La vita di Adele

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Il cinema fatto vita di Abdel Kechiche: triplice Palma d’Oro a Cannes, un capolavoro senza eguali
L’attimo fuggente, il tempo che rimane, il passato che non passa, la carnalità che non c’è un domani. Tre ore tre di gioia per gli occhi, piacere sensuale, natura senza naturalismo, verità senza verismo, vita catturata, senza allitterazioni, senza letteratura, senza arte a priori. La vita non è un film, questo film è la vita: un paradosso, ma solo per chi – vi rifarete, dovete – non l’ha visto. Il film è eccezionale, il palmares di Cannes 65 ha confermato: Palma d’Oro per tre, perché sono tutti e tre eccelsi, perché sono tutti e tre uno, inscindibile, unico, film. La vie d’Adèle (La vita di Adele), ovvero Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, le due attrici, e il loro empatico condottiero, Abdel Kechiche. Non l’arte-vita, bensì, il cinema fatto vita. No, non il contrario: alla vita fatta cinema siamo già abituati, qui è la camera, il meccanismo, che non solo riprende la vita, ma si fa una nuova vita.
Come? Scomparendo, togliendosi di mezzo, rimanendo attaccato ad Adele e Lea, Adele ed Emma, senza farsi più vedere: la macchina da presa è la presa sul reale, la presa di vita, punto e stop. Via la macchina. Si va a piedi, nudi, per queste immagini, per questi battiti.
Siamo a Lille, le compagne di scuola incalzano, la 15enne Adèle (Exarchopoulos) prova a farsi il ragazzo, che è pure carino e sensibile, ma non va. Non può andare. Adèle vuole altro, Adèle non vuole dirsi le bugie, vuole dire se stessa: le basta incrociare lo sguardo per strada, e trovare un flash blu. I capelli blu di Emma (Seidoux), sopra gli occhi blu di Emma, sulla testa d’artista di Emma. Emma è arte, Adèle naiveté, entrambe umane, umanissime. Si trovano, Adèle cresce, insegna a scuola e impara a vivere: una passione totalizzante, lei e Emma sono ovunque, sono sopra tutto. Sono amore fatto carne, e viceversa. Fanno sesso, esplicito come Kechiche inquadra, esplicitamente amoroso come vita vorrebbe: incontro di amorosi sensi, sensi fatti amore. Senza tempo: sì, un domani non c’è. Purtroppo, non c’è davvero: Emma ha amici intellettuali e un’amica speciale, Adèle non regge: l’inferiorità tradisce, Adèle tradisce, perdendosi, perdendo Emma.
Eppure (la graphic novel che ha ispirato) Il blu è un colore caldo, e Kechiche ha un cinema bollente: oltre l’educazione sentimentale e il Bildungsroman, oltre la Vie de Marianne di Marivaux, oltre il dissidio sartriano tra essenza ed esistenza, questa succulenta, illetterata, umida e umanissima tranche de vie era destinata alla Palma, soprattutto, è destinata a rimanere. Le vite passano, questa rimarrà. E non solo al cinema: sentirsene parte, sentire la propria vita parte di quel che vediamo, e viceversa, non è la solita, talvolta stolida, immedesimazione. Ma condivisione: siamo vivi, ergo, questa vita è per noi. Anzi, di noi.
Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Adèle ha quindici anni e un appetito insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della Marianna di Marivaux si invaghisce di Thomas, a cui si concede senza mai accendersi davvero. A innamorarla è invece una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay, dove si è recata con l’amico di sempre. Un cocktail e una panchina condivisa avviano una storia d’amore appassionata e travolgente che matura Adèle, conducendola fuori dall’adolescenza e verso l’insegnamento. Perché Adèle, che alle ostriche preferisce gli spaghetti, vuole formare gli adulti di domani, restituendo ai suoi bambini tutto il bello imparato dietro ai banchi e nella vita. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore. Traghettata da quel sentimento impetuoso, Adèle diventa donna imparando molto presto che la vita non è sempre un (bel) romanzo.
Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, maître dei sentimenti nella società francese del diciottesimo secolo, spiando il cuore della ‘petites gens’ dove si nasconde l’amore. L’amore che il suo cinema come la letteratura dello scrittore fa uscire allo scoperto, segnato da un movimento della parola e da una naturalezza di espressione che incanta. Sul romanzo “La Vie de Marianne” apre La vie d’Adèle, storia d’amore e di formazione di un’adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Eludendo il compiacimento dell’esibizione, il regista tunisino racconta una stagione d’amore dolorosa e irripetibile, senza psicologismi e con una carnalità priva di morbosità. Al centro del film due giovani donne che leggono la realtà con gli occhi del desiderio, il loro, che esplode sullo schermo accordando i capitoli della loro esistenza. L’abilità dell’autore a dirigere gli attori, già osservata nei lavori precedenti (La schivata, Cous cous, Venere Nera), produce periodi di pura bellezza come in occasione della lunghissima scena dell’amplesso, delle cene di presentazione e delle letture scolastiche. Con un movimento dall’esterno verso l’interno, Kechiche realizza un film che quanto più si distende nel tempo (quello diegetico e quello effettuale), tanto più si stringe nello spazio di una camera, di un’aula, di una cucina, placandosi nel ritmo e dentro un’appassionata ricerca di interiorità. La galleria di reincarnazioni dell’eterno femminino dopo la danzatrice del ventre di Cous cous e la ‘schiava assoluta’ di Venere Nera si arricchisce di un’altra figura, questa volta divorata dall’eros, spregiudicata, libera e bellissima. Adèle Exarchopoulos è l’Adèle del titolo, colta nell’incandescenza di un sentimento fervidissimo e totalizzante per Emma e congedata con una raggiunta consapevolezza. Dentro un abito blu, ‘preso in prestito’ dalla bande dessinée di Julie Maroh (“Le Bleu est une couleur chaude”), la protagonista comprenderà di poter sopravvivere agli amori che non possiamo trattenere, preferendo le lacrime (tante lacrime) e lo struggente languore all’innaturale rimozione. E la bellezza di La vita di Adele nasce proprio nei momenti di frattura, chiavi per aprire il futuro alla protagonista rimasta sola col suo sentimento infelice. Come nei romanzi, tutti francesi, che divora da studentessa e poi da insegnante, Adèle si cerca nel fondo del proprio amore, sopportando una solitudine che ha imparato a curare. Alla maniera di Antoine Doinel, la protagonista di Kechiche è iniziata alla vita adulta nel tempo di due capitoli, che la formano e la rimandano a una nuova avventura esistenziale, dopo averne determinato il sé sociale ed emotivo con tenace aspirazione. ‘Ricomposto’ il corpo freak di Saartjie Baartman, su cui si fissava il potenziale oppressivo dello sguardo, il regista ‘assedia’ quello vitalistico di Adèle, a cui corrisponde quello impressionista e languido di Léa Seydoux, magnifica ossessione che la introduce alla ‘belle arti’, all’arte amatoria e alla celebrazione dell’energia del corpo.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Operatore: Signor Ford, cosa possiamo filmare qua fuori?
John Ford: Cosa possiamo riprendere? La cosa più interessante ed eccitante di tutto il mondo, un volto umano.
Tornare a “La schivata” e al suo intertesto, cioè “Il gioco dell’amore e del caso” di Marivaux, è un utile preambolo per introdurre l’ultima fatica di Abdellatif Kechiche, meritata Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel film del 2003, il regista maghrebino gettava lo sguardo sul meticciato socio-linguistico delle banlieue parigine attraverso la più banale delle storie adolescenziali, l’amore non corrisposto; attraverso l’escamotage della rappresentazione teatrale, perlustrava la zona d’ombra esistenziale di questi ragazzi incapaci di entrare in un’altra condizione, ingabbiati dal loro asfittico retaggio comunitario.
Il quinto lungometraggio di Kechiche inizia con la lettura in classe di un’altra opera di Marivaux, il monumentale “La vie de Marianne”, da cui il regista ha adattato il titolo per la sua protagonista. Il suo film diviene un’intersezione tra il bildungsroman dello scrittore francese e “Le Bleu est une couleur chaude”, graphic novel di Julie Maroh; il fumetto è però soltanto un pre-testo fuso insieme a un’altra vecchia idea del regista, il racconto di una ragazza con l’umile sogno di diventare insegnante. Dell’opera della Maroh, Kechiche cambia il nome della protagonista (Adèle al posto di Clementine) e ne sconvolge la cronologia; “Le Bleu est une couleur chaude” si svolge come un lungo flashback costruito intorno alla lettura del diario intimo di Clementine da parte del suo primo amore, Emma: il regista evita ogni forma melodrammatica, elimina tale stratagemma diegetico e attualizza gli eventi (il fumetto è ambientato a cavallo tra XX e XXI secolo).
Siamo a Lille ai giorni nostri. Adèle è una quindicenne che ogni mattina si sveglia presto e deve correre per non perdere l’autobus che la porterà a scuola. Un tipo carino dell’ultimo anno le fa il filo e lei accetta di vedersi con lui in un tranquillo pomeriggio; proprio quando lo sta per raggiungere, il suo sguardo incrocia quello di una ragazza più grande, dai capelli tagliati alla maschietta e colorati di blu. Un flash, un ralenti e qualcosa salta, percepisce una mancanza: come nella lettura in classe di un passo de “La vie de Marianne”, Adèle si confronta con quello che volgarmente possiamo chiamare “colpo di fulmine”, un amore folle, che incendia le viscere e da cui è impossibile ripararsi [1]. Nella notte, durante l’unica scena onirica di un film che addenta con voracità il reale, Adèle non sognerà un ragazzo, ma quella giovane dalla chioma blu che come un serpente le scivola addosso provocandole un orgasmo. Nell’adolescente qualcosa cambia: cominciando a cercare quella che sembra un’emanazione dei suoi desideri e che ritroverà, casualmente, una notte, inizia il suo personale romanzo di formazione, la cui parabola assume connotati cinematografici pressoché definitivi.
Se ne “La schivata” Marivaux serviva per mascherare le persone in personaggi e far sviluppare il sentimento tramite il travestimento, l’opera di Kechiche si propone di essere un’analisi senza filtro alcuno. “La vie d’Adèle” sono tre ore di caméra-stylo che seguono fino all’ultimo respiro i volti e i corpi della protagonista e di Emma. Il tracciato sentimentale non si allontana mai dal riflesso corporeo che lo incarna: la macchina, raramente piazzata lontana dal volto dei personaggi, è un sismografo dalla sensibilità icastica e immediata; ogni cambiamento di umore è rilevato in tempo reale e l’abilità nello scorgere una particolare occhiata o un’espressione possiede una naturalità impressionante. Esaltante, infatti, la perizia di Kechiche nel rapprendere i dettagli dei volti e dei corpi, nel soffermarsi sui primissimi piani, per poi allargare le inquadrature anche ad altro, laddove è strettamente necessario, solo quando gli altri divengono attrazione per lo sguardo di Adèle, come nei momenti di convivialità in classe, in cucina, in discoteca. Di Adèle sorprende la fame con la quale abbraccia l’esistenza: per raccontare la concretezza di quest’eroina che desidera la via mediana, Kechiche sceglie la bocca come figura metonimica e la inquadra mentre mangia, beve, bacia, parla, seguendo anche solo le contrazioni delle labbra, lo smalto dei bianchi incisivi.
Le due attrici si sono disciolte dentro i propri ruoli, fino, forse, alla totale compenetrazione emozionale [2]: per Adèle Exarchopoulos, la cui carriera è ancora tutta da scrivere, sarà difficile confrontarsi con l’omonimo personaggio di quest’opera e Léa Seydoux sfodera uno sguardo felino dall’irresistibile forza magnetica. Gli amplessi prolungati e abbastanza dettagliati in cui si profondono con una fisicità completa possono fornire facile scandalo per i giornalisti a cui servono futilità per riempire sciatti articoli, mentre non c’è niente di volgare né di morboso nel sesso tra Adèle ed Emma. Se con la storia di Sarah Baartman, Kechiche cercava di spingere la propria macchina da presa oltre i confini del filmabile per sondare il limiti dell’etica dello sguardo, ne “La vie d’Adèle” si viene invece investiti dal calore di un’umanissima esplosione di energia. Il sesso è un altro strumento volto all’eccitante scoperta dell’altro: gli amplessi sono ripresi con inquadrature ben lontane dal pornografico, rilasciando piuttosto la bellezza del plastico intreccio di due corpi senza soluzione di continuità, legati anche dall’identità sessuale.
Il regista franco-tunisino non dimentica la verticalità del proprio sguardo, sempre rivolto alla società francese, alle divisioni sociali e culturali. Fa delle due protagoniste un osservatorio privilegiato anche per l’incontro/scontro tra mondi differenti: Adèle viene da una famiglia petite bourgeois dedita al culto del lavoro sicuro, senza troppe ambizioni se non quella di fare la maestra, mentre Emma è figlia della borghesia intellettuale, lesbica dichiarata con la ferma volontà di diventare artista. Kechiche suggerisce questa linea invisibile eppur concreta, la cui ideologia si è espressa con più veemenza nelle opere precedenti (fino all’analisi post-coloniale di “Venere nera”), concentrandosi innanzitutto sul percorso amoroso che unisce i propri personaggi. Questo confine emerge però nella divisione in “Chapitre 1 & 2” del titolo originale che rivela l’edificio narrativo squadernato dal regista: la prima parte dedicata all’educazione sentimentale e alla formazione sessuale, la seconda alla fine dell’idillio, alla presunta maturità. Senza quasi accorgercene, il flusso della narrazione salta in avanti di mesi, poi anni, molti, finché i segni del tempo non si scorgono sul volto di Emma, tornata al suo colore di capelli naturale, crucciata solo dalla sua carriera, mentre Adèle, giovanissima maestra, dovrà confrontarsi con i propri limiti. Alla fine, nel grigiore della quotidinità, l’assenza di obiettivi comuni, la differenza di intesa (e di pretesa) intellettuale tra le due donne diviene logorante: durante la frastornante scena del litigio si ratifica il tragico e ineluttabile fallimento, circondato dallo squallore, dal panico di un mondo che crolla addoso.
Depurata da qualsiasi -ismo, l’arte di Kechiche raggiunge il suo zenith. Il reale, cercato con puntiglio intellettuale tra meta-rappresentazioni teatrali e il (neo)verismo di “Cous Cous”, trova nella vita di Adèle una foce per potersi esprimere anche oltre la fine dei titoli di coda. L’autore maghrebino compone il ritratto esistenziale di un essere umano senza indulgenze, disegnandone pregi e difetti, la vitale curiosità, le paure e anche le meschinità.
Se c’è una forza nel cinema, è quello della persistenza delle immagini nella nostra memoria. Di Adèle e di Emma, Kechiche ci racconta la tranche de vie che li legherà per sempre nella pellicola del regista, così come Emma ha immortalato sulle sue tele la giovinezza di Adèle. Nel cinema contemporaneo è ormai raro che ci si ritrovi a chiedersi cosa succederà ai protagonisti, in questo caso ad Adèle, dopo che avrà voltato l’angolo di quella stradina; un po’ come quando Antoine Doinel, alla fine de “I 400 colpi”, ci guardava negli occhi, invocando anche il nostro intervento, allora vorremmo raggiungere Adèle, abbracciarla, e poterle dire che per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle.

[1] Da notare l’uso della musica diegetica (un ragazzo per strada suona l’hang) che fa da vibrante colonna sonora a quest’incontro: il pezzo tornerà nel finale, unica infrazione extradiegetica prima dei titoli di coda.

[2] Dalle interviste rilasciate durante la promozione americane, questo dubbio pare dissolto. Le due interpreti sono protagoniste di un tour de force attoriale che le ha prosciugate ma la cui resa sullo schermo lascia sbalorditi. Non ci interessa la polemica, ma è ovvio che per girare un’opera di queste dimensioni sia necessario avere tempo e pazienza e Kechiche ne ha avuto più che a sufficienza, ottenendo dalle sue attrici esattamente ciò che cercava.

Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

Che La vie d’Adèle (Chapitres 1 et 2) si apra con una scena in cui, nella classe del liceo di Lille che frequenta la protagonista, si stia leggendo il romanzo di Marivaux “La vita di Marianna” è significativo al di là della chiara corrispondenza tra i due titoli.
Rimandando a altrove un ragionamento sul come il cinema francese sia capace di raccontare il mondo della scuola (e quale scuola), parlando del nuovo film di Abdellatif Kechiche basta sottolineare come quell’incipit stia a testimoniare come La vie d’Adèle sia un perfetto corrispettivo contemporaneo e filmico del grande romanzo d’amore e passione d’altri tempi. E se l’opera di Marivaux rimase incompiuta, terminata da terzi, La vie d’Adèle è perfettamente e consciamente incompiuto per pura necessità: perché la sua fine non coincide affatto con quella della vita che racconta.
Di Adèle – interpretata straordinariamente dalla giovanissima Adèle Exarchopoulos, che mette a nudo ben più del suo corpo in un film di cui si parlerà ingiustamente solo per le scene di sesso lesbico lunghissime e esplicite come più non potrebbero – Kechiche racconta infatti una manciata d’anni: quelli cruciali (nella vita sua e di tutti), quelli in cui una ragazza 15 si trova a dover scoprire sé stessa e il mondo, il sesso e l’amore, la gioia e il dolore, la forza e le paure, la leggerezza della spensieratezza e il peso della responsabilità. La vita e la sua complessità, attraverso la storia grande, lunga e appassionata di un amore e dalla sua fine.
Amore e vita, non c’è altro nel film di Kechiche: il che equivale a dire che La vie d’Adèle contiene tutto. La forza necessaria, imprescindibile, totale del primo e del primo e, quindi, il senso e l’energia della seconda.
E che l’amore in questione sia omosessuale è solo un dettaglio. O forse ha la non comune capacità di farlo sembrare tale pur avendo valenza politica.
Dura tre ore, il film di Kechiche: tre ore dei volti e dei corpi delle sue due protagoniste, riprese quasi sempre in primo e primissimo piano, con una macchina da presa e una storia incollate su di loro e proprio per questo capaci di aprirsi al mondo intero. Perché la capacità di raccontare del tunisino, di scrivere e girare storie dilatate, turbinose, complesse, è straordinaria e omnicomprensiva, e regala alcune delle scene più vitali e coinvolgenti del cinema recente, e assieme e soprattutto, alcune delle più dolorose e strazianti quando è il momento di raccontare la fine dell’amore intensissimo che ne rappresenta il sostegno e il motore. Perché quello che racconta Kechiche, il suo cinema, è tanto sentimentale quanto fisico e carnale.
Come l’amore e come la vita.
La lista di tutto quel che il regista riesce a toccare e raccontare nei frammenti di un dialogo o nel dettaglio di un corpo e di un’inquadratura sarebbe lunghissima, ma anche inutile: perché tutto si riduce alla semplice complessità di una storia d’amore.
Evidentemente completato pochissimi giorni prima della presentazione al Festival di Cannes, con qualche taglio in più che moderi l’esuberanza narrativa del suo autore La vie d’Adèle sarebbe un capolavoro capace di lasciare senza fiato.
Così, è “solo” un grandissimo film. Che però, il fiato, lo toglie lo stesso.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Vivi una vita che senti non ti appartenga, fino a quando, casualmente, un lampo attraversa il tuo mondo, la tua sfera esistenziale, e riempie e svuota contemporaneamente il tuo cuore. E solo allora ti accorgi di non sapere ancora chi sei.
Ispirato al romanzo grafico “Il Blu è un colore caldo” di Julie Maroh, il film di Kechiche vincitore della Palma d’Oro a Cannes e’ una storia di formazione che ha al centro della vicenda la quindicenne Adele (Adele Exarchopoulos, eccezionale!), normale adolescente che passa il suo tempo tra casa, scuola e amici. Un giorno, attraversando le strisce pedonali, i suoi occhi notano una ragazza dai capelli blu, Emma (Lea Seydoux), e da quel momento in poi tutte le certezze d’Adele andranno in mille pezzi, lasciando il posto al desiderio e ad un amore omosessuale.
La Vita di Adele è tanto esistenzialista nella sua filosofia e nella sua narrazione, quanto è “espressionista” nella regia. È un capolavoro di intimità, che penetra a fondo nella pelle dello spettatore attraverso le straordinarie e bellissime attrici protagoniste, che regalano tre ore di estrema passione e una tensione sessuale quasi incomparabile. La vicenda, la storia d’amore tra le due ragazze, è narrata con maestria da Kechiche, grazie anche ad una regia che si sofferma prepotentemente sugli sguardi, su primi piani insistiti e sulle espressioni, anche le più sottili ed accennate. È un gioco di visi, di gesti e di sensualità, che accompagna il procedere lento della vita della bella Adele al fianco dell’artistica Emma. Una costruzione psicologica impeccabile: la protagonista evolve scena dopo scena, prendendo sempre più familiarità con sé stessa, mentre Emma è come fosse il veicolo attraverso il quale Adele apprende, ama e cresce. Straordinari i dialoghi, che nella loro pedagogia filosofica risultano di una funzionalità stupefacente ai fini di un accrescimento molto intimo da parte dello spettatore.
Il film emoziona, e scuote corde interiori con una sensibilità unica per essere, fondamentalmente, una storia d’amore omosessuale. È una pellicola che si prende il suo tempo, che racconta il cambiamento, che narra di una vita, non risparmiandosi in lungaggini e in scene di sesso spinte che si, potrebbero disturbare, ma che nella loro costruzione vogliono mostrare quanto profondo e toccante sia l’amore tra le due ragazze. Una film sobrio, senza giochi stilistici. Pulito, emotivamente enorme e narrativamente perfetto, La Vita di Adele riempie gli occhi e arriva dritto al cuore, arricchendolo.
Voto: 8.5
Luca Ceccotti, da “bestmovie.it”

L’amore che insegna
Adèle Exarchopoulos, diciannove anni, dimentica l’estraneo che la spia, dimentica di stare recitando, scompare nella sua omonima, assorbe, va in estasi, soffre, singhiozza, e cambia e cresce di fronte a noi. Il risultato è la vita, o meglio, i primi due capitoli della vita, raccontati in tre ore. Da un vero maestro.
Adèle è un’adolescente graziosa, intelligente, sensibile, ingorda di cibo, di sensazioni, di informazioni e di vita, ma molto confusa. Un flirt con il compagno di scuola Thomas le lascia un’inspiegabile insoddisfazione. Perché da qualche parte, in città, c’è una ragazza con i capelli tinti di blu intravista per la strada con cui Adèle ha sentito scoccare la scintilla, come ne La vie de Marianne di Marivaux.
Riuscirà a ritrovarla in un locale gay; Emma studia Belle Arti e si lascia conquistare dal fascino innocente e dalla voglio di vivere della ragazza più giovane, diventando per lei amica, mentore, e amante appassionata. Questo amore diventa l’esperienza fondamentale della gioventù di Adèle, dei primi due capitoli della sua vita, come la mette il bibliofilo Abdellatif Kechiche (il titolo del film in originale è La vie d’Adèle – Chapitre 1 & 2), il viatico alla vita adulta: grazie alla pazienza, alla ricchezza interiore e all’affetto di Emma ravviva il fuoco della sua curiosità e trova la forza e la convinzione per perseguire la sua vocazione, quella di diventare un’insegnante.
La vita di Adèle è tratto molto liberamente dalla graphic novel di Le bleu est une couleur chaude di Julie Maroh, la cui storyline si fonde, nel progetto di Kechiche, con un altro soggetto concepito dal regista franco-tunisino, dedicato al percorso di una donna che desidera insegnare; e il tema della storia d’amore si appaia alla perfezione con l’altro, perché Adèle è stata ispirata dai suoi migliori docenti, ma la sua insegnante più importante è Emma. Il loro rapporto così completo e stimolante, negli aspetti intellettuali come in quelli fisici, è il cuore del racconto ampio e vibrante di Kechiche, che s’incolla alla sua eroina senza lasciarla un secondo, tanto che non abbiamo alcun bisogno di leggere le pagine del suo diario segreto: di rado abbiamo visto un personaggio sviscerato tanto profondamente, indagato senza tregua, con esiti tanto avvincenti.
Kechiche chiede molto alle sue interpreti, a Léa Seydoux che modula la sua incontenibile femminilità sulle frequenze insolite del suo personaggio, una donna ancora molto giovane ma con una matura coscienza di sé, del mondo e della sua sessualità, ma soprattutto ad Adèle Exarchopoulos, diciannove anni, che dimentica l’estraneo che la spia, dimentica di stare recitando; scompare nella sua omonima, assorbe, va in estasi, soffre, singhiozza, cambia e cresce di fronte a noi ben oltre i suoi anni. Il risultato è la vita, o meglio, i primi due capitoli della vita, raccontati in tre ore. Da un autentico maestro.
Alessia Starace. da “movieplayer.it”

Finalmente anche nelle sale italiane La vita di Adele, ultima grande opera del regista tunisino Abdellatif Kechiche e Palma d’oro alla 66ma edizione del Festival di Cannes. Grande, perché discutibile (nel senso costruttivo del termine) al di là delle polemiche sul set, soprattutto nel dibattito culturale. Apprezzabile, volenti o nolenti, per l’audace e il rischioso proposito di voler manifestare la vita, lasciandosene attraversare.

“Il volto umano è un abisso, che nemmeno un approccio mirato e un circoscritto orizzonte temporale riescono a colmare”. Questo commento critico, che trae origine dalle teorizzazioni di Antonine Artaud, sintetizza in modo magari non esclusivo, ma quanto mai felice, l’audacia e l’inclinazione de La vita di Adele. Il film, fortemente pervaso da citazioni artistiche e filosofiche, non annovera esplicitamente Artaud, padre concettuale della “crudeltà scenica”, eppure Kechiche esprime, attraverso la propria cifra stilistica, un medesimo rigore implacabile nella regia, che si svincola dalle trame della scrittura per farsi pura sinergia malleabile durante le riprese. Crudele, perché appunto crudo, scomodo nell’ostentazione prolungata del realismo, della tangibilità e intensità della corporeità umana, che non si esaurisce certo nelle lunghe e reiterate scene di sesso senza veli che infiammano le protagoniste, ma focalizza soprattutto nel volto in primissimo piano la superficie nevralgica sotto cui si dibattono ed esplodono le emozioni.

Questa marca autoriale aveva già assunto potente risalto nel precedente Venere nera, ove la tirannia dell’esibizione anatomica confliggeva tragicamente con l’implosione impassibile del dolore interiore. Al contrario, ne La vita di Adele, l’autore conduce l’impresa di restituire una sorta di “vita liberata”, proprio come inteso da Artaud nel suo teatro: “Non l’imitazione della vita, ma la vita; l’imitazione di un principio trascendente, con cui l’arte ci rimette in comunicazione”, e che insinui nello spettatore, a sua volta liberato dalla passività del voyeur, un contagio. Il contagio del ribrezzo pornografico che impregnava Venere nera diventa contagio di sublimazione dell’eros ne La vita di Adele. L’esplorazione minuziosa dei volti e dei corpi è la dichiarazione programmatica delle intenzioni di Kechiche di cogliere per transitività dei gesti e della mimica, fin nei pori della pelle, delle rifrazioni dell’iride, nella consistenza delle lacrime e della saliva, il mistero alchemico e desiderante dell’intercorporeità, che letteralmente magnetizza gli esseri umani, sopraffacendoli. E pare sia proprio questo l’autentico anello di congiunzione con la graphic novel, Il blu è un colore caldo dell’artista francese Julie Maroh, da cui il film ha tratto libera ispirazione. “Forse le tavole che ritraggono i corpi nudi”, afferma il regista, sono all’origine creativa del suo personalissimo progetto scopico. È per questo che Adele-personaggio, assume un nome nuovo e le fattezze della musa-interprete Adele Exarchopoulos. È per questo che l’immaginazione dell’autore configura per la protagonista i primi due capitoli di un percorso di vita, che per ora riguardano il suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la sua vocazione per l’insegnamento, soprattutto la meraviglia dell’innamoramento e la responsabilità dell’amore. La lettura scolastica de La vie di Marianne di Marivaux, romanzo di formazione femminile, è l’incipit metanarrativo che avvia l’indagine fenomenologica sentimentale a partire dalla concettualizzazione del “colpo di fulmine”. “Il primo sguardo tra due persone destinate a innamorarsi… una scossa destinata a scuotere le fondamenta di una vita altrimenti banale”. La vita di Adele è quella di un’adolescente comune, che ama fantasticare leggendo, che vive meccanicamente le dinamiche di gruppo dei suoi coetanei e affida a un diario i propri segreti. Se banalità esiste in questo presente, che è già passato, sbiadito, subito dopo l’incontro con Emma (Lea Seydoux), si rintraccia infatti proprio negli stereotipi che connotano le sue relazioni, la laconicità del dialogo con i genitori da un lato, la morbosità e la superficialità delle sue amiche, persino il bullismo esasperante di gruppo, quale mezzo di autodifesa al solo sospetto di una omosessualità latente (nulla dello scandaglio introspettivo, silenzioso ma inquieto, del dittico Naissance des pieuvres – Tomboy della collega connazionale Celine Sciamma). Così, mentre Adele tergiversa con le circostanze della vita (la breve relazione con un ragazzo), in questa prima fase pare piuttosto essere profondamente attraversata dalla vita stessa, un corpo agito da forze esterne, più che agente consapevole: il primo corteo di rivendicazione in piazza, il bacio sulle labbra che le ruba per gioco una compagna di classe, il sogno di passione con Emma, che ha solo incrociato per strada e ancora non conosce di persona, fino al richiamo istintivo a seguire un gruppo di ragazze in un locale gay. È qui che tutto cambia, è qui che ha luogo la rivelazione rara e ancestrale dell’innamoramento, è qui che, faccia a faccia con Emma, studentessa di belle arti dai capelli-periodo blu, prende vita lo stato nascente dell’amore, impeto fluido che trascende le volontà, che soprattutto trascenderà i limiti estremi della fusione sessuale; incantesimo che di per sé incide indelebilmente sulla percezione degli amanti e che, nel caso di Adele, è anche dichiarazione della propria identità.

Nelle strette riprese delle espressioni, anche minime, delle protagoniste, Kechiche racchiude le plausibili chiavi di lettura di una narrazione che, costretta nello spazio diegetico, si sintetizza in un susseguirsi di scene (ritratti) madre. Emblematica per tutte, quella in cui, in uno dei primi anelanti incontri, sedute su una panchina in un parco, Adele si lascia per la prima volta ritrarre da Emma in un disegno a matita e, dopo averlo visto, afferma di intravedere una somiglianza con una se stessa che però non riconosce totalmente, suscitando in Emma rimandi alla filosofia di Sartre. Il pensatore per eccellenza della libertà assoluta dello stare al mondo, come presupposto e condanna esistenziale, è infatti il mentore di Emma, giovane donna fiera e risoluta che, da innamorata e da artista, trasfigura la sua amata-ispiratrice per sedurla e legare indissolubilmente a sé l’essenza di quel volto (che continuerà a lungo a figurare nei suoi dipinti) ma che sfugge ad Adele. È Il volto sacro e irriducibile dell’amore?. Probabilmente è proprio nel credo sartriano che si cela la crepa che finirà per minare la relazione e rivelarne il principio utopico e contraddittorio (che vale per il tarlo logorante della gelosia che pervade Adele, nonché per la rabbia distruttiva di Emma dopo la scoperta del tradimento) di poter “possedere la libertà dell’altro nella libertà” reciproca ed esserne al contempo il limite. Oltrepassato il limite, Adele si ritrova, dunque, a soffrire della sua stessa libertà liberata dal sentimento, ma non dalla passione, che tenta di incanalare positivamente nel genuino e onesto trasporto che nutre per l’insegnamento, la sua missione di vita; è questo senza dubbio l’altro grande tema aperto, che pervade il film e lo stesso Kechiche. Anticipazione dei capitoli successivi di una vita che, per ora, abbiamo solo scoperto di poter vivere.
Carmela Albergo, da “spaziofilm.it”

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