Enzo Avitabile – Music Life

Enzo-Avitabile-Music-Life-di-Jonathan-Demme-esce-anche-in-America

È stata una vera e propria deflagrazione sonora ad aprire idealmente la sessantanovesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, insieme ai famelici – ma neanche troppo – squali stereoscopici di Bait 3D e in attesa di Mira Nair e del suo The Reluctant Fundamentalist: al Lido è infatti approdato Enzo Avitabile, illustre compositore e fine ricercatore sonoro protagonista di un documentario diretto da Jonathan Demme.
A prima vista l’apparentamento tra il musicista campano e il cineasta statunitense autore (tra gli altri) de Il silenzio degli innocenti e Philadelphia potrebbe apparire a dir poco schizofrenico, tanto più che l’intero arco delle riprese si è svolto in pochi giorni e interamente a Napoli e dintorni. Eppure, al di là della bizzarria insita in un progetto che vede uno statunitense immergersi, videocamera alla mano, nel guazzabuglio linguistico partenopeo, Enzo Avitabile Music Life sembra integrarsi alla perfezione con il discorso documentario portato avanti nel corso dei decenni da Demme: se la musica è un elemento essenziale della poetica espressiva del regista nativo di Baldwin (e lo dimostra la sua prima incursione nel documentario, nel 1984, quando trascinò davanti alla macchina da presa i Talking Heads di David Byrne, immortalandoli in Stop Making Sense), ancor di più lo è il valore politico e sociale che il rock – e la musica nella sua accezione meno restrittiva – mantiene al proprio interno. Da questo punto di vista la distanza che dovrebbe ergersi a occhi poco meticolosi tra Avitabile, i già citati Talking Heads e Neil Young (alla cui arte Demme ha dedicato ben due lavori, l’eccelso Heart of Gold e il più standardizzato, ma comunque emozionante, Trunk Show) inizia in maniera progressiva e inesorabile ad assottigliarsi, fino a sgretolarsi completamente.
L’obiettivo di Demme, pur spostandosi da territori a lui più congeniali come New York alle coste italiane, approda a Napoli senza prefiggersi mai lo scopo di definire un quadretto predigerito e consunto dall’ovvietà della città: in questo senso la scelta di lavorare con uno stile quasi da guerrilla – due videocamere a mano irrequiete, incollate a Enzo Avitabile e alla sua cerchia di amici, parenti e colleghi, pochissima attenzione alla costruzione formale dell’inquadratura e alla “pulizia” della stessa – non può che essere letto come una dichiarazione di intenti, con la sostanza che si fa forma, annullando qualsivoglia orpello per cercare di cogliere l’essenza primigenia di Avitabile. In questo modo la particolarità fuori dall’ordinario di Avitabile – avvicinatosi poco più che bambino al jazz attraverso lo studio del sassofono, ha successivamente elaborato un’etica musicale sempre tesa all’incontro/scontro tra realtà tra loro perfino antitetiche come la tradizione napoletana, le strumentazioni “in via di estinzione”, il jazz e la musica leggera – riesce a raggiungere con maggiore forza lo spettatore, aprendo porte che nella maggior parte dei casi sono ancora ermeticamente chiuse. Perché Avitabile, apprezzato e studiato in ogni scuola musicale che si rispetti, rimane ancora un universo a se stante per il grande pubblico, misterioso e inclassificabile come la world music che dipinge di volta in volta sul pentagramma. Anche per ovviare a questa lacuna, probabilmente, Demme cerca di coniugare l’aspetto più strettamente sonoro (che rappresenta comunque la parte preponderante del documentario) con un viaggio alla scoperta della vita privata del compositore: ne viene fuori un ritratto inusuale ma schietto e verace, che non disdegna incursioni nel bailamme partenopeo – il ritorno di Avitabile ai luoghi della sua infanzia, la scoperta emozionante di Zì Giuseppe, che mantiene viva la tradizione napoletana cantando mentre raccoglie limoni – facendole vivere di pari passo con l’apertura internazionale proprie della musica di Avitabile, come dimostra il canto in memoria di Vittorio Arrigoni, intonato insieme a un’interprete palestinese.
E forse il vero punto di contatto tra Avitabile, Young e Byrne, oggetti dell’indagine documentaria di Demme, deve essere rintracciato non tanto nel modo di fare musica, ma piuttosto nei motivi che spingono a comporre: si tratta infatti di artisti che hanno coniugato la sperimentazione (anche quella più ardita) con l’anima più strettamente popolare, basica, del suono. Non musica per il popolo, ma musica che è del popolo, e viene a lui restituita. Una scelta politica sempre rintracciabile nel cinema di Demme, come hanno dimostrato a venti anni di distanza la Wild Thing riletta in chiave afro da ‘Sister’ Carol East in Qualcosa di travolgente e lo stratificato impianto sonoro che compone Rachel sta per sposarsi. Quando la coerenza si fa poetica, e la poetica diventa riflessione politica.
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

Se Jonathan Demme dice che Salvamm ‘o munno è la canzone che gli ha cambiato la vita va preso sul serio. Chi potrebbe mettere in dubbio l’onestà di questo filmaker, che ha rinunciato alla comoda rendita che Hollywood poteva garantirgli (soprattutto dopo il successo del Silenzio degli innocenti e Philadelphia?) per mettere la propria professionalità al servizio di un bene senza mercato, la verità?
Gli ultimi anni di Demme sono doc. Documentari. Di Origine Controllata. Il suo nome un marchio, il suo marchio una garanzia di qualità. Qualità: la somma di stile personale ed etica universale. Il lavoro fatto con Enzo Avitabile Music Life – fuori concorso alla Mostra – è una conferma. Demme lavora sugli scarti minimi: un secondo di più su un volto, la geometria dei piani, le più impercettibili variazioni di luce, colore. La sua presenza nella “realtà degli altri” è discreta. Qui si vede di riflesso in uno specchio, due volte. E’ un autore che non si sovrappone al soggetto di cui parla. La sua è una regia che agisce semmai da cassa di risonanza. Non per questo è meno personale.
Pensiamoci: i soggetti di Demme – dal Jean Dominique di The Agronomist all’Avitabile di quest’ultimo lavoro – sono come i pezzi di un mosaico unico, parti di un volto solo. Il reporter, il campione dei diritti civili, l’artista che ha consacrato tutto se stesso alla propria arte, non sono solo caratteri unici e indimenticabili di una personale galleria d’autore ma i materiali di un autoritratto in continua fase di realizzazione. C’è molto Demme in Avitabile, pure se Avitabile è probabilmente molto oltre Demme. Non è nel privato che va rintracciata questa sintonia (Demme gli concede del resto poco spazio: una brave presentazione dei figli e degli amici, il fermo-immagine sulla foto della moglie “passata a miglior vita”) ma nella semplicità “morale” con cui questo musicista vive e mette a frutto la propria genialità. Sono gli occhi di Avitabile che si accendono davanti a uno spartito, il tempo sospeso, sacrale, della performance, questa fede senza Dio nella creazione umana capace di trascendere i limiti dell’esistenza (e di ogni etichetta: cos’è Avitabile del resto: un cantante, un sassofonista, un tastierista, un trombettista? E di che genere è la sua musica? Folk, blues, jazz, pop?).
Ritmi, suoni, parole. Qualcosa di sublime emerge misteriosamente dalla composizione, dalla fusione di materiali diversi. Se c’è una qualità che coglie pienamente il senso dell’operazione – e il significato dell’opera di Avitabile – è polifonia. E’ l’armonia tra parti diverse. Il napoletano, il sardo, l’iracheno, l’indiano. Suonano tutti lo stesso spartito. Lavorano per la stessa musica. E quegli strumenti spuri, bizzarri, dimenticati, con il loro mondo carico di storie e tradizioni conservate tra le pieghe del suono aiutano a ricordare che davvero non ci sono Figli di nessuno, come canta Avitabile, ma pezzi unici. Uno accanto all’altro, senza gerarchie. Enzo Avitabile Music Life, appunto. Non necessariamente in questo ordine. Ma rigorosamente così, senza nulla aggiungere o togliere.
di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Il premio Oscar Jonathan Demme documenta la vita e la musica di Enzo Avitabile, musicista poliedrico napoletano, tra scorci di vita e quartieri periferici, musicisti e amici.
Quello che lega Jonathan Demme e il documentario è un rapporto forte e consolidato, che dura ormai da oltre 30 anni. Il legame si fa ancora più interessante, quasi intimo, se si prendono in considerazione i documentari dedicati al mondo della musica. Tutto iniziò nel 1984 quando il regista newyorkese dirige Stop Making Sense dedicato a tre concerti dei Talking Heads (massimi esponenti della new wave guidati da David Byrne), seguono Heart of Gold, Trunk Show e Journey, incentrati sulla figura e la musica del canadese Neil Young.
Nel 2012, in occasione della 69° Mostra del Cinema di Venezia, Demme presenta al pubblico Enzo Avitabile Music Life, documentario musicale che racconta la vita e la musica del poliedrico artista napoletano.
Con la stessa gioia e disponibilità che l’anno reso uno dei personaggi più amati della sua città, Avitabile ospita regista, troupe e spettatori all’interno della sua casa, li guida per le strade della sua Napoli, tra i meandri della sua vita e dei tanti ricordi. Piano piano affiorano, quasi improvvisamente, come nelle migliori improvvisazioni jazz, aneddoti familiari, ricordi d’infanzia e di formazione: ad esempio la visita nella vecchia cantina in cui Enzo suonava le sue prime note al sassofono o il ritorno al Conservatorio di Napoli.
La vera protagonista di questo documentario è però la musica. Il film infatti assume le caratteristiche di un vero e proprio concerto dove le caratteristiche sonorità partenopee si uniscono, si mischiano, diventano un tutt’uno con quelle di altri paesi, rappresentati dai loro strumenti tanto caratteristici quanto rari: dal sitar indiano alle launeddas sarde.
«All’interno di un musicista si trovano una moltitudine di musicisti», con queste parole Avitabile descrive il suo mestiere e, involontariamente anche lo spirito dell’intero film. Al suo interno si trovano infatti, come già detto, vari aspetti della sua vita: la religione, la famiglia e gli amici; ma è allo stesso tempo un mini ritratto di una Napoli forse un troppo facilmente stereotipata da chi non la vive dall’interno, ma ricca di una cultura che col tempo sta perdendosi.
Uno degli aspetti che affiora più prepotentemente guadando il film è indubbiamente la smisurata passione di Enzo Avitabile per tutto quello che si lega alla musica, la sua e quella degli altri. Tutto questo traspare dallo sguardo appassionato del musicista mentre suona i suoi strumenti, magistralmente catturato dai primissimi piani di Demme, diventato ormai un modello da seguire per chi si appresta a intraprendere la carriera di documentarista.
Jonathan Demme ha dichiarato di essere entrato in contatto con Enzo Avitabile e la sua musica in modo assolutamente casuale, nel 2007 mentre ascoltava la radio guidando per le strade di New York. Rimase quindi immediatamente colpito da quell’uomo che da li a due anni avrebbe finalmente conosciuto e a cui ora dedica questo piccolo grande film, che sicuramente trasmetterà lo stesso inaspettato entusiasmo nello spettatore che guaderà il film, senza conoscere la vita, la musica e la persona di Enzo Avitabile.
Nicola Barabino, da “storiadeifilm.it”

Sobrietà è la parola d’ordine per la 69ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sotto la nuova direzione di Alberto Barbera. Molti film d’autore e poco genere, con qualche eccezione come l’horror Shark 3D di Kimble Rendall, che ha dato il via alle proiezioni stampa. La pre-apertura ufficiale, però, è affidata all’elegante documentario Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme, dove il regista de Il silenzio degli Innocenti, innamoratosi della musica dell’artista partenopeo, ascoltata per caso una volta in radio, ricostruisce la personalità del suo idolo attraverso un viaggio tanto culturale quanto geografico, per i rioni di Marianella, quartiere nel quale Avitabile è cresciuto – anche musicalmente, studiando dieci ore al giorno in uno studio/scantinato tutt’altro che confortevole – ma anche con le mille sfumature delle sue opere, legate alla matrice napoletana, ma in grado di spaziare tra influenze da tutto il mondo. Avitabile duetta con artisti di ogni nazionalità. Con Eliades Ochoa, da Cuba, canta il diritto dei bambini di ogni razza e ceto a vivere la propria infanzia serenamente. Con l’incantevole Amal Murkus, araba di fede cristiana, omaggia sentitamente Vittorio Arrigoni, il reporter ucciso a Gaza dai terroristi jihadisti. “Gli artisti non ragionano in termini di confini e separazioni tra stati – dice Demme – riconoscono un’umanità che li lega tutti insieme”.
APPUNTAMENTO TRA FUORICLASSE
Per incontrare il musicista, Demme ha scherzosamente ‘ricattato’ il produttore Davide Azzolini: “Invitai Demme al Napoli Film Festival – racconta Azzolini – e lui accettò facendomi però promettere di fargli conoscere Avitabile, del quale si dichiarò grandissimo ammiratore. Riuscii a organizzare l’incontro a casa di amici un giorno prima della sua ripartenza. Avitabile portò i suoi album, ma Demme li aveva già tutti. Fui io, in conclusione di serata, a lanciare la proposta del documentario, un incontro tra due veri fuoriclasse. E tutto grazie a un’autoradio”.
“Demme è un genio – dichiara Avitabile – perché mi ha fatto fare un film senza che io me ne accorgessi. Io sono sempre alla ricerca di qualcosa in divenire, non preconfezionata e, citando Carmelo Bene, mi concentro sul significante e non sul significato. Questo stato di coscienza ci ha fatti incontrare. E poi credo nella legge di causa ed effetto, nel sogno e nella possibilità. Per questo sono voluto tornare a Marianella, il posto dove sono cresciuto. Volevo mostrare ai ragazzi di quel posto che non sono figli delle palazzine popolari, privi di identità. Attraverso la mia vita volevo che comprendessero che le possibilità nella vita esistono. Marianella è un antico sito romano. Sotto quei palazzi, brilla la luce.” Nel film Avitabile ha anche modo di presentare un aspetto poco conosciuto del suo lavoro: oltre 300 partiture, in gran parte inedite, che spaziano dalla camera all’operistica.
Apertura elegante per la 69ma Mostra, Enzo Avitabile Music Life segna l’incontro tra il cinema formale e apolide di Demme e il tumulto sonoro, emozionante e volto alla multietnicità, della musica di Avitabile. Le note salgono e commuovono nel sentito omaggio a Vittorio Arrigoni, cantato in duetto con l’araba Amal Murkus, e il viaggio tra i rioni di Marianella restituisce il ritratto di un musicista fuori dal comune. Non è la Napoli folkloristica vista con gli occhi di un regista straniero infuocato di Passione, e non è nemmeno Gomorra. Sotto le case popolari di Marianella c’è un antico sito romano, c’è cultura, c’è identità. E c’è un cuore vivo che pulsa a ritmo di musica.
VOTOGLOBALE7.5
Andrea Guglielmino, da “everyeye.it”

Il film su Enzo Avitabile, sulla sua musica e su Napoli, nasce dalla stima reciproca dei due artisti e sulla lunga conoscenza che Jonathan Demme ha del musicista, una figura nota nel panorama musicale mondiale che si distingue per la sua passione per la ricerca e la sperimentazione. Il film è un’occasione unica, quindi, poiché l’occhio di uno dei maggiori registi racconta non solo della musica di un artista “singolare” come Avitabile, ma anche la storia di una città, Napoli, che racchiude tesori e contraddizioni.
Cinque anni fa, Jonathan Demme stava guidando a New York sul George Washington Bridge ed ascoltava alla radio un programma di musica napoletana: così si ritrovò ad ascoltare “Salvamm ‘o munno”, e di conseguenza si interessò alla musica di Enzo Avitabile. In occasione di un invito al Napoli Film Festival, il regista ha l’occasione, due anni dopo, di incontrare il musicista: nasce così l’idea di un documentario diretto da Demme su Avitabile e sulla sua musica, girato poi l’anno scorso nell’arco di una settimana.
Come sempre, quando gira i suoi documentari musicali, a Demme non interessa affatto raccontare la cronistoria del personaggio di cui vuole fare il ritratto: semmai gli interessa registrare un fremito, un ricordo rivissuto in diretta dal musicista. Così, come quando Neil Young in Neil Young Journeys ricordava la sua vita mentre guidava in macchina, Enzo si ricorda del suo apprendistato tornando direttamente nella sua prima casa e nel Conservatorio di Napoli San Pietro a Majella, dove ha studiato da ragazzo. Ma basterebbe solo il momento in cui, con il suo sassofono, Enzo canta per le strade della Marianella per capire le intenzioni di Demme.
Eppure anche con un ritratto “impressionista” come questo esce la figura a tutto tondo di Avitabile. Un personaggio appassionato ed appassionante, estremamente curioso rispetto alle persone, alla cultura, alla Storia e al mondo. Enzo si appassiona per un software che suona gli spartiti (”è come avere un’orchestra in casa!”) e lo racconta con entusiasmo, e cataloga tonalità e ritmi di tutto il mondo. In casa ha 300 spartiti inediti, ed ha all’attivo collaborazioni con i più grandi musicisti di tutto il mondo, dall’Iran alla Spagna, passando per la Palestina.
Attraverso le sue esibizioni dal vivo, riprese come sempre dal regista per intero (cosa che può dar fastidio a certi “puristi” dei documentari che seguono certe regole canoniche), noi spettatori impariamo anche qualcosa in più: magari che le launeddas sono antichissimi strumenti tradizionali della Sardegna. Jonathan Demme si è innamorato di Avitabile pur non capendo una parola del testo delle sue canzoni: e sta forse qui il punto del documentario. Perché per amare Avitabile, e di conseguenza anche il film, basterebbero i ritmi, le melodie e l’atmosfera che le sue canzoni riescono a regalare, al di là dei (bei) testi.
Va da sé che è il personaggio il fulcro del film, e si tratta di una persona dalla filosofia lucidissima. “Io chi sono?”, si chiede ad un certo punto Avitabile, alludendo alla sua natura di musicista: una domanda che ogni persona che ha a che fare con musica, spartiti e strumenti dovrebbe farsi. Perché il proprio percorso è pieno di riferimenti e “maestri”. Avitabile è convinto di essere “più musicisti” assieme, visto che la sua musica è passata anche per diverse fasi: la sua formazione è poliedrieca, e passa da James Brown a Charlie Parker, da John Coltrane a Miles Davis. Sintomo di una cultura che fa togliere il cappello, ma segno anche di una vita vissuta al massimo.
Avitabile è di origini cattoliche, ed è sempre stato educato così. Poi a San Francisco viene in contatto con il buddhismo di Sri Chinmoy e si converte. Dopo la morte della moglie Maria, torna ad essere cattolico: “ma a modo mio”. Forse la parte più debole di Enzo Avitabile Music Life sta nel suo “ritratto familiare”: non tanto nella storia dei figli e nel momento in cui viene citata la moglie, ci mancherebbe, ma è proprio il momento in cui Demme decide di lasciare la parola ai figli, come in un’intervista diretta, che viene meno l’atmosfera intima che al solito il regista riesce a creare, per abbracciare metodologie documentaristiche più canoniche.
Ma sono dettagli in un’opera gentilissima e a suo modo anche unica nella filmografia di Demme: e il fatto che il regista si veda inquadrato più di una volta, mentre nella trilogia su Neil Young non si vede mai, la dice lunga. Sarà forse perché si tratta comunque di un progetto “straniero”: e da buon straniero, Demme non può che restare affascinato anche da Lei: da Napoli. Il film, negli esterni, è pieno di inquadrature dal basso verso l’alto, verso il cielo, ed è pieno di balconi, di dettagli, di strade, di persone.
Dopo aver visto Enzo Avitabile Music Life – sperando seriamente che arrivi in qualche sala: il ritmo della musica è spesso trascinante, per chi è abbastanza curioso da voler entrare nel mondo di questo straordinario artista – forse vorrete andare anche a comprare qualche cd di Avitabile, come l’ultimo Black Tarantella. Ma gli album da lui pubblicati sono finora 18: c’è l’imbarazzo della scelta. Diversi sono i momenti emozionanti, come il brano “Mane e Mane” cantato con Daby Tourè, ma uno in particolare procura brividi lungo la schiena: l’esecuzione di “Canta Palestina” assieme ad Amal Murkus, brano dedicato all’attivista italiano Vittorio Arrigoni, morto a Gaza nell’aprile 2011.
Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

Intercalando film hollywoodiani trionfalmente mainstream (Philadelphia, The Manchurian Candidate) con produzioni ‘minori’ e impegnate su alcune specifiche cause (la lotta contro l’apartheid, la promozione della cultura haitiana, la denuncia delle condizioni di vita nei quartieri afroamericani), il cinema di Jonathan Demme si vuole politico.
Enzo Avitabile Music Life ribadisce questa volontà politica. Muovendo dalla poetica musicale dell’artista napoletano, il documentario di Demme traduce in immagini il suo desiderio in musica di salvare il mondo.
Complice una trasmissione radiofonica, che riversava le note di Avitabile nell’auto di Demme in corsa sul George Washington Bridge, i due artisti si ‘incontrano’ e producono insieme ottanta minuti di note e fotogrammi. In perfetta comunione con la sensibilità di Demme, le partiture di Avitabile, sempre aperte alla contaminazione e alla differenza, esibiscono una solidarietà per gli oppressi e un’empatia per i margini.
Il documentario, alla maniera del disco “Salvamm’o munno”, armonizza la tradizione arcaica contadina della Campania con il suono antico dei Bottari di Portico fino a comprendere stili musicali contemporanei, fino a battere la strada della World music, fino a tuffarsi nel Mediterraneo e nei suoi vivi orizzonti. Italia, Africa, Medio Oriente, la produzione di Avitabile, mane e mane con i Sud del mondo, ospita artisti straordinari, depositari di una precisa identità culturale e di una tradizione artistica millenaria. Tradizione intonata dalla voce ‘vesuviana’ di Zi’ Giannino Del Sorbo e colorata dalla polifonia delle launeddas di Luigi Lai. Una partitura collettiva che canta gli oppressi nelle lingue del Sud e dentro una straordinaria evidenza sonora. Inteso a recuperare il patrimonio musicale partenopeo e a rivelarne la piena bellezza, Avitabile attraversa Napoli e i luoghi della sua musica, chiese, accademie, conservatori, liberando sulla strada la Tradizione sigillata.
Il suono del suo sassofono risale la cantina dell’infanzia (e dell’applicazione) nel quartiere di Marianella rompendo la linearità del racconto e insinuando la vita familiare e amicale di Enzo. Dentro le immagini di Demme, che tradiscono un’aria di sopralluogo e di scoperta, Avitabile mescola i suoni laici con la solennità liturgica, l’anima sinfonica col cuore cameristico, risvegliando il grido popolare.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Oltre che di cinema di finzione, di documentari, Jonathan Demme ne sa. Lo dimostrano lavori come The Agronomist, o Jimmy Carter Man from Plain che, come questo Enzo Avitabile Music Life, sono stati presentati al Festival di Venezia. O la trilogia con/su Neil Young che, come questo Enzo Avitabile Music Life, trattano di un altro argomento su cui il regista americano è esperto: la musica.
Ma il fatto è che si tratti di fiction o di documentari, di politici o di musicisti, quello che Jonathan Demme sa fare davvero bene, dimostrandolo in quest’occasione per l’ennesima volta, è raccontare una storia. Demme per quello che racconta ha passione e interesse sinceri e privi di pregiudizi e opportunismi. Ed è quindi in grado di diventare un grande affabulatore capace di interessarci a pressoché qualsiasi cosa. Anche a un personaggio che, lo diciamo soggettivamente, può non essere così interessante o simpatico come il musicista napoletano.
Certo, Enzo Avitabile Music Life ha dalla sua alcuni momenti musicali altissimi, che da soli fanno il film e che, per alcuni, forse non a torto, rendono superfluo tutto il resto. Su tutti, quello di un’esibizione che unisce Avitabile, il percussionista indiano Trilok Gurtu, il chitarrista spagnolo Gerardo Nunez, il sitarista pakistano Ashraf Sharif Khan Poonchwala e il suonatore di oud iraniano Naseer Shamma.
Roba da togliere il fiato.
Ma quello che c’è tra una performance e l’altra, in comune col momento trascinante dell’esibizione ha lo sguardo di un regista che, con instancabile curiosità, occhio allenato e grandi capacità narrative sa sempre cosa mostrare e come, di modo tale da renderlo interessante, accattivante e, soprattutto, vivo.
Se nel film è innegabile, quindi, il divario emozionale e comunicativo con le parti del film in cui alle abilità di Demme si assommano quelle dei musicisti ritratti e delle loro performance, i segmenti interlocutori, parlati e più incentrati sull’Avitabile uomo si giustificano e si nobilitano per via dell’occhio sempre limpido e mai banale del suo autore.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Enzo Avitabile Music Life è un documentario interessante e fotografa un autore sperimentale, polistrumentista (si cimenta indistintamente con la tromba, il sassofono, la tastiera e qualsiasi altro strumento, conosciuto o meno), che ha dedicato la sua intera esistenza alla musica. Ma la pellicola non nasce (esclusivamente) dalla poliedricità della figura che la macchina da presa immortala, piuttosto da una personale volontà di idolatrare Avitabile da parte di Jonathan Demme. Perché il regista de Il silenzio degli innocenti quando lascia fuoriuscire il suo lato documentarista, riesce a farsi ancor più personale, intimo. Demme scruta, scopre dettagli e mixa parole, suoni e ritmi in un’alchimia artistica riconoscibile, composta di passione, politica, umanità e devozione. La passione è privata (Demme ha dichiarato che Salvammo ‘o munno è la canzone che gli ha cambiato la vita), la politica e la moralità sgorgano dal microfono di Avitabile, mentre la devozione è quella nei confronti del dialetto napoletano, che accompagna e diviene un idioma universale, sul quale palestinesi, iraniani, indiani e armeni partoriscono melodie.
Demme non è nuovo del genere documentaristico (Enzo Avitabile Music Life è il suo ottavo prodotto) e si respira nello stile del regista un’innata passione nel raccontare. Laddove le capacità autoriali si perdono nelle vicende d’infanzia, nella presentazione della famiglia e nella fotografia della moglie di Avitabile “passata a miglior vita” (sospesa in un fermo-immagine), si ritrovano in un montaggio curato, in un’alternanza di “bagni di folla” e canzoni, nei dettagli di strumenti spuri e nel tour dell’umile e piccola dimora del musicista napoletano.
Demme ostenta sentimento e umanità, musica sacrale e popolare. L’estremismo di Avitabile è ben fotografato in un piccolo gioiello, che esalta il musicista e rischia di annoiare lo spettatore comune. Perché l’amore per l’artista oltrepassa il comune racconto e Demme si lascia andare a lunghi momenti, in cui la macchina da presa è immobile e inquadra la musica di Avitabile, nel suo lento ed estremo fluire. Un consiglio? Bisogna soffermarsi sulle parole.
Andrea Ussia, da “persiinsala.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog