Still Life

StillLife_manifesto

John May è un impiegato comunale che conduce una vita tranquilla e solitaria. Nulla di eccezionale, eccetto che il suo è un lavoro decisamente insolito: contattare i parenti più prossimi di coloro che sono morti in completa solitudine, e nel caso non si trovi nessuno, presenziare al loro funerale.
Le cose però cambieranno quando il suo reparto verrà ridimensionato e John si ritroverà in mano il suo ultimo caso.
La prima inquadratura è quella di una piccola abbazia, nel cuore della campagna inglese, sotto un cielo grigio. All’interno si sta celebrando un funerale, ma nessuno è presente, eccetto che per il prete. E per un uomo, che indossa un cappotto nero e ha in mano una borsa, di quelle marroni che si usano solo per il lavoro. Anche durante la successiva sequenza di funerali, che comprende cerimonie delle religioni più diverse e funge da apertura al film, lui è sempre lì, a sostituire parenti e/o amici che non si sono presentati per l’ultimo saluto.
L’uomo di cui stiamo parlando è John May, un dipendente del Comune di Londra, e questo è il suo insolito lavoro. Interpretato da un magnifico Eddie Marsan, finora inedito nel ruolo di protagonista, John è una persona meticolosa e scrupolosa, che riserva sempre un’estrema cura nel trattamento dei dati personali e nell’organizzazione dei documenti necessari in caso di decesso, fino a livelli quasi maniacali.
Un vero specialista nel suo campo insomma, e forse proprio per questo un uomo decisamente solo, proprio come le persone di cui si occupa. John vive infatti fra il suo lavoro e una monotona residenza in un piccolo appartamento nella periferia di Londra, dove abitualmente cena a base di tonno in scatola.
Il fatto che questa prima parte non risulti affatto noiosa e inerte come potrebbe sembrare è certamente merito della recitazione di Marsan, ma forse ancor di più di Uberto Pasolini. Più noto come produttore nominato all’Oscar di un cult come The Full Monty, Pasolini rivela una vera dote nel ruolo di regista, scegliendo un approccio preciso e controllato, esattamente quanto il suo protagonista. Ogni scena e inquadratura rispecchiano perfettamente l’atteggiamento di profondo rispetto che John nutre nei confronti del suo lavoro e ciò che esso comporta, riuscendo a creare qualcosa di vicino a un’aura solenne, non dissimile da quella che si respirerebbe a un funerale.
Lo stesso vale per i brevi, preziosi scambi di dialogo che John ha con varie persone nel corso del suo lavoro quotidiano, che sebbene siano spesso non privi di humour (è un film inglese dopotutto), rivelano sempre un certo distacco e disinteresse di John nei confronti dei vivi. Perché il suo vero interesse sono appunto i morti, anime perdute che un tempo erano persone reali con passioni, relazioni, storie da raccontare e che ora vivono solo nelle immagini raccolte da John in un unico, grande album fotografico. I delicati pezzi musicali per pianoforte di Rachel Portman ci fanno intuire che egli è realmente affascinato dalla varietà di esseri umani che gli sono capitati fra le mani, ma che allo stesso tempo è consapevole di condividere con tutti loro il medesimo, profondo destino di solitudine.
Ma proprio a causa della meticolosità del suo lavoro John risulta in definitiva essere un costo eccessivo per un’amministrazione comunale in tempo di crisi, e a circa metà pellicola egli si ritrova tutto ad un tratto disoccupato. C’è però un ultimo caso rimasto in sospeso, quello dell’alcolizzato Billy Stoke, che comincierà davvero a smuovere qualcosa nella sua vita, specialmente grazie all’incontro con Kelly, la figlia di Billy, interpretata da una toccante Joanne Froggatt.
Il tutto è raccontato fino alla fine con straordinaria delicatezza e precisione, e anche se a un certo punto potreste intuire come andrà a finire, vi sembrerà comunque che accada nel modo più naturale possibile, e dunque proprio per questo nel modo più inaspettato.
Still Life (da non confondere con l’omonimo film cinese del 2006) è un gioiello da guardare e conservare, un piccolo grande film che tratta, più che della morte, della vita e della percezione che se ne ha una volta che questa è inevitabilmente finita, e che ha meritatamente vinto il premio alla miglior regia nella sezione Orizzonti del 70° festival del cinema di Venezia.
Robin Whalley, da “storiadeifilm.it”

John May è un funzionario comunale dedicato alla ricerca dei parenti di persone morte in solitudine. Diligente e sensibile, John scrive discorsi celebrativi, seleziona la musica appropriata all’orientamento religioso del defunto, presenzia ai funerali e raccoglie le fotografie di uomini e donne che non hanno più nessuno che li pianga e ricordi. La sua vita ordinata e tranquilla, costruita intorno a un lavoro che ama e svolge con devozione, riceve una battuta d’arresto per il ridimensionamento del suo ufficio e il conseguente licenziamento. Confuso ma null’affatto rassegnato, John chiede al suo superiore di concedergli pochi giorni per chiudere una ‘pratica’ che gli sta a cuore e che ha il volto di Billy Stoke, un vecchio uomo alcolizzato che aveva conosciuto un passato felice. Di quel passato fa parte Kelly, la figlia perduta per orgoglio molti anni prima. Lasciata Londra per informarla della dipartita del genitore, John si muove tra i vivi e assapora la vita che ha il volto di una donna e il sapore di una cioccolata calda.
Quando si muore si muore soli, cantava Fabrizio De Andrè e scriveva Cesare Pavese che avrebbero potuto immaginare e mettere in versi il protagonista di Still Life, scritto, diretto e prodotto da Uberto Pasolini. Un film rigoroso, coerente, denso, profondo nell’immagine e nel senso, che ha la precisione e la lentezza di Tsai Ming Liang e la fissità e la dimensione iconica di Ozu. Non sembrino esagerati i riferimenti perché Still Life è un’opera importante che respira cinema dall’inizio alla fine.
Al suo secondo film, Pasolini ha un’idea di cinema coerente e matura che racconta i giorni sempre uguali di un funzionario comunale ‘morto’ in vita e riscoperto al tavolo con una donna. Una giovane donna divorata come lui, e le persone che ‘seppellisce’ e ‘archivia’, dalla solitudine e dal mare famelico che può essere la vita. Il punto di vista iniziale sul personaggio basta a imprimere un segno di funerea fatalità alla storia, insinuando un presagio e un destino. John May è la natura morta del titolo ed è la materia di cui è fatta la sua vita, che nel suo svolgersi produce un’altra possibile logica del mondo tutta da scoprire, tutta da rilevare. Perché da John apprendiamo la cura dovuta ai morti, compresi quelli che non hanno più nessuno a cui dare disposizioni, a cui lasciare in eredità il desiderio, a cui testimoniare il proprio. Alla loro sepoltura con pietas e misericordia provvede il protagonista, accompagnandoli sull’altra riva e ricomponendone la storia.
Diversamente da Foscolo, John è convinto che “all’ombra dei cipressi e dentro l’urna confortata di pianto” il sonno della morte possa essere meno duro. John May del poeta ha la forza intramontabile della poesia, capace di (re)suscitare i sentimenti più belli, di superare i limiti temporali e geografici, di ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto. Interpretato con lirica sospensione da Eddie Marsan, John May ricopre una funzione sociale rilevante che eleva lo spirito nel momento in cui accoglie e custodisce e che ci sprona a vivere con responsabilità civile il nostro ruolo nella società. Perché, parafrasando Ennio Flaiano, un lavoro ben fatto è la vera rivoluzione.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Uberto Pasolini non ha molti film al suo attivo come regista, solamente due: l’esordio “Machan” e appunto “Still life” presentato alla 70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, dove ha conseguito il premio come migliore regia. E’ più nota la sua attività di produttore che ha avuto il suo apice di successo mondiale, di critica e di pubblico, con “Full Monty” di Peter Cattaneo. Una serie numerosa di premi, ed inoltre arricchiti dalle nomination agli Oscar nelle categorie importanti: film, regia e sceneggiatura originale.
Il suo esordio dietro la macchina da presa con “Machan” riprendeva a grandi linee la storia di “Full Monty”, solo che gli squattrinati organizzati era stati trasferiti dall’Inghilterra al contesto povero dello Sri Lanka. Riuscire a costituire una squadra fittizia di pallamano per poter ottenere un visto per l’Europa e una volta giunti sul posto darsi alla clandestinità nelle varie nazioni europee. Come detto, pur avendo chiaramente delle caratteristiche derivative con “Full Monty”, la pellicola era comunque di fattura più che dignitosa.

John May è un impiegato del comune incaricato di ricercare eventuali parenti di persone che sono morte da sole. Se non riuscirà nell’intento dovrà provvedere alla sepoltura, organizzando il funerale, e scrivendo un elogio. Un lavoro molto accurato che non è molto gradito ai suoi superiori, viste le spese che il comune deve sostenere. Infatti durante un periodo di tagli al personale, il suo posto è in cima alla lista e prima del suo trasferimento vuole giungere al termine del suo ultimo compito.
“Still life” rispetto alle due pellicole citate in precedenza non gioca le sue carte sul versante dell’ironia pura. Certamente non è un elemento di cui questa pellicola è carente, tuttavia l’approccio che utilizza il regista italo-inglese è molto più serio, perché “Still life” in fondo parla della morte o almeno di un certo modo di morire: morire da soli.
Pasolini ha sottolineato alle conferenze stampa e nelle varie interviste rilasciate alla Mostra del Cinema di Venezia il fenomeno di questo sensibile aumento di persone che vengono trovate senza vita all’interno dei propri appartamenti dopo giorni o settimane dal decesso. Nessuno si accorge di nulla, nessuno si fa delle domande di questa mancanza, tanto meno in molti casi gli stessi parenti, quasi a dimostrare uno scollamento evidente del tessuto familiare, presente nella maggior parte dei casi all’interno delle civiltà occidentali. Esemplificativa in questo senso è la telefonata verso un signore chiamato Radley, che non vuole saperne di presenziare al funerale (pagato dallo Stato) di suo padre che ha come cognome Radulovitz. Per rancore o per vergogna di un passato da immigrato o figlio di immigrati, si è portati quasi a rinnegare le proprie origini e di conseguenza molti tessuti familiari diventano più deboli fino ad essere recisi.
Molte volte all’interno della cronaca dei quotidiani capita di leggere notizie di questo tipo e non succede una volta ogni tanto. Può sembrare assurdo, ma non è certo una scoperta di oggi che all’interno di condomini grandi come alveari umani accadano fatti del genere. La gente muore e nessuno si accorge di nulla come se all’interno di tali agglomerati le persone siano invisibili l’uno dall’altro. Sia in caso di presenza o in caso di assenza.
Emblematico è tutta la sequenza iniziale di questo film con la celebrazione di un funerale. L’elogio un po’ stentato del sacerdote, una musica di sottofondo, solo una persona presente che osserva come tutto vada per il verso giusto. Questa stessa persona la vediamo solitaria seguire il feretro fino alla sua sepoltura.
John May, questo è il suo nome, è un semplice impiegato del comune a cui viene affidato l’incarico della ricerca di parenti proprio nei casi spiegati in precedenza, ma nella maggior parte delle volte scopre che o non ci sono parenti stretti o amici del defunto rintracciabili o che quest’ultimi non possono e soprattutto non vogliono avere nulla a che fare con tali persone. Il comune si sobbarca la spesa per il funerale che John May prepara nei più piccoli particolari.
“Still life” è costruito fondamentalmente su questo personaggio con cui è facile avere una forte empatia grazie alla straordinaria interpretazione di Eddie Marsan, ottimo caratterista del cinema inglese, dal viso riconoscibilissimo e particolare, che ha avuto, insieme allo stesso Pasolini alla proiezione in Sala Grande circa dieci minuti di standing ovation, a dimostrazione dell’ottimo lavoro effettuato e dall’emozioni che ha saputo suscitare questo singolare personaggio.
Ad un primo sguardo John May appare come il classico piccolo burocrate, estremamente metodico nei gesti e nelle parole. Basta dare un’occhiata al suo quotidiano, con una casa arredata in maniera molto spartana ed ordinatissima, il suo ufficio che sembra un’appendice del suo appartamento in cui nulla deve essere fuori posto. Misurato anche nel camminare, sempre attento a guardare a destra e sinistra prima di attraversare una strada deserta.
Dietro però questa apparenza da grigio e freddo burocrate, John May è maniacale nel suo lavoro perché ci mette cuore e anima. Si accolla il compito di rintracciare persone vicine, cerca di convincerle con maniere gentili a partecipare alle esequie e se non ci riesce entra, non abusivamente in quanto fa parte del suo lavoro, nelle case di queste persone dimenticate e indaga sulla loro vita cercando di avere un minimo di conoscenza sui loro gusti e sulle loro passioni e specialmente cercando di scoprire chi erano veramente. Attraverso la scoperta di piccoli particolari sparsi riesce a farsi un’idea per poterla tradurre in esequie funebri appropriate, magari accompagnate dalla loro musica preferita
Se si vuole dare una definizione a John May forse potrebbe essere quella di un Caronte dolce, un traghettatore di anime perdute nell’aldilà, attraverso una semplice cerimonia e una degna sepoltura capace di restituire un minimo di dignità ad una persona che nella vita terrena si era vista dimenticata da tutto e tutti. Un lavoro scrupoloso a cui tiene tantissimo tanto da comporre un personale album fotografico di tutte queste persone al quale ha dato un contributo affinché, nei limiti del possibile, sia presente una piccola memoria.
Un servizio svolto con passione pur sapendo di non ricevere nulla in cambio oltre la propria gratificazione personale e tuttavia che mal si sposa con mentalità contorte e quelle sì veramente burocratiche nel senso deleterio del termine che osservano tutto questo come uno spreco di risorse e di soldi, come se la restituzione di un po’ dignità abbia una valutazione di mercato.
Al contrario di John May, le sfere alte considerano tale servizio come un ramo secco che non produce entrate e deve essere tagliato per contenere le spese, con la conseguenza del taglio dell’ufficio di John che apprende a malincuore della decisione presa, ma ugualmente deciso a seguire il suo ultimo caso per il quale gli viene concessa una proroga.

(…) Se “Machan” era giocato molto su una struttura molto simile al successo planetario di “Full Monty”, quindi più o meno giocato sul sicuro, “Still life” è un film molto diverso, costruito principalmente sul suo protagonista John May e non sulla coralità di più interpreti. Il carattere di John May/Eddie Marsan influenza profondamente anche lo stile equilibrato e misurato del film, senza una tonalità fuori posto. La fotografia dai colori freddi, tendenti al grigio, in qualche misura inganna, perché la pellicola è tutt’altro che emotivamente fredda. Contiene un cuore, come la conteneva il “Vivere” di Akira Kurosawa. Eddie Marsan sicuramente sembra la reincarnazione caratteriale del Takashi Shimura di quel film e accennare un paragone con quel capolavoro, seppur minimo, non è irriverente.
da “filmscoop.it”

Ci sono vite solitarie, ripetitive e scandite da una ritualità quotidiana quasi ossessiva, che però hanno un senso e una normalità per chi le vive. John May è uno di questi uomini grigi che passeggiano al margine della nostra percezione, su cui il nostro sguardo difficilmente si sofferma. In più fa un lavoro molto particolare, cui si dedica con meticolosità, attenzione e cura, e attorno al quale ha impostato la sua vita solitaria: è un funzionario del Comune incaricato di rintracciare eventuali parenti di persone morte in solitudine e sentire se vogliono/possono presenziare al funerale. In loro assenza, è lui a scrivere l’eulogia degli sconosciuti in base alle foto e agli oggetti che trova in casa loro e a scegliere la musica che gli sembra più adatta. Perché lui sa quanto sia importante che ognuno degli uomini e delle donne di cui nessuno si interessa possa avere un addio il più dignitoso possibile, perché nessuna vita è senza valore.
Sono temi profondi, intimi e universali, quelli che Uberto Pasolini, banchiere di successo convertito al cinema trent’anni fa, affronta nel suo secondo film da regista. Anche se la storia si svolge a Londra e il film ha una connotazione tipicamente british, non è difficile immaginarla in una delle nostre grandi città. Appartiene a tutte le metropoli odierne l’isolamento di cui parla Still Life, la solitudine di chi per scelta o per destino non ha nessuno con cui condividere la propria vita, l’allentarsi dei rapporti di buon vicinato che lascia il posto a un’estraneità totale con chi abita alla porta a fianco. Non se la passano meglio i giovani, più a loro agio coi rapporti virtuali che col confronto attivo e problematico col mondo reale.
Pasolini ci racconta tutto questo attraverso la figura di un travet che sembra uscito da un racconto di Kafka o di Gogol, o che potrebbe essere, nella sua fisicità da cartone animato, un abitante congelato dai Biechi Blu nella terra del sergente Pepper, pronto però a riacquistare colore e calore quando, nel suo ultimo incarico di lavoro prima del licenziamento, si apre al mondo partendo alla ricerca delle tracce umane lasciate dal suo dirimpettaio, un alcolizzato che sembra la sua immagine al negativo e che è riuscito però, nella sua vita tragica e incompiuta, a fare la differenza nella vita di altre persone, a dimostrazione che dietro le esistenze più anonime e disperate possono nascondersi scintille di straordinaria umanità. Tutto questo Pasolini lo dice in un film che parla con voce sommessa, in modo minimalista e rigoroso ma mai angoscioso o noioso, grazie anche al senso dell’umorismo che fa capolino in alcuni irresistibili momenti e ad un attore, Eddie Marsan, assolutamente straordinario per la capacità di immedesimarsi in un personaggio difficile e non scontato e di recitare per sottrazione, dimenticando una carriera in cui spesso gli è stato chiesto proprio l’opposto. Con un battito di ciglia, un sorriso che appare per un attimo, uno sguardo furtivo, comunica in modo toccante la metamorfosi del bruco che si prepara a diventare farfalla.
Still Life non è, sia ben chiaro, un film allegro o conciliatorio, ma a modo suo e attraverso i suoi personaggi esprime un ottimismo di fondo. Di sicuro è in grado di restare con lo spettatore dopo la visione, coerente espressione di un autore curioso e sensibile a cui interessa davvero entrare nella vita di quelli che ci provano ma non ce la fanno e soffrono e falliscono da soli, di cui il nostro cinema spesso e volentieri si dimentica.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

Finalmente un film che vale tutte le sue lacrime: il valzer degli addii lo suona Uberto Pasolini
Ci sono film che hanno una grazia rara: ci fanno sentire meglio, migliori. E’ una grazia che Still Life di Uberto Pasolini possiede.
Interpretato da un magnifico Eddie Marsan, John è un impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più vicino di chi è morto da solo. Quando non vi riesce, tocca a lui organizzare le esequie, prendervi parte, inventare ricordi e parole di cordoglio. Per restituire, a chi non c’è più, la dignità di una storia che nessun altro potrebbe più raccontare. Un senso del loro passare.
John svolge il suo lavoro con una scrupolosità maniacale. Di più: raccoglie le loro foto in un album dei ricordi. Come fossero i suoi. Del resto John non ha nessuno, anche lui sembra morto, rispetto ai vivi mostra però più cuore e passione. Il comune lo licenzia – la sua scrupolosità è una perdita di tempo e di denaro – non prima però di aver chiuso l’ultimo caso.
L’italo-inglese Pasolini ci regala l’inedito ritratto di “un amico dei trapassati”, senza morbosità, ma anzi con un rispetto e una sensibilità commoventi. Sospeso su una nuvola di leggerezza, affidato a un’efficace poetica degli oggetti (la “natura morta” del titolo), Still Life è un delicato valzer degli addii, un’opera che riporta letteralmente i morti “in vita”, rivelando i legami che misteriosamente uniscono defunti e viventi.
Con la disarmante semplicità della messa in scena, l’ineffabile malinconia del sonoro, la sensibile performance attoriale, il film penetra la materia dura e ottusa dell’esistenza con una forza e un sentimento rari. Un’opera autentica, emozionante, profondamente conciliante, che vale tutte le sue lacrime.
Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Oggi parliamo di vita, di solitudine, di rispetto, di amore e di umanità, e di come siano magistralmente racchiusi in “Still Life”, un film tanto delicato, gentile e inaspettato, da aver toccato le corde di una variegata platea facendola annegare in una sommessa e generale commozione. Il neo-regista (alla sua seconda prova dietro la macchina da presa) è Uberto Pasolini, italiano di nascita ma dalla regia molto Brit, noto nell’ambiente cinematografico soprattutto in qualità di produttore (per intenderci, “Full Monty” fu opera sua), che da qualche anno narra storie per immagini con un tocco particolare e già inconfondibile.
“Still Life” è una di quelle opere rare in cui si parla di argomenti delicati, come la morte e l’addio a questo mondo (soffermandosi in particolar modo sul servizio funebre), con l’insolita prospettiva di coloro che se ne vanno in solitudine e senza famiglia, che ci ricordano l’importanza del rispetto per l’essere umano vivo, morto, emarginato o perfettamente integrato che sia. Insomma, una lezione di umanità che supera ogni barriera e i cui toni pacati lasciano più segni di una scazzottata.
Protagonista di questa storia è John May (un incredibile Eddie Marsan) il quale svolge un lavoro inusuale che lo porta a sviluppare una grande sensibilità, uno spiccato spirito di osservazione e un fiuto da vero segugio. John si occupa per la sua Contea di rintracciare eventuali familiari di chi perisce apparentemente in totale isolamento, abbandono, emarginazione. Non facendosi sfuggire alcun dettaglio, rispettoso di quanto lasciato dai defunti, attento a gusti e preferenze, John riesce sempre a dare a queste persone una degna sepoltura e non chiude mai un caso senza aver tentato anche l’ultima e poco probabile carta.
La crisi economica, però, rende il suo ufficio una spesa eccessiva e ben presto viene accorpato a quello di un donnone molto pratico e meno attento che lo invita a ricollocarsi, insomma, viene licenziato. A John non resta quindi che chiudere un ultimo caso prima di… darsi alla vita. E sarà proprio l’incontro con la famiglia di un vagabondo, che abitava nel suo stesso isolato, a segnare il suo futuro.
Pasolini racconta la quotidianità del suo personaggio, la sua routine, le sue manie e la sua rinascita, e nel mentre scatta una lucida fotografia dell’odierna società, delle moderne famiglie, dell’essere umano del nuovo millennio. Tutti sempre più cinici, soli e approssimativi, che sublimiamo con falsa concitazione ed effimera soddisfazione la mancanza di ciò che ci rende unici e migliori: l’umanità.
La bravura dell’autore sta nella chiarezza, nell’estrema delicatezza, nell’incredibile attenzione ai particolari (come l’attenta scelta di luce, fotografia, scenografia e costumi) e nell’aver diretto il protagonista in modo impeccabile. Marsan è impressionante nell’essere metodico, distaccato dal mondo, spaesato e nel ri-illuminarsi man mano che il finale si avvicina. Non ci stupisce quindi che l’opera abbia riscosso consensi ovunque sia approdata e che da Venezia 70 sia rincasata con un premio.
Voto: 7. Talvolta anche gli esordi dietro la macchina da presa possono essere veri gioielli. Da vedere!
da “masedomani.com”

La decenza nella morte
Con la sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l’importanza di condividere la propria vita.
È quello che siamo a spingerci sulla strada della nostra vita o è quello che facciamo di giorno in giorno a mutare il nostro modo di essere? Di certo John May conduce un’esistenza che risuona del suo lavoro: impiegato comunale di South London, May si occupa di rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine. E lo fa con una dedizione, precisione e meticolosa cura che richiama il suo stesso modo di vivere. È infatti ordinato ai limiti dell’ossessione, indossa sempre gli stessi abiti, percorre la stessa strada per andare al lavoro e cena sempre con lo stesso pasto. E quando i casi che segue si arenano senza trovare nessun parente dei suoi “clienti”, organizza lui stesso il funerale, scegliendo la musica più adatta e scrivendo un discorso che nessuno ascolterà mai.
Un’esistenza senza imprevisti, destinata a cambiare quando il suo ufficio subisce un ridimensionamento che lo spinge ad immergersi anima e corpo nel suo ultimo incarico: il suo dirimpettaio Billy Stoke, alcolizzato con una vita opposta alla sua.
Quell’ultimo viaggio lungo il paese, sulle tracce della vita e della famiglia di Stoke, è per May l’occasione di staccarsi dalle sue abitudini e provare esperienze nuove che lo portano a fare qualcosa che mai aveva fatto prima.
Secondo film di Uberto Pasolini, già produttore di successi come Full Monty, Still Life si ispira a persone e fatti reali e racconta una storia delicata ed emozionante, ripensando alle tante tombe solitarie, ai funerali deserti, alle vite che si spengono senza che nessuno se ne accorga.
Con tocco misurato, senso della scena e ritmo rilassato, il regista segue la vita del suo protagonista ed indaga su di lui e sugli sfortunati che muoiono nella situazione sopra descritta.
Fondamentale il lavoro dell’attore protagonista sul personaggio: Eddie Marsan, tra i migliori caratteristi inglesi, è perfetto nel dar vita alla solitudine e le idiosincrasie di John May, a mettere in scena la dedizione con cui so dedica agli altro riempiendo di essi la sua stessa esistenza. Ma anche ad accennare alla trasformazione che si verifica in lui durante il suo ultimo incarico, nei contatti con la figlia di Billy, Kelly (una brava Joanne Froggatt).
Un cambiamento che viene rispecchiato anche dalla messa in scena di Pasolini, nel modo in cui il punto di vista cambia includendo il mondo esterno al protagonista.
Con questa sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l’importanza di condividere la propria vita.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

Dopo i disoccupati fantasiosi di Full Monty e la squadra di calcio di emigranti di Machan, il produttore-regista Uberto Pasolini (italiano di nascita, inglese di formazione) continua a rivolgere lo sguardo verso gli angoli meno illuminati delle esistenze umane. Con Still Life – titolo dalla doppia traduzione: “vita immobile”, “ancora vita” – Pasolini va a guardare proprio in fondo alla fila, tra gli ultimi, i dimenticati, i soli, gli orfani.
John May (interpretato da un grandissimo Eddie Marsan, al suo primo ruolo da protagonista) è un impiegato comunale addetto ai funerali di chi non ha più nessuno che se ne occupi. Morti senza presente e con un passato talmente lontano da essere stato spazzato via dal tempo. Nessuno che li reclami, nessuno che li accudisca nell’ultimo passaggio sulla terra. John May è come loro e forse per questo si occupa del suo lavoro con dedizione totale e profonda. Per il prete che celebrerà le esequie prepara per ciascuno dei suoi “clienti” un ricordo funebre fantasiosamente ricostruito attraverso gli oggetti ritrovati nelle case, stanze spoglie, qualche fotografia, un biglietto di auguri, una tessera. Pochi pezzi di vite di cui non è rimasto quasi nulla, a cui John dedica le ultime attenzioni, l’ultimo saluto, uno sguardo di addio. John May del resto non ha altro che questo suo lavoro, è la sua vita. Fino al giorno in cui nell’ufficio non vengono decisi tagli del personale, e John è fuori. Ha giusto il tempo di celebrare il suo ultimo caso, quello di un ubriacone che abitava davanti a casa sua. Decide di dedicare a lui tutta la sua capacità di dedizione, tutta la sua arte, tutto il suo puntiglioso romanticismo. Il finale è una scommessa magicamente vinta.
Giocato sul filo di un fiato, accorto nei movimenti come fossero passi rubati, Pasolini fa di Still Life un inno all’esistenza degli ultimi, di quelli che – al contrario degli eroi o dei grandi personaggi – sono stati dimenticati ancor prima di morire. Una celebrazione lirica, una poesia alla vita qualunque essa sia. Perché ogni vita è unica e irripetibile, anche quando non c’è più alcun testimone. Un gioiello di film, capace di commuovere con un sorriso.
Roberta Ronconi, da “liberazione.it”

Forse perché il binomio produttore-autore, in Italia, ha la stessa credibilità del binomio obeso-etoile della Scala. O forse perché, nel raccontare storie di uomini medi, gli inglesi da sempre ci superano di svariate leghe. O magari perché vedere finalmente un attore rodato e versatile come Eddie Marsan in un ruolo da protagonista assoluto scalderebbe anche il più algido cuore. Forse per questo, forse per quello, ma Still Life – presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia – è davvero una bella sorpresa, specialmente se comparato con i titoli per lo più dimenticabili in corsa per il Leone d’Oro.
Coprodotto da Rai Cinema, Still Life è diretto da Uberto Pasolini, ex bancario, discendente dell’italica nobilità, imparentato nientemeno che col vate Luchino Visconti. E non finisce mica qui: come produttore, ha conquistato la fama grazie allo spassoso e acuto Full Monty di Peter Cattaneo. Ha poi esordito felicemente nella regia con Machan – La vera storia di una falsa squadra.
Eddie Marsan, già ammirato nel ruolo di villain nel meraviglioso Tyrannosaur di Paddy Considine, interpreta John May, quarantenne londinese che si occupa di rintracciare parenti di persone defunte in condizioni di solitudine e, spesso, indigenza. Quando il suo viscido capo, incurante dei ventidue anni di onorato servizio di John, gli comunica l’imminente licenziamento, l’uomo decide di affrontare l’ultimo “caso” con un’attenzione tutta particolare.
Gli indizi per un’opera degna di nota c’erano tutti, e per una volta la scienza della deduzione non sbaglia: Still Life è una perla tragicomica, che si concede forse negli ultimi minuti qualche eccesso melodrammatico, ma per il resto conserva una piacevole leggerezza (di tocco, non di contenuto) in sapiente equilibrio tra riso e pianto, in cui la solitaria esistenza del protagonista assume, nei gesti reiterati, una sorta di strana sacrale ritualità.
Attorno a Marsan si muove una schiera di comprimari costruiti con sensibilità e intelligenza tutta britannica. Tra loro, la deliziosa Joanne Froggatt (Downton Abbey) in un ruolo costruito per conquistare il pubblico (nonché il protagonista). Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze: Still Life riserva svariati, piccoli colpi di scena, basati sul capovolgimento di alcune situazioni canoniche del cinema. E laddove le storie diventano “altro” rispetto alle aspettative del genere in cui vorremmo incasellarle, è lì che di tanto in tanto, come in questo caso, nasce la vera poesia.
Alessia Pelonzi, da “badtaste.it”

John May è un impiegato del Comune di Londra. La sua attività da ventidue anni è quella di rintracciare i parenti delle persone morte in solitudine. Un lavoro che compie tutti i giorni con dedizione e meticolosità, interessandosi anche della loro sepoltura ed essendo alla fine l’unico che presenzia ai loro funerali. Tutto procede in modo ordinato, fino al giorno in cui il nuovo capo di May gli comunica che è stata presa la decisione di accorpare il suo ufficio con un altro e che lui si doveva ritenere licenziato. L’unica cosa che ottiene è seguire l’ultimo caso: la ricerca dei familiari di un suo vicino di casa, un certo Billy Stoke, trovato morto dopo settimane nel suo appartamento.
Uberto Pasolini, produttore italiano trapiantato in Inghilterra da molti anni (“Full Monty” è stato il suo più grande successo), con questa opera seconda – vincitrice del premio Orizzonti per la regia all’ultima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia – mette in scena la solitudine dell’uomo con un’attenzione al singolo dettaglio, operando in sottrazione sull’inquadratura. Viene aiutato in questo anche da un bravo caratterista come Eddie Marsan, che qui regge praticamente da solo tutto il film, con un’interpretazione minimalista, controllata, normalizzata eppure intensa e partecipe, che rende completa la regia di Pasolini.
John May è un solitario, non ha alcun legame affettivo né sociale. Ha solo il suo lavoro che ama. La ricerca dei familiari degli uomini e delle donne, che sono ritrovati morti nelle loro case, per May si trasforma sempre in una detection, un’indagine sulla persona: chi erano? Quale vita avevano vissuto? Insomma, un detective di sentimenti il cui scopo dell’investigazione è trovare parenti in vita. Questo lato è caratterizzato da elementi profilmici e da intere sequenze: quando May entra nell’appartamento del suo ultimo caso – quello di Billy Stoke – si mette una tuta bianca e inizia a rovistare e osservare come uno della polizia scientifica; oppure la sua classificazione in faldoni, con appunti, foto, oggetti come se trattasse di cold case; o ancora, il suo ufficio così ordinato, nascosto, sembra quello di un analista dell’MI6, alla ricerca di indizi su agenti morti in azione.
La detection è quindi mostrata con elementi riconducibili a un immaginario cinematografico, ma che sottende aspetti metafisici. May, in realtà, indagando su Stoke, investiga su se stesso e cerca di darsi, per l’ultima volta, una risposta. Del resto, l’appartamento di Stoke è proprio posto di fronte al suo. Un’esplicita inquadratura in soggettiva, e in controcampo, mentre May osserva dalla sua finestra scostando le tende, quella del vicino dalla parte opposta, crea un effetto speculare che dice tutto sulla creazione del doppio. Mentre la narrazione procede in breve sequenze, in un montaggio lineare e pulito, lo spettatore assiste allo scambio di ruolo tra May e Stoke. John inizia a compiere piccole variazioni comportamentali, influenzato dalla storia di Stoke: incontrerà i suoi amici, i suoi commilitoni (era un militare che ha fatto la guerra delle Falkland) e infine la figlia, con cui sboccia un sentimento acerbo. Dall’altro lato, May donerà a Stoke la sua sepoltura (proprio lo spazio al cimitero, prenotato per se stesso) e gli passerà i legami umani ricostruiti nella sua recherche.
Abbiamo detto della solitudine che non è solo fisica ma emotiva e metafisica. Ognuno di noi è fatto di ricordi, di una vita vissuta e passata. E quale prova più diretta, una testimonianza visiva del nostro passato e della nostra vita, si può avere di una persona se non dalle sue fotografie? Del resto, i replicanti in “Blade Runner” sono attaccati alle loro fotografie, pur sapendo che rappresentano dei ricordi fittizi, perché averle crea un simulacro di umanità.
Invece, May non possiede nessuna foto di se stesso, non ha immagini che lo ritraggono in alcuna situazione della sua vita passata. Pure nell’appartamento di Stoke viene ritrovato un album di famiglia con le fotografie della figlia e anche nel penultimo caso di John May la morta aveva delle foto con il suo gatto. Lui, al contrario, riempie un album con foto appartenenti a tutte le persone che ha “accompagnato” alla sepoltura: è quella la sua famiglia, è quella la sua vita. I ricordi degli altri sono i suoi. La sua vita è vissuta per procura, ma in un atto di generosità piuttosto che di rinuncia e di pietas verso gli altri.
E questa pietas si chiude nell’ultima sequenza, in un finale bergmaniano, dove la compiutezza di John May si rivela nella vita e nella morte di Billy Stoke.
Uberto Pasolini ci regala un film pieno di umanità, malinconico, essenziale, dove dice che, oltre a nascere e morire, molto spesso viviamo anche soli e, alla fine di tutto, quello che importa è la ricerca della felicità ovunque essa sia. Anche solo in un sorriso, in un gesto, in una foto, un ricordo.
Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

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