Philomena

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L’umorismo non manca mai nei film di Frears, per esorcizzare, “alleggerire la pesantezza della vita”, come aveva detto con il suo solito aplomb tutto british nella conferenza stampa del film allo scorso festival di Venezia, edizione settanta.
E di pesantezza stavolta la vita ne ha da vendere, almeno quella di Philomena, storia vera diventata romanzo col titolo The Lost Child Of Philomena Lee: A Mother, Her Son and a 50 Year Search di Martin Sixsmith. Stephen Frears ne fa un film e affida ancora una volta la parte alla sua attrice-icona, Judi Dench, la splendida Lady Henderson del 2005. Il racconto ha il taglio di un report giornalistico e punta il focus su Philomena, una donna irlandese in viaggio negli Stati Uniti alla ricerca del figlio che le fu tolto perché illegittimo.
Nell’Irlanda del 1952 accadeva anche questo, e Philomena Lee, adolescente e incinta, fu rinchiusa nel convento di Roscrea a Tipperary per essere rieducata in quanto considerata donna perduta. Il bambino le venne strappato quando aveva pochi anni da zelanti suorine sinceramente votate alla redenzione del genere umano, quindi spedito in America per essere affidato in adozione. Philomena ha cercato il figlio per anni, ed ha quasi perso la speranza di ritrovarlo quando l’incontro con Martin Sixsmith (Steve Coogan), un giornalista cinico quanto basta per essere risolutivo, serve a scoprire la verità sul bambino, divenuto adulto col nome di Michael Hess.
Avvocato di prestigio a Washington e leader dei Repubblicani nelle amministrazioni Reagan e Bush, Michael è morto affetto da AIDS, cosa che ha nascosto fino alla fine al suo partito, campione nel mondo di omofobia. Che poi sia partito anche lui alla ricerca della madre è cosa che l’abile meccanismo narrativo rivelerà alla fine del film, quando l’intreccio si dipana con tutte le sue sorprese, in uno di quei finali scintillanti per cui Frears va giustamente famoso. Emozioni forti si sprigionano nel trattare una materia brutale con l’ironia pungente che fa centro più di un pamphlet polemico. La fermezza sorridente, condita di stoica sopportazione della donna, decisa a tutto pur di vincere la sua battaglia, ben si amalgama con le spassose peripezie americane in compagnia del giornalista ingaggiato per la ricerca, mentre lo sguardo disincantato e tagliente di Frears osserva con britannico self control inganni e vizi di una società che, ieri come oggi, sembra cambiata di poco.
Sempre radicale, liberale e arrabbiato, Frears, l’amico un tempo degli arrabbiati del Royal Court Theatre, quello dei ritratti marginali, eccentrici e policromi di Sammy & Rosie vanno a letto e My Beautiful Laundrette, che diceva con amarezza mista a divertita ironia quanto è brutto il mondo fino a quando non impariamo a riderne facendogli uno sberleffo, torna con la sua carica anarchica e riesce ancora ad indignarsi e farci indignare scegliendo con mano felice la sua strepitosa attrice per un’eroina altrettanto straordinaria.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

Irlanda, 1952. Philomena resta incinta da adolescente. La famiglia la ripudia e la chiude in un convento di suore a Roscrea. La ragazza partorirà un bambino che, dopo pochi anni, le verrà sottratto e dato in adozione.
2002. Philomena non ha ancora rinunciato all’idea di ritrovare il figlio per sapere almeno che ne è stato di lui. Troverà aiuto in un giornalista che è stato silurato dall’establishment di Blair e che accetta, seppur inizialmente controvoglia, di aiutarla nella ricerca. Gli ostacoli frapposti dall’istituzione religiosa saranno tanto cortesi quanto depistanti ma i due non si perdono d’animo.
Stephen Frears racconta in questo suo riuscitissimo film la storia vera di una madre alla ricerca del figlio perduto che Martin Sixsmith ha reso nota con il libro “The lost Child of Philomena Lee” che, pubblicato nel 2009, ha consentito a molte donne di sentirsi sostenute nel raccontare il loro ‘vergognoso’ passato. Frears di lei dice: “Incontrando la vera Philomena Lee ero sorpreso dal fatto che volesse venire sul set, cosa che ha fatto il giorno in cui veniva girata la scena terribile della lavanderia. Philomena è una donna magnifica, priva di autocommiserazione, che continua ad avere fede nonostante le ingiustizie subite”. Sta proprio nella chiusura di questa dichiarazione il senso profondo di un film che sa commuovere, far pensare e anche divertire. Perché sul grande schermo ne abbiamo già viste molte di vicende di madri che cercano i figli loro sottratti nei più diversi modi e Peter Mullan con Magdalene aveva già denunciato nel 2002 l’atroce situazione di queste giovani vite affidate a religiose accecate da una presunta fede.
Frears però ci fa sapere che Philomena non ha perso la fede (quella vera) e costruisce il suo film (grazie a due formidabili interpreti come Judi Dench e Steve Coogan) proprio sul confronto tra due persone che partono da punti di vista in materia estremamente distanti. Martin giornalista e studioso della storia della Russia non crede in Dio ed ha scarsa fiducia anche negli esseri umani di cui ha assaggiato sulla propria pelle la feroce doppiezza. Philomena non è una donna colta (legge romanzetti d’amore di cui ricorda ogni dettaglio) e avrebbe mille ragioni per essere divenuta una delle atee più rigorose ma non è così. Perché è riuscita, anche nella sofferenza più profonda, a non confondere Dio con coloro che hanno talvolta la pretesa (trasformata in potere prevaricatore e assoluto) di rappresentarlo.
Philomena e Martin si confrontano e anche si scontrano in materia (anche perché il giornalista non le risparmia mai il proprio scetticismo) ma non si tratta qui di chi abbia ragione o abbia torto. Si tratta piuttosto di un incontro che è sempre possibile quando si è capaci di andare al di là delle barriere che il pregiudizio erige tra le persone. Frears riesce a raccontarlo grazie all’umanità che ha pervaso i suoi film migliori e alle doti di narratore di grande spessore.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Come un fulmine a ciel sereno, Philomena irrompe sulla scena del Festival. Un film che piace tanto, quasi a tutti e pressoché unanimemente per i medesimi motivi. Un’opera che a ben vedere partiva già sotto i migliori auspici, per via di una storia oltremodo conciliante, due protagonisti stellari ed un regista come Stephen Frears, che non è esattamente l’ultimo arrivato. In più, valore a suo modo aggiunto sebbene in questo caso probabilmente secondario, trattasi di fatti realmente accaduti.
In una spensierata serata passata vagando per una fiera, la giovane Philomena incontra un ragazzo che la seduce emulando un vecchietto; da lì l’infatuazione, che col lento e inesorabile trascorrere degli anni matura in amore, benché trasferito al frutto di quell’incontro colpevole, o per lo meno percepito tale. Per scontare il peccaminoso concepimento di quella notte eterna, Philomena viene segregata per quattro anni in un convento, dove le suore sembrano aborrire il dono della procreazione, tanto da cadere in una tremenda eresia che sa più di impiastricciato puritanesimo anziché cristianesimo, ossia rendere il travaglio delle ragazze-madri un inferno. Non senza epiloghi nefasti, che spesso e volentieri comportano la soppressione di quella vita che eppure si dice di voler difendere con le unghie e con i denti. Una stortura insomma, quella anzitutto di confondere il peccato con il peccatore.
La saggia Philomena certe cose le sa e aspetta. La sua è una Fede genuina, quella degli ultimi: non si adira, non si dispera, non porta rancore; pur consapevole della sua talvolta eccessiva semplicità non avverte mai disagio, anzi, coltiva la virtù. Un esempio positivo, insomma, da non equivocare con un’eroina laica qualunque, dato che in lei Fede ed obbedienza coesistono e si alimentano a vicenda. Non si spiegherebbe diversamente il silenzio durato quasi cinquant’anni da quel giorno in cui il suo di figlio, Anthony, le viene definitivamente sottratto. Da allora ulteriore sofferenza, quella di una madre monca, amputata di una parte di sé, non di rado in questi casi la migliore.
Finché un giorno non decide che il tempo scorre più in fretta di quanto si riesca a scandirlo, ed allora decide di ritrovare quel figlio che oramai altro non sarà che un emerito sconosciuto. Per questo, con l’intervento della figlia, decide di rivolgersi ad un giornalista, uno di quelli noti peraltro. Uno la cui carriera ha di recente assunto una piega pessima e che diversamente non avrebbe mai accettato di occuparsi di uno dei tanti «casi umani» sparsi per il mondo. Nondimeno Martin Sixsmith ci mette poco a comprendere la portata dell’impegno assunto inizialmente per il comprensibile desiderio di batter cassa. Parte così la caccia al figlio di Philomena, adottato quando ancora era piccolo e da allora dolorosamente scomparso.
Alla luce di quest’incipit si sarebbe portati a credere, in maniera del tutto legittima tra l’altro, che Philomena racconti l’ennesimo, toccante dramma a sfondo materno. E non avrebbe del tutto torto, se non fosse lo humor e l’intelligenza con cui questa vicenda così forte viene messa in scena. Merito anzitutto della meravigliosa Judi Dench, più verace per esigenza di copione rispetto alle sue solite interpretazioni, ma non per questo meno signorile, discreta, amabile. Un misto dolce e amaro di simpatia e tenerezza: basta uno sguardo, un sorriso, una leggera inflessione del volto a restituirci la profondità di un personaggio che non andava sbagliato in alcun modo. Quale migliore scelta di Lady Dench, dunque?
Ma per quanto alta sia la prova di quest’ultima, sarebbe ingeneroso isolare la resa del suo ruolo da quella, altrettanto felice, di Steve Coogan, che interpreta il giornalista Martin. Uno che da ipotizzabile spalla finisce per calamitare su di sé una discreta attenzione, senza mai accavallarsi e con una bravura non da poco. Il ritmo, i tempi, sono quelli da commedia britannica fino al midollo, impreziositi da alcune battute davvero centrate, argute perfino, in puro stile british. Merito dunque anche di Frears, nonché dello sceneggiatore, che è poi lo stesso Coogan (qui in duplice veste), i quali confezionano un prodotto cinematograficamente ineccepibile, buono più o meno per tutti i palati.
Non a caso una delle primissime considerazioni che si è imposta da sé è stata proprio questa: pressoché impossibile non piacere, quasi al punto di irretire, una più che vasta fetta di pubblico con una storia di questo tipo, non solo estremamente coinvolgente dal punto di vista emotivo ma di sicuro richiamo per via delle delicate tematiche in gioco, decisamente attuali – d’altronde gli eventi «al presente» nel film si svolgono nel 2003. Tuttavia, come in parte illustrato, resta l’innegabile abilità e la cura con cui viene maneggiato tale materiale, altamente instabile, dunque foriero di sfide non da poco. Alleggerire un contesto del genere nel modo in cui assistiamo in Philomena rappresenta di per sé un meritorio traguardo; se a ciò si aggiunge un lavoro che non risente di sbavature, il cui risultato si presenta furbo, divertente e provocatorio quanto basta, appare difficile non lasciarsi trascinare dagli eventi.
E mentre c’è già chi si dice, forse un po’ troppo frettolosamente, disposto ad assegnare ogni riconoscimento disponibile a quest’ultima fatica di Stephen Frears (che senz’altro andrà a premi, questo è evidente), noi al momento ci limitiamo ad evidenziare l’enorme presa che Philomena ha avuto sul pubblico del Festival. I motivi, grossomodo, sono quelli sopra elencati. Dopo tre giorni di rischi assortiti, dunque, il Concorso offre un titolo che va sul sicuro; senza però limitarsi al consenso facile, bilanciando con encomiabile maestria quella che in mano altrui poteva anche essere una disfatta, ed invece è un interessante successo, di quelli che, oltre a farti sorridere, ti danno da pensare. Su noi, sugli altri; sulle nostre colpe, così come sulle loro: in attesa di quella risposta che non arriva mai finché non la si cerca con la predisposizione giusta. Per continuare a meravigliarsi di qualunque cosa, che «mai, nemmeno tra milioni di anni, avrei immaginato fosse in questo modo». Quanta rigenerante dolcezza.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Con quella scrittura, con quelle interpretazioni e con quell’equilibrio di regia che guarda direttamente a un cinema che tutti si lamentano non esistere più, Philomena è un film che avrebbe potuto raccontarti qualsiasi vicenda, e tu te la saresti bevuta con la stessa placida arrendevolezza.
Eppure la storia vera di una madre che cerca un figlio strappatogli dalle suore del convento dove viveva, aiutata da un ex giornalista della BBC ed ex spin doctor del governo Blair, in tutto il suo potenziale melenso e retorico, è al tempo stesso l’unica storia possibile per il risultato ottenuto da un film che è tanto di Stephen Frears quanto di Steve Coogan, non solo protagonista ma anche sceneggiatore e produttore.
Perfettamente in bilico tra dramma che ti strappa le lacrime senza essere strappalacrime, e commedia esilarante dotata di battute e tempi impeccabili, Philomena procede sicuro e con uno sprezzo del pericolo understated come le interpretazioni di Coogan e di Dame Judi Dench, incurante delle paludi rischiose in cui poteva rischiare di cadere. E, anzi, centra l’obiettivo sia quando si concede stoccate secche e maliziose di british wit, sia quando tratta con serietà, ma senza pedanterie o eccessivi moralismi i lati più drammatici della vicenda di Philomena Lee.
La coerenza, l’attenzione ai dettagli, il timing e la capacità di fermarsi prima di ogni esagerazione sembrano essere stati mutuati in parte anche da quell’ideale di giornalismo anglosassone che, tangenzialmente, viene raccontato nel film attraverso il personaggio di Coogan, e dall’atteggiamento di quello della Dench.
In un film che poteva diventare un giustificatissimo quanto urlato e banale atto d’accusa contro determinate istituzioni della Chiesa Cattolica, e della sua stessa dottrina, Frears e Coogan non si risparmiano di certo affondi memorabili, sarcastici o serissimi che siano, ma la loro condanna è tanto più efficace quanto più e capace di fermarsi alla documentazione dei fatti e di non diventare pamphlet infiammato e militante.
Perché la storia di Philomena e di questo film omonimo prima di tutto quella di una madre e di un figlio che (non) s’incontrano troppo tardi, e quello di un uomo e di una donna diversi per classe e per cultura che s’incontrano in tempo per rilanciare il loro futuro; quella della necessità di rendere nota la verità senza per questo cercare vendetta.
Perché il senso della carità cristiana sta anche nella dignità composta e commovente con la quale Judi Dench incarna la sofferenza di una donna che non vuole cedere alla rabbia e che sa che non si può fare più niente.
Perché il senso del pensiero laico che sacrosantamente s’indigna e condanna la menzogna e l’ipocrisia sta anche nella capacità di Frears e Coogan di ritrarre un uomo capace di farsi sorgere dubbi, di mantenere il controllo, di manifestare il suo dissenso senza per questo diventare ciecamente e beceramente ideologico.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Dopo cinquant’anni di silenzio, Philomena decide di mettersi alla ricerca di suo figlio, sottrattole con forza dalle suore presso cui viveva e dato in adozione. Ad aiutarla nella ricerca è il giornalista Martin, che scoprirà a poco a poco la drammatica verità.
Si ride e si piange in questa nuova straordinaria pellicola diretta da Steven Frears. Una splendida Judi Dench, mai forse così brava, interpreta la protagonista di Philomena, una donna vittima del bigottismo, che – convinta di meritarsi una punizione per i suoi peccati di gioventù – mantiene per cinquant’anni un doloroso segreto.Tratto da una storia realmente accaduta, il film racconta il viaggio di Philomena alla ricerca del figlio strappatole dalle suore presso cui viveva quando era ancora adolescente.Ambientato in Irlanda, il film oscilla tra frammenti di un passato difficile, quando la giovane Philomena negli anni ’50 partorisce Anthony e trascorre i successivi quattro anni presso un convento di suore ad espiare il suo peccato carnale commesso quasi inconsapevolmente, e un presente speranzoso, in cui la donna decide finalmente di rivelare la sua storia al giornalista Martin.
Philomena non è un on the road alla ricerca del figlio perduto, è piuttosto un percorso di riflessione sulla società e sull’influenza che la religione può avere sugli individui. È un film sulla disillusione di fronte alla cruda realtà, ma è anche un invito a non cedere mai alla rassegnazione, anche quando sembra troppo tardi.L’educazione religiosa ha portato la giovane Philomena a credere di aver commesso un peccato molto grave e di meritare per questo una lunga sofferenza, soffocata per cinquant’anni. La forte influenza che la religione ha sulla giovane si protrae negli anni, a tal punto che la donna riesce a perdonare la terribile sofferenza subita e le crudeltà protrattesi negli anni successivi.Diversamente da lei, il giornalista che conduce le ricerche – splendidamente interpretato da Steve Coogan, che è anche sceneggiatore della pellicola – si dimostra incredulo di fronte ai risvolti che prende la vicenda, giungendo a non comprendere il perdono della donna. Fortemente disilluso dalla vita e dalla religione, Martin intuisce la gravità e insieme la potenzialità della storia della donna e si impegna per portare a termine la ricerca. Il film è distintamente scisso in due parti, di cui la prima fortemente improntata sul viaggio in Irlanda e negli Stati Uniti, la seconda sull’accettazione della realtà e sul perdono, necessario elemento per la riappacificazione con se stessi. Philomena è una donna semplice e di cultura popolare, accanita lettrice di romanzi rosa ed estremamente gentile con gli sconosciuti. Frears mostra con delicatezza quanto questa donna nella sua genuinità abbia tanto da insegnare all’istruito giornalista laureato a Oxbridge. Essa infatti riesce a riappacificarsi con il suo passato e di fronte ad una verità terribilmente crudele riconosce anche gli aspetti positivi della vicenda, trovando la forza di riconciliarsi con il suo amaro passato.
La sceneggiatura riesce ad essere incredibilmente ricca di tematiche difficili – dal problema dell’aids alla difficoltà di essere omosessuali in un partito repubblicano, dalla riflessione sul cattolicesimo alla diaspora irlandese – senza risultare mai eccessivo o melodrammatico. Il regista torna a girare nel suo Regno Unito una pellicola amara, forte, struggente e anche profondamente ironica e divertente, mostrando che il cinema inglese è vivo e continua a presentare opere fortemente audaci.
da “storiadeifilm.it”

Cinquant’anni di solitudine
Un film in perfetto equilibrio tra il drammatico e l’ironico che si ispira ad una storia vera ma consegna alla storia del cinema una coppia di protagonisti perfettamente assortiti e dalla chimica e tempi comici
Philomena Lee (Judi Dench), settantenne irlandese e cattolica fervente, ha un segreto che la tormenta da 50 anni: rimasta incinta ad appena 18 anni, fu reclusa, insieme ad altre “madri svergognate”, nel convento di Roscrea e costretta a dare il figlio in adozione ad una coppia di sconosciuti. Per tutto questo tempo, Philomena ha taciuto dell’accaduto con tutti, perfino la figlia ormai adulta, ben consapevole di essere stata giustamente punita per i propri peccati di gioventù; ma adesso, a 50 anni da quegli avvenimenti che per sempre hanno segnato la sua vita, decide di confessare il proprio segreto e di chiedere finalmente aiuto, così da riuscire in quello che tante volte aveva tentato ma senza risultati: ritrovare il figlio Anthony.
Ad aiutarla in questa missione tutt’altro che facile, c’è il riluttante Martin Sixsmith (Steve Coogan), ex giornalista datosi alla politica ma silurato dal governo Blair, che sceglie di dedicarsi a questa vicenda di “interesse umano” per distogliere attenzione dai suoi problemi personali e con la speranza di guadagnarsi i favori di una editor senza scrupoli (Michelle Fairley).
Da tempo Stephen Frears ci ha abituato ad una carriera dai risultati molto altalenanti, ma dobbiamo ammettere con franchezza che dopo il disastroso Una ragazza a Las Vegas e il deludente Muhammad Ali’s Greatest Fight visto pochi mesi fa a Cannes, per un attimo avevamo quasi temuto che fossero davvero passati i tempi migliori per un regista che in passato ci ha saputo regalare tanti gioielli sia nel dramma che nella commedia. Con questo Philomena invece non solo Frears riesce a guadagnarsi applausi scroscianti al termine delle proiezioni della 70. Mostra del Cinema di Venezia, ma anche a regalare ai suoi spettatori fragorose risate e momenti di vera commozione; un film in perfetto equilibrio tra il drammatico e il divertente che si ispira ad una storia vera ma consegna alla storia del cinema una coppia di protagonisti perfettamente assortiti e dalla chimica e tempi comici davvero esemplare.
Molti di questo meriti vanno certamente all’esperto regista, ma anche e soprattutto ad una sceneggiatura che rasenta la perfezione nel creare due personaggi diversissimi ma molto credibili, una sequela di battute davvero memorabili e quel magico equilibrio tra il tragico e giocoso che abbiamo già citato e che poi è il vero capolavoro dello script firmato a quattro mani dallo stesso Steve Coogan e dall’autore televisivo Jeff Pope. Ma il film è anche molto altro, perché anche lo svolgimento del plot non è affatto prevedibile come si potrebbe pensare; anzi, non sono poche le sorprese che attendono coloro che non conoscono le incredibili (ma reali) vicende di questa donna e della sua faticosa ricerca della verità, e soprattutto perché pur con leggerezza invidiabile il film affronta un argomento terribilmente serio come quello personalissimo della fede e del perdono, ma anche quello sempre attuale e certamente di pubblico dominio della Chiesa Cattolica e delle sue malefatte.
Abbiamo poi detto dell’eccellente lavoro di Coogan sceneggiatore, ma sarebbe un’ingiustizia tacere anche della sua ottima prova d’attore, forse la migliore della sua carriera, di certo quella che potrebbe conferirgli la definitiva consacrazione anche fuori dall’Inghilterra dove (giustamente) gode già di grande considerazione per tutti i suoi molteplici talenti: attore, produttore, scrittore, imitatore e stand-up comedian.
Chi invece non ha certamente bisogno di alcun tipo di consacrazione è Judi Dench, semplicemente una delle più grandi attrici viventi: se mai ce ne fosse stato bisogno, qui la Dama dimostra che le basta anche solo uno sguardo o un gesto per convogliare mille e più emozioni e che, quando poi è coadiuvata da uno script e dialoghi di questo spessore, non c’è davvero nulla che possa fermarla.
Frears nel 2006, proprio a Venezia, cominciò la straordinaria e vittoriosa cavalcata di The Queen nella awards season che finì col conquistare anche un Oscar con la protagonista Helen Mirren, premiata con la Coppa Volpi al Lido; i Weinstein, che distibuiscono questo nuovo film negli States, si augurano ovviamente un percorso simile se non addirittura migliore, ed effettivamente, anche se è certamente molto presto per questo tipo di previsioni o supposizioni, si tratta di una pellicola che potrebbe avere davvero le caratteristiche giuste per far innamorare l’Academy oltre che i critici di tutto il mondo. Per quel che può valere, la nostra benedizione ce l’ha certamente, e Frears può certamente considerarsi perdonato per i recenti passi falsi.
Luca Liguori, da “movieplayer.it”

Stephen Frears è noto per portare al cinema grandi ritratti femminili e dare ad attrici straordinarie la possibilità di mettere alla prova le proprie capacità: ricordiamo la Helen Mirren di The Queen. Questa volta lo spiritoso regista britannico ci riprova con Judi Dench che per l’occasione trasforma in Philomena, una donna avanti con gli anni che, dopo aver vissuto un’adolescenza difficile ed essere stata allontanata con la forza da suo figlio, decide di ritrovarlo e di farsi perdonare. Nell’impresa si fa aiutare da un giornalista caduto in disgrazia per aver pestato i piedi al politico sbagliato. La convivenza forzata dei due sarà particolarmente difficile da affrontare, perchè da una parte c’è l’intelletto pragmatico e ateo di lui, contrapposto dalla semplicità “ignorante” di una fede cristiana sentita e genuina, fondata sul perdono e sulla preghiera.
Philomena è un film eccezionale, perchè diverte con la pungente ironia inglese dei personaggi, commuove con l’intaccabile fede di questa donna che ha tenuto nascosto un doloroso segreto per 50 anni, indigna con la rappresentazione ottusa di una fede religiosa preistorica e moralmente sbagliata, alla fine riempie con la sensazione che qualche cosa nel mondo ogni tanto va al posto giusto. Ovviamente regina indiscussa del film è la Dench che offre un ritratto sincero e schietto, straordinaria in ogni momento. Accanto alla Dench, Steve Coogan è il giornalista scettico e cinico, sempre pronto a contrapporre la logica e la giustizia umana alla bontà incondizionata della protagonista. Anche per lui Philomena si rivela una straordinaria prova d’attore.
Stephen Frears d’altro canto riesce con incredibile lucidità, da ateo convinto, a mettere in scena la vera fede, quella che nasce dal cuore e che implica il perdono di qualsiasi torto subìto. Il film si rivela così essere una vera e propria accusatoria contro la classe “dirigente” della chiesa, bigotta e ottusa, che non concede nulla all’umanità che dovrebbe difendere.
Attraverso un viaggio geografico e spirituale, Philomena ci regala momenti profondamente intensi, così come il cinema dovrebbe fare in ogni sua occasione.
Basato su una storia vera, Philomena è stato presentato in concorso alla 70esima edizione del Festival del Cinema di Venezia.
Chiara Guida, da “cinefilos.it”

Guardi Philomena di Stephen Frears e pensi: ecco come si scrive un film.
Una sceneggiatura da manuale, intrisa di uno humour british di rara intelligenza, capace di infilare una battuta dopo l’altra e di mantenere una sua integrità, nonostante gli svariati cambi di registro. Indubbio punto di forza di una pellicola che è innanzitutto storia vissuta e che il regista di The Queen trae dalle pagine di The Lost Child of Philomena Lee, pubblicato da Martin Sixsmith nel 2009.
Una vicenda che ebbe inizio circa una sessantina di anni fa, nell’Irlanda del 1952, quando la giovane Philomena, rea di essersi abbandonata ai piaceri della carne ed essere rimasta incinta all’infuori del matrimonio, venne ripudiata dalla famiglia e rinchiusa in un convento di suore. Qui partorì, ma a tre anni dalla nascita di Anthony, venne separata da suo figlio, dato in adozione (meglio, venduto) a una coppia americana insieme ad un’altra piccola, anch’essa frutto del peccato. Molti anni più tardi Philomena – che nel frattempo non ha mai smesso di cercare il suo bambino – incontra il giornalista e scrittore Martin Sixsmith, ex inviato di BBC News ed ex responsabile della comunicazione del Primo Ministro britannico Tony Blair, appena licenziato da Downing Street per via di uno scandalo mediatico che lo aveva coinvolto. L’uomo si offre di aiutarla nella sua ricerca, che li condurrà negli Stati Uniti per poi tornare là dove tutto era cominciato.
Philomena è un film scorrevole, divertente, toccante. Dove ogni cosa è esattamente al proprio posto. La regia, estremamente pulita ma non priva di personalità, si mette al servizio della storia e sceglie la sobrietà quale via per esaltarne l’intrinseca ricchezza. Una confezione gradevole sotto ogni punto di vista: diretto, scritto e recitato benissimo, e nei tempi giusti. Judi Dench e Steve Coogan (co-autore anche della sceneggiatura insieme a Jeff Pope), entrambi straordinari, sanno infondere ai loro personaggi una precisa caratterizzazione, molto equilibrata. Laddove l’equilibrio non è il risultato di uno sforzo, ma l’effetto della genuinità del racconto. Che tocca momenti di profondità e poi si abbandona all’ironia, che commuove e diverte, senza mai sconfinare nel pietismo o nel sarcasmo. Piuttosto nel cinismo, a cui Frears non rinuncia quando si tratta di denunciare l’intransigenza, se non la «malvagità» e il moralismo alienante della Chiesa Cattolica. Criticata in quanto istituzione (è la posizione di Martin), ma “salvata” nella sua dimensione spirituale e di fede, a cui Philomena sente il bisogno di abbandonarsi per ritrovare una sua serenità.
È il duetto tra due caratteri agli antipodi (per nascita, educazione e cultura) ma animati da un obiettivo comune (e più alto) a trascinare in questo viaggio in cui presente e passato si alternano con molta sapienza. Senza lasciare che il dolore dei ricordi prevarichi la speranza e l’emozione della scoperta.
In Concorso all’ultima Mostra di Venezia, il film si è aggiudicato solo il premio alla Miglior sceneggiatura; per noi rimane il vincitore morale del festival.
Mi piace: Lo script brillante e intriso di humour british di rara intelligenza. La prova magistrale di Judi Dench e Steve Coogan.
Non mi piace: Forse è fin troppo pulito e istituzionale.
Consigliato a chi: Cerca una commedia brillante, ironica ma per nulla banale. Anche perché il tema è delicato e la storia vera.
Voto: 4/5
Silvia Urban, da “bestmovie.it”

La triste storia di Philomena Lee, una donna irlandese rimasta incinta da adolescente, nel 1952, approda sul grande schermo, dopo aver avuto la fortuna di diventare un libro, “The Lost Child of Philomena Lee” del giornalista e scrittore Martin Sixsmith, cui la pellicola di Stephen Frears si ispira. Il regista torna al successo dopo il portentoso “The Queen – La regina” del 2006, supportato anche stavolta da una valida sceneggiatura (Premio per la Miglior Sceneggiatura a Venezia 2013) scritta a quattro mani da Steve Coogan, anche interprete e produttore, e Jeff Pope.
Lo spunto principale di “Philomena” viene proprio dal libro e dal rapporto speciale venutosi a creare in passato tra Martin Sixsmith e Philomena Lee, interpretati magistralmente nel film da Steve Coogan e Judi Dench.
I due si incontrano quando ormai la donna è anziana, in pensione, ma è ancora scottata da un passato difficile: quando era ancora una ragazzina, Philomena rimase incinta, i genitori la abbandonarono nel convento di Roscrea e lì partorì suo figlio Anthony. Ma il dramma fu che le suore dell’istituto diedero in adozione il bambino ad una coppia americana e la giovane donna non riuscì più a ritrovarlo. Il dubbio che Anthony potesse aver avuto una vita triste o solitaria non abbandonò mai la madre che, grazie all’incontro con Martin Sixsmith, si mise alla ricerca del figlio, viaggiando tra l’Irlanda e gli Stati Uniti.
L’aspetto vincente del film di Stephen Frears risiede nell’affiatamento dei due protagonisti, molto diversi tra loro, ma in grado di convergere e di imparare l’uno dall’altro in vista di un obiettivo comune così importante. Martin, un intellettuale cinico alla ricerca di uno scopo dopo il licenziamento, combatte con il suo convinto ateismo e la sua morale ‘moderna’ la semplicità di una donna vissuta tra il timore di Dio e una generosità genuina, temprata dalla fede. Philomena incarna un po’ i lati positivi e negativi del cattolicesimo: la sua purezza sconfina nell’ingenuità e nell’ignoranza, ma allo stesso tempo sono propri i valori cristiani a permetterle di interpretare la realtà senza sovrastrutture sociali, al contrario di Martin. La debolezza della donna costituisce anche la sua forza, ciò che le permette di sopravvivere a un dolore così grande come quello della perdita di un figlio.
La vivida luce che un personaggio come Philomena emana, oscura un aspetto della Chiesa cattolica spesso insabbiato dal tempo, che questa storia rappresenta a pieno: in nome della fede, furono compiuti crudeli delitti, giustificati sulla base di un credo intransigente e inflessibile, atto a mortificare più che a salvare l’uomo dal peccato.
L’attaccamento della protagonista ai suoi valori, nonostante la contraddizione derivante dalla sua esperienza, è commovente e si scontra con la moralità più dura di Martin. Per quanto il giornalista la porti con sé in America e le faccia conoscere un mondo nuovo, ricco di possibilità, è la donna a prevalere e a plasmare il cuore del suo compagno di viaggio. Il divario tra i due riflette anche un po’ la diversità culturale tra l’Irlanda e gli Stati Uniti, tra un modo di vivere più antico e uno più moderno, tra una mentalità plasmabile e una già plasmata dalle opportunità.
I dialoghi tra Philomena e Martin trascinano lo spettatore al centro della storia, grazie a una sceneggiatura arguta, al confine tra un umorismo tipicamente inglese e il dramma. Il personaggio di Steve Coogan in particolare conferisce un tocco ironico leggero e piacevole alla vicenda. Anche la fotografia riesce a dare qualcosa in più alla pellicola, optando per immagini dai colori sempre molto vividi, che si sommano ai frequenti primi piani di Philomena, intensi e trascinanti: il volto di Judi Dench solcato dalle rughe, gli occhi velati dalle lacrime, conferiscono al personaggio una forza impressionante.
Anche la scelta di ricorrere a flashback, sotto forma di filmati di repertorio, che raccontino la vita di Anthony risulta vincente, in quanto contribuisce a rendere concreta la presenza del personaggio del figlio scomparso, come se accompagnasse la madre nel viaggio e la rassicurasse sul fatto di non averla dimenticata.
Dopo aver sapientemente diretto Helen Mirren, Stephen Frears si dimostra ancora una volta in grado di lavorare con le grandi star, puntando stavolta sul talento naturale di Judi Dench, che domina la scena con intelligenza e sensibilità, senza lasciarsi intimorire dall’età avanzata, anzi facendosi forte di essa.
Irene Armaro, da “ecodelcinema.com”

Ci voleva Stephen Frears per tirare giù finalmente le pareti della Sala Darsena al Lido di Venezia. Dopo tre giorni di festival, sembrava ci dovessimo accontentare di un’infornata di pellicole tra il carino e il deludente, con la sola eccezione del film di apertura, Gravity, che però è fuori concorso. E diciamo che dopo la visione di Philomena tutti potremmo improvvisarci bookmaker.
La commedia di Frears, basata su una storia vera, racconta di un ex politico dell’amministrazione Blair caduto in disgrazia (Steve Coogan) che, nel tentativo di ravvivare la sua carriera giornalistica, accetta di aiutare un’anziana irlandese (Judi Dench) a rintracciare suo figlio, dato in adozione contro la sua volontà cinquant’anni prima, quando la donna viveva in un convento di suore. Quella che sembrerebbe giusto la premessa per una puntata di Carramba che sorpresa è invece il pretesto per un film impeccabile, che riesce allo stesso tempo a commuovere, far ridere di gusto e sorprendere con i suoi numerosi colpi di scena e cambi di direzione.
Il cuore del film è Judi Dench, che dopo questo exploit ci mancherà ancora di più nel ruolo di M nella saga di James Bond. Dama Dench sfodera tutto il suo carisma e la dolcezza di cui dispone, dando vita a una vecchietta adorabile quanto forte, che respira davvero e non sembra essere intrappolata nel mondo di celluloide. Sua perfetta controparte è Steve Coogan, un attore che esprime pienamente le potenzialità dello humour britannico. Tra loro scatta istantaneamente un’alchimia micidiale, affilatissima, che prende vita grazie ai dialoghi frizzanti che i due si scambiano, scritti dallo stesso Coogan insieme a Jeff Pope.
Frears gira con trasporto e non manca mai di sottolineare quanto ami questi due personaggi così reali, combinando registri diversi – dalla commedia al dramma – senza mai scadere nelle facili scorciatoie per strappare qualche lacrima in più. Le relazioni tra i protagonisti e le loro personalità sono talmente ben delineate, che quando la lacrima arriva è sempre guadagnata.
Si esce dalla sala con la voglia di incontrare Philomena di persona, abbracciarla e chiederle se voglia farci da nonna adottiva. Non ci stupirebbe vedere, tra una settimana, Judi Dench salire sul palco per ritirare la Coppa Volpi.
Marco Triolo, da “film.it”

Ispirato alla storia di Philomena Lee, ecco il dramedy di Stephen Frears con una immensa Judi Dench
Un’opera intensa e toccante, in raro equilibrio tra dramma e commedia, quella miscela dolce-amara che compone l’esistenza umana, questo è “Philomena” di Stephen Frears, un regista che ogni volta che rientra in patria – dalle pur buone incursioni nel cinema hollywoodiano – si avvicina al capolavoro. “Philomena”, nella sezione ufficiale (in concorso) alla 70.a Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia
Un’opera intensa e toccante, in raro equilibrio tra dramma e commedia, quella miscela dolce-amara che compone l’esistenza umana, questo è Philomena di Stephen Frears, un regista che ogni volta che rientra in patria – dalle pur buone incursioni nel cinema hollywoodiano – si avvicina al capolavoro. Philomena, nella sezione ufficiale (in concorso) alla 70.a Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia si è dovuto accontentare del Premio per la Miglior Sceneggiatura a Steve Coogan (anche produttore e protagonista) e Jeff Pope, nonostante i meriti collettivi, e soprattutto di una sempre grande e inimitabile Judi Dench, sia nel ruolo della regina oppure della semplice e umile infermiera in pensione, come in questo caso.
Ispirato alla storia vera di Philomena Lee e tratto dal libro di Martin Sixsmith Philomena (Edizioni Piemme dell’originale The Lost Child of Philomena Lee), narra una sorprendente storia di amore e perdono, ingiustizia e intolleranza.
Martin Sixmith (lo stesso Coogan, popolarissimo comico britannico), un disincantato giornalista, rimasto scottato in campo – faceva il cronista politico – accetta di ascoltare malvolentiere la storia dell’anziana Philomena Lee, vittima di un’imperdonabile ingiustizia compiuta proprio dalle suore cattoliche dell’istituto in cui era stata accolta.
Nell’Irlanda del 1952, l’ancora adolescente Philomena, resta incinta. Cacciata di casa e mandata nel convento di Roscrea, la giovane per ripagare le religiose delle cure che le prestano prima e durante il parto, la ragazza lavora nella lavanderia del convento e può vedere suo figlio Anthony un’ora sola al giorno.
Ma a tre anni l’amato Anthony le viene strappato e dato in adozione (in cambio di una bella ’donazione’) ad una coppia di ricchi americani. Per anni Philomena cercherà di ritrovarlo, nonostante la reticenza e l’ostilità delle suore.
La donna non si è mai rassegnata, né arresa, sebbene si sia sposata e abbia avuto un’altra figlia, la quale – scoprendo proprio dalla madre la terribile storia – decide di chiedere aiuto al giornalista. Commosso e colpito dalla dolorosa tragedia vissuta dalla donna, Martin decide di seguire le poche tracce avute in America e convince Philomena ad accompagnarlo negli Stati Uniti alla ricerca di Anthony.
Il risultato delle indagini sarà ancora più sconvolgente, perché avvolto da segreti e bugie, da una severità e da un rancore in netto contrasto con la vocazione religiosa delle suore. Infatti, sarà la dolce e perspicace Philomena a perdonare i suoi carnefici, persino contro la volontà del giornalista, rimasto scioccato da tanta inspiegabile cattiveria, se non proprio malvagità. E lasciamo allo spettatore scoprire le scottanti verità nascoste in convento.
Il riferimento di Frears è dichiaratamente Billy Wilder, maestro della commedia della vita che fonde tragedia e umorismo, e ’l’allievo’ è riuscito a costruire una dramedy degna di tale nome.
“Sono molti gli elementi di questa storia – dice – che mi hanno incuriosito. Ho apprezzato in particolare il fatto che si trattasse di una storia drammatica frammista ad una specie di commedia romantica. E’ piena di tristezza e di gioia allo stesso tempo, in un miscuglio particolarmente interessante”.
E Coogan che è stato colpito per primo dalla storia e ha opzionato i diritti sull’adattamento cinematografico del libro, confessa: “Jeff (Pope) ed io abbiamo creato una storia che in un certo senso si è trasformata in un road-movie con due personaggi che hanno una visione opposta del mondo ma che finiscono con l’accettare l’idea di punti di vista diversi, e così facendo guardano in modo nuovo anche alla propria esistenza. E’ una storia sulla tolleranza e sulla comprensione”.
Infatti, il rapporto tra Philomena e Martin è uno dei punti di forza del film perché mette in risalto questo incontro/scontro che finirà per aiutare entrambi e li spingerà ad estimarsi a vicenda, quasi come madre e figlio, l’uno cercherà di proteggere e difendere l’altra e viceversa. E facendo appello anche all’autoironia e all’autocritica, nonostante siano diversi: lui è sofisticato, intelligente e colto, lei ha origini umili, è colpita dall’opulenza in cui lui vive e che dia tutto per scontato.
Nel cast anche Sophie Kennedy Clark (Philomena giovane), Anna Maxwell Martin (Jane), Peter Hermann (Pete Olsson), Michelle Fairley (Sally Mitchell), Barbara Jefford (sorella Hildegarde), Ruth McCabe (Madre superiora Barbara) e Mare Winningham (Mary).
José De Arcangelo, da “cinespettacolo.it”

Philomena Lee custodisce un segreto doloroso. Nel 1952, ancora adolescente, rimane incinta. Mandata nel convento di Roscrea, luogo in cui vengono rinchiuse le “ragazze perdute”, dà alla luce Anthony. Che solamente un paio d’anni più tardi viene affidato dalle suore ad una famiglia americana. 50 anni dopo, la donna – che non ha più saputo nulla del bambino – è ancora alla ricerca di suo figlio. Lo scrittore e giornalista Martin Sixsmith, venuto a conoscenza della sua storia, intraprende con lei un viaggio che non solo rivelerà l’incredibile vicenda del figlio, ma finirà per unirli in un legame speciale.
Stephen Frears torna ad inquadrare una donna indimenticabile sette anni dopo The Queen: la regina, stavolta, è Judi Dench, all’ennesima prova straordinaria, affiancata da un altrettanto eccellente Steve Coogan, coautore della sceneggiatura e produttore del film, tratto dal libro “The Lost Child of Philomena Lee” di Martin Sixsmith, pubblicato nel 2009 e basato sulla storia vera di una madre alla ricerca del figlio perduto.
E’ un trattato sull’equilibrio, Philomena, la dimostrazione che il cinema può rapportarsi anche ad episodi reali senza dimenticare le mutevoli componenti che possono caratterizzare una storia, o la vita stessa: per farlo, Stephen Frears sceglie di non utilizzare un unico binario per le emozioni, creando in questo modo una miracolosa alternanza tra gli aspetti più struggenti di una vicenda di per sé strappalacrime e gli irresistibili, divertenti duetti tra Philomena e Martin. Da una parte la semplicità di una donna caratterizzata da un senso dell’umorismo a dir poco naïf, profondamente cattolica nonostante tutto, dall’altra il pragmatismo, il cinismo e l’ironia tipicamente british di un intellettuale ateo e abituato a ben altre storie.
Mai banalmente, considerati gli sviluppi reali della ricerca intrapresa e l’evoluzione del racconto (che evitiamo di anticipare), il lavoro di Frears – realizzato su commissione – si svincola con maestria dal portare un semplice e superficiale attacco anticlericale, esaltando invece la dignità di chi crede proprio nella sequenza più significativa dell’intero film, affidando ad una parola – “perdono” – il senso ultimo e più profondo dell’intero viaggio.
Premiato allo scorso Festival di Venezia per la migliore sceneggiatura e vincitore del Premio SIGNIS.
di Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

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