Blue Jasmine

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Non servì certo From Rome with Love per dare manforte a certe critiche che parlavano già di un Allen post-Allen, alla stregua di come si usa fare con la nostra epoca, fino a qualche tempo fa definita post-modernismo in assenza di soluzioni migliori. Mancava a tanti, troppi, l’Allen straripante dei suoi film, quelli, per intenderci, dove oltre ad essere il burattinaio era anche il burattino. Uno spiraglio si intravide con Basta che funzioni, con il fugace intermezzo dell’Oscar a Midnight in Paris per il newyorkese globetrotter che salta da una capitale all’altra per girare i propri film. Comunque troppo poco: la voce girava già da troppo tempo ed oramai sembra dura spiccicare l’etichetta dell’Allen usato, di seconda, terza o forse addirittura quarta mano.
Poi arriva Blue Jasmine, che, lo diciamo subito, non ha necessariamente bisogno di una così corposa filmografia come quella del regista americano di origini ebraiche. Un film insomma che sta in piedi da solo, sebbene viva e si moltiplichi seguendo quella formula base, segreta ma non troppo, che alimenta un po’ tutti i film di Woody Allen. Perché oramai quest’ultimo è tornato bruscamente con i piedi per terra, ed il tenore trasognante, quasi scanzonato delle sue due ultime pellicole sembrano essere un remoto ricordo.
Blue Jasmine è ciò che dice di essere sin dall’inizio, quando il sottofondo jazz e certi nostalgici quantunque minimali titoli di coda sembrano introdurci qualcosa di più della semplice commedia. Che non sia un noir? Sapete, le etichette sono spesso ambigue, o per lo meno limitanti, laddove non siano addirittura fuorvianti. Ma qui di indizi ce n’è eccome, ancor prima che il tutto si palesi definitivamente: quando, per intenderci, si scopre chi è il maggiordomo e chi l’assassinato.
Assecondando il registro classico, Allen attualizza come più può certe tematiche a lui care, in primis certe nevrosi compulsive, tese a minare l’equilibrio del povero malcapitato di turno in maniera radicale. L’humor raffinato di Allen assume qui tinte nere, a tratti nerissime, come nerissimo è il finale. In confronto alla condizione di Jasmine (Cate Blanchett), le “fisime” di buona parte dei vecchi personaggi di Allen sembrano per lo più insicurezze adolescenziali. Il regista cala il tutto nella crisi dei nostri giorni, pur guardandosi bene dallo sporcare la propria storia con un eccesso di quotidianità alla portata.
L’avvenente e non più giovane Jasmine è la moglie di un ricchissimo uomo d’affari, Hal (Alec Baldwin), uno che ha costruito un impero servendosi della finanza più sfrenata e sregolata. In altre parole, truffando tutti. Finché il marito non viene incastrato ed allora Jasmine è costretta ad abbandonare il suo mondo dorato, fatto di feste con gente altolocata, gioielli, abiti e ville da sogno, per trasferirsi nel ben più modesto spicchio di universo che è San Francisco, dove vive la sorella Ginger (Sally Hawkins).
Un modo come un altro per fuggire dai fantasmi che la tormentavano nella Grande Mela, ambiente oramai invivibile per una abituata allo sfarzo mentre invece deve a questo punto accontentarsi di Brooklyn. Con sé porta comunque un recente passato che non può in alcun modo fuggire, inerme com’è dinanzi a tutto ciò che le è capitato, esaurimento nervoso incluso.
Ma se nella costruzione di questo personaggio Allen mostra una certa perizia, è al lavoro mastodontico della Blanchett che bisogna assolutamente guardare se si vuole evidenziare il reale valore aggiunto di questa pellicola. Jasmine rappresenta un caso borderline, uno di quelli a cui non basta più qualche seduta liberatoria. Imbottita di Xanax, che oramai assume con una frequenza ed in quantità disarmanti, l’elegante donna si trascina dovunque lei vada. Parlandosi addosso, come all’inizio, quando per un viaggio intero tedia l’anziana signora che ha avuto la somma sfortuna di capitarle accanto in aereo, sottoposta ad un interminabile monologo dal quale riuscirà a sottrarsi solo quando non saranno costretti a separarsi dopo aver preso i rispettivi bagagli.
Ma a fare la differenza non sono tanto le uscite estemporanee, quanto insomma c’è di “scritto” nel personaggio di Jasmine. Nient’affatto. A rendere così viva, tristemente concreta, questa pietosa figura è il talento indiscutibile di una Blanchett in stato di grazia. La sua è un’interpretazione spinta ai massimi livelli, tesa come una corda di violino per l’intera durata del film. Coerente, dai ritmi serrati, mentre ci mostra per lo più l’esito di un percorso che possiamo solo supporre e che tuttavia ci viene suggerito da un montaggio che alterna senza alcuna soluzione ricercata presente e recente passato, così da avere una panoramica un po’ più ampia sulle disgrazie della protagonista. Ma la Jasmine dell’ora attuale non è mai troppo diversa quella spensierata, quella che non si poneva alcuna domanda, quando le cose filavano lisce e la vita le sorrideva. Per sciacquarsi la coscienza bastava qualche attività filantropica, alternata ad uno shopping di alto livello.
Ogni minuscolo dettaglio del lavoro svolto dalla meravigliosa attrice ci informa della potenza di questa sua interpretazione: gli occhi costantemente lucidi, lo sguardo perso chissà dove, le movenze a tratti rigidamente codificate per poi esplodere in un lassismo che è il peggiore dei peccati per una signora come lei. Ma l’intuizione più geniale, lo ripetiamo, in fondo è la stessa Blanchett. A posteriori, non riusciremmo ad immaginare nessuna attrice più adatta di lei per questo ruolo. Un colpo da maestro, perché senza quella sua cifra stilistica, così forte, così dannatamente affascinante in tutto (nel portamento, nel modo di porsi, persino nel sudare), semplicemente, il personaggio di Jasmine sarebbe rimasta una chimera.
Ed è invece esattamente questa l’idea che travolge, che ammalia. Quello che lascia a bocca aperta non sono certi siparietti, certe battute sagaci e quant’altro appartenga all’immaginario dell’Allen autore, bensì certi primi piani. Il volto dolce e aggraziato della protagonista devastato dal male che la rode dall’interno, come se quel suo stato di malessere fosse insito da sempre nella sua personale storia; un destino ineluttabile, che più si cerca di evitare e più violentemente si manifesta. Difficile descrivere la portata di un lavoro così intenso, impreziosito peraltro da un doppiaggio eccezionale, per cui ad Emanuela Rossi (la doppiatrice della Blanchett) va tributato un plauso tutto particolare.
Allen stavolta affonda i denti nell’attualità, oramai ineludibile, mostrando a suo modo l’artificialità di un mondo di cui evidentemente conosce una sola parte: abbastanza credibile quando si tratta di evocare certe dinamiche operanti nell’ambito dell’ex-nuova nobiltà, quella arricchitasi grazie a Wall Street e affini; meno incisivo quando l’attenzione si sposta sul cosiddetto ceto debole, quello delle cassiere del supermercato, dei traslocatori o dei meccanici, quest’ultimi tratteggiati in maniera quasi macchettistica, sebbene funzionale al discorso.
Alle variopinte polo Ralph Lauren e completi Dior dell’inconsistente favola (mal)vissuta da Jasmine, vengono opposti gli abiti a buon mercato e per nulla abbinati di Ginger, che frequenta solo «sfigati» perché in fondo non ha avuto la fortuna di nascere coi geni buoni, come la sorella – altra sarcastica invettiva di Allen, nemmeno troppo velata.
Blue Jasmine ci parla dunque di un regista che, quale che sia il motivo, si trova ad un punto del proprio percorso in cui ha ripiegato su una malinconia ancora più cupa rispetto al passato. Un film che scolpisce questa deriva per certi aspetti naturale e spontanea nel cinema di Allen, la cui poetica riesce nell’encomiabile intento di mettere in scena una tragedia smussata nei toni, ma che fa in tempo ad esserci restituita nella sua prorompente vitalità (o mortalità, che dir si voglia). E se quel finale non lascia con uno strano magone, non è certo perché qua e là si ha avuto modo di sorridere nel corso degli eventi che lo hanno preceduto. Assistere ad un tale spoglio di così tanta grazia è qualcosa che lascia il segno.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

La vita di Jasmine, ricca ed elegante donna newyorchese, è andata rapidamente in pezzi. Il marito Hal, rampante uomo d’affari, si è infatti rivelato per il truffatore che è sempre stato; arrestato, l’uomo si è suicidato in carcere, lasciando Jasmine al verde e senza notizie di un figlio che, per la vergogna, ha fatto perdere le sue tracce. In uno stato di estrema fragilità emotiva, la donna si trasferisce a San Francisco dalla sorella Ginger: questa possiede un piccolo appartamento, in cui presto inizierà a convivere con Chili, suo attuale compagno. Quest’ultimo, da poco subentrato al fallimento del precedente matrimonio di Ginger, viene da subito mal visto da Jasmine, che lo considera un “perdente”: più in generale, la donna dimostra di mal sopportare il nuovo contesto in cui si trova a vivere, così distante dalle sue abitudini di donna della upper class newyorchese. Divisa tra un’occupazione accettata suo malgrado, quella di segretaria in uno studio dentistico, e il velleitario progetto di studiare per diventare arredatrice, Jasmine sembra avere un’occasione di riscatto quando conosce Dwight, ambizioso diplomatico che subito mostra un interesse per il suo fare affascinante e raffinato. Ma Jasmine, incapace da sé stessa di accettare la sua nuova situazione, inizia a mentire a Dwight, nascondendo il suo passato recente e costruendosi una vita fittizia…
Il carattere altalenante e discontinuo della carriera recente di Woody Allen è ormai un dato assodato. Un dato che, a seconda ci si trovi di fronte ad opere che mostrano lo smalto dei tempi migliori (Basta che funzioni, Midnight in Paris) o a evidenti fallimenti (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, To Rome with Love) può apparire confortante o deprimente: Blue Jasmine appartiene alla prima categoria, e come tale non può che rassicurarci nella conferma che, malgrado i frequenti scivoloni, Woody ha ancora molto da dare al cinema. Una conferma che fa tirare un bel sospiro di sollievo, visto che il film-cartolina dedicato alla Capitale era probabilmente il peggiore della sua ormai più che quarantennale carriera: qui, basta dare uno sguardo alle prime sequenze per capire che siamo su tutt’altro registro, malgrado la presenza di un attore comune (Alec Baldwin) il cui talento viene, comunque, ben altrimenti utilizzato. La Jasmine di Cate Blanchett è donna fragile, compendio delle nevrosi di un quarantennio di personaggi, femminili e non, del regista: ma è, soprattutto, un prodotto di quell’alta borghesia americana, da sempre oggetto delle attenzioni di Allen, che l’ha fagocitata privandola di stimoli e ambizioni, rendendola cieca alle meschinità di suo marito e comodamente vuota di sostanza umana; vittima e carnefice insieme di un ambiente che troppo rapidamente le è crollato sotto i piedi. L’apparente schematismo dei contesti umani delineati dal film (alta borghesia/working class) non toglie nulla alla pregnanza dei suoi ritratti: subito mostrata dalla qualità di dialoghi che, in poche battute, descrivono con assoluta precisione i due mondi trattati.
Uno dei pregi del film sta indubbiamente nella sua intelligente struttura narrativa, giocata su un’alternanza di piani temporali che, lentamente, ci svelano i diversi aspetti del carattere della protagonista. In un lento dischiudersi del personaggio di fronte ai nostri occhi, scopriamo gradualmente il quadro dell’esistenza di Jasmine, e le motivazioni della sua montante nevrosi; con un ritratto che viene completato solo nei minuti finali, in cui emerge del tutto lo sguardo pungente e disincantato del regista. Non manca l’empatia, nel ritratto di Allen di un mondo che, pur in tutta la sua meschinità, il regista mostra di conoscere bene; persino il personaggio del truffatore Hal viene trattato con un certo grado di bonarietà, incarnazione dell’ingenuità colpevole di chi non ha mai saputo comportarsi altrimenti. Tuttavia, la lucidità dimostrata dall’occhio del regista fa in modo che non si sconfini né nel bozzetto vuoto e caricaturale, né in una manichea opposizione che elimini, dalla sua visuale, le zone d’ombra: la stessa Jasmine, cresciuta in un ambiente umile, è stata gradualmente modificata (quasi infettata, diremmo) dal contatto con un contesto sociale a lei estraneo; contatto che, quasi in un effetto domino, finisce per contaminare tutte le persone che stanno intorno alla donna, mettendone a rischio la stabilità emotiva e sentimentale. Nonostante lo sguardo del regista mostri simpatia per il fare schietto e semplice di Ginger (un’efficace Sally Hawkins) e del suo compagno Chili, il film mostra chiaramente che neanche questo ambiente è immune dalla fascinazione di quell’esistenza vacua e senza centro, caratterizzata dall’oblio dei sentimenti, che per tanto tempo ha tenuto prigioniera la protagonista.
Molto efficace anche nella resa dei personaggi di contorno (il Dwight di Peter Sarsgaard, il già citato Chili di Bobby Cannavale, solo per fare due esempi) Blue Jasmine ci restituisce così un Allen acuto, che gioca con i suoi personaggi con una leggerezza che nasconde un fondo amaro e cinico. Un progetto, questo, che evidentemente il regista sentiva maggiormente come suo, al netto del suo dichiarato (e discutibile) uso del cinema in funzione “terapeutica”, con l’impegno a dirigere un film all’anno. Una prolificità che ci piacerebbe vedere ridotta, in favore della qualità: ma, in subordine, ci possiamo anche accontentare di sapere che l’ormai ottantenne Woody dirigerà altri film come questo. Gli scivoloni, in fondo, sono un pegno da pagare accettabile.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

Non è facile, dopo un grande successo, riuscire a restare all’altezza di sé stessi: è una prova dura e impietosa, che ha fatto cadere grandi nomi non solo in campo cinematografico. Figuriamoci, poi, quanto può essere più arduo restare all’altezza di sé stessi quando ci si chiama Woody Allen. Un maestro del cinema conclamato, come conclamato è ormai il suo declino artistico, a cui il suo pubblico più appassionato sta assistendo con muta rassegnazione.
Dopo To Rome with Love, in molti si sono chiesti cosa avesse ancora da offrire Allen al cinema, alla luce di un’opera che definire mediocre sarebbe mera clemenza. Non può che far piacere, all’interno di un percorso inequivocabilmente calante, trovare una perla come Blue Jasmine.
Stavolta Allen esce dal cliché pigramente prestampato della cartolina per confezionare un vivido ritratto femminile con la sensibilità rara che più volte ha dimostrato di possedere (prerogativa di ben pochi autori, tra cui Bergman). Jasmine, quarantenne momentaneamente trasferitasi da Park Avenue al modesto appartamento della sorella a San Francisco, era ricca, amata e apprezzata: o almeno così credeva, finché tutte le certezze su cui ha costruito il fragile castello della sua traballante personalità non crollano una dopo l’altra.
Sulla solida base umoristica costituita dall’inevitabile scontro di classe tra la raffinata altoborghese Jasmine e la sorella Ginger, commessa in un supermarket, Allen poggia un dramma di psicologie fragili, alternato tra passato e presente attraverso flashback continui, più o meno brevi, che raramente cedono alla minaccia di un verboso didascalismo – difetto principale del film. Tuttavia, il ritmo del racconto è serrato, non c’è mai diluizione superflua degli eventi o delle situazioni.
Ma il vero collante interno di Blue Jasmine è un cast a prova di bomba, a partire dalla nevrotica protagonista, cui dà corpo e soprattutto anima la splendente Cate Blanchett. La sua performance brillerebbe di luce propria anche in un’opera di misera fattura, ma è un vero e proprio faro in un racconto sapientemente costruito attorno a lei, in funzione delle sue frustrazioni e delle sue paranoie. Ma lo sguardo di Allen non è mai davvero corrosivo, e in questo caso è un bene: il regista, per una volta, abbandona lo studio dello psicanalista e sembra quasi voler dare una carezza alla bionda testolina di Jasmine, persa in un mondo vero e lontano dalla realtà fittizia nella quale si è cullata per troppo tempo.
Un Allen graffiante, ma buono, che popola il suo palcoscenico di personaggi fortemente caratterizzati senza il peso del macchiettismo e interpretati da un cast impeccabile (da Sally Hawkins a Bobby Cannavale passando per Peter Sarsgaard e Louis C.K.). Un Allen sincero e riconciliatosi con la sua America, e proprio per questo sulla via della definitiva riappacificazione con i tanti fan delusi dai suoi ultimi lavori. La strada è quella giusta: speriamo che il cineasta abbia recuperato padronanza della sua rotta, perché la voglia di esplorare sembra esserci ancora tutta.
Alessia Pelonzi, da “badtaste.it”

C’era una volta Jasmine, reginetta mondana di Park Avenue, sposata al carismatico Hal, uomo d’affari che la viziava e lusingava. Ma Hal era anche un truffatore e un fedifrago e la fine del loro matrimonio ha portato Jasmine alla bancarotta e all’esaurimento nervoso. Sola e in balìa degli antidepressivi, la donna si trasferisce a San Francisco per vivere con la sorella Ginger, che spinge ad essere più ambiziosa in amore, scatenando la reazione del fidanzato di lei, Chili.
Rassicurati dall’esordio all’insegna dell’abituale jazz sull’abituale font dei titoli di testa, rigorosamente nell’abituale bianco su nero, ci prepariamo all’abituale “ronde” di incontri ed incroci e dissertazioni più o meno umoristiche sulla tragicommedia della vita, ma pian piano veniamo zittiti e sorpresi da un personaggio femminile gigantesco, che è insieme tutte le attrici di Woody Allen (Mia Farrow e Dianne Wiest in particolare, ma anche la Gena Rowlands di Un’altra donna) e una protagonista senza precedenti, per maturità di scrittura e resa interpretativa.
Jasmine arriva da New York a San Francisco in prima classe, senza smettere un secondo di raccontare i dettagli della sua storia alla vicina di posto, che si rivela essere una perfetta sconosciuta. Poi sarà la volta dello sproloquio riservato ai nipotini grassocci, altrettanto interdetti, e sempre di più del monologo, perché Jasmine non ha altro interlocutore possibile che se stessa: è un personaggio tragico, che non sa adattarsi al presente, legata ad un passato che non smette di riaffiorare e ad un immaginario (lo stesso per cui ha cambiato il suo nome da Jeanette in Jasmine) che si è costruita addosso come una seconda pelle.
Il fatto che la crisi della protagonista sia in relazione con la crisi della finanza e con l’ambiguità morale di una certa condotta di vita, non ci dice soltanto dello scarso ottimismo sociale del regista, che di per sé è cosa nota, ma ci racconta anche quanto lucido e attuale sia il suo sguardo sul mondo, quanto acutamente antropologico, anziché narcisista come viene spesso liquidato. Ci ricorda lo straordinario talento del comico newyorkese per la tragedia. Ci fa vivere ogni minuto l’effetto che fa uno scambio d’eccezione come quello tra il regista giusto e la giusta musa. Lui le consegna un copione perfetto, memore di Fitzgerald e Blanche DuBois (ottima anche Sally Hawkins nei panni di Stella/Ginger), e lei lo fa vivere con una forza e una vulnerabilità dirompenti. La regia di Allen, vibrante e sofisticata come non era da tempo, non nasconde la compassione, la Jasmine di Cate Blanchett, che sullo schermo parla da sola, instaura un dialogo speciale con la macchina da presa. Insieme, mantengono la leggerezza fino all’ultimo, mentre il dramma si va lentamente affacciando e imponendo.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Il mondo ideale di Jasmine è crollato. Facoltosa moglie di Hal, uomo d’affari di successo, trascorreva le sue giornate a New York tra pilates e beneficenza. Ora Hal si è rivelato un truffatore, così lei è sola, al verde e costretta a trasferirsi a San Francisco dalla sorella che ha sempre disprezzato, l’umile cassiera Ginger. Riuscirà a rialzarsi?
Blue Jasmine è uno dei film più spietati che Woody Allen abbia mai realizzato. Se si sopporta una superficie piuttosto schematica, con una contrapposizione ricchi/poveri che taglia fuori una più comune borghesia, si scopre un personaggio, Jasmine, che è l’efficace ed estrema incarnazione di uno specifico tema alleniano: il vuoto etico totale.
Se l’oftalmologo Judah di Crimini e misfatti o l’arrampicatore Chris di Match Point si trovavano di fronte a scelte, rifiutando dei valori che per lo meno riuscivano a vedere, Jasmine è lo stadio di annullamento successivo. In uno stato mentale precario, manca persino di una visione oggettiva di se stessa, incontrando in Cate Blanchett un’interprete perfetta: sgradevole, insopportabile, ridicola e patetica, senza sconti.
Jasmine ha difficoltà a ricostruirsi perché non si è mai costruita, interrompendo la sua crescita interiore in favore di una scalata sociale affidata a suo marito, in altre parole – come sembra suggerire Allen – alla corrente del caso, non alla volontà. L’assoluta precarietà emotiva su cui si basa la sua vita resiste solo mantenendo una cecità di fronte all’evidenza, pena la visione di un baratro nel quale unica luce (quanto flebile!) è un orgoglio sterile, perché svuotato di amor proprio.
La forza di Blue Jasmine è proporzionale alla vostra arrendevolezza ai colpi sotto la cintura di Allen: ci si può limitare a constatare il fallimento di Jasmine, riconoscendo in lei qualcosa di altre persone, tirando un sospiro di sollievo per aver evitato la sua deriva. In alternativa si può ammettere che la tentazione di delegare la nostra identità agli altri è un rischio a cui andiamo incontro tutti, per pigrizia o per imperdonabile debolezza. Un ragionamento che vale la pena tesaurizzare, perché nella storia l’assenza di bussola di Jasmine la conduce a danneggiare esistenze altrimenti più stabili: quella del proprio figlio, quella semplice di sua sorella (la spiritosa Sally Hawkins), quella del giovane diplomatico che le si avvicina.
Con una scrittura che non dimentica mai l’ironia (contundente), a quasi ottant’anni Allen, sempre convinto che “la vita sia una tragedia”, continua a simpatizzare per i semplici di spirito come Ginger e il suo rozzo compagno Chili: esposti alle delusioni come tutti, ma abbastanza concreti da cercare soluzioni rapidamente, senza trasformarsi in un terrificante buco nero per se stessi e per il prossimo.
Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

Probabilmente un nota così dolente nel cinema di Woody Allen non si era mai vista. Il tripudio della grande bellezza americana, quell’east coast di ricchi e viziati che anche ad occidente portano con sé il marchio della vergogna, l’aristocrazia del nulla che si deprime e implode nella vanagloria quotidiana. Senza scampo. Questa, tra commedia amara e dramma personale, è l’analisi spietata di Blue Jasmine, film girato attorno ad una monumentale Cate Blanchett e ad un cast di attori poco noti.
Che funzionano benissimo nel loro squallido contraltare tra classi sociali, evidenziando difetti (acutissimi) e pregi (latenti) di una società americana multietnica, multirazziale, confusionaria ed effimera, che guarda con nostalgia alla vecchia Europa come un antica madrepatria persa ormai da migliaia di generazioni. America terrà di opportunità, ma priva di fascino intellettuale.
Jasmine si fa cambiare il nome in Janet, si allontana con dolore dalla sua vita di agio e ricchezza, tradita laddove era chiaro e lampante le cose non potessero funzionare. Il pegno per aver vissuto senza acume, esistere senza lasciare traccia, una moglie di classe nel finto perbenismo dei salotti bene di una New York altezzosa. Così distante dalla baia di San Francisco, ma non abbastanza da allontanare i fantasmi di un matrimonio frivolo e l’esaurimento nervoso che ne è scaturito.
Alcol, medicinali, umiliazione, dignità e una sorella adottiva che è il suo esatto opposto, la Blachett sfoggia un repertorio pazzesco di fragilità, dolore ed emozioni che passano tutte attraverso i tremiti del suo sguardo e le ombre dei suoi occhi. Un lavoro incredibile che ammorbidisce i difetti di una sceneggiatura che non prevede nulla attorno a lei, se non chiasso e silenzi, insieme al solo riflesso condizionato di una mente in frantumi.
Nella virata potente tra dramma e commedia amara, Allen ci riporta ai margini di una cultura umana che, senza dipendere dal portafoglio, sceglie il suo retaggio attraverso paradigmi circostanziali, accomuna persone che fingono per sopravvivere e la cui unica peculiarità è quella di un egoismo senza fine. Al giorno d’oggi, pur nella tristezza deprimente del suo vuoto, la lacrima amara negli occhi di Jasmine è un messaggio deciso a cambiare direzione. Ad alzarsi in piedi e vivere con classe.
Simone Bracci, da “filmforlife.org”

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