Un castello in Italia

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In parte autobiografica “Un castello in Italia” racconta l’inizio dell’amore fra Louise (Valeria bruni Tedeschi) e il giovane Nathan (Louis Garrel), proprio nel momento in cui la famiglia di Louise vive un drammatico declino: suo fratello Ludovic (Filippo Timi) è gravemente malato e i debiti costringono la madre a vendere la grande casa di famiglia, il castello in Italia.
Una commedia agrodolce, che alterna puro divertimento a momenti di autentica partecipazione, sorretta da un cast eccezionale: oltre la stessa Bruni Tedeschi, Louis Garrel e Filippo Timi, ci sono anche due attori italiani, in due spassosissimi camei: Pippo Delbono e Silvio Orlando.
Quest’ultima opera della raffinata attrice–regista italo–francese è davvero una sintesi perfetta tra autobiografia e romanzo d’amore, che racconta al tempo stesso una storia familiare e una d’amore. Pieno di ispirazioni classiche, prima fra tutte “Il giardino dei Finzi-Contini”, il film pone al centro una coppia non convenzionale, Louise e Nathan, diversi per età, classe sociale e ossessioni e di una famiglia, la propria anche nella vita, ormai in declino e che ha nel castello il suo simbolo; si sente anche la doppia identità italo francese, con due voci, nel vero senso della parola, una francese più delicata e una italiana più forte e decisa.
Il ruolo ‘pivot’ dell’opera è comunque quello di Ludovic, un Filippo Timi ormai maturo e consapevole, ottimamente calato nella parte, anche fisicamente parlando: c’è qualcosa di innominabile nel rapporto con la sorella, per non parlare del rapporto che lo lega alla madre, sancito dalla splendida scena del ballo quasi d’addio, sotto le note di ‘Bambola’ di Fred Buscaglione.
Marisa Borini poi, nella parte della mamma (sia nella vita che nel film) è deliziosa, un incanto, che lascia a bocca aperta.
Insomma ci si commuove, ci si diverte (esilarante la scena della sedia a Napoli), ci si sorprende, nella speranza che la distribuzione sia capillare. Da vedere e da consigliare a chi ha delle reticenze sul cinema francese in generale, qui comunque ‘contaminato’ dall’italianità della regista. Voto da uno a cinque stelle: 4 e 3/4!!!
Salvatore Cusimano, da “ecodelcinema.com”

La classe (sociale) non è acqua
Le choses de la vie sono le stesse per tutti, dovunque. Si nasce e si muore, si ama e si è riamati oppure si resta soli, si lavora chi più chi meno, si fanno bambini, non sempre, si invecchia felicemente o ci si ammala e così via. Ovviamente tutte queste esperienze si vivono diversamente a seconda del proprio stato sociale, del livello culturale e del conto in banca. E di tutte le esperienze di cui sopra parla Valeria Bruni Tedeschi nel suo terzo film da regista, che anche interpreta. E racconta storie della sua famiglia perché i protagonisti sono proprio loro, chiamati qui Rossi Levi.
Valeria Bruni è Louise, il personaggio principale, attrice quarantenne in pausa di riflessione, frustrata da un tardivo desiderio di maternità, single da troppo tempo, nevrotica e insopportabile. Nathan è il suo nuovo giovanissimo amante, un attore velleitario e viziato (Louis Garrel nella vita per davvero suo fidanzato per un po’, qui per una volta simpatico nella sua giovanile goffaggine, tronfio nel suo ancora fragile ego). La mamma (Marisa Borini) è nella vita per davvero madre di Valeria oltre che della celeberrima Carlà, sublime dama un po’ svampita dopo un’esistenza protetta da ricca alto borghese, alla quale l’età permette finalmente di enunciare indiscutibili anche se scomode verità. Ludovico (un ottimo Filppo Timi sarcastico ed emaciato il giusto) è il troppo amato fratello Virginio, terminale di AIDS (come purtroppo è avvenuto nella realtà della famiglia), cui il film è dedicato. Ricalcati sulla realtà sembrano anche servitori e dipendenti vari, divisi fra fastidio di classe e antipatia ormai indomabile per l’eccentrica famiglia, esasperati dalla loro ostinata fuga dalla realtà. E così si presume siano modellati sul vero anche altri personaggi marginali, l’amico parassitario, il frastornato sindaco del paesino (Silvio Orlando), semplice figlio di operai che dialoga con i Signori sempre in posizione di sudditanza. E c’è anche per davvero il castello di famiglia, che è Villa Ceriana a Castagneto Po, che si deve affittare o addirittura vendere perché la fabbrica di famiglia è ormai chiusa da anni, le spese lievitano, il tenore di vita resta sganciato dalla realtà e i soldi non bastano più. Ma in fondo non è un dramma perché quando i problemi finanziari sono troppi basta vendersi un Bruegel… La Famiglia Rossi Levi è come un dinosauro in via d’estinzione, rappresentanti di quella borghesia ottocentesca che traeva sostentamento non solo da una ricchezza di lunga data ma da un’attività industriale che la salvava dall’essere puramente parassitaria, laica per scetticismo culturale, anticlericale ma senza estremismi, apolitica per snobismo. Valeria Bruni Tedeschi racconta con estrema leggerezza, con qualche spunto surreale (ogni tanto sopra le righe) e qualche concessione “scandalosa” forse per divertirsi a ” epater les bourgeois” del suo ambiente (ammesso che vedano il film e si riconoscano), come fosse un Visconti meno morboso, un Thomas Mann meno decadente, un Vinterberg meno cupo, un Guadagnino meno tragico. Aleggia sempre uno humor autolesionista che non può non ricordare le faccende della bella borghesia newyorkese di Woody Allen. Ci si dibatte nello scontento ma non si riesce veramente a cambiare, non ancora (i soldi non danno la felicità ma aiutano molto). Si conversa in francese e italiano, è dichiarata la nostalgia per gli anni ’60 evidentemente felici, che affiora nella scelta delle canzoni. Anche lo spettatore di non pari estrazione sociale e di reddito inferiore si potrà divertire, avendo sempre ben chiaro che, se anche i ricchi talvolta piangono, sono comunque davvero dei diversi. Ogni tanto almeno con un po’ di simpatia.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

La lenta agonia di una vecchia famiglia d’industriali. Con Un castello in Italia Valeria Bruni Tedeschi ci e si regala un memoir sofferto e insieme giocoso. Un pezzo di biografia buffo, eccentrico, viscerale, che per impostazione ricorda più La guerra è dichiarata della Donzelli che Il Giardino dei Finzi Contini di De Sica.
I protagonisti fanno di nome Rossi Levi, ma il dettaglio non deve ingannare: il transfert, se c’è stato, non si recepisce. Dai Bruni Tedeschi li separano scarti minimi, ipotesi personali di una narratrice implicata. E’ Valeria Bruni Tedeschi anche se di nome fa Luisa. E Marisa Borini è in ogni caso sua madre, dentro e fuori dal set. Persino la grande casa di famiglia a Castagneto Po è appartenuta ai Bruni Tedeschi prima di finire – tornare – nelle mani dei Rossi Levi. Manca Carla, ma questo è un film dedicato a Virginio, il fratello, morto giovane. Filippo Timi gli rende giustizia.
Il rapporto tra fratello e sorella è forse la cosa migliore del film. Senz’altro la più bizzarra. Dal reflusso libero di ricordi personali, veri ma non necessariamente reali, rimessi alle immagini, affiorano anche vecchi amici di famiglia scrocconi, amanti francesi (qui Louis Garrel, bello, maledetto e complicato, da copione), preti e suore e monaci di profana scorza.
Si sente Checov ma si pensa al jazz, tanto tutto è senza centro, senza ordine, senza schemi. Difficile stabilire se sia anche senza stile. Qualcosa di autentico, persino di bello, riluccica da questo cubo in soggettiva che gira ottuso, altera fatti, deforma volti. Riapre ferite: se non per sanarle, almeno per restituire loro un senso, il posto in una storia. Il cinema serve anche a questo.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Unica donna tra i registi in concorso alla Croisette edizione 2013, Valeria Bruni Tedeschi attinge a mani basse dall’autobiografia e mette in scena la sua stessa famiglia, celebre sorella esclusa, fratello morto di Aids compreso: Ludovic (Virginio nella realtà) è un al solito strepitoso Filippo Timi, a giudizio di chi scrive tra i maggiori attori al mondo, gloria di cui il nostro paese non sa vantarsi; per entrare nella parte ha perfezionato il francese con il metodo Tomatis ed è dimagrito diciotto chili; i risultati sono strabilianti, e non è una novità. A completare il parco protagonisti troviamo la stessa Bruni Tedeschi (nel film si chiama Louise), sua madre Marisa Borini, il suo ex compagno Louis Garrel nel ruolo, più o meno, di se stessi. A far da contorno riconosciamo i camei di Silvio Orlando, Omar Sharif e Pippo Delbono (anch’egli sieropositivo nella realtà, difficile pensare che sia nel film per puro caso) e apprezziamo lo spazio dedicato all’ottimo Xavier Beauvois, perfetto nell’impersonare il molesto Serge, voce proletaria e rude che fa da controcanto a modi e tenori di vita non più così tanto altolocati.
I nomi sono modificati (sempre però con doppio cognome: Rossi Levi), ma sono autentiche le vicende di una famiglia dell’alta borghesia industriale piemontese che vive in Francia e sconta una inesorabile decadenza economica, che la porta a decidere se alienare la proprietà del castello del titolo (situato a Castagneto Po), del parco circostante, di prestigiosi e quotatissimi quadri della collezione di casa, tra cui un Bruegel. Da un lato ci sono le pressanti esigenze finanziarie, dall’altro la memoria del fu capo-famiglia, legatissima alla sorte del sontuoso immobile e delle relative pertinenze.
Se dunque anche i ricchi piangono, come ci ricorda il titolo della celebre telenovela citato dalla servitù dei Rossi Levi, l’autrice la prende sul ridere, non si avverte la benché minima seriosità, al contrario la comicità risulta talvolta fuori controllo. Se nelle sequenze dello stupro interrotto dal maggiordomo (scena sconsigliata alle femministe), della prova respiro sul cadavere, del prete che arriva trafelato col trolley al funerale c’è un pizzico di genio, non altrettanto si può dire dell’umorismo a basso costo ricavabile da un’inseminazione artificiale (anche l’ultimo Virzì è caduto nella stessa faciloneria), o dal santuario napoletano Santa Maria Francesca delle cinque piaghe di Gesù, dotato di una fantomatica sedia della fertilità.
Da cosa derivano tali squilibri narrativi? Non certo da insensibilità, viste la vena malinconica che innerva il film ravvisabile nella colonna musicabile nostalgica (tra il Buscaglione di “Che sventola” e il finale con la Pavone di “Viva la pappa”), nel sentimento del tempo che passa e della maternità che non arriva nonostante un amante molto più giovane, nella tenera storia di un amore fraterno ai confini dell’incestuoso, nella coscienza del declino sociale suggellata in comico dalla ribellione della protagonista all’asta per il Breugel e in struggente dall’abbattimento di un ippocastano il giorno della morte di Ludovic e della vendita della proprietà a qualche cinese o qualche russo, che si portano via anche la cameriera.
Il limite della Bruni Tedeschi sta probabilmente, oltre in una scrittura a tratti scolastica (troppe situazioni chiuse con un personaggio che si allontana in preda a un moto di isteria), nel voler sminuire la propria intelligenza e il proprio talento, nel prendersi in giro con eccesso di modestia. Così, la Louise del film, oltre che senza un uomo stabile e senza figli, è anche senza lavoro d’attrice, lasciato spontaneamente anni prima, mentre la Valeria vera continua a dirigere (è al terzo lungometraggio) e a recitare. Così, non possiamo credere che l’autrice di “Un château en Italie”, opera imperfetta ma arguta e delicata e dichiaratamente ispirata a modelli “alti” (“Il giardino dei ciliegi” di Cechov, “Il giardino dei Finzi Contini” di De Sica, “Salto nel vuoto” di Bellocchio) si abbandoni nella vita privata a momenti di semi-demenza e si accontenti nella vita filmata di sequenze da cinepanettone.
Film totalmente francese senza coproduzione italiana, nonostante il cast eterogeneo e la recitazione in due lingue, arriverà nelle nostre sale in autunno, distribuito da Teodora.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Anche i ricchi piangono
Terzo da film da regista per Valeria Bruni Tedeschi, questo A Castle in Italy (Un Chateau en Italie) è certamente la sua opera più intima e personale visto che porta con sé davanti alla macchina da presa sua madre Marina Borini e l’ex compagno Louis Garrel, e davanti agli occhi degli spettatori momenti importanti della sua vita recente quali la morte del fratello e il desiderio di maternità. Manca insomma l’ancor più famosa sorella Carla, ma la storia di questa fittizia famiglia piementese, proprietaria di un castello e di un impero ormai in rovina, non nasconde in alcun modo le sue radici autobiografiche.
La Bruni Tedeschi interpreta Louise, ex attrice che ha deciso di ritirarsi prematuramente per “fare spazio alla vita nella sua vita”, che torna nella sua casa natale per incontrare la madre e il fratello Ludovic (Filippo Timi), da tempo malato di AIDS, e per decidere il destino del castello e delle proprietà di famiglia.
Qui incontra anche un giovane attore impegnato su un set cinematografico con il padre regista; lui la riconosce, la segue e le chiede insistentemente di uscire. Tornata a Parigi, la donna, sempre più in crisi a causa della solitudine e dell’età che avanza, decide di dare una chance a questo ragazzo ben più giovane e inizia una relazione con lui pur sapendo che in realtà vogliono cose bene diverse: una storia seria con figli e famiglia lei, solo divertirsi e vivere spensierato lui.
Nonostante i temi trattati (anche se in alcuni casi piuttosto superficialmente) siano molto seri e adulti, quello che colpisce nel film è il tono lieve e molto autoironico che la regista decide di adottare, specialmente nel tratteggiare i personaggi dei due fratelli, due eterni bambinoni cocciuti e viziati, abituati da sempre a giocare a principe e principessa, a non preoccuparsi di problemi quali soldi o malattie.
Se la parte più drammatica o romantica del film stenta a decollare a causa di personaggi stereotipati o non particolarmente interessanti (Garrell ormai ripete all’infinito lo stesso personaggio, o quantomeno continua a rifare sé stesso senza sforzarsi minimamente), è dove la regista stessa gioca con le proprie isterie e nevrosi che il film sembra colpire del segno, in particolare quando riesce a far (sor)ridere allontanandosi dal politicamente corretto come nel caso di due esilaranti sequenze sulla fecondazione assistita e sui presunti poteri di una sedia “miracolosa”, gelosamente custodita da un convento di suore.
Altalenanti anche le interpretazioni: se la Louise della Bruni Tedeschi funziona, anche se non con la stessa efficacia in tutta la pellicola, e il Nathan di Garrell invece proprio non ci ha convinto, il resto del cast non sempre sembra all’altezza delle pretese, forse fin troppo alte, della regista; un misto di volti noti francesi ed italiani – tra cui vale la pena citare almeno Silvio Orlando, Pippo Del Bono e Omar Sharif, tutti in poco più che un cameo – si alterna sullo schermo senza lasciare particolarmente il segno, tranne forse Filippo Timi che sfrutta come può il superiore minutaggio e il ruolo a sua disposizione, e che forse avrebbe meritato più spazio.
Luca Liguori, da “movieplayer.it”

Valeria Bruni Tedeschi continua con la sua autobiografia mediata: i tormenti di una (non più così) giovane, ricca donna di successo stavolta ruotano intorno a una dimora familiare da vendere per contenere spese abnormi e tamponare guai finanziari in arrivo. Quelle dei suoi film sono da sempre parabole solipsiste sotto forma di dramma agrodolce, concentrate in un mondo di privilegi chiuso e autoreferenziale. In questo senso il suo primo titolo E’ più facile per un cammello… aveva esposto al meglio tutto il programma, ribadito, con minore forza dal successivo Attrici: vicende personali vissute con sottile disincanto, esibizionismi cervellotici, crisi verosimili, rapporto conflittuale – tra attrazione e senso di colpa – con le altre classi sociali, autocritica feroce fino al compiacimento di una donna che è rimasta bambina un po’ viziata.
Un castello in Italia somma i due precedenti: come nel primo film, su uno sfondo familiare, ciascun personaggio confina pericolosamente con un suo omologo reale (Marisa Borini, madre della regista-protagonista, interpreta ancora la mamma; Louis Garrel, suo effettivo ex, impersona il più giovane compagno, attore e figlio di un regista che rinuncia a un ruolo en travesti – l’interprete ha effettivamente abbandonato il ruolo di protagonista di Lawrence anyways di Dolan, poi ricoperto da Melvil Poupaud -); come nel secondo si ostenta un rapporto d’amore-odio con la recitazione (in una spirale che ha del pirandelliano e in cui non si comprende se è Valeria Bruni Tedeschi a ricoprire un ruolo o un ruolo a ricoprire lei) e non si fa mistero del desiderio di maternità; come in entrambi, le relazioni intime sono lo specchio in cui si vanno a riflettere le nevrosi.
Il film procede, come una rapsodia cechoviana, tra siparietti, per lo più ironici, confrontandosi con il dramma di un fratello morente (il personaggio interpretato da Filippo Timi evoca la figura effettiva di un fratello morto di AIDS a cui il film è dedicato) e di un amico di sempre in difficoltà e che non si ha più voglia di aiutare (interpretato dall’attore e regista Xavier Beauvois), tra una relazione che non si sa come gestire e l’appello alle forze misteriose della religione (il ritiro spirituale, la visita a Napoli) per ottenere l’unica cosa che i soldi non possono comprare (un figlio naturale) in un’autofiction isterica e lieve, che più che la messa a nudo, teme l’eccessivo mascheramento del reale.
Fa sempre lo stesso film Bruni Tedeschi, per quanto dilatato e sfilacciato, usa mille artifici evidenti per ricostruire la sua realtà parallela e, soprattutto, continua a parlare solo di quello che conosce: questo non glielo si perdona, ma a me continua ad apparire un pregio.
Luca Pacilio, da “spietati.it”

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