VIVA LA LIBERTA’


E’ tutt’altro che facile mantenere la giusta leggerezza quando si parla di cose pesanti come la crisi di un’intera classe politica e del paese che questa dovrebbe rappresentare. Si rischia, in questo momento storico, di cedere alla retorica e alla recriminazione o peggio ancora di cadere nella farsa e nel grottesco, registri che finirebbero per rendere meno significativo l’assunto di partenza. E con leggerezza non intendiamo superficialità, ma uno sguardo acuto, ironico, capace di penetrare nel cuore profondo delle cose e di trovare un terreno comune su cui sia possibile tornare a comunicare e, forse, costruire qualcosa di diverso. 
Non sorprende che a firmare Viva la libertà sia un intellettuale siciliano come Roberto Andò, amico e allievo di Leonardo Sciascia, Francesco Rosi e Harold Pinter, in possesso di quella chiarezza dello sguardo e quella meravigliosa semplicità che nascono solo dalla più rigorosa disciplina teatrale. 
Dal suo stesso romanzo “Il trono vuoto”, Andò trae insieme ad Angelo Pasquini un film dal titolo semplice e programmatico, che lascia allo spettatore dopo la visione un senso quasi euforico di liberazione, e che con la sua dimensione favolistica (“Il vestito nuovo dell’Imperatore” è il riferimento più immediato) e il ricorso al classico éscamotage dello scambio di persona – che a sua volta apre al tema del doppio e dell’identità – riesce a toccarci il cuore usando le parole che vorremmo sentir pronunciare da altri “pulpiti”. 
Viva la libertà non è un pamphlet politico, ma un’opera complessa e stratificata sotto un’apparente semplicità che ne è la forza principale: si ride molto col personaggio di Giovanni Ernani, il filosofo “matto” che usa uno pseudonimo non a caso verdiano, e che torna al nocciolo della questione ridando forza al linguaggio della politica. Lo fa togliendola dal suo astratto e rarefatto universo e la riporta al centro della vita umana, esaltandone la forza poetica (Brecht) e la potenza viscerale e facendo appello al senso di responsabilità di ognuno di noi. 
Ha fatto bene Andò a condizionare la realizzazione di questo film alla presenza di Toni Servillo, che supera se stesso nel doppio ruolo dei due gemelli: Giovanni Ernani, un po’ idiot savant e un po’ Arlecchino, e Enrico Oliveri, segretario del partito d’opposizione più importante del paese, che se la squaglia a Parigi, ricercando il senso della sua vita in casa dell’amore di gioventù, per sottrarsi al proprio fallimento di uomo e di politico. In un film di rara coerenza narrativa, senza nodi irrisolti, Andò riesce anche nell’impresa di regalarci un finale ambiguo, che ci porta a interrogarci sulle maschere che ci piace indossare sul palcoscenico della vita. 
Si ride, ci si commuove e ci si riconosce in questa straordinaria commedia degli equivoci, interpretata da un cast in stato di grazia dove, ad affiancare il mattatore Servillo – di cui rischiamo seriamente di innamorarci – ci sono Valerio Mastandrea nei panni del braccio destro dell’onorevole, Michela Cescon (la moglie) e Valeria Bruni Tedeschi (l’amore francese). A loro si aggiungono le belle apparizioni di Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich e Andrea Renzi (nel divertente ruolo di un riconoscibile clone di Massimo D’Alema). Bello è il parallelo tra cinema e politica come arti della finzione e toccante il filmato di un Federico Fellini indignato e impegnato, che pochi ricordano. 
Anche se Viva la libertà racconta una storia impossibile, il cinema ancora una volta compie la sua magia e per un’ora e mezzo ci dà esattamente quello di cui sentiamo il bisogno: una boccata d’aria pura e di saggia follia che spazzi via l’atmosfera claustrofobica e fumosa che si respira nelle stanze del potere e riapra la strada alla verità e alla speranza. 
Di Daniela Catelli, da comingsoon.it

Enrico Oliveri (Tony Servillo) è il segretario del maggior partito d’opposizione, ovvero la Sinistra. Stanco e frustrato da un momento personale e politico in cui il suo io sembra non riuscire più a incarnare alcun ideale o slancio di cambiamento, Oliveri accuserà (psicologicamente) il colpo di grazia quando una militante del partito (insegnante di liceo) lo aggredirà (durante un suo comizio e di fronte a un’aula gremita di gente) sentenziando perentoria: “Non hai nulla da dire, la vergogna ti paralizzerà”. Un incidente tutto sommato ordinario tra le fila dei personaggi politici che, però, fungerà da mina per accendere in Oliveri una profonda e dolorosa fase di depressione/riflessione che lo porterà a riparare a Parigi, sulle tracce di un suo vecchio amore mai dimenticato e sulle orme di una passione cinematografica mai sopita, per ritrovare quella verve persa o forse mai avuta. Ma l’improvviso vuoto lasciato dalla fuga di Oliveri getterà il suo assistente personale Andrea Bottini(Valerio Mastandrea) nel panico, incapace di pensare a una soluzione temporanea che possa coprire l’inopinata scomparsa del leader politico. Nonostante tutto, una sorta di manna dal cielo arriverà a soccorrere il ligio Bottini che, messosi quasi per caso in contatto con Giovanni Ernani (fratello gemello di Oliveri, nonché professore e filosofo ufficialmente ‘fuori di testa’), scoprirà in quest’ultimo un folle quanto lucido potenziale politico in grado di inserirsi (a perfezione) nel difficile momento di stanca della sinistra. L’entrata in scena di Ernani lascerà infatti credere a tutti che il ‘vecchio’ Enrico Oliveri sia stato colto da illuminazione e che ora, più incisivo e pungente che mai, sia finalmente in grado di dare alla politica e al paese intero la sterzata in cui tutti – da tempo – speravano.
Cade a dir poco a fagiolo l’arrivo nelle sale di Viva la libertà, in uscita il 14 febbraio a soli dieci giorni dalle prossime, dubbiosissime elezioni politiche. Scritto a quattro mani da Roberto Andò (nonché regista e autore del libro Il trono vuoto edito da Bompiani, da cui il film è tratto) e Angelo Pasquini,Viva la libertà è una sorta di commedia bipolare (come il suo stesso protagonista) che sintetizza con estrema chiarezza e lucidità ciò che manca alla nostra società e politica coeva. Ovvero il coraggio di emanciparsi da un sistema fatto di ‘buon costume’ (solo molto teorico) e apparenze che sacrifica in ogni momento la necessità di seguire le proprie idee, i propri successi e i propri errori invece di rimanere incastrati nel confine degli schemi autoimposti. Personaggio che osa e fa di tutto per non prendersi sul serio (riuscendoci poi in realtà molto meglio di tutti gli altri) Ernani gioca a nascondino con il Presidente della Repubblica nella Sala del mappamondo e si concede passi di danza a piedi nudi con la cancelliera tedesca senza mai rinunciare alla propria libertà di individuo (su carta bipolare, ma poi nella realtà davvero peggio degli altri?) e avendo proprio per questo motivo la capacità di fregarsene di quel ‘costume politico’ che oggi fa rima solo con abulia. ‘Mai parole così chiare’ titoleranno in coro i giornali all’indomani del suo discorso di rottura con la sfibrata linea politica di prima, applauditissimo dalle folle e dal partito stesso. Una frase che anche noi, oggi e a pochi giorni da un confronto politico che appare sempre più privo di senso, vorremmo e dovremmo poter pronunciare per sentirci più vivi, più liberi. Nella trasparenza e nella folle lucidità dei suoi discorsi Ernani riesce invece nell’impresa di smuovere gli animi sopiti, di fare finalmente breccia in quella voglia così importante di ‘alleanza con la coscienza della gente’. Genio, sregolatezza e bluff, un parallelo che poi intreccia (con grande equilibrio) la sfera politica a quella cinematografica, entrambe mosse da un’ambiguità che è di per sé stato di finzione della vita, e che solo attraverso la passione e l’emozione riesce a far passare qualcosa all’esterno. Non per niente i padri ispiratori, i volti ardenti del film sono quelli di Berlinguer e di Fellini, due uomini che (nel loro mondo e a loro modo) hanno saputo superare il confine dell’autoreferenzialità e arrivare dritti al cuore degli altri.
Il doppio si presta benissimo e in maniera funzionale ai molti parallelismi che il film crea tra i suoi vari mondi a confronto, quello di Oliveri e di Ernani, quello del cinema e della politica, quello di Roma e di Parigi, quello tra il registro ironico e quello esistenzialista ed eminentemente drammatico, servendo a dovere un film ottimamente scritto e ulteriormente impreziosito dal ‘fattore Servillo’. Eh già perché che piaccia o meno, la capacità di Servillo di accentrare film e strutture narrative attorno alla sua formidabile presenza drammaturgica rende ogni cosa più chiara, essenziale, intuitiva. E anche qui il suo Oliveri (giocato in sottrazione) e il suo Ernani (costruito invece attorno a tic e nevrosi illuminanti) sono le due facce di una stessa maschera che arriva dritta al bersaglio. A fargli da spalle il sempre bravo Mastandrea che gioca con sobria eleganza il suo ruolo di burattinaio dietro le quinte. Proprio a voler trovare un difetto al film potremmo dire che la linea narrativa costruita attorno alla figura di promiscuità sentimentale di Danielle non aggiunge molto, rimanendo di fatto un’anonima e forse superflua appendice esistenziale. Ma è un piccolo neo in un film che davvero svetta nel panorama italiano per mestiere e sensibilità, e che ci riporta dritti al pensiero della nostra abulia politica e alla voglia insana di quel gemello finalmente capace di (ri)svegliarci da un lungo torpore. E benvenga, di tanto in tanto, un po’ di sana e onesta pazzia.
Roberto Andò (Viaggio segreto, Sotto falso nome) traspone per il cinema il suo romanzo di successo Il trono vuoto. Il risultato è un film sorprendente che non ci aspettavamo e che non solo riporta un po’ di aria fresca in un’idea di politica oramai stanca e fortemente debilitata, ma anche (e soprattutto) un po’ di sana follia in un panorama italiano cinematografico altrettanto sottotono e privo di idee. Un film da non perdere, ironico e per certi aspetti geniale, dedicato soprattutto a chi ancora può e vuole credere nella speranza.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Finzione, mistificazione, illusione e ricostruzione di una realtà possibile. Questi sono gli elementi che in modo del tutto imprevedibile uniscono il cinema alla politica, due “arti” per cui la creazione di una visione e la genialità di farla diventare un’immagine da condividere con la comunità, sia questa formata da spettatori o cittadini, è essenziale. Quindi, se anche per l’astuto Niccolò Machiavelli governare consisteva soprattutto nel far credere, ecco che non è poi così improbabile considerare i migliori politici come degli attori, dei guitti dalle qualità interpretative e persuasive capaci di mettere in scena delle vicende tragicomiche. Per questo motivo non stupisce certo la scelta del regista Roberto Andò di rappresentare il nostro particolare momento storico attraverso una visione sognante, quasi teatrale, a metà strada tra la commedia degli inganni di Shakespeare e il relativismo pirandelliano, rendendola più fruibile e perfino poetica attraverso il linguaggio del cinema. A determinare immediatamente l’atmosfera del film Viva la libertà è l’immagine severa e sfinita di Enrico Oliveri che, segretario di un partito di opposizione, sembra aver completamente perso la fiducia del suo gruppo e quella credibilità capace di farlo riconoscere come unica speranza possibile per la sinistra italiana. Un sentimento di scoramento e incredulità che cresce e si moltiplica con l’avvicinarsi delle nuove elezioni e la consapevolezza di una sconfitta annunciata. Ma è proprio in quel momento di disperazione, quando il proprio ruolo sociale sembra aver perso ogni significato soprattutto per se stesso, che Oliveri decide di scomparire per tornare ad essere semplicemente Enrico. 
In questo modo, un film di attualità sociale si trasforma improvvisamente in un’esperienza del tutto nuova in grado di utilizzare le sfumature dell’ironia e della malinconia in ugual modo, mettendo in scena l’inganno delle somiglianze. Perché a cambiare completamente l’andamento di questo racconto è l’inserimento del gemello Giovanni, portatore di una lucida follia attraverso la quale la realtà assume una concretezza inaspettata pur continuando a proporre domande senza risposta. Chi tra i due è il leader migliore? E’ possibile affidare le speranze di un paese ad un “pazzo” capace di giocare alle sparizioni nella sala dei mappamondi con il Presidente delle Repubblica, di ballare il tango con la Cancelliera tedesca e di infiammare le masse con un comizio poetico preso direttamente in prestito dalle parole di Bertol Brecht? E, soprattutto, chi ci assicura che, in realtà, non si tratti sempre dello stesso uomo deciso a spogliarsi dell’imperturbabile maschera del politico per scoprirsi nuovamente uomo? Pur non offrendo alcuna soluzione alle molte domande proposte, Andò dirige perfettamente questi due universi paralleli, li struttura con attenzione, facendoli vivere entrambi di vita propria attraverso il ritrovamento dell’entusiasmo e di un candore intellettuale finalmente possibile anche in politica. 
Perché quello che il regista ha deciso di raccontare, prendendola direttamente dalle pagine del suo romanzo Il trono vuoto e portandola sul grande schermo, è la grande illusione di un desiderio, di un’aspettativa che, probabilmente, mai si realizzerà se non nell’universo cinematografico. Ossia la possibilità e il privilegio di avere una classe dirigente con la mente lucida e la passione nel cuore. Un sogno ad occhi aperti, però, che non ha la pesantezza delle aspettative deluse ma tutta la briosa leggerezza di un gioco di specchi messo in scena da Toni Servillo, corpo, voce e ed espressione di due personalità diverse e complementari. L’attore napoletano, certo non nuovo alla rappresentazione del potere, questa volta lascia che la sua anima da teatrante lo guidi verso la rappresentazione del doppio, cercando e riuscendo a trascinare in questa avventura intima e inusuale lo spettatore. Senza mai eccedere nella severità come nella leggerezza dei toni, Servillo gioca con i mutamenti impercettibili degli sguardi, la gestualità accennata e le tonalità della voce per raccontare non le somiglianze, ma le differenze tra i due gemelli fino a colmare l’abisso che separa l’uomo di stato dall’essere umano, il folle dal sano e il successo dal fallimento. Perché la realtà cambia e assume prospettive diverse a seconda dell’angolazione da cui la si osserva. Almeno è così, se vi pare.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Enrico Oliveri è uomo di sinistra e segretario del principale partito dell’opposizione. Contestato durante un congresso e sconfitto da un recente sondaggio, decide di concedersi una pausa e di lasciarsi alle spalle moglie, casa, paese e partito. ‘Esule’ a Parigi, dove lo accoglie Danielle, amante di un’estate a Cannes e segretaria di edizione nel cinema, Enrico è paralizzato e confuso sulla vita condotta e quella ancora da condurre. Nel mentre a Roma Andrea Bottini, fedele collaboratore, prova a riparare al danno riempiendo il vuoto con un ‘pieno’ singolare. Enrico ha un fratello gemello appena dimesso da una clinica psichiatrica che potrebbe arginare temporaneamente l’eclissamento del segretario. Bottini propone a Giovanni Ernani, professore di filosofia affetto da una depressione bipolare, di sostituirsi al fratello sul palcoscenico della politica. Giovanni non si fa certo pregare e divertito indossa gli scomodi panni del fratello, sorprendendo molto presto giornalisti, opinione pubblica e membri del partito. A colpi di poesia e di buona coscienza, Giovanni risale la scala del gradimento e incoraggia gli italiani a ricominciare brechtianamente da se stessi. In Francia intanto Enrico ritorna a frequentarsi intimamente, recuperando il suo senso e il senso delle cose. All’approssimarsi dell’alba Enrico e Giovanni muoveranno i loro passi nella stessa direzione, figure di spalle che se ne vanno nella pioggia verso un domani migliore.
Garbo, leggerezza, intensità, sono queste le qualità di Viva la libertà che in una poesia e un giro di danza rivela una bellezza spiazzante e intende la difficoltà della rappresentazione dell’uomo politico al cinema. Composto come un haiku, componimento poetico giapponese in tre versi declamato dal segretario di Servillo nella sede impersonale del partito, Viva la libertà ripropone la semplicità della sua costruzione e il valore alla sua base, ovvero l’intenzione di restituire al linguaggio la propria essenza pura. E pura è la partitura di passi e passaggi che allacciano il doppio di Enrico Olivieri a un’ideale Angela Merkel, accolta con un impercettibile baciamano e ‘condotta’ con l’eleganza del gentiluomo. Se il segretario della sinistra di Roberto Andò è complice passivo della politica-spettacolo fatta di gossip e scenografie pacchiane, di silicone e glamour, di nani e ballerine imposti dalla televisione e dai modelli culturali berlusconiani, il suo gemello, diverso e filosofo, è portatore di una gentilezza, immune all’amour propre e alle certezze a buon mercato dietro cui nascondersi o con cui autoingannarsi. Ma nella fuga da sé e in cerca dell’altro da sé, Enrico comprenderà allo stesso modo che non si può godere appieno di se stessi senza un’altra persona. Danielle sul set francese, quello reale e quello finzionale, risveglierà in Enrico quel potenziale innato di amorevolezza che la società soffoca e corrompe, recuperandolo alla visione smarrita e a un linguaggio nudo. 
Compendiando senza ‘ricalcare’ i caimani, i divi e gli usurai di Moretti, Sorrentino e Garrone e recuperando la lezione di un cinema italiano che rappresenta la realtà interpretandola e non spiegandola, Roberto Andò realizza un film sul disagio del potere, meglio, dell’essere immagine del potere, lasciando transitare indifferentemente il suo politico dalle recite di una tribuna politica al set. Il mestiere è chiaramente lo stesso, identico il metodo attoriale, medesimo l’attore. Politico sullo schermo per tutte le stagioni, Toni Servillo, già Andreotti inafferrabile per Sorrentino e padre teorico dell’Italia Unita di Martone, si emancipa dal ruolo intravedendo l’altrove per sé, il Paese e il cinema italiano. Assediato dal suo personaggio e dallaforza del destino, il corpo imperscrutabile e meccanico del ‘divo’ si scioglie nella danza, nell’ouverture bofonchiata di Verdi, nella poesia di Brecht, nel sorriso dopo un bacio. Come Volonté diventava per Petriprima Lulù Massa (La classe operaia va in paradiso) e poi Aldo Moro (Todo modo), Servillo riduce le distanze tra ‘operaio’ e potente fino a far coincidere, in un primo piano spiato dal Bottini di Mastandrea, l’uomo ordinario con quello straordinario. Ernani, alla maniera dell’omonimo verdiano, finisce dunque per comprendere Enrico e Giovanni, il ‘bandito’ e il conte, la farsa e la tragedia, il comico e il sublime, l’oscurità e il conforto onirico. Quello realizzato dal cinema di Federico Fellini, il cui intervento veemente, dietro la grana di un filmato di archivio, invita artisti e spettatori a tenere gli occhi aperti anche quando c’è scritto che è proibito guardare. Andò, traducendo in immagini il suo romanzo (“Il trono vuoto”), ci regala gli ultimi versi di Fellini, i più belli, contro una legge censoria che divorava il cinema, tagliava i paesaggi, alterava il ritmo rendendo i film irriconoscibili e noi poveri incivili.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

Il popolo è sempre più stanco, solo, disilluso. E, sicuramente, ha paura. Il segretario del partito dell’opposizione, Enrico Oliveri, non ce la fa più a guidare il proprio paese e, nel pieno vacillare delle certezze, non trova migliore soluzione che quella di scappare.
Del resto, non per nulla è italiano. Tuttavia, è proprio nel culmine della crisi che al suo posto fa la propria comparsa il gemello Giovanni, filosofo appena uscito da una clinica per qualche disturbo di bipolarismo. Tutto regolare, insomma. Il nuovo vecchio volto politico, conscio della propria mente più che delle proprie responsabilità, cui l’altro aveva prontamente abdicato, sale sul podio a gridare versi di Brecht. E la politica la fa, costruendo un seguito, risanando cuori afflitti e sguardi vacui. Soprattutto, sconfiggendo quella paura e ridestando le speranze tanto attese. Le quotazioni del partito finalmente salgono e tutti, ora, sembrano pendere dalle labbra di quell’uomo che stentano a riconoscere, che sa parlare attraverso la differenza, che balla nei corridoi al vertice, che appare e scompare come un mito leggendario. Questo è Viva la libertà. Un film leggero che tratta argomenti seri in momenti ancora più bui. Non è un film politico, nonostante la politica sia quel livello sommesso che affiora negli interstizi del girato, dei dialoghi, nei cambi di scena e nei tagli di montaggio. Tratto dal romanzo Il trono vuoto dello stesso regista Roberto Andò, edito Bompiani nel 2012, e scritto a quattro mani con la collaborazione di Angelo Pasquini, Viva la libertà è più che altro una politica di ruoli, se così si può dire. Un istrionico Toni Servillo si destreggia su quel palco che è il suo trono, muovendosi con grazia anche quando il suo personaggio scappa dagli errori e inciampa nella vita, per cadere ancora e ritrovare quella terra da cui può rialzarsi solo dopo essersi sporcato i vestiti. Il suo doppio è tutto quello che a lui manca, un’astrazione e un valore aggiunto sottratto per nome di un dovere che non si riesce a portare a termine se non richiamando proprio quella percentuale di scarto. Es e Super Io si confrontano sull’arena dell’esistenza. A giocare non c’è il politico che tutti gi italiani attendono, che hanno dimenticato ormai vittime di un sistema di poteri e di forze sfuggito al controllo, che invocano a chi sta solo esercitando la finzione. A giocare c’è proprio l’Uomo. Con le sue fobie, le sue manie, i suoi tic, la sua arroganza e la sua semplicità. I riferimenti alla letteratura, al cinema e ad un intero patrimonio culturale sono infiniti, a partire dalla musica di Verdi, che delizia i passi di ligi uomini in grigio, fino alla tematica dell’identità perduta, un sottotesto che si libera tuttavia di enciclopedismi in pompa magna per farne espedienti che puntino all’essenziale. L’amore di due donne rimbalza addosso a quei corpi di fascino che sanno rivelare l’ambiguità insita in ognuno, di cui anche Mastrandrea resta vittima, con un’eco che arriva a scompigliargli i capelli tanto accuratamente imbrillantinati. Ruoli di primo piano e spalle si confrontano in duetti di grande intensità, da cui nessuno è esiliato e tutti sono indispensabili, parti di uno stesso mondo culturale che è quello della vita stessa, ipotetico, reale e utopico al tempo stesso. Sicuramente, in buona parte ingannevole.
La frase:
“In fondo la politica e il cinema non sono poi così distanti. Sono due mondi in cui il bluff e il genio cesistono. Non è sempre facile distinguerli”.
Di Marta Gasparroni , da filmup.leonardo.it

“Viva la libertà” è un bel film, ben scritto, ben girato, ben recitato, dalla confezione brillante, un piacere per la vista e per l’intelletto.
Andò adatta per lo schermo, con la collaborazione di Angelo Pasquini, il suo romanzo ‘Il trono vuoto’, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2012, riuscendo a tenere nel film la freschezza del testo letterario, grazie anche ad un cast azzeccato che rende il film godibilissimo.
L’incipit narrativo è quello del doppio, dello scambio di persona, tema sfruttato in ogni ambito della finzione, dalla letteratura, al teatro, al cinema, qui più che mai funzionante, grazie ad uno straordinario Toni Servillo, perfetto nel doppio ruolo del politico Olivieri e del professore Ernani.
L’attore campano illumina lo schermo con una performance strepitosa, riuscendo a dar risalto alle differenze dei due ‘uguali’, rendendo l’identico aspetto fisico irrilevante agli occhi dello spettatore, se paragonato alle differenze umane e morali dei due uomini.
A far coppia cinematografica con Servillo un delizioso Valerio Mastandrea, che confessa all’anteprima stampa di essersi ‘quasi piaciuto’. Impossibile non apprezzare il suo Andrea Bottini, che dopo una militanza fianco a fianco con Olivieri si ritrova a dover quasi ‘domare’ le intemperanze dell’Ernani.
Anche i personaggi secondari sono ben costruiti, particolarmente intensa l’interpretazione di Danielle da parte di Valeria Bruni-Tedeschi, che dona una forte carica umana anche ai personaggi che le stanno accanto.
Ma oltre al divertimento dato dall’intreccio, il film di Andò è pregno di sostanza, una sostanza che attinge le sue radice nei nostri tempi, nell’insoddisfazione di un popolo stanco di vent’anni di non-politica, che aspetta al varco maggioranza e opposizione, aspettando che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.
In un momento pre-elettorale in cui a farla da padrone è lo sconforto, Andò vuole dare un messaggio di speranza, che tenga viva l’idea di un’alternativa possibile, che ricordi soprattutto allo spettatore che ciascuno di noi ha in mano il proprio futuro, anche quello politico, perché in fondo il vero potere è quello dell’elettorato, e seppur dolga dirlo, i nostri governanti sono stati messi lì dalla maggioranza di noi, e non possono che essere specchio amplificato della nostra essenza, nel bene e nel male.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Roberto D’Andò con Viva la Libertà, porta al cinema l’interessante storia di un leader politico in crisi, tratta dal suo ultimo libro Il trono vuoto, scegliendo per il suo cast attori d’eccezione, in primis l’istrionico Toni Servillo, il quale è chiamato a recitare ben due identità, quella del segretario del maggiore partito d’opposizione Enrico Oliveri e quella di suo fratello, Giovanni Ernari, un filosofo estroso affetto da una depressione bipolare.
Il film si apre prima su Enrico Oliveri, un uomo che appare fin da subito esausto della sua vita pubblica, perennemente contestato dal popolo, dall’opposizione e dal suo stesso partito. Al suo fianco vi è Andrea Bottini, (Valerio Mastandrea), un giovane politico, suo braccio destro, e Anna (Michela Cescon), sua moglie. Una sera il politico Oliveri, sente il bisogno di prendere una pausa dalla sua vita pubblica, così fugge dal Paese e si rifugia a Parigi da una sua vecchia amica, Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), conosciuta quando da giovane cinefilo, trascorreva le sue giornate sognando una carriera nel cinema. Nel frattempo in Italia la tensione cresce, Andrea Bottini nasconde la sua fuga dietro la scusa di un malore, ma sa bene che questa non potrà durare a lungo. E’ la moglie del segretario a suggerire a Bottini di andare a cercare il fratello Giovanni Erneri, uomo di grande cultura, ricoverato poco tempo prima in un manicomio per la depressione bipolare di cui soffre. L’incontro è sorprendente, Giovanni è identico a Enrico, e Bottini dopo aver riconosciuto che nella sua follia vi erano metodo e la passione giusta per risollevare le sorti del partito, decide di fare lo scambio. Tutto cambia radicalmente all’istante, Giovanni in poco tempo, grazie alla sua voce da uomo libero, chiara, allegra, estranea alla finzione politica, fa riaccendere la speranza nei cittadini, consapevoli, ora di aver ritrovato un leader.
Questa la trama di un film che, pur contenendo in sé tutta la riflessione sulla politica contemporanea, evidenziandone la sua paradossale finzione, è in grado di esprimere un’intima leggerezza, una gioia liberatoria che ridona speranza, e lascia tutti con un sollievo in fondo al cuore. Parte di questa gioia sta nel fatto che D’Andò con la presentazione delle due anime, una politica, l’altra intellettuale e raffinata, propone, o meglio, suggerisce una soluzione alla profonda crisi che imperversa sulle nostre vite pubbliche e private.
Per dirlo con le parole di Matteo Renzi, che ha recensito il suo libro, D’Andò ci ridona la consapevolezza che “l’imprevisto è ciò che ci può salvare, il sogno è la strada da costruire”. Viva la libertà rimette dunque al centro la politica, ma in una maniera del tutto differente dal solito, non accusa, né loda l’operato di nessuno, ma ricorda qualcosa che manca nel nostro modo di fare politica, la cultura e il riferimento costante ai testimoni del nostro passato che aiutano a conoscere meglio il presente. Un film che se avessimo la buona volontà di staccarlo dalla mera strumentalizzazione politica, potremmo avere la splendida e forse unica occasione di godere della follia trascinante di un filosofo, ispirato dai testimoni della nostra storia, come Berlinguer, Brecht e Fellini (citati nel film), lasciandoci ispirare da loro stessi.
La generazione dei nostri uomini politici ha fatto sì che la conoscenza uscisse dalla loro vita, perdendo la passione e introducendo la finzione. Dobbiamo tornare ad aver voglia di rischiare come fa Mastandrea con il filosofo Ernari: egli decide di puntare tutto su un pazzo, su uno spirito passionale, che fa della cultura la sua fonte primaria. Splendida la scena del comizio del filosofo che recita la poesia A chi esita di Bertol Brecht alla folla, rimettendo la politica nelle mani dei cittadini. “Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”, dice Brecht che accusa il cittadino di aver lasciato il potere in mano a dei ladri e lo invita a riappropriarsi della sua coscienza politica. L’unica soluzione è la speranza e il coraggio di pretendere di più.
L’intellettuale Roberto D’Andò vince dunque a pieni voti, la scommessa di questa sua opera, artisticamente molto bella, dotata di una sceneggiatura avvincente e un cast perfettamente integrato alla narrazione.
Non perdetelo e non strumentalizzatelo: è un consiglio.
Articolo scritto il: 09 Febbraio 2013
Di Valentina Calabrese, da filmforlife.org

L’arte del doppio
Enrico Oliveri, segretario del principale partito di opposizione, scompare misteriosamente dopo aver accusato l’ennesimo colpo prima delle elezioni. Il suo fido assistente, Andrea Bottini, è nel panico e inizialmente copre il suo”boss” millantando un ricovero ospedaliero. In seguito Bottini viene a conoscenza dell’esistenza di Giovanni Ernani, filosofo con problemi psichici, nonché fratello gemello di Oliveri. Mentre quest’ultimo si trova in Francia, presso la sua storica ex fidanzata ora sposata con un regista orientale, Bottini sostituisce Ernani alla guida del partito, una mossa che si rivelerà inaspettatamente provvidenziale.
E chi vi dice che io sia la stessa persona?
Tratto da Il trono vuoto di Robertò Andò, qui in veste di sceneggiatore e regista, Viva la libertà suona come una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico italiano. Giocando brillantemente sul tema del doppio, sul registro onirico del confine tra sogno e realtà, citando i classici e alternando dramma e commedia, Andò evidenzia quello che non va nella nostra società e nella nostra politica, senza cadere nella pesantezza e nella facile retorica.
Il depresso e sempre più angosciato Oliveri (Toni Servillo, non nuovo a dare corpo e anima a uomini di potere come ne Il divo), intrappolato in un sistema asfissiante, viene duramente criticato durante un comizio da una professoressa di liceo che lo apostrofa così: «Non hai nulla da dire, la vergogna ti paralizzerà». Scosso, Oliveri decide di partire per Parigi, trovando rifugio dal caos interiore presso una sua ex fidanzata, ora sposata con un regista orientale grande fan di Federico Fellini.
Mentre Oliveri si nasconde, riflette, fa amicizia con la vivace figlioletta della sua ex e si reinventa manovale su un set, a Roma il suo braccio destro, Andrea Bottini (un sobrio e perfetto Valerio Mastandrea), deve far fronte all’inspiegabile sparizione del leader del gruppo. La soluzione al disastro incombente si annuncia sotto forma di Giovanni Ernani, gemello di Oliveri, con un passato trascorso in istituti psichiatrici. Completamente fuori dagli schemi, Ernani dice e fa quello che gli altri non osano. Gioca a nascondino con il Presidente della Repubblica nella sala dei mappamondi, si concede un focoso balletto con la cancelliera tedesca, apostrofa le folle citando poeti e filosofi… 
Ovunque è un tripudio, il popolo lo acclama, la stampa lo benedice: «Mai parole così chiare». Ernani, nel frattempo, visita ospedali e cantieri, e fa sì che lo spettro di una vittoria elettorale sia sempre più concreto per il suo partito.
Con il ghigno beffardo di chi si diverte davvero, ma sempre sincero nelle sue manifestazioni di spontaneità, Ernani conquista il cuore della gente con la sua passione e trasparenza, lontano anni luce dai giochetti politici.
Un tale stato di grazia non può durare, ed ecco che mentre il gemello “tocco” domina le prime pagine dei giornali, quello “serio” sperimenta le insidie umane e sentimentali della vita che avrebbe potuto avere.
Il protagonista di Viva la libertà potrebbe schizzare fuori da una delle novelle di Pirandello: verità, menzogna, apparenza, realtà, l’ambiguità corre leggera come un passo di danza in questo godibilissimo film. Ciliegina sulla torta di questa sorprendente sceneggiatura è l’inarrivabile bravura di Toni Servillo, magistrale nel tratteggiare entrambi i personaggi a colpi di tic e inflessioni della voce.
Un film “illuminante”.
Di Maria Sole Bosaia, da spaziofilm.it

Il segretario del principale partito d’opposizione, Enrico Oliveri (Toni Servillo), si dilegua senza lasciare tracce dopo l’ennesimo sondaggio negativo. Indagando, il suo factotum Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) e la moglie Anna (Michela Cescon) incontrano il gemello del segretario, Giovanni Ernani (Servillo), un filosofo geniale e depresso bipolare. Mentre Oliveri è riparato in Francia dall’ex fiamma Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), Ernani prende il suo posto: nei comizi recita Brecht e stravolge la res publica. 
Dal suo romanzo Il trono vuoto, Roberto Andò getta un Servillo uno, bino e magistrale nell’agone politico o, meglio, della coscienza politica: da Mastandrea alla Bruni Tedeschi gli attori sono ottimi, la direzione misurata, la regia ariosa e “francese” per una fantapolitica realmente utopica, con i piedi per terra e l’immaginazione al potere. Scena cult: la Cancelliera tedesca, un’Angela Merkel in bello, balla scalza; battute super: “la paura è la musica della democrazia”, “l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente”. 
Oltre le miserie dell’attuale campagna elettorale, Andò con Viva la libertà disegna un coraggioso, libero ed etico “come potremmo essere”. Finalmente, un grande film italiano: da vedere.
Di Federico Pontiggia , da cinema.libero.it

Il leader dell’opposizione politica italiana scappa a Parigi. Nessuno lo sa tranne il suo più stretto collaboratore  e la moglie, che comunque ignorano la meta della fuga. Come fare allora? Beh, ci si potrebbe sempre rivolgere al fratello gemello dimesso dall’ospedale per problemi psichiatrici.
L’uscita che avviene in piena campagna elettorale e la tematica, decisamente vicina alle dinamiche della vita parlamentare – seppure in chiave surreale, ma non troppo –  hanno conferito a Viva la libertà un’indubbia valenza politica. Che si, in buona parte, c’è. Sarebbe da miopi preterintenzionali non avvertire il disgusto verso l’agone politico spettacolarizzato, tecnicizzato, trasformato a barometro elettorale ed infarcito da spin doctor prezzolati, anziché essere condotto con passione e magari competenza. Di quella parolina magica che tanto latita: contenuti. Ma attenzione, visto che questo non è affatto l’unico spunto affrontato dal regista Roberto Andò (Viaggio segreto). Anzi. Forse, sottotraccia, ma neanche tanto, può considerarsi anche una pellicola sulle seconde possibilità. Quelle che si presentano in seconda battuta, magari quando meno te l’aspetti. Sulle vite perdute chissà a quale incrocio, le occasioni che fortunosamente si ripresentano. Insomma, una chiave esistenziale vera che soltanto come artificio di trama si serve del vecchio escamotage sul fratello gemello che prende il posto del personaggio principale. Inutile sottolineare quanto il film – tratto dal romanzo il Trono vuoto scritto dallo stesso Andò – sia impregnato della performance di un mattatore come Toni Servillo che, col doppio ruolo, si esalta. Tanto, da mettere quasi in ombra, si fa per dire, figure comprimarie del calibro di Valerio Mastrandrea in primis e poi di Valeria Bruni Tedeschi e Michela Cescon oppure la stessa Anna Bonaiuto. Per quanti vogliono osservare la fenomenologia della politica italica con una delicatezza, a tratti leggerezza, che la maggior parte dei giornali e dei talk show del Bel Paese sognano semplicemente, un consiglio: andate al cinema. La speranza è nell’etere.
Di EDOARDO TRIMBOLI, da film-review.it

A guardare le vite di certi personaggi, sembra che la politica sia una cosa da pazzi. Quindi forse solo un matto vero potrebbe essere il politico perfetto. L’Onorevole Enrico Oliveri è il presidente del più grande partito d’opposizione, dal quale tutti si attendono il rilancio del paese (letto in generale come di sinistra, ma sull’appartenenza politica l’autore resta accuratamente vago ed equidistante). L’uomo, a picco nei sondaggi, è esaurito e demotivato per una sua profonda crisi esistenziale. All’improvviso si dilegua, lasciando lo sgomento assistente Andrea (Valerio Mastandrea) da solo a fronteggiare il partito, la stampa, l’opinione pubblica. Mentre Oliveri se ne torna in Francia dai suoi antichi amori, la sua ex Danielle e l’ambiente del cinema, Andrea, prima che la notizia si diffonda, si inventa un azzardato rimedio: convince il fratello gemello di Oliveri, Giovanni, a sostituire lo scomparso nel suo ruolo pubblico. Tutto bene se non fosse che Giovanni è un “matto” come si diceva un tempo, oggi definito come “afflitto da disturbo bipolare”, una vita dentro e fuori dalle cliniche psichiatriche. 
Giovanni nella sua lucidissima follia incanterà le masse, ridesterà i compagni di partito, entusiasmerà i mass media. In un ambiente di boiardi incupiti dalla gestione della propria fetta di potere, soavemente caustico, del tutto disinteressato ai frusti equilibri politici, con il sarcasmo elegante dirà tutta la verità che fa tanto male ma che tanto piace alle masse. Tutto il contrario di quanto si suppone vogliano ascoltare, messaggi di responsabilità per niente consolatori, arrivando a citare in un discorso anche Brecht “Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili. Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi. O contare sulla buona sorte? Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”. Grande prestazione di Toni Servillo, che passa con la sua sublime professionalità fra i due diversi caratteri. Mastandrea è sempre una certezza nei diversi ruoli che sceglie di interpretare. Valeria Bruni Tedeschi incanta per la sua dolce bellezza, non deturpata da interventi estetici. Intorno una selva di “comprimari” di lusso, da Michela Cescon ad Anna Bonaiuto, proseguendo con Andrea Renzi, Renato Scarpa, Eric Trung Nguyen, per finire con l’anziano Gianrico Tedeschi. Roberto Andò è un personaggio particolare nel nostro panorama: palermitano dalle colte frequentazioni (Harold Pinter, Sciascia, Calvino, Guttuso, Berio, Francesco Rosi, Moni Ovadia), ha collaborato con il Regio di Parma e il San Carlo di Napoli, per regie teatrali e d’opera. È stato anche aiuto di registi come Fellini, Cimino, Coppola. Ha debuttato nella regia con Il manoscritto del Principe, prodotto da Tornatore, dirigendo in seguito Sotto falso nome e Viaggio segreto. Qui scrive e dirige (suo è anche il romanzo Il trono vuoto da cui è tratta la storia) un bel film che oltre a dire cose molto “dedicate” sulla politica e sul modo di fare politica, racconta in controluce un originale intreccio sentimentale, con un’attenta messa in scena di tutti i personaggi, anche quelli apparentemente di contorno. Il tema del “buon selvaggio” capace di guardare con occhio disincantato e realista a quale “bottega immonda sia diventato il mondo” non è nuova, come se solo i semplici (e puri) di cuore ne fossero capaci. Nel personaggio di Giovanni c’è l’eco di Chance Gardner di Oltre il giardino ma anche della follia del grottesco personaggio interpretato da Michele Placido in Viva l’Italia. Ma il pregio del film sta nel non esaurirsi nell’ennesima denuncia sulla crisi delle istituzioni o nel raccontare la solita crisi di identità di un potente, perché Andò delinea in sottotrama una delicata storia d’amore e lascia intuire un rapporto fra i due gemelli, che ha intrecciato più vite di quanto si potesse prevedere, che trova la sua conclusione in un bel finale ambiguo.
Di Giuliana Molteni, da moviesushi.it

Servillo si fa in ‘quattro’, è proprio il caso di dirlo, sdoppiandosi per raccontare due gemelli affascinanti e diversissimi. Viva la libertà di Roberto Andò si muove tra le oblique personalità di un politico in crisi di indentità ed il suo alter ego, il gemello affetto da turbe psichiche che ne prende il posto nella vita pubblica. 
Idea geniale che arriva dal romanzo dello stesso Andò che candidamente dichiaro che senza servillo il film non si sarebbe mai fatto. Ne capiamo bene la ratio dopo aver constatato la poliedricità, la credibilità, il doppio registro di ogni singolo personaggio che l’attore campano riesce a riportare sullo schermo. 
Irrompe in piena campagna elettorale, in piena crisi, economica, sociale, perfino religiosa – è notizia delle ultime ore ma forse del Secolo la dimissione volontaria di un Pontefice – un film che con il suo linguaggio semplice riesce ad esprimere una grande potenza narrativa. Dividerà certamente a seconda della matrice politica di appartenenza il film di Andò, ma quello che i portatori di libero pensiero potranno certamente cogliere è la vicinanza al sentire comune di certi discorsi fatti si da quello che per le catalogazioni semplici dei nostri tempi è un ‘pazzo’, ma che a ben guardare – tralasciando la patina naif che ci regala il magnifico Servillo – non sono altro che frasi di buon senso, di fratellanza, di un sentimento antico che ricorda il bene comune. Ecco, sull’orlo del baratro, un animo puro, un semplice, un sognatore e perchè no, un bambino ancora non corrotto da questi nostri tempi bui, può mostrare a tutti il Re, nudo. 
Di Rocco Giurato, da film.35mm.it

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