una natura oscenamente bella e rigogliosa, che resta incastonata in inquadrature rigorose (lo schermo spesso diviso in due rettangoli paralleli, scanditi dalla linea dei campi di cotone; i primissimi piani che occupano meta’ della scena; la simmetria e l’equilibrio fra presenza umana e paesaggio). I bagliori lividi della prigione di Hunger e della New York minimalista di Shame qui lasciano il posto ai colori fiammeggianti del Sud, fra il bianco dei campi di cotone dove gli schiavi inventano il blues e il rosso dei tramonti, il verde smeraldo degli alberi e l’azzurro intenso del cielo. La natura diventa molto piu’ che mero sfondo delle vicende degli uomini. Come Malick, McQueen si sofferma sull’anatomia di un bruco che sta divorando il cotone, su un fiore che si dischiude, sul succo violaceo dei frutti di bosco. I grandi quadri di insieme (gli schiavi nei campi con la casa colonica sullo sfondo) si alternano ai dettagli dove a emergere e’ la fascinazione per la materia (l’inchiostro, il legno del violino, la carta che brucia nel buio).
Salomon e’, suo malgrado, “quando le circostanze lo consentono”, uno schiavo modello, che finisce per essere odiato da quasi tutti per la sua intelligenza e la sua dignita’ morale. La coscienza malata degli schiavisti non lo perdona. Come Giobbe sopporta tutte le fatiche. Quando il suo campo di cotone e’ devastato dai bruchi, il folle e collerico Edwin Epps (Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen, qui nell’insolito ruolo dell’antagonista) decidera’ di essere vittima di una piaga divina e dara’ la colpa ai suoi schiavi, spedendoli in trasferta in una piantagione vicina. La sofferenza personale si trasforma nell’agonia di un intero popolo, mentre il solitario Salomon lentamente, dopo qualche incertezza, aggiunge la propria voce al coro degli schiavi che piangono la morte di un compagno. Il montaggio alternato della prima parte gioca sull’insanabile contrasto fra l’esistenza precedente di Salomon – talentuoso carpentiere e appassionato violinista, borghese che veste come i bianchi e gira libero fra le strade di Saratoga – e la vita miseranda dello schiavo Platt. Drogato dai suoi rapitori, Salomon si ritrova in una specie di carcere. La scoperta della prigionia e’ la danza grottesca di un uomo in catene. Nell’oscurita’ della prigione scorgiamo soltanto la sua tunica bianca che si agita e si contorce.
12 Years a Slave e’ in un certo senso la storia di un’immersione: privato anche del nome, Salomon si appella ostinatamente alla propria differenza, facendo leva, quasi incosciamente, sul medesimo strumento culturale di cui si avvalgono i suoi carcerieri, protestando la propria diversita’ intrinseca rispetto agli altri schiavi (“io sono un uomo libero”, ripete a chi gia’ lo sta vendendo). E’ l’incontro finale con un bianco diverso da tutti gli altri (il canadese Bass, un Brad Pitt buono e barbuto) a sancire uno slittamento di prospettiva che, come una linea sotterranea, pervade tutto il film: e’ l’inganno della differenza naturale fra liberi e schiavi, fra bianchi e neri che consente agli schiavisti di prosperare.
Non tutto scorre perfettamente. Dopo aver concesso tempo in abbandonanza al dipanarsi dei fili narrativi, il finale arriva precipitoso e preconfezionato. Si avverte un po’ di affanno nell’esigenza di coniugare il resoconto realistico di un episodio storico (siamo lontani anni luce dal Django tarantiniano), occupato da svariati caratteri e personaggi (da confrontare con il balletto a due di fratello e sorella in Shame), con le idiosincrasie di un regista cosi’ ingombrante. Il risultato e’ un affresco ibrido, personalissimo e dall’equilibrio altalenante, un oggetto imperfetto e affascinante.
Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

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