UN GIORNO DEVI ANDARE



Augusta è una giovane donna in viaggio. Lasciata l’Italia per il Brasile, si lascia portare dalla corrente del fiume, approdando sulle sponde e nella vita degli indios che suor Franca, amica della madre, vuole evangelizzare a colpi di preghiera e bambinelli luminescenti. Sorda al richiamo di qualsiasi dio e refrattaria alla condotta missionaria, Augusta sceglie laicamente di “essere terra”, proseguendo da sola e affittando una stanza a Manaus, capitale dell’Amazonas sulla riva del Rio Negro. Decisa a dare un senso alla sua ‘navigazione’ si stabilisce nella favela, dove la povertà è lambita da una ricchezza che compra uomini, donne e bambini. Accolta da Arizete, madre e nonna dentro una famiglia numerosa, Augusta trova nelle relazioni umane consolazione al suo dolore e al suo lutto: un bambino perduto, un marito dileguato, una vita disfatta. Ma l’afflizione di una nuova amica la persuade a riprendere il viaggio e il fiume. Sbarcata su un’isola si esclude dal mondo e dagli uomini, sprofondando nei silenzi interiori e nei suoni ancestrali della natura. 
Alla maniera dei suoi personaggi, i film di Giorgio Diritti sono gioielli (in)visibili che si affermano con la propria forza e la propria grazia. Orgogliosamente indipendenti, sfidano le logiche produttive e l’indifferenza dei distributori, scoprono mondi, volti, corpi e paesaggi come da tempo non si vedevano nel cinema italiano. Un giorno devi andare non fa eccezione e rilancia con sguardo limpido ed esatto quel sentimento della comunità già emerso ne Il vento fa il suo giro e in L’uomo che verrà. Dopo essersi trattenuto coi valligiani tra i monti della Val Maira e dopo aver ‘resistito’ con i contadini bolognesi sulle montagne di Monte Sole, Diritti lascia la terra per risalire il fiume e la vita di una giovane donna ‘interrotta’ da un dolore che diventa opportunità di (ri)scoprirsi. La comunità che ne Il vento fa il suo giro boicottava i nuovi venuti fino a estrometterli dal villaggio in Un giorno devi andare è umanità accogliente e fidente. La favela di Manaus è luogo geografico e luogo dell’anima in cui Augusta diventa personalità insostituibile al di là delle tentazioni di fuga dal reale e di illusoria autorealizzazione nel privato. La dialettica tra individuo e comunità assume allora un valore definitivo per la coscienza personalista, superando la ricerca di un’originalità estenuante, individualistica e individualizzante. La perdita del suo bambino, e la conseguente sterilità, le impediscono di concepire ma non di essere madre e di avere cura degli altri, che da quella parte del mondo non hanno paura di ‘farsi insegnare’ da un forestiero.
Sensibile e generosa, l’Augusta di Jasmine Trinca contrappone il dialogo e il monologo (interiore) al soliloquio religioso, riconoscendo il valore della diversità culturale e il valore della sua comprensione. Se gli indigeni sono per lei il termine di paragone con un passato di purezza perduta e la favela terreno di socialità, solidarietà e convivialità, Augusta ‘incarna’ per i favelados la speranza di dare nuova vita a una comunità (e)marginalizzata e alla mercé dei narcotrafficanti che agiscono con modalità speculari allo Stato. Ancora una volta la prospettiva, etica, estetica e antropologica, che l’autore bolognese assume è quella degli umili, vittime di un controverso progetto di urbanizzazione della favela, perseverato con meccanismi opachi di selezione dei beneficiari che finiscono per produrre forti competizioni e ostacolare le iniziative solidali di mobilitazioni. Da quell’ordine precario, che può crollare in ogni istante al modo di una baracca dopo una piena, da quell'”insuperabile povertà” e da quell’essere fuori e tuttavia appartenere ripartirà di nuovo la protagonista, scegliendo la solitudine come modalità radicale di separazione.
Battuta dal vento e dai marosi come la spiaggia bianca che la ‘ricovera’, Augusta congela il desiderio di essere collegata, vicina, prossima all’altro. Almeno fino a quando un bambino ‘venuto dal mare’ non la rimetterà al mondo, riparando un’assenza ‘cullata’ dentro l’ecografia che avvia il film e dissolve sul fiume. Perché il vento fa il suo giro e tutto ritorna.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

Nel tentativo di lasciarsi alle spalle il lutto della perdita del figlio, Augusta lascia madre, nonna e le nevi del Trentino Alto Adige per seguire un’amica missionaria della madre in Amazzonia. Per un po’ di tempo e a bordo di un barcone in continuo movimento sull’immensità del Rio Negro, Augusta rimarrà al fianco di suor Franca nella sua attività di evangelizzazione degli indios, fino a quando non sentirà di essere solo “una piccola donna complicata al cospetto di professionisti della spiritualità” e deciderà allora di proseguire il suo viaggio sulla via della “terra”. Accolta a casa di “nonna” Arizete in una favela di Manaus piena di gente e di ‘problemi’, Augusta (Jasmine Trinca) riscoprirà il senso di una vita in cui, a dispetto della miseria materiale circostante, il sorriso è elargito con assoluta generosità, anche là dove non ricambiato. Una comunità fatta di cadenti palafitte e valori essenziali dove è facile sentirsi a casa propria abbraccerà così il dolore di Augusta iniziandola a quel percorso di ‘riabilitazione emotiva’ di cui lei è alla disperata ricerca. Dal canto suo, mutando da silente spettatrice in punto di riferimento per l’intera comunità, la giovane Augusta ricambierà l’accoglienza e l’affetto profusi nei suoi confronti scorciandosi le maniche e tentando di arginare i numerosi tentativi dei poteri economici occidentali di corrompere prima e poi sfruttare le comunità povere aggrappate alla speranza di condizioni di vita migliori. Eppure, chi può dire se la strada per la serenità interiore si celi dietro al cemento e al benessere delle moderne case a schiera occidentali o piuttosto nell’antiquata precarietà di palafitte e baracche delle favelas cementate nei valori della comunità e della solidarietà? A questa domanda Giorgio Diritti (qui al suo terzo film) cerca di rispondere sottolineando l’importanza di un valore comunitario e sociale sempre più raro nelle nostre realtà occidentali, e in uno spirito d’aggregazione che può (in parte) lenire anche il dolore della perdita oppure indicare la strada di una elaborazione privata che corre (anche) lungo le ‘cullanti’ rive di un fiume e accanto alla risata inattesa di quel figlio che non c’è.
Giorgio Diritti rilegge in positivo il valore della comunità di Il vento fa il suo giro e la capacità di resistenza di L’uomo che verrà per elaborare la storia di una donna segnata da un lutto insanabile nato nella geometria delle nostre società occidentali e da elaborare nella vasta diversità di un’Amazzonia senza confini. Il percorso di decentramento della persona va dunque di pari passo con la capacità di allontanarsi dalla propria esperienza privata per perdersi nell’enormità di un mondo in cui acque, persone, storie si mescolano e si rimpiccioliscono fino a diventare un punto indistinto dell’universo. Attraverso il rapporto con la Fede (in senso lato) e quello con la Natura (in senso stretto) l’Augustadi Jasmine Trinca (misurata e introspettiva quanto basta) naviga così le maree della propria esistenza, riuscendo infine a costruire una distanza tra se é il dolore, e ritrovando nella semplicità degli elementi umani e naturali lo spunto per vedere la propria vita da un’altra prospettiva. Costruito attorno alla centralità di una natura che Diritti contempla con le splendide e ripetute riprese del grande fiume che sembra abbracciare e lambire tutto e tutti, il film si rivela meno funzionale nelle digressioni che tengono in piedi il legame con la terra italiana, e quel legame con una madre che sembra esser parte del lutto umano. Nel complesso Un giorno devi andare di Giorgio Diritti conferma ancora una volta la capacità del regista bolognese di guardare al mondo e alla società con occhio critico e sensibile, sottolineando con estrema pregnanza i paradossi di una vita vissuta ignari (e alla ricerca) del proprio senso.
Dall’ostilità di comunità aggrappate al loro isolamento, passando per uomini stretti attorno alla voglia di resistenza per il futuro, fino a una femminilità negata che cerca di rinascere in un nuovo mondo, Diritti ci ha consegnato, a oggi, tre prodotti di buon cinema italiano che scava (oltre le apparenze) nel tentativo di carpire la vera natura dell’esistenza umana. Ben girato e fotografato (e gravato solo da qualche digressione di troppo che comunque non inficia il risultato finale) Un giorno devi andare cattura quella necessità comune a tutti gli uomini di reinventarsi prima o poi in altre storie, altre vite e altri luoghi per comprendere (almeno in parte) qualcosa delle tante identità che costituiscono ogni nostra singola esistenza.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

In certi momenti la suggestione è tale che il film sembra quasi – sia detto senza nessun intento offensivo – il migliore spot promozionale, a fini turistici, che il Brasile potesse fare per promuovere la sua (non solo sua, per la verità) immensa e splendida Amazzonia. Un luogo della terra dove a dominare la scena – con un senso di maestosità, bellezza, potenza e anche di ‘infinito’ – è la sola natura, anche se anche qui l’uomo ha già iniziato a contaminare, modificare, porre chiare tracce della sua presenza (troppo) attiva. 
Dato che l’Amazzonia ispira anche, come è ovvio, nell’uomo riflessioni esistenziali profonde e sentimenti religiosi, la presenza del cattolicesimo è molto forte nell’area e ci sono chiese e missionari, impegnati nel diffondere il ‘cristianesimo vero’ fra gli indios, pur in presenza di tentazioni di tipo diverso (predicatori e sette di vario tipo). Ma ecco che anche speculazioni e affarismo provano a mescolarsi alla religione e assieme alle chiese si progettano alberghi di lusso e resort, vista spiaggia. 
La città di Manaus, poi, riassume in sé tutte le contraddizioni presenti nell’area: si trova ai lati di una meravigliosa foresta incontaminata, popolata da tantissime specie e forme di vita, è attraversata dal meraviglioso e maestoso Rio Negro, che è oltrepassato a un certo punto, per tutta la sua formidabile lunghezza, da un moderno ed elegantissimo ponte. Simbolo del ‘moderno e potente Brasile’, il ponte unisce due realtà, sulle due rive opposte, che più diverse non potrebbero essere: da una parte c’è un derelitto villaggio di palafitte, abitato da povera gente che ha però ancora un fortissimo senso di dignità e di comunità (c’è anche una ‘Radio del villaggio’) e vive in maniera tradizionale, con i suoi valori, i suoi usi e costumi, la sua religiosità, con i (molti) figli visti ancora come ricchezza. 
Dall’altra parte del Rio c’è invece una vera metropoli moderna, con la sua Sky Line, negozi e tecnologie, shopping ed eleganza, dove si vive come in una qualsiasi grande città del mondo, con il denaro quale vero valore. Simbolo dell’“altra Amazzonia” nel film è una splendida palestra con piscina, trastullo sconosciuto e estraneo agli abitanti della favela sul Rio ma anche occasione di lavoro e di un qualche guadagno per gente che non riesce più a far fronte alle emergenze di ogni giorno (fino ad arrivare, in un caso estremo, all’aberrazione di vendere i propri figli per raccattare un po’ di denaro). 
Siccome però in Amazzonia è la natura (finché l’uomo non penserà davvero di essere il protagonista anche qui) a farla da padrona, basta allontanarsi per un po’ di chilometri e si trova tutt’altro: foresta vergine, fiumi meravigliosi, pescosi e che si distendono a perdita d’occhio, spiagge fluviali di una bellezza così struggente da far impallidire qualsiasi costa delle nostre parti, affollata di turisti. Qui ci si può rifugiare, volendo, per provare a individuare il senso della vita, per una riflessione esistenziale, per andare alla ricerca di se stessi. 
È proprio quel che finisce per fare Augusta, la protagonista del film di Giorgio Diritti, una bella ragazza poco più che trentenne, che ha lasciato la lontana Italia dopo aver perso assieme la possibilità di fare figli e, di conseguenza, anche il marito, che l’ha abbandonata. Augusta ha perso anche il padre, mentre la madre, rimasta vedova, non ce la fa quasi più ad ‘aprirsi al mondo’ e riesce a stento ad occuparsi della sua anziana madre, ormai in preda agli acciacchi dell’età avanzata. Quella figlia lontana e sola, poi, è un altro cruccio, ma lei, pur angosciata e colpita, non sembra volerla forzare a tornare per forza. 
Augusta attraversa tutta la realtà dell’Amazzonia, riflettendo sull’esistenza e sulla religione, ma aprendosi anche al rapporto con la gente di Manaus (quella della favela sul Rio, beninteso), di cui diventa parte integrante, vivendo la loro stessa vita. Ma quando anche un primo possibile brivido sentimentale si trasforma in cocente delusione, perché la battaglia per preservare l’integrità degli abitanti delle palafitte sembra perduta di fonte alla potenza del denaro, Augusta lascia tutto e si rifugia nella solitudine del fiume, situazione voluta ma dolorosa da cui però vengono a toglierla per un attimo l’innocenza e la spontaneità di un bambino, sfuggito alla sorveglianza dei genitori, che le ridà il senso della maternità perduta. 
Si è detto della potenza del paesaggio che da sola ‘fa il film’ (che potrebbe dunque anche essere un impagabile documentario) ma Diritti a questo aggiunge la sua grande bravura nel costruire le scene e nel muovere pian piano la macchina da presa, con un’intensità che commuove, restituendo il senso di un’opera che riesce ad essere una attenta riflessione sulla natura e la condizione umane. Non sono film “d’azione” quelli di Diritti, ma pellicole giustamente ‘lente’, anche se poi raccontano bene delle storie; il suo, per capirci, è un cinema che vuol essere attento, consapevole, pieno di significato: ogni inquadratura è studiata e mai casuale, i personaggi riflettono con noi sulla loro situazione, sul senso delle cose e degli avvenimenti. 
E da Diritti non ci si può neppure aspettare un film all’anno, il suo è un cinema che ama la cura del dettaglio, che sembra privilegiare appunto un po’ di lentezza come valore, che cerca storie significative che valga la pena di raccontare. Diritti, per essere ancora più precisi, unisce storie individuali e collettive; la comunità umana è un valore per lui e basta pensare ai suoi film finora usciti per capirlo: la comunità isolata sui monti della Val Maira ne ‘Il vento fa il suo giro’ (incredibile successo al cinema Mexico di Milano che ha ‘creato’ un po’ il mito di Diritti) che mal sopporta la presenza di ‘diversi ed estranei’; la comunità contadina degli abitanti di Marzabotto-Monte Sole che viene sconvolta e distrutta dai nazisti (stavolta sui colli della natia Bologna) in ‘L’uomo che verrà’. 
Insomma, quello di Diritti è un vero ‘cinema d’autore’ che non si piega a mode e generi e questo è il senso della volontà di approfondire persone, luoghi e situazioni in zone così diverse del mondo (nel caso dell’Amazzonia un difetto, forse, è la rappresentazione della popolazione indigena con un’indulgenza che può sembrare eccessiva, in cui, insomma, bontà e innocenza regnano magari fin troppo sovrane). 
Jasmine Trinca si cala con la dovuta convinzione in questo tipo di film e senza perdere grazia e bellezza, riesce ad adeguarsi alla volontà di Diritti, accettando di girare sui luoghi ‘veri’ e di confrontarsi con situazioni affascinanti e coinvolgenti ma certamente ‘al limite’, ben diverse da quelle dei normali set o delle location più comode e consolidate. Proprio per questo la parte meno riuscita del film (prodotto da Aranciafilm, Lumière & Co. e Groupe Deux, in collaborazione con Rai Cinema) è quella ‘italiana’, girata in buona parte sulle nevi del Trentino (c’entra infatti la locale Film Commission), che non riesce a ‘tenere il passo’ con le suggestioni brasiliane. 
Alla fine, oltre alle acute riflessioni sulla vita e la religione, del film ti resta l’incanto dei luoghi, della gente e delle sue ‘meraviglie’: anche le piogge torrenziali e improvvise, il magnifico battello ‘Itinerante’, che sembra in piccolo quello del Mississipi, il fluire lento della canoa (o giù di lì) su cui Augusta va a cercare la solitudine sul Rio Negro. 
E se tutto questo non vi bastasse, restano anche la musicalità e la bellezza del portoghese, lingua a noi troppo poco nota, che si dimostra in grado a sua volta di affascinare e conquistare il pubblico. 
Gli spettatori troveranno in questo film anche un’originale riflessione sui media elettronici, Radio, Televisione e telefonia, che si ritagliano piccoli ma significativi ruoli all’interno della pacata ma inarrestabile narrazione di Diritti. La Radio, utilizzata in forma artigianale “a circuito chiuso” all’interno delle favela (come accennato), serve a creare coesione tra gli abitanti di questo precario insediamento urbano, per esempio facendo la “radiocronaca” delle partite di calcio nel polveroso (o melmoso, in base alle stagioni) campetto di fortuna, allestito al centro della baraccopoli, oppure informando i cittadini su eventi che riguardano la comunità. Allo stesso modo però la Radio della favela viene individuata dagli speculatori come strumento decisivo (insieme al denaro) nel processo di convincimento degli abitanti a lasciare le baracche per consentire la costruzione del centro turistico. 
La Televisione, in un altro momento del film, appare come strumento portatore di persuasione religiosa, molto più potente dei missionari in carne ed ossa e che ad essi si sovrappone annullandoli (il primo-piano Tv di un telepredicatore serve a scacciare la missionaria da una piccola comunità sperduta sulle rive del Rio delle Amazzoni). 
Il telefono cellulare infine, attraverso l’uso degli SMS (e in una sola occasione del VOIP di Skype), rappresenta la distanza siderale nella comunicazione tra madre e figlia, che non hanno davvero niente da dirsi (o che almeno non riescono a comunicare, indipendentemente dalla distanza che intercorre tra loro). 
Ecco, anche in questa storia dove trionfano acqua, aria, terra, fuoco e spirito, esce un forte messaggio di attenzione sull’uso che si fa degli strumenti di comunicazione che, nel bene e nel male, sono sempre e comunque molto potenti.
Di Mauro Roffi e Enzo Chiarullo , da millecanali.it

Un bimbo mai nato (forse), una speranza persa, ritrovare il senso ad una vita che ha perso senso, la vicinanza a un Dio che sembra inesistente quando accadono cose terribili nella propria vita. Queste forse le cause per Augusta (la brava Jasmine Trinca, che attendo di vedere anche nel nuovo film della Golino “Miele), la protagonista di questo bellissimo film, per un viaggio “dall’altra parte del mondo”, quelle parti del mondo che da qui, dall’Italia, appaiono più sfortunate e disperate.
Augusta, accanto a suor Franca, naviga sul grande fiume dell’Amazzonia, il Rio, o uno dei suoi tanti affluenti, per portare conforto, aiuto e soprattutto per evangelizzare le varie e numerose comunità indigene, che però appaiono sì mansuete e pacifiche, ma che non sembrano capire fino in fondo il senso del Dio cattolico, che gli viene “consegnato” in cambio di aiuti, cibo e lavoro.
Augusta è una giovane donna di trent’anni che su quella barca cerca risposte, ma che comprende presto che quelle risposte non le troverà nelle parole di suor Franca, abituata per troppi anni a darne di “prefabbricate”, pronte all’uso (bellissimo il dialogo tra la suora e un prete che, dopo l’ennesimo rifiuto di un indio di trasferirsi presso la nuova comunità religiosa, le dice “prima di evangelizzarli dovevamo fargli un trapianto di cervello”).
Augusta mantiene dei contatti sporadici ma intensi con la madre Anna (interpretata da Anne Alvaro) rimasta in Italia, che a sua volta accudisce la madre anziana, un triplice rapporto al femminile, donne sole che si sorreggono con un amore fatto di ricordi, di sensazioni, di emozioni… si riesce a stare vicini anche stando lontani, e subentra un senso di protezione eccezionale, che forse la vicinanza fisica aveva in qualche modo reso inutile. Non ci sono mariti, fidanzati, padri o amici al maschile in questa storia, ma la presenza della necessità di un uomo, del padre soprattutto, si percepisce a fondo, come una mancanza incolmabile, che rende emozionante davvero alcune scene del film.
Augusta sceglierà di lasciare la barca e suor Franca e di trasferirsi nella favelas di Manaus, in una famiglia di indios, dove crede di trovare finalmente quel senso alla vita inserendosi nella dura realtà della comunità della favelas.
Augusta si lascia finalmente andare, forse ad un amore, crea forti sodalizi con le donne della casa, purtroppo vicende terribili, la perdita (nuovamente) di un bambino (non suo questa volta) di una sua amica, Janaina, la fà precipitare in una nuova e profonda crisi, lascia così la favelas per accamparsi sulla riva del fiume, che le porterà per la breve durata di un gioco pomeridiano, l’arrivo di un piccolo bimbo indio. Un finale molto bello e commuovente.
Un film importante, complesso e difficile, questo di Giorgio Diritti.
Il fiume come legante per un racconto articolato tra vari personaggi, tra Brasile e Italia. Il fiume che viene attraversato all’inizio con suor Franca (una brava Pia Engleberth, che io avevo apprezzato già nel ruolo di suora ma nella sit-com “Belli Dentro”) è un fiume pacifico e tranquillo, sicuro, rappresenta bene quella sicurezza con cui la brava suora per tanti anni prosegue la sua opera di evangelizzazione, una fede senza se e senza ma, che non si pone domande, ma sa dare tutte le risposte, disposta a “commercializzare” la fede in cambio di lavoro e cibo, dei compromessi utili. Mi ha molto impressionata la scena in cui la suora distribuisce piccole statuette di Gesù bambini fluorescenti, come perline, piccole luci per illuminare piccole menti.
Il fiume delle palafitte della favelas è un fiume pericoloso, sporco, infetto, che porta sudicio e che quando và in piena trascina via senza pietà le case, rappresenta forse il Dio cattivo? Quello da comprendere? Eppure gli abitanti della favelas non vogliono abbandonare le loro povere case in cambio di soldi per farci nascere i grattacieli (che devono costruire), le palestre e i negozi (che devono pulire), ed è proprio su quel fiume brutto e cattivo che fanno nascere le loro famiglie, che creano le loro comunità. In queste favelas c’è una specie di “sindaco”, la “voce della palafitta”, che periodicamente tramite un microfono, parla alla comunità, creando così una sorta di chiesa comune, laica, che comprende forse fino in fondo le vere esigenze degli abitanti. 
Infine c’è il fiume dove Augusta cerca conforto e riparo, il fiume che le porterà un sorriso tramite l’arrivo di un bambino che la farà giocare ancora, ritrovare così quella speranza, quella voglia di non arrendersi, un bimbo non suo è vero, ma forse proprio per questo di tutti. 
C’è anche casa, l’Italia, dove Augusta non torna, ma dove arriva Janaina, la giovane donna e amica di Augusta che ha perso il bambino a Manaus. Per Janaina è l’Italia il posto “dove andare”, da dove ripartire, dove instaura un rapporto con la madre di Augusta fatto di assenza di parole, ma di sincera comprensione (bellissimo l’abbraccio che le due donne si danno quando si incontrano per la prima volta), forse proprio incontrando Janaina così lontana da casa, la madre capisce cosa è andata a cercare sua figlia in Brasile.
Commuovente fino alle lacrime la preghiera che Janaina fà sul letto di morte di una donna in ospedale dove si trova per fare da badante alla nonna di Augusta, una preghiera non cattolica, una preghiera che proviene da un luogo lontano, ma che a me personalmente, mi ha riempito il cuore e che vorrei imparare. 
Un film necessario per il nostro cinema italiano, forse difficile, che usa un linguaggio poco utilizzato oggigiorno, abituati al fast-food cinematografico, questo è decisamente un buon pasto, nutriente, fatto con ingredienti scelti, per i quali c’è voluto molto tempo per la semina e il raccolto.
Ringrazio il mio amico che ieri sera inaspettatamente mi ha portato al cinema (sala quasi deserta, due gatti, in un posto “in cima al mondo”), senza di lui sicuramente questo film non sarei riuscita a vederlo, mai tanti chilometri mi sono fatta per vedere un film, ma ne è valsa la pena, grazie di cuore.
Da cinerepublic.filmtv.it


I registi devono sapere tutto sui protagonisti dei loro film? La domanda sorge spontanea vedendo l’ultimo film di Giorgio Diritti, che ruota intorno alla figura di una giovane missionaria italiana in Brasile alle prese con una crisi spirituale. Il percorso di Augusta, interpretata da Jasmine Trinca con grinta e delicatezza, ha molte zone d’ombra. I traumi che ha alle spalle – la morte del padre e un marito che l’ha lasciata perché non può avere figli – sono appena abbozzati. Ma anche le motivazioni delle sue scelte nell’arco del film sono di difficile lettura.
Quando decide di abbandonare il proselitismo cattolico per andare a vivere con una famiglia di indios tra le palafitte di Manaus, abbiamo l’impressione che neanche il regista sappia se fa bene o male. Proprio questo è l’elemento più riuscito di un film mai scontato: carnale ma spirituale, decisa ma confusa, Augusta è un personaggio molto umano, che vogliamo capire. Ma Un giorno devi andare è anche un film alla Malick su un paesaggio immenso e sui suoi effetti sull’anima. Ciò che manca (proprio come negli ultimi Malick) è l’elemento drammatico, quella che nell’Uomo che verrà era la foce del lungo fiume narrativo. Qui niente foce, solo delle paludi piene di una fauna variegata.
Di Lee Marshall, da internazionale.it

Giorgio Diritti ci aveva convinti ed emozionati con L’uomo che verrà del 2009 (quando, al Festival di Roma, venne insignito del Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio D’argento), ed era da allora che lo aspettavamo. Anche perché la genesi di questo film è durata ben più dei circa tre mesi di riprese spesi tra Amazzonia e Trentino e le poche anticipazioni ricevute non han fatto che aumentare la curiosità. Un giorno devi andare, infatti, è stato – fatto eccezionale per un film italiano – scelto dal Sundance di Robert Redford e, nonostante pare che le proiezioni non siano state molto frequentate, ben recensito da testate importanti come Variety e Hollywood Reporter. 
Il viaggio della giovane Augusta (una espressiva e leggera Jasmine Trinca) nella Amazzonia brasiliana cambia lungo un film che si propone di penetrare via via sempre più in profondità nella sensibilità e nelle convinzioni dello spettatore. Quella che inizialmente sembra una fuga da sé, dal trauma della maternità negata, da un Trentino e una famiglia troppo opprimenti, si sviluppa nella scoperta di una realtà diversa. Che non è quella delle missioni, di una religiosità che continua a avere modalità troppo prossime a quelle imposte dalla cultura natia, ma quella di un ‘sottosuolo’ ricco oltre ogni immaginazione. Le favelas, i disperati ai margini del mondo, risvegliano emozioni e riaccendono dolori ai quali solo una definitiva fuga, catartica e finalmente liberatoria, può sperare di trovare uno spazio nella propria vita. 
Musica e fotografia affascinanti conquistano, oltre alla fresca emotività dell’interprete principale e dei suoi compagni di avventura, eppure in questo scavo verso i valori e il senso della vita è proprio la forma quella a suscitare le reazioni più contraddittorie. Forse è la difficoltà di conciliare ritmi tanto lontani da noi con quelli dell’oggetto film a rendere più ostica la partecipazione al riscatto di questa giovane donna. Sicuramente per parteciparne e farne spunto positivo per i propri ragionamenti bisognerà fare uno sforzo per andare oltre una narrazione a tratti farraginosa e prolissa, e non sarà facile. 
Di Mattia Pasquini , da film.it

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