L’ultima ruota del carro

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Ernesto Fioretti, figlio di tappezziere romano, tifoso della Roma, bambino, poi ragazzo, poi uomo e infine anziano per nulla diverso da qualsiasi altro italiano della sua età, attraversa 30 anni di storia del paese tra fatti personali e sociali: dominio e fine dei socialisti, ascesa berlusconiana, sogni di gloria di amici che non disdegnano di sporcarsi le mani o rifiutano di lavorare, amore sincero per la compagna di una vita e inevitabili malattie.
Per il suo film più audace, dotato di maggiori aspirazioni e nettamente più riuscito, Giovanni Veronesi è partito dal più casuale, umano e popolare degli spunti: la vera vita di Ernesto Fioretti (che appare brevemente nel ruolo del sacrestano), autista suo e di molti altri registi e attori del cinema italiano. Fioretti non ha avuto un’esistenza particolarmente eccezionale (questo è parte della forza della trama), come tutti ha attraversato le diverse fasi della storia italiana, come pochi (o almeno così vuole raccontare il film) ha vissuto gli alti e bassi della propria vita in coincidenza con gli alti e bassi del paese.
Di certo nel raccontare questa vita L’ultima ruota del carro procede con trovate ed espedienti di grana grossa, non vuole mai fermarsi sulle sottigliezze nè è interessato a una ricerca intellettuale sulle molte fasi politiche ed economiche che scandiscono i tempi del racconto (assieme alle partite dell’Italia e le formazioni della Roma, a ribadire una prospettiva assolutamente anti intellettuale). Non vuole operare nemmeno ponderate valutazioni sociologiche nè tantomeno catturare lo “spirito italiano”, l’interesse degli autori appare essere umano, un amore sconfinato per gli ultimi e la loro ingenua semplicità, il sentimento principe della tradizione della commedia italiana (specie di quella più ambiziosa) che, cosa rara, stavolta appare sincero e coinvolgente. I semplicismi che da sempre vediamo nel cinema di Veronesi stavolta sono supportati da uno sguardo affettuoso e innamorato delle piccole cose sconosciuto ai precedenti film del regista.
Animato da una straordinaria energia vitale che scaturisce principalmente dal corpo energetico di Elio Germano, protagonista assoluto non tanto per ruolo o minutaggio quanto per capacità di far orbitare intorno a sè qualsiasi altro personaggio e condurre anche le scene più ordinarie con un afflato emotivo non comune, L’ultima ruota del carro vuole fare un racconto sentimentale più che cronachistico del periodo preso in esame, punteggia la trama con riferimenti precisi (dal ritrovamento del cadavere di Moro alle monetine lanciate a Craxi) e cerca di portare in scena in ogni istante ciò che tutto questo potesse significare per le persone più che i fatti. Questo tratto (il più “hollywoodiano” del film) è senza dubbio il meno riuscito, populista e non popolare, contro tutti i potenti in quanto tali e a favore della povera brava gente a prescindere e innamorato genericamente della grande arte simboleggiata dallo stereotipico pittore pop (sono più feroci, calzanti e stimolanti da questo punto di vista i molti altri film italiani che nell’ultimo decennio hanno rielaborato e raccontato gli anni ’70, spesso appoggiandosi al corpo esile, perfetto per l’epoca, di Elio Germano). Al contrario quando il riflettore si sposta su Fioretti e il film rivela la sua ossatura di melodramma (non mancano i classici del genere come l’ospedale) le scene si fanno più ariose e anche il punto di vista schiacciato verso il basso, verso cioè le ultime ruote del carro, sembra davvero il migliore, l’unico buono per mettere in scena la vita per come si svolge, nel suo banale essere coinvolgente.
È quindi innegabile che una squadra solo parzialmente rinnovata abbia beneficiato molto al regista e sceneggiatore toscano. Il lavoro del solito Ugo Chiti e di Filippo Bologna (che hanno scritto con Veronesi la storia non senza un occhio ad alcuni punti di forza di C’eravamo tanto amati), la fotografia desaturata di Fabio Cianchetti (molto in linea con la maniera in cui il nostro cinema sta rappresentando quegli anni, tra macchina a mano e focale lunga) e infine il montaggio di Patrizio Marone (un esperto del genere già apprezzatissimo per il ritmo impresso alla serie Romanzo Criminale), mettono in scena l’epopea semplice e priva d’ambizioni di Ernesto Fioretti con un afflato sconosciuto ai precedenti film di Veronesi, lasciando emergere quel buono che in passato rimaneva schiacciato da una messa in scena sciatta e svogliata. Non che lo stile del regista non sia comunque riconoscibile ma la nuova veste per un nuovo tipo di storia (mai Veronesi aveva voluto essere così serio con i suoi film) è innegabilmente ben tagliata.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

L’elogio dell’uomo comune, cercando di evitare troppi luoghi comuni. Potrebbe essere questo il sottotitolo del nuovo film di Giovanni Veronesi, che si è fatto conquistare dalla storia di una persona che conosce da anni, autista suo e di altre persone del cinema come Carlo Verdone. Si chiama Ernesto Fioretti, una persona con cui ha condiviso molta quotidianità, ma che ha scoperto avere una vita piena da raccontare, dietro la sua incontenibile vivacità. Una vita, per l’appunto, normale, comune.
Veronesi negli ultimi anni ha intrapreso un percorso di allontanamento, in alcuni casi involutivo, dalla commedia più tradizionale a quella sentimentale, con alcune scivolate come gli ultimi due capitoli di Manuale d’amore, in cui si finiva per banalizzare il sentimento all’interno di una cornice patinata. Nel tentativo lungo una carriera di riproporre la commedia all’italiana, qui la storia di partenza, il personaggio di Ernesto (Elio Germano), danno una marcia in più rispetto ad altre situazioni. Una specie di ultimo giapponese che non si arrende a un mondo che cambia, tra gli ultimi “proletari” che vivono nel centro storico di Roma, a Borgo Pio. Intorno a lui il mondo cambia, ma lui continua a vivere la sua vita secondo valori come buon senso e onestà. Come ogni commedia che si rispetti la spalla comica ha un ruolo decisivo, qui incarnata da Ricky Memphis, sempre pronto ad anticipare dove soffia il vento, pragmatico del cambiamento, tanto quanto Ernesto rimane sempre uguale a se stesso.
In questo i due protagonisti rappresentano le due facce, i vizi e le virtù dell’italiano: da una parte quella furba, opportunista, sempre in cerca della scorciatoia per ottenere le cose, rigorosamente senza fatica, e dall’altra la semplicità di chi trova nel lavoro e nella famiglia, al massimo nella Roma, il modo per essere felice, riuscendo magari a essere molto più politico di quanto creda.
Il problema dell’affresco di Veronesi rimane però la scarsa efficacia quando allarga lo sguardo oltre le dinamiche di vita quotidiana, spesso divertenti, dei suoi personaggi. Quando intravediamo la Storia, questa viene banalizzata in goffi bozzetti, rumore di fondo domestico che i coniugi ascoltano a letto, bofonchiando qualche banale commento. La carica dirompente di un ostinato Candide della normalità alle prese con le storture della società italiana poteva dare vita a un’analisi meno superficiale, ma L’ultima ruota del carro, in fondo, si bea ostinatamente proprio di rappresentare un’italianità un po’ superficiale. Rimane il ritorno di Veronesi a una commedia che sa far ridere, con degli attori in gran forma.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Fine anni ’60. A scuola va maluccio e il padre-padrone non perde tempo: Ernesto Marchetti inizia a lavorare da giovanissimo. E lo farà per tutta la sua vita: tappezziere, cuoco d’asilo, trasportatore. Sempre con l’amata Angelina al fianco, e l’amico del cuore Giacinto, cialtrone e traffichino, indispensabile quando si tratta di tentare la svolta. Che sembra arrivare grazie ad un impiego in un’azienda controllata dai socialisti, fino alla doccia fredda di Tangentopoli… Poi arriveranno gli anni di Berlusconi e i giorni nostri, un’altra parentesi nella lunga e normale vicenda di un uomo qualunque, soldato semplice all’interno di una storia, quella italiana, ancora tutta da scrivere.
Giovanni Veronesi l’aveva detto: “E’ il film più bello che abbia mai fatto”. Probabilmente non sbagliava, perché L’ultima ruota del carro si eleva, e di parecchio, rispetto alle ultime commedie dirette dal regista toscano, per sua stessa ammissione finito in una sorta di routine cinematografica tra Manuali d’amore e “risate a tutti i costi”. Certo, la storia del prode qualunque Ernesto Fioretti – conosciuto dal regista quando lavorava come autista di produzione – lo aiuta non poco ad imbastire un racconto di più ampio respiro rispetto agli “episodi” a cui ci aveva abituati, senza dimenticare l’apporto decisivo di un attore come Elio Germano, bravissimo come sempre a barcamenarsi tra vari registri, capace anche solo con un silenzio, un’espressione, a trasmettere le più disparate derive emotive di un personaggio semplice, qualunque. E proprio per questo difficilissimo da rappresentare.
Non un martire, un eroe o un criminale, Ernesto Fioretti (nel film è Marchetti) non è passato né passerà alla storia, ma è uno dei tanti che la storia l’ha vista compiersi, sfiorando da vicino anche alcuni momenti cruciali per la vita (sopravvivenza sarebbe meglio dire…) del nostro paese. E che in quel tentativo di replicare il sorriso di un Berlusconi pronto “a scendere in campo” riponeva la stessa ingenuità con cui, anni prima, aveva accettato la proposta di Giacinto e la nuova avventura da impiegato nell’azienda diretta dal socialista interpretato da Rubini.
E’ un film, L’ultima ruota del carro, che al netto di qualche passaggio didascalico guarda alla Storia senza pretese autoriali ma con lo stesso occhio “pop” del protagonista, marito, padre e infine nonno che magari non è mai riuscito a fare i soldi ma ricco di una ricchezza che nessun Giacinto sarà forse mai in grado di raggiungere. Orientato verso un “futuro” che spesso e volentieri si dimostra contrario e deludente rispetto alle aspettative, il miglior amico di Ernesto – che Ricky Memphis interpreta senza mai dare la sensazione si tratti di una recita – è il rovescio della medaglia di chi, ugualmente ultima ruota del carro, non si affanna ad inseguire correnti o a tentare ogni volta di cambiare vita.
Cambiamento che comunque sembra esserci stato per quello che riguarda il percorso di Veronesi (che per la prima volta realizza un film con Fandango e Warner, dopo tanti anni con la Filmauro di De Laurentiis): la commedia di Scola, Monicelli, Risi e chi per loro è ancora imparagonabile, ma questo film sembra potersi mettere in scia, anche per il modo in cui riesce a trattare le figure di contorno, affidando ad attori come Haber (geniale pittore con cui il protagonista finirà per stabilire un bel rapporto), Wertmuller (il papà di Ernesto) e il già citato Rubini, personaggi che riescono a rendere un mondo anche attraverso poche pose.
di Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

Mento piuttosto pronunciato ed espressione profondamente simpatica, Ernesto Fioretti è uno di quei volti visti diverse volte, in particolar modo, nei film diretti da Carlo Verdone, da Gallo cedrone (1998) a Posti in piedi in paradiso (2012), passando per Io, loro e Lara (2009), ma di cui nessuno, con ogni probabilità, conosce il nome.
Una di quelle figure che sorge spontaneo definire con l’appellativo cinematografaro “generico”, ma che, in realtà, ha dietro di se una lunga e interessante storia che rispecchia, in fin dei conti, quella di tanti abitanti del Belpaese cresciuti a suon di sacrifici e attività professionali più o meno umili.
Una storia che Giovanni Veronesi – autore della trilogia Manuale d’amore – ha deciso di trasferire sul grande schermo attraverso una sceneggiatura scritta insieme a Ugo Chiti, Filippo Bologna e lo stesso Fioretti, a proposito del quale racconta: “Conoscevo da diversi anni Ernesto Fioretti, un autista di produzione romano poco più che sessantenne di cui, nel tempo, sono diventato amico, ma non avrei mai pensato che un giorno mi sarei ritrovato a raccontare in un film la sua vita più che movimentata. Tutto è nato quando un giorno, mentre uscivamo da un autogrill reduci da un pranzo non esaltante, Ernesto mi ha detto ‘Abbiamo mangiato peggio di quando facevo il cuoco d’asilo’…”. E io ‘In che senso? Raccontami’”.
Ed è ad Elio Germano che spetta il compito di incarnare quest’uomo semplice che, affiancato dalla moglie Angela alias Alessandra Mastronardi, tenta di seguire le proprie ambizioni, senza mai perdere, però, i valori veri della vita.
Un uomo destinato a passare dal mestiere di tappezziere, iniziato giovanissimo insieme al padre, a quello di cuoco d’asilo, ottenuto tramite raccomandazione; per poi diventare traslocatore, autista e comparsa del cinema, mentre il suo migliore amico Giacinto, cui concede anima e corpo un magistrale Ricky Memphis, cerca di coinvolgerlo nelle sue cene ed incontri a sostegno di politici o facoltosi uomini di potere, tramite i quali è convinto di arrivare alla ricchezza e di non rimanere l’ultima ruota del carro della società italiana.
Quell’ultima ruota del carro spesso rappresentata da tutti coloro che, proprio come Ernesto, possono definirsi gli onesti della nazione di cui Veronesi, riallacciandosi alla tradizione della grande Commedia all’italiana, esplora vizi e virtù raccontando su celluloide circa quarant’anni di storia.
Italian(s)
Infatti, si comincia nell’Ottobre del 1967 sulle note della sempreverde Let’s twist again di Chubby Checker, per poi passare al Maggio di dieci anni dopo e toccare il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro e il già citato universo delle raccomandazioni al fine di ottenere il posto fisso di lavoro.
Man mano che, oltre ai comici Virginia Raffaele e Maurizio Battista, troviamo in scena anche la veterana Francesca d’Aloja e, nel ruolo di un pittore-scultore chiamato semplicemente Maestro, un Alessandro Haber come di consueto in preda alle sue inconfondibili esagerazioni.
Un Alessandro Haber che ci regala uno dei momenti più divertenti dell’operazione nel corso della telefonata che coinvolge Dalila Di Lazzaro e che non manca di affermare che la ricchezza, per elevarsi e non rimanere solo soldi, ha bisogno dell’arte.
Ma non mancano neppure il Campionato mondiale di calcio del 1982, gli anni del PSI e di Bettino Craxi, la malasanità e perfino un esilarante dialogo a tavola riguardante Silvio Berlusconi.
Tutti argomenti che, volti a condurre al Maggio 2013, Veronesi inscena senza fornire mai un vero e proprio approfondimento, in quanto i suoi reali interessi sono da un lato quello di concepire un prodotto infarcito nella maggior parte dei casi d’ironia e assolutamente non intento a prendersi troppo sul serio, dall’altro il tracciamento della fetta di storia tricolore che, appunto, ha soltanto fatto da contorno all’esistenza di Ernesto.
La fetta di storia tricolore che ha condotto a quell’enorme discarica di immondizia che è divenuta l’Italia d’inizio terzo millennio, simboleggiata in maniera affascinante da una delle ultime inquadrature del film, da ritenersi, senza dubbio, tra i migliori firmati dal regista di Che ne sarà di noi (2004) e Italians (2008).
Quarant’anni di storia italiana raccontati attraverso la vera vita di Ernesto Ferretti, autista di produzione che non può fare a meno di rispecchiare il semplice, onesto abitante dello stivale tricolore.
Abitante che Giovanni Veronesi trasforma in un eroe dei nostri tempi con le fattezze di un ottimo Elio Germano, spesso alle prese con i più o meno loschi uomini di potere italiani affamati di soldi molto facili e sporchi, ma che, probabilmente proprio per questo, finisce per non individuare nella ricchezza il vero valore dell’esistenza.
Con la risultante di un agrodolce racconto su celluloide che non solo rientra tra i suoi più riusciti, ma appare decisamente superiore rispetto a tanti lavori di osannati colleghi del calibro di Paolo Virzì e Daniele Luchetti.
Francesco Lomuscio, da “everyeye.it”

Il film d’apertura dell’8° Festival del Film di Roma è quasi emblematico, L’ultima ruota del carro: la storia di un uomo vero, un uomo del popolo. Manifesto ideale per un Festival dedicato (di questi tempi sembra davvero un obbligo morale) alla gente comune come Ernesto, un uomo che ha difeso la propria dignità di persona onesta e lavoratrice, sempre e comunque.
Scegliendo di raccontare questa storia nel suo film, Giovanni Veronesi cambia rotta, diventando regista più ispirato e distinguendosi per una mano più abile e delicata che altrove.
Ernesto Fioretti (Elio Germano) è un autista di produzione (uno dei tanti lavori che ha fatto nella sua vita) che Veronesi conosce da anni, ma mai aveva sentito il racconto della sua vita. Fino a un giorno in cui, uscendo da un autogrill l’autista esclamò: “Abbiamo mangiato peggio di quando facevo il cuoco d’asilo!” . Da lì la curiosità del regista fu risvegliata da una storia che sembrava fatta per il cinema.
Dal 1967 ad oggi, il film segue la storia di Ernesto, da bambino a uomo sessantenne. Figlio di un tappezziere romano, tifoso romanista, bambino sui campi di calcio di periferia, poi ragazzo e uomo maturo, Ernesto tenta di seguire le proprie ambizioni ma lo fa quasi in punta di piedi, senza mai perdere di vista i veri valori della vita. Prima tappezziere al seguito del padre-padrone, poi cuoco d’asilo grazie a una raccomandazione, poi trasfocatore per scelta, autista e comparsa nel cinema. Seguendo le vicende di Ernesto e del suo inseparabile amico Giacinto (Ricky Memphis), si rivivono alcuni fatti cruciali della storia degli ultimi 40 anni del nostro Paese.
La vita di Ernesto non è particolarmente eccezionale e questo ne fa una cosa, ci si perdoni il gioco di parole, “eccezionale” per il cinema. Raccontando la storia di questo uomo comune, il film ripercorre il nostro passato prossimo tra episodi drammatici (l’omicidio di Aldo Moro) e momenti di euforia generale (la vittoria ai Mondiali di calcio in Spagna nel 1982).
Su questo affresco italiano, che passa anche per l’ascesa del Partito Socialista negli anni ’80, Tangentopoli e la discesa nell’agone politico di Silvio Berlusconi, Veronesi dichiara il suo debito alla tradizione illustre della commedia all’italiana dei Risi, degli Scola, dei Monicelli. L’amore per l’uomo semplice e uno sguardo partecipe e affettuoso del regista che per una volta appare sincero, fanno di questo film un’opera che intrattiene facendo a tratti anche sorridere. Scegliendo di lasciare ai fatti di cronaca la funzione di cornice alla parabola umana del protagonista e costellando le vicende di Ernesto con riferimenti a fatti precisi della nostra storia recente, il film cerca di focalizzarsi sullo sguardo del protagonista verso ciò che lo circonda. E il punto di vista diviene quello dell’”ultima ruota del carro”, del semplice traslocatore che per anni ha scaricato mobili e opere d’arte (alle quali poi si appassionò). Un uomo che ha visto passare sotto i suoi occhi gli anni della corruzione, del malaffare, degli scandali, restando saldo nei suoi principi e fedele ai suoi ideali. Un uomo che ha visto tante ingiustizie politiche restando sempre povero ma onesto e tutto sommato felice dei suoi affetti familiari saldi. Accanto a lui, una serie di tipi umani davvero ben caratterizzati: l’amico Lucignolo tentatore verso un paese dei balocchi più sognato che reale (un Ricky Memphis perfetto nei panni del cafone pronto a saltare sul presunto carro vincente, bell’esempio di voltagabbana nostrano capace di passare dal Partito Socialista al berlusconismo), lo zio romanista fino al midollo e abilissimo nell’arte del trovare “spinte” e “spintarelle” (un bravo Maurizio Battista), lo squallido, vizioso e corrotto politicante socialista (un versatile Sergio Rubini), l’artista pop pazzoide e naif (un Alessandro Haber in stato di grazia).
Al di là di un buon lavoro fatto dal regista con gli sceneggiatori Ugo Chiti e Filippo Bologna, il vero grande valore del film sta però quasi tutto nel suo interprete principale, un sempre più bravo Elio Germano, un attore di razza, capace di esprimere la cosa forse più difficile, l’umanità ingenua e per questo vincente (a dispetto di tutto) di un uomo perbene.
Merito della pellicola di Veronesi è stato quello di aver (ri)portato al centro della scena proprio lui, l’uomo comune che ancora crede ancora nel valore assoluto dell’onestà in tempi in cui, forse, è diventata una parola troppo fuori moda.
Elena Bartoni, da “voto10.it”

Dopo aver concluso la trilogia manualistica sull’amore, Giovanni Veronesi torna sul grande schermo, combinando essenzialmente due motivi fondamentali: un abile interprete principale, Elio Germano, da un lato, la rivisitazione comico-sentimentale dell’ultimo cinquantennio italiano dall’altro. Il progetto ambizioso di suscitare nello spettatore il riconoscimento empatico col vissuto comune dei personaggi, uomini e donne, che incarnano di volta in volta, i genitori, i coetanei e la progenie dell’ italiano medio che, senza infamia e senza lode, è passato indenne dagli anni di piombo alla crisi economica attuale, si risolve ed esaurisce nella superficiale formula aneddotica della successione stereotipata degli eventi di cronaca sociopolitica, in cui calar quella strettamente familiare, per di più aggravata dal nauseante abuso diegetico dei consueti filmati di repertorio televisivo, ritrasmessi ridondantemente dallo stesso piccolo schermo: nuovo album di famiglia condiviso tra le mura domestiche, ma a reti unificate. Così, se il protagonista, Ernesto Marchetti (personaggio di finzione ispirato alla vita di un reale collaboratore sul set di Veronesi) manifesta a tratti il suo valore di testimone diretto, pur se sempre marginale, di vicende topiche e indelebili del passato recente (il ritrovamento del cadavere di Moro; gli arresti clamorosi di tangentopoli), per il resto tele-assiste alla enfatizzazione mediale di eventi collettivi e simbolicamente aggreganti, quali i mitici mondiali di calcio del 1982, la tirannia pubblicitaria del primo avvento del berlusconismo, sino alla morbosa degenerazione della stessa tv di Stato, icasticamente resa dal plastico della delittuosa villetta di Cogne a “Porta a porta”. La storia collettiva filtrata dal mass media più pervasivo per antonomasia è dunque lo sfondo panoramico, l’orizzonte paradossalmente lontano, su cui si dipanano in scala di rilevanza le vicende personali di Ernesto e tramite lui della sua famiglia. Vite che scorrono, pur restando immobili nelle posizioni di partenza nel rigido gioco di ruoli, che atavicamente contraddistingue il nostro paese: l’inestirpabile patriarcato e maschilismo, dietro cui, sotto sotto, lasciar trapelare la buona fede e l’impulsività dei sentimenti, la diabolicità amicale che lega dall’infanzia l’umile con l’egocentrico, l’onesto con il furbo, il fedele con l’opportunista, si ché il giudizio incondizionato, l’autoconsapevolezza e il concorso di corresponsabilità, non interverranno mai a marcare drasticamente le differenze, piuttosto al contrario, si dissolveranno bonariamente nella comprensione obbligata e nel disinteresse a scandagliare altre motivazioni, che non sia la convenienza estemporanea, quell’abilità (arte?) di arrangiarsi sfruttando i venti favorevoli del momento, cancellando le rotte passate, privi di lungimiranza nell’avvenire. Ernesto e sua moglie Angelina (Alessandra Mastronardi), il miglior amico Giacinto (Ricky Memphis) e i suoi compari di malaffare (su tutti Sergio Rubini) restituiscono l’idea di individui che vengono vissuti dal loro tempo e traghettati nel futuro, senza aver mai pensato al futuro stesso, stretti in un eterno presente di stenti e slanci a breve scadenza. L’indole di Ernesto a voler mostrarsi autonomo e controcorrente nelle decisioni, pur restando sempre nell’orbita di protettori di varia natura (dalle raccomandazioni imposte all’amicizia impari con il Maestro artista) è definita sin da subito come “vizio di voler essere onesto” (che nulla ha però dello spessore provocatoriamente antieroico de “L’intrepido” di Gianni Amelio) una sorta di ostinazione autolesionista, illogica e ridicola agli occhi altrui. Su questo leitmotive, Veronesi insinua il sentimentalismo tragicomico fantozziano, dichiaratamente esplicitato per bocca di Ernesto che, come la maggior parte del grande pubblico degli anni ’70, segue la saga della maschera caricaturale del Ragionier Ugo. Contestualmente ai raggiri e alle arroganze subite (la malasanità di cui Ernesto è vittima) badando bene al rapporto tra Ernesto e Angelina, traspare proprio la falsariga di quella grottesca dinamica coniugale che contraddistingue Ugo e la consorte Pina, quel misto di rivalsa su l’unica persona socialmente subalterna (la moglie, ultimissima ruota del carro) e compassione remissiva, per cui Angela “si fida” ciecamente di Ernesto, come Pina “stima” senza riserve Ugo. Magistrale in questo senso la sequenza conclusiva della perdita irreparabile del fortunato biglietto gratta e vinci. La sfuriata misogina con cui Ernesto accusa e umilia Angela e la rincorsa pietosa della sorte milionaria, illusione di tutta una vita che volge al termine, sfocia ridicolmente in una discarica dove, forse per la prima volta, Ernesto sdraiato su una montagna di rifiuti, stremato dalla fatica e soprattutto dall’età, prende coscienza del suo essere stato sempre eterodiretto da fantomatici burattinai su sceneggiature pre-scritte: l’ostentazione del benessere economico e del successo imprenditoriale, l’omertà dell’illegalità. È l’eco lontana, certo visivamente rievocativa, ma sbrigativa e accomodante, di una anacronistica, eppure intramontabile critica pasoliniana (l’episodio “Cosa sono le nuvole” del film collettivo “Capriccio all’italiana” del ’67) di quella moltitudine di Italiani che, entusiasti e sprovveduti, si lasciano travolgere e smarrire dalla spettacolarizzata società dei facili “consumi” e delle chimere politicizzate.
Carmen Albergo, da “cinema4stelle.it”

Il regista Giovanni Veronesi concepisce “L’ultima ruota del carro” come un ritratto agrodolce di una famiglia italiana attraverso due generazioni, avvalendosi della simpatia e bravura di attori romani come Elio Germano e Ricky Memphis. Per quanto questa pellicola sia rappresentativa di un certo tipo di filone cinematografico italiano, il film propone una storia a tratti drammatica con tono brillante e leggero, ispirandosi alla vicenda di un uomo in carne ed ossa, Ernesto, conosciuto in passato dal regista.
“L’ultima ruota del carro” affronta i momenti salienti della vita del personaggio di Elio Germano, Ernesto, un ‘sempliciotto’ romano destinato ad essere definito un perdente, che non si rende conto di saper sopperire alla mancanza di furbizia professionale con la capacità di circondarsi d’affetto. Il suo amico Giacinto invece rappresenta l’italiano ‘intrallazzone’, disposto a trafficare, reinventarsi anche con metodi poco leciti pur di sentirsi realizzato. Il rapporto tra i due subisce varie battute d’arresto, ma in fondo non si spezza mai, spingendo persino lo spettatore a passare sopra alcuni atteggiamenti poco corretti di Giacinto nei confronti del protagonista. I due si completano, non si ostacolano, perché raffigurano due facce dell’Italia del passato e di oggi.
Giovanni Veronesi mescola l’ironia al dramma, dissimulato con leggerezza, anche grazie alla naturalezza tipica della romanità di attori come appunto Elio Germano, Ricky Memphis o il comico Maurizio Battista. Questi mix si inserisce nel tentativo di ripercorrere le sorti della commedia all’italiana, senza troppe pretese, riuscendo così a costruire un film convincente e coinvolgente nella sua semplicità.
Il regista cerca poi di calare la storia in un contesto sociologico, culturale e politico ben definito, selezionando alcuni momenti standard della storia italiana dagli anni ’70 ad oggi: dalla vittoria dell’Italia ai Mondiali dell’82 al ritrovamento del cadavere di Aldo Moro fino ad arrivare all’ascesa di Berlusconi, tutti filtrati dallo sguardo disincantato di Ernesto.
Un altro elemento importante della storia è il fatto di saper ritrarre amore e amicizia nella loro quotidianità e semplicità. I personaggi del film non mostrano sentimenti patinati, esasperati all’eccesso, perché provano reali sentimenti l’uno verso l’altro e non si servono di grandi gesti per dimostrarlo. Le scene di Angela ed Ernesto a letto, mentre commentano con stupore momenti epocali per il nostro paese, sono rappresentative di un amore vissuto senza pathos, ma con concretezza. In questo il regista riesce a portare sullo schermo la vera storia di uomo del popolo, districatosi nel tempo tra lavori ed avventure di tutti i tipi, senza perdere l’ingenuità che lo ha contraddistinto.
Irene Armaro, da “ecodelcinema.com”

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