TROPPO AMICI


Ex animatore allergico al posto fisso, Alain è sposato con Nathalie, direttrice di un supermarket, da cui ha avuto due figli, l’esagitato Lucien e il neonato Prosper. Ai problemi di stabilità della coppia si somma l’invadenza dei parenti della donna: le storie del fratello Jean-Pierre, avvocato d’ufficio in crisi economica, e dell’ignara cognata Catherine, prototipo della mamma borghese e antipatica, della fragile sorella Roxane e del quasi-fidanzato Bruno, affascinante medico di colore puntualmente scambiato per infermiere che accetta di accompagnarla ad una cena di famiglia poco dopo averla conosciuta.
Dietro al ritratto di un gruppo di persone accomunate da legami di sangue,Troppo amici tratta della difficoltà della crescita e del peso delle aspirazioni (mancate). Ogni personaggio, a partire da quell’Alain attraverso il quale ci caliamo nella vicenda, difatti è dipendente da un altro oppure perso appresso ad un sogno che non si è realizzato. Se i tre fratelli hanno modo di esistere solo tutti insieme, “come le cozze a uno scoglio” stando alle parole di Alain, quest’ultimo mal sopporta una dipendenza che esclude, per forza di cose, l’egocentrismo sul quale si basa il lavoro dell’uomo di spettacolo: i ricordi della sua carriera da animatore, i video delle esibizioni come le magliette con il nome d’arte Pipo in bella mostra rappresentano per il figlio Lucien un affrancamento dalla normalità, un antidoto alla durezza di una realtà in cui si deve affrontare la separazione di due genitori. Le caratteristiche migliori del film diretto da Eric Toledano e Olivier Nakache sono la disinvoltura nell’affrontare i diversi e complessi temi proposti, il brio della messa in scena, la cura delle trovate comiche (la cornice pakistana o quella ebraica che rimandano ad altri tipi di racconto). Nonostante una coda che pur chiarificando l’asse portante della storia nel rapporto padre-figlio rappresenta una discesa nella retorica più fastidiosa, siamo di fronte ad un lavoro in grado di intrattenere in maniera intelligente grazie alla precisione della scrittura e a una notevole capacità di sintesi, si pensi alla scena iniziale o alla situazione-tipo della cena.
Dalla commedia pura all’umorismo più sottile fino alla commozione, le avventure di questa famiglia disfunzionale che assomiglia a mille altre rappresentano, nel percorso dei due registi, la prova generale per il più riuscito Quasi amici, il cui successo ai botteghini italiani giustifica il ripescaggio – nello stesso 2012 – di questo titolo di tre anni più vecchio. In una compagnia d’attori variamente capace spicca il medico di origine senegalese interpretato da Omar Sy.
Di Marco Chiani, da mymovies.it

Alain (Vincent Elbaz) e Nathalie (Isabelle Carré) sono sposati con due figli: il neonato Prosper e il pestifero Lucien. La loro è una famiglia come tante alle prese con i mille problemi del quotidiano (soprattutto le difficoltà di Alain – ex animatore – di trovare un lavoro stabile, e tenere a bada il figlio Lucien, esageratamente irrequieto in ogni circostanza). Queste difficoltà di gestione si aggravano però nello stretto legame che Nathalie intrattiene con i suoi due fratelli Jean Pierre (avvocato di poco successo con la moglie borghese Catherine e la perfettissima figlia Gaelle), e Roxane (ragazza piuttosto lunatica con la voglia incontenibile di avere un marito e un figlio). Un rapporto – quello di Alain e Nathalie – che nel continuo raffronto tra l’apparente perfezione della famiglia di Jean Pierree la costante inadeguatezza della propria, si andrà incrinando. Eppure, le idiosincrasie, le ostilità, ma anche l’affetto che contraddistinguono la famiglia nel suo complesso quasi ‘circense’, non passeranno inosservate agli occhi dell’incontenibile Lucien, che nella sua non-omologazione a quel mondo (in tutto simile a quella del padre Alain) già racchiude il potenziale di una sensibilità diversa, artistica. E sarà proprio quel ragazzino pestifero, infine, a convogliare tutti i comportamenti più o meno stravaganti dei suoi parenti – o quasi parenti – in una sorta di terapeutica analisi dei diversi colori della vita così come dei legami.
Operazione commerciale italiana di ripescaggio che, sulla scia del successo di Quasi Amici (pellicola francese record d’incassi ai botteghini della scorsa stagione cinematografica), porta nelle sale nostrane Troppo amici – Praticamente Fratelli, film realizzato nel 2009 dagli stessi registi Eric Toledanoe Olivier Nakache. Questo nuovo lavoro (o, meglio, vecchio – il terzo della coppia di registi) è infatti una sorta di prologo sulle affinità famigliari e sugli attriti sociali che poi verranno più dettagliatamente sviscerati nella commedia Quasi amici. La prossimità affettiva (Tellement proches è infatti il titolo originale, rivisitato in italiano per creare un nesso commerciale – piuttosto forzato – con l’altra pellicola) che si scontra con il conflitto sostanziale dei punti di vista, è infatti il tema centrale di Troppo amici, film che svela il suo dramma nella quotidiana difficoltà di andare avanti ‘piacendo’ agli altri ma rimanendo fedeli a sé stessi. Il plot è quello di una famiglia di tre fratelli tra loro molto uniti, ma messi a dura prova da un nucleo famigliare allargato (che include anche i rispettivi o potenziali compagni) che produce frizioni e accende micce per la sostanziale diversità con cui ogni essere umano guarda alla vita. Un film che gioca sulla caratterizzazione sofisticatamente eccessiva dei suoi personaggi, costruendo un sopra le righe utile a quella risoluzione finale (geniale e funzionale cornice narrativa) in cui sarà proprio la presunta incapacità di stare al mondo di Alain (accuratamente registrata e incarnata dall’irrequieto figlio Lucien) a restituire al gruppo di (quasi amici) la veracità di uno stare al mondo che è anche (e soprattutto) caratterizzato dalle imperfezioni. Attraverso il folclore rappresentativo di alcuni momenti in cui la vita gioca a diversificarsi (la comunità ebrea ricreata da Catherine o quella pakistana che affollerà il salotto di Nathalie) Toledano e Nakache ricreano un mondo sclerato e borderline che mostra gli eccessi della vita ma che, infine, si adagia sulla solidità dei legami (specie quelli di sangue) e sul valore della famiglia. Il cinismo nero di ‘monicelliana memoria’ dei Parenti Serpenti tratteggiato nella prima parte del film, è qui smussato in un epilogo rosa che non solo riequilibra l’intero film ma che ne eleva il valore sotteso spostando il senso ultimo verso i temi dell’auto-accettazione e dell’importanza del ruolo genitoriale ai fini di quest’ultima.
A tre anni di distanza dalla distribuzione transalpina, arriva anche nelle sale italiane Troppo amici, film realizzato dai registi Eric Toledano e Olivier Nakache prima del successo di Quasi Amici. Una commedia corale che dalla classica tavolata famigliare farà emergere il male ma anche il buono (spesso meno evidente) insito nei legami. Un film molto godibile che riesce, infine, anche a convogliare tutto lo sterile battibecco tra esseri umani in uno sguardo più ampio e profondo che racchiude in sé il senso dell’Arte in quanto (anche) creatività nello stare al mondo. Una toccante parabola che segue il lento spegnersi dell’inutile chiacchiericcio per lasciare il passo a una silenziosa riflessione.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Una giornata di shopping da Ikea apre il film di Eric Toledano e Olivier Nakache, e già dalle primissime scene sono chiari i fulcri salienti della storia: un bambino decisamente esagitato, una madre oberata che cerca di stare dietro ai figli, e un marito distratto intento a mangiare di nascosto caramelle.
“Troppo amici” racconta di una famiglia disfunzionale che fa della sua stranezza anche il suo punto di forza.
I registi vogliono mostrare nel modo più vivace possibile le vicende di tre fratelli molto uniti tra loro, due nuclei familiari, e uno che spera ossessivamente di crearsi. Motore di quasi tutte le azione del film è Lucien, un bambino che presenta degli evidenti problemi comportamentali, sintomo delle tensioni crescenti tra i genitori.
Il personaggio attraverso cui si guarda l’intera vicenda è invece Alain, che eternamente disoccupato si crogiola nel ricordo di quando era capo animatore nei villaggi club med, non riesce a prendere nulla sul serio, nonostante le continue esortazioni della moglie, e sembra che non ci sia cosa che odi di più dell’attaccamento di quest’ultima alla sua famiglia, “come le cozze a uno scoglio” ripete sempre. Ma d’altra parte adora suo figlio e per lui farebbe di tutto.
Ogni singolo momento del film, che conquista lo spettatore fin dal principio, è riempito di nuove dinamiche, e situazioni, a volte improbabili, ma che non risultano mai forzate perché trattate sempre con un sottile senso dell’umorismo. I toni sono lievi e anche le scene più strampalate non vengono mai recepite troppo sopra le righe. Oltre al tema della famiglia, di contorno, viene introdotta la questione razziale, vista anche questa in modo affatto pesante, ma anzi con il giusto pizzico di ironia.
L’atmosfera è calda, colorata e il ritmo incalzante non lascia spazio a vuoti.
I registi riescono a far innamorare dei personaggi, persino di quelli secondari, questo grazie a dialoghi brillanti e per niente scontati.
È un film che potrebbe avere in sé una funzione didattica, ma in realtà non ha la presunzione di insegnare niente, ma semplicemente divertire. Per questo risulta estremamente piacevole, oltre che delicato e leggero.
Di Paola Rulli, da ecodelcinema.com

Famiglie sull’orlo di una crisi di nervi, sullo sfondo della Parigi di inizio millennio: quella di Alain e Nathalie, lui ex animatore turistico con velleità di attore, incapace di mantenersi stabilmente un lavoro, lei scombussolata direttrice di un supermarket, che fa fatica a badare allo scalmanato figlio Lucien e a convincere suo marito a dare una direzione stabile alla sua vita. Ma anche quella di Jean-Pierre, fratello di Nathalie, avvocato da quattro soldi costretto ad accettare la difesa (d’ufficio) di delinquenti assortiti, oppresso dalla personalità ingombrante della moglie Catherine e con una figlia, la piccola Gaëlle, antipatica e petulante suo malgrado. E poi c’è la famiglia sognata da Roxanne, altra sorella di Nathalie, che si attacca come una sanguisuga al medico Bruno, con l’ansia di rimanere sola e il concreto rischio, grazie al suo atteggiamento oppressivo e nevrotico, di veder realizzarsi questa sua paura. Insieme, questa galleria di personaggi compone un nucleo familiare allargato, variopinto e instabile, che stringe la sua morsa su un Alain che non è ancora riuscito ad accettare le sue responsabilità di padre, e mal soffre l’invadenza, che considera malsana, dei parenti di sua moglie.
Dopo i risultati del campione d’incassi Quasi amici, che ha imposto i registi Eric Toledano ed Olivier Nakache all’attenzione di pubblico e critica internazionali, la distribuzione italiana ha deciso di far uscire in sala il loro precedente Tellement proches, reintitolato per l’occasione (e senza troppa fantasia)Troppo amici. E’ curioso come questa commedia, datata 2009, e a nostro parere superiore al più celebrato successore, sia passata quasi inosservata all’epoca della sua uscita, e abbia goduto solo ora di una distribuzione al di fuori dei paesi di lingua francese. Eppure, il film dei due registi ha tutto per intrattenere un pubblico internazionale, e non soffre neanche di quell’appesantimento da blockbuster, un po’ patinato e forzatamente patetico, che sarà destinato a caratterizzare il film del 2011. Parte con un ritmo indiavolato, questa pellicola, presentando da subito la sua galleria di personaggi grotteschi, sopra le righe, volutamente caricaturali: fin dalla cena di famiglia a casa di Jean-Pierre, in cui convergono tutti i personaggi principali (originale, a questo proposito, la scelta di rovesciare una consuetudine che vuole l’incontro/scontro tra i vari personaggi alla fine, come momento quasi catartico) capiamo subito di trovarci di fronte a un’estremizzazione iperrealistica della realtà, a un tratteggio a tinte forti di nevrosi e sociopatie contemporanee, restituite attraverso un’ottica stilizzata e grottesca.
Dopo la prima, folgorante mezz’ora (quasi un big bang in cui la variegata comunità familiare deflagra, proiettando le ovunque le sue schegge senza controllo) seguiamo le vicende di ognuno dei personaggi, alle prese con l’apparente sfaldamento di un’istituzione-famiglia ormai incapace di far da collante alle loro vite: mentre Alain torna da suo padre insieme all’irrequieto Lucien, preparandosi all’ennesima conferma della fine della sua adolescenza, Nathalie e Catherine si rifugiano nel pout pourri multiculturale, ospitando rispettivamente una comunità di immigrati pakistani e il gruppo di insegnanti ebraici di Gaëlle; nel frattempo, Roxanne fa un estenuante tira e molla con un Bruno sempre più insofferente alle sue manie. Nonostante il perdurante carattere grottesco delle situazioni, e un ritmo che nel suo insieme resta sostenuto, il tono della narrazione scivola gradualmente verso un maggiore intimismo, mentre in primo piano viene messo il senso di inadeguatezza di ognuno dei personaggi. A dominare è comunque, ancora una volta, il punto di vista di un Alain che, attraverso l’allontanamento e il rifiuto dei legami consolidati (e l’aiuto del simpatico genitore) fa il suo personale e definitivo percorso di crescita.
La regia di Toledano e Nakache riesce a dosare in modo abile risate e commozione, premendo il pedale del grottesco solo a tratti, e restituendo alle vicende dei personaggi una credibilità che va anche al di là del tratteggio (comunque sopra le righe) con cui lo script li descrive. Le risate e il divertimento, profusi a piene mani per tutta la durata della pellicola, trovano sempre il loro (amaro) contraltare in un senso di fallimento che sembra accomunare tutti i protagonisti principali; superato solo (parzialmente) attraverso l’onestà della ricerca interiore. Ma non ci si fraintenda: inTroppo amici si ride comunque molto, e la pur presente componente riflessiva è subordinata a una confezione che punta innanzitutto a divertire. Il carattere esasperato, a volte parossistico delle situazioni in cui i personaggi vengono a trovarsi non nuoce all’elemento credibilità, grazie a una sceneggiatura che delinea i caratteri, pur sclerotizzati nelle loro idiosincrasie, con grande attenzione; nella caricatura, non si fa fatica a riconoscere tratti importanti di quotidianità, e soprattutto le sempre presenti contraddizioni del rapporto tra l’individuo e la famiglia. Proprio queste ultime sono la “palestra” che servirà al protagonista per accettare definitivamente le sue responsabilità: persino l’happy ending appare in questo senso qualcosa di più di una mera necessità narrativa, riuscendo persino a risultare toccante. E non disturba neanche lo “scherzo” metacinematografico che chiude il film, con inevitabile prosecuzione sui titoli di coda: solo un altro elemento che contribuisce al sorriso con cui lo spettatore, probabilmente, uscirà dalla sala.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Prima dei 166,126,377 dollari incassati solo in patria (che diventano quasi 400 worldwide) e della nomination agli Oscar in rappresentanza del proprio Paese con Quasi Amici, Olivier Nakache ed Eric Toledano avevano realizzato un’altra commedia, uscita nel 2009 in Francia, capace di incassare circa 7 milioni di dollari. Quella commedia, Tellement Proches il titolo originale, è rimasta a lungo nei cassetti della distribuzione italiana. Fino al boom epocale di Quasi Amici, per l’appunto.
Perché grazie alla presenza di Omar Sy, protagonista di Quasi Amici, la Moviemax ha ben pensato di lanciare al cinema proprio Tellement Proches, anche se ‘vecchio’ di 3 anni, cambiandone il titolo in Troppo Amici. Una furbata di tipo distributivo da standing ovation, che proverà, a partire dal prossimo 6 dicembre, a ridare ancor più fiato ad un’industria, quella della cinematografia francese, che non conosce più sosta.
Film meno ambizioso rispetto a quello successivo, più immediato e scontato, corale ed eccessivo, giocando volutamente con l’assurdo e con una risata da commedia dura e pura, Tellement Proches non arriva ai livelli di Quasi Amici, ma dimostra la vitalità del genere all’ombra della Torre Eiffel, tanto da far sorgere un quesito più che spontaneo, ovvero: possibile che negli ultimi 3 anni non si sia mai trovato modo per distribuire nei nostri cinema una pellicola simile, tanto dal dover attendere il boom di un altro film dei suoi stessi registi?
La famiglia è tutto. A dar forza a questa assoluta verità i due nuovi ‘prodigi’ del cinema francese, ovvero Olivier Nakache ed Eric Toledano, in odore di nomination all’Oscar per Quasi Amici. Prendendo spunto da alcuni aneddoti privati, i due registi hanno infatti partorito uno script che trasuda pazzia.
Al centro della trama, tre fratelli e i loro cari. Quando Alain sposa Nathalie, infatti, non sapeva minimamente che avrebbe sposato anche tutta la sua famiglia. E che famiglia. Perché al suo interno troviamo Jean-Pierre, il cognato avvocato e squattrinato; sua moglie Catherine, ossessionata dall’ordine e dall’educazione dell’impeccabile figlia Gaëlle; ed infine Roxane, la cognata, che in preda all’accelerazione del suo orologio biologico assilla la vita di Bruno, medico conosciuto per puro caso in un supermercato e praticamente ‘accalappiato’ con l’obbligo di metterla incinta. Tra una cena e l’altra a casa di Jean-Pierre, Alain e Nathalie proveranno ad affrontare le prime crepe matrimoniali, nate anche per ‘colpa’ di un figlio decisamente sovreccitato, finendo per scoprirsi non solo ‘troppo parenti’, ma anche, se non soprattutto, ‘troppo amici’.
L’immancabile critica sociale alla Francia razzista, che implicitamente non riesce proprio ad accettare l’idea che un uomo di colore possa anche non vendere accendini in strada; l’educazione familiare, quando totalmente assente e quando eccessivamente presente; l’importanza delle relazioni sociali, che siano parentali o di pura amicizia; il progredire del tic tac biologico che accelera la voglia di maternità di molte donne; l’ebraismo, con tutti i suoi cliché annessi e connessi; e soprattutto una amalgama che strappa risate per buona parte del film, per poi lasciar strada ai sentimenti e alla commozione classica.
Con il loro terzo film da registi, Olivier Nakache ed Eric Toledano nel 2009 spianavano la strada a quello che 3 anni dopo sarebbe diventato un film da guiness. Ovvero il titolo dai maggiori incassi internazionali nella Storia del Cinema francese. Tratteggiando i lineamenti di una famiglia anormale, Nakache e Toledano non fanno altro che rappresentare una parte di Francia, troppo spesso nascosta, dietro l’immancabile dose di autocompiacimento. Un Paese multietnico, fondato sull’apparente ‘diversità’, ma ancora oggi restio all’accettazione dell’uomo di colore, e della religione altrui, sviscerato attraverso un racconto che esagera, dall’inizio alla fine, nel far maturare l’amicizia all’interno di una famiglia.
I protagonisti disegnati dai due registi sono esilaranti e volutamente incredibili. Abbiamo Alain, animatore disoccupato che non sopporta più vedere l’attaccamento morboso che hanno sua moglie e la sua famiglia, «come le cozze a uno scoglio», tanto dal dover correre tutti i sabati sera dal cognato Jean-Pierre. Quest’ultimo è un avvocato da quattro soldi, telecomandato dalla moglie di ferro, sconcertato dal suo amore improvviso nei confronti dell’ebraismo e stanco della presenza in casa dei suoceri. Sorella di Jean-Piere, e moglie di Alain, è Nathalie, esausta dal comportamento infantile del marito, che si comporta come un amico con i figli e non come un padre, tanto da spingerla ad affidarsi ad un consulente familiare. Roxane è invece la sua isterica e schizzata sorella, che vuole talmente tanto un figlio da prenderne uno in prestito al supermercato, per poi chiederlo disperatamente a Bruno, da poche ore conosciuto. Lui, proprio Bruno, chiude l’allegra combriccola. E’ un medico di grido, alto, giovane ed affascinante, ma tutti lo scambiano per un badante, un infermiere, un portiere o un venditore ambulante. Solo perché grosso e di colore.
Mischiando le varie caratterizzazioni, Olivier Nakache e Eric Toledano realizzano un film molto divertente, tecnicamente ineccepibile, tanto dal punto di vista registico, che è basico e privo di evidenti difetti, quanto da quello ‘fotografico’. Il ritmo tiene, gag dopo gag, sorpresa dopo sorpresa, eccesso dopo eccesso, grazie anche ad un montaggio battente, legato a doppio filo alla coralità della storia, per poi arrivare ad un finale persino commovente, che riannoda i fili del racconto sviscerando la complessa evoluzione del rapporto padre-figlio. Un rapporto fondato sull’esuberanza dei due e sulle difficoltà che il più grande si trova a dover affrontare nel dover crescere, maturare, diventando così finalmente ‘adulto’. Passando da Bollywood a Gerusalemme nel giro di un paio di scene, Troppo Amici ha la rara capacità di intrattenere senza mai essere volgare, o anche solo gratuito, finendo così per rimanere una spanna sopra alla commedia ‘media’ tricolore. Ancora una volta battuta dagli ormai inarrivabili cugini, anche se con 3 anni di ritardo.
Da cineblog.it

Ci sono Alain e Nathalie, coppia tranquilla ma non troppo con due pargoli affatto mansueti. E poi ci sono i parenti di lei: il fratello Jean-Pierre avvocato in crisi con l’antipatia moglie Catherine, e l’altra sorella, Roxane, quella sbadata, col corteggiatore Bruno. Sembra una barzelletta, è invece una riunione di famiglia.
Fratelli coltelli, parenti serpenti, gli amici te li scegli i familiari no. Ecco perché converrebbe instaurare buoni rapporti coi prossimi congiunti. Magari non troppo, perché essere Troppo amici, forse, è impossibile. Come lo è trovare un’operazione commerciale così colpevolmente tardiva. Infatti, il film di Olivier Nakache ed Eric Toledano – si, quelli di Quasi amici – è uscito Oltralpe qualcosa come due anni addietro. Cioè ben prima che la commovente e ridereccia commedia di cui sopra, arrivasse in Italia a sbancare i botteghini. Solo e soltanto adesso, allora, si è deciso di lanciare quest’ottimo prodotto nelle sale nostrane. Fra l’altro, diciamolo chiaramente: è qualche tempo che il cinema francese ha una marcia in più. La capacità di saper cogliere tensioni e mutamenti sociali che vanno dall’integrazione etnica alla globalizzazione economica e non. Senza però tralasciare le dinamiche familiari di nuclei che vanno incontro un universo in divenire. Il tutto, con una leggerezza che non è superficialità ma leggiadria. Che poi, è questo il tratto comune conQuasi amici. Oltre ovviamente al faccione irresistibile di Omar Sy che, col duo di registi, aveva girato ancora prima Primi amori, primi vizi, primi baci (2006). Pure questa volta non ci resta che dire “vive la France”. Consigliato.
Di EDOARDO TRIMBOLI, da film-review.it

Il titolo italiano vuole evidentemente riallacciarsi a quello di “Quasi amici-Intouchables” (2011), diretto dagli stessi Olivier Nakache ed Eric Toledano ma realizzato, in realtà, due anni dopo questo loro terzo lungometraggio.
Oltretutto, della pellicola in questione ritroviamo anche il protagonista Omar Sy, stavolta nei panni di un medico praticante assillato dalla fidanzata Roxane alias Joséphine De Meaux, in preda all’accelerazione del suo orologio biologico.
Perché è la famiglia di quest’ultima che seguiamo durante la ora e quaranta di visione circa, il cui personaggio principale, in realtà, è il cognato Alain, interpretato dal Vincent Elbaz di “D’Artagnan e i tre moschettieri” (2005), un disoccupato perdigiorno sposato con la sorella Nathalie, ovvero Isabelle Carré.
Ora e quaranta di visione circa che, ambientata nel 1993, tira in ballo anche il François-Xavier Demaison di “Per sfortuna che ci sei” (2011) e la Audrey Dana di “Welcome” (2009) rispettivamente nel ruolo di Jean-Pierre, fratello avvocato di Nathalie, e di sua moglie Catherine.
Ed è proprio la prima serata in casa di questi ultimi, oltretutto fastidiosamente orgogliosi delle loro due figlie piccole, a cominciare a regalare occasioni per spingere lo spettatore a (sor)ridere.
Occasioni che, tra fissazione di Catherine per la religione ebraica, imprevisti causati dal turbolento figlio di Alain e l’anziano padre di quest’ultimo che arriva addirittura a cospargersi il parrucchino di forfora fittizia per far credere che in testa abbia capelli veri (!!!), risultano presenti in dose più che sufficiente all’interno dell’insieme.
Complici anche i tentativi da parte del protagonista di spassarsela con una giovane baby sitter; man mano che, impreziosita dall’ottima prova sfoggiata dal cast, quella che prende forma, oltre a presentarsi in qualità di gradevole commedia riguardante l’importanza della famiglia, non sembra celare più di tanto un certo discorso relativo alla crescita.
Con il rischio che qualcuno, nel corso della parte finale, finisca anche per farsi prendere dalla commozione, come già avvenuto con la successiva e ancor più riuscita succitata fatica degli apprezzabilissimi Toledano e Nakache.
La frase:
“Quando sposi una donna, sposi anche la sua famiglia”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

Alain (Vincent Ebaz) è un ex-animatore di villaggi turistici che aspirava a calcare palcoscenici teatrali e che si ritrova invece con una sindrome da Peter Pan cronica e a saltare da un lavoro all’altro senza alcuna convinzione, cosa che crea delle forti tensioni con la moglie Nathalie (Isabelle Carrè) che lo vorrebbe padre più severo con il figlioletto, un terremoto di sei anni di nome Lucienne.
Jean-Pierre (Francois-Xavier Demaison) è il fratello di Nathalie, un avvocato che con la moglie Catherine (Audrey Dana) riversa sin troppe attenzioni alla figlioletta volendola trasformare a soli sei anni in una sorta di bambina prodigio, un’attenzione maniacale che li porta ad atteggiamenti antipatici e supponenti che proprio non vanno giù ad Alain, che li vede entrambi come fumo negli occhi.
Infine c’è Roxanne (Joséphine de Meaux) sorella di Jean Pierre e Nathalie, un vero concentrato di nevrosi che s’innamora perdutamente del medico Bruno (Omar Sy) e lo pressa a tal punto da terrorizzarlo, portandolo a conoscere la sua famiglia, parlandogli di figli e matrimonio, tutto al primo appuntamento.
Famiglie e personaggi che sembrano agli antipodi, ma che scopriremo in realtà avere molto più in comune di quello che loro stessi pensano.
Dobbiamo ringraziare il successo stratosferico e inatteso di Quasi amici se abbiamo la possibilità di vedere su schermo Troppo amici (Tellement proches), si perchè questa godibile commedia a sfondo famigliare i registi Olivier Nakache ed Eric Toledano l’hanno girata tre anni or sono, ma niente paura perchè una messinscena ricca di brio e un fil rouge nostalgico fanno di questo ripescaggio una manna dal cielo.
vitiamo da subito l’errore di cominciare a far paragoni tra questo film e Quasi amici, siamo di fronte a due film diversi, di cui uno è anche antecedente quindi una comparazione avrebbe ancor meno senso, diciamo invece che il film ci ha ricordato il recente Travolti dalla cicogna, stavolta la genitorialità si amplia e abbraccia anche dinamiche famigliari multiple, aspirazioni e maturità mancate e un tocco di romanticismo, ma il tutto in una veste squisitamente comedy, tanto che anche le incursioni drammatiche o meglio dramedy della sceneggitura sono di una levità assoluta.
Con Troppo amici si ride e ci si commuove senza pensare alla retorica o ai clichè, il film della coppia Nakache e Toledano è costruito ad hoc per rivolgersi ad un pubblico il piu vasto e variegato possibile allestendo una galleria di personaggi in cui lo spettatore può facilmente riconoscersi, quindi non possiamo che consigliarlo caldamente anche perchè trovare oggi una pellicola comedy non infarcita di volgarità è davvero un’impresa.
Di Pietro Ferraro, da ilcinemaniaco.com

“Troppo amici” è il terzo film diretto da Olivier Nakache ed Eric Toledano. Distribuito nelle sale italiane nel 2012, in realtà questo lavoro è stato realizzato e distribuito all’estero nel 2009, prima del più famoso e apprezzato “Quasi amici”. I due registi e sceneggiatori hanno preso spunto da vari aneddoti delle loro rispettive famiglie, esasperandoli al fine di renderli ancora più bizzarri. Il film ha come protagonista Alain (Vincent Elbaz), ex animatore di villaggi turistici che dopo aver trovato moglie ed aver avuto due figli ancora non riesce ad adattarsi alla vita di tutti i giorni (lo vedremo nella sequenza iniziale del film mentre ha difficoltà a caricare la spesa in macchina), incapace di impartire un’educazione coerente al proprio figlio né di instaurare dei buoni rapporti con i membri della famiglia di sua moglie Nathalie (Isabelle Carré), considerandoli eccessivamente disfunzionali.
Nel complesso “Troppo amici” è un gradevole susseguirsi di personaggi ed eventi uno più assurdo e irreale dell’altro, anche se alla lunga tali eventi diventano quasi dei semplici sketch: ad esempio, nello stesso momento in cui Nathalie accoglie nella propria casa una famiglia allargata di pakistani, anche la moglie di suo fratello ospita una comunità ebraica all’interno della propria abitazione. La nota dolente della pellicola è rappresentata dai personaggi, eccessivamente stereotipati e macchiettistici; questi difetti vengono però in parte nascosti da un ritmo divertente e da un cast di attori azzeccati. Il finale, piuttosto insolito, riesce a risolvere in modo blando una narrazione non sempre convincente: nell’arco dei cinque minuti finali, infatti, tutte le vicende verranno ribaltate all’improvviso in maniera innaturale ed illogica.
Certamente, rispetto a “Quasi amici”, “Troppo amici” non riesce a raggiungerne lo stesso spessore creativo né lo stesso livello di umorismo. Il suo punto di forza resta comunque la comicità, che pur scendendo a volte nel banale e nel già visto riesce comunque a strapparci più di un sorriso. Allo stesso tempo il film ci propone anche una piccola autocritica su noi stessi e sulla nostra famiglia, perché quella che i due registi ci mostrano sullo schermo può ricordare la famiglia di ognuno di noi: nelle piccole e grandi ossessioni, nell’invidia e nelle sue insicurezze.
Di  Daniele Tullio, da filmedvd.dvd.it

Quasi amici si è trasformato in un vero e proprio casotto da incassi, tanto da trainare sulla sua scia una serie di film francesi che le case di distribuzione italiane avevano deciso di abbandonare sugli scaffali aspettando il momento propizio per lanciarli sullo schermo. Il momento propizio è arrivato proprio con Quasi amici di Eric Toledano e Olivier Nakache, pellicola che è arrivata a rappresentare persino la Francia agli Oscar. Troppo amici che qui in Italia viene proposto quasi come una sorta di seguito di Quasi amici – a confondere ulteriormente è il titolo furbescamente camuffato (la traduzione letterale dell’originale sarebbe “così vicini”) e la presenza di Omar Sy, protagonista di entrambi i film – in realtà, sarebbe una sorta di “prequel” visto che la data di uscita francese risale al 2009. Quando Alain (Vincent Elbaz) ha sposato Nathalie (Isabelle Carré) non sapeva che avrebbe sposato anche tutta la sua famiglia. C’è Jean-Pierre (Francois-Xavier Demaison), il cognato accompagnato dalla moglie Catherine (Audrey Dana) e la perfettissima nipote Gaelle. C’è Roxane (Josephine De Meaux), la cognata, che in preda all’accelerazione del suo orologio biologico assilla la vita di Bruno (Omar Sy). Stasera tutti a cena da Jean Pierre.. Di fatto, se volessimo fare un confronto tra le due pellicole, Quasi amici si rivelerebbe essere la più riuscita, la meglio costruita, quella che colpisce un po’ anche il cuore. Troppo amici, però, aveva tutti questi presupposti. Una commedia corale che i due registi centellinano perfettamente rendendo ogni personaggio ben caratterizzato mai fastidioso e mai troppo in luce rispetto a qualcun’altro. L’esilarante comicità del film, il suo particolare essere dissacrante e politicamente scorretto deriva proprio dalla caratterizzazione dei suoi protagonisti: ogni personaggio, o quasi, si poggia su qualcun’altro per trarne sicurezza o semplicemente perché questo legame da “cozza attaccata allo scoglio” (volendo citare Alain) conduce l’individuo ad allontanarsi momentaneamente dalla cruda realtà. Nel suo inseguire quegli impulsi elementari, Troppo amici si rivela essere più sincero e sicuramente più d’effetto del suo “compagno in celluloide” Quasi amici ma probabilmente non ne ricalcherà il successo né gli incassi.
Di Francesca Casella, da cinema4stelle.it

Oggi parliamo di famiglia, anzi di come e quanto possa incrinarsi la vita di coppia quando il parentado è onnipresente e/o invadente, magari proprio perché solo così la vostra dolce metà riesce a sentirsi protetta, supportata, veramente compresa nella quotidianità. Vi suona per caso familiare? Mai avuto suoceri con la malsana abitudine di piombare a casa vostra all’improvviso sostenendo di voler fare un saluto veloce dato che “erano casualmente nelle vicinanze”? E ancora, mai ricevuto vere e proprie “lezioni di vita” dai fratelli maggiori o dalle altre coppie della famiglia acquisita, sposate da più tempo di voi? Ma non è finita qui, potete asserire di non aver mai litigato a causa di parenti che si sono sostituiti a voi, perché non vi credevano all’altezza di aiutare il/la vostra compagna? Fastidioso, vero?
Dal 6 dicembre arriverà direttamente da oltre confine il film “Troppo Amici”, una commedia partorita dalle menti dei due registi di “Quasi Amici”, Eric Toledano e Olivier Nakache, che questa volta ci porta a casa Alain e Nathalie, trentenni sposati con due figli più o meno esagitati, con qualche problema da risolvere, primo tra tutti il morboso attaccamento di Nathalie al fratello Jean-Pierre, avvocato, spostato, bizzarro. Ma la bizzarria non è peculiarità esclusiva della famiglia di lui, il papà di Alain è un arzillo ex-parrucchiere che corre dietro alle ragazze con i compagni di merende, tutti rigorosamente imparruccati, ehm…
Intuibile, quindi, che mettere le due coppie nella medesima stanza, inizialmente apparirà davvero come una cattiveria: il confronto è impari essendo una l’opposto dell’altra, affiatati i primi, in crisi i secondi; tanto è una figlia modello e di talento quella di Jean-Pierre, quanto è in grado di far saltare il sistema nervoso ad un santo il primogenito di Alain; tanto è colto, in carriera e facoltoso Jean-Pierre, tanto è afflitto da una incurabile sindrome di Peter Pan Alain, che non riesce a capitolare e passare da uno stato di irresponsabile precarietà a quello di impiegato in grado di contribuire al fabbisogno famigliare. Ma si sa, ciò che inizialmente appariva solido e perfetto, all’improvviso crollerà, mentre ciò che era un puzzle mescolato, vedrà tornare tutte le tessere al loro posto, anche se con grandi sforzi.
Una pellicola che amplifica le follie presenti in un po’ tutte le famiglie, che ci fa ridere delle comuni sfortune di noi trentenni sgangherati (facendoci sentire normali), e che rende grottesche scene non del tutto impossibili (rendendo credibili ai nostri occhi alcuni aneddoti familiari sentiti in passato). Il risultato è una commedia, un pizzico romantica e un po’ triste, ma di sicuro divertimento per tutti, tipica del cinema transalpino. Con un ritmo incalzante, carica di personaggi e di comprimari che ci regalano preziose perle, che alcune volte si traducono in risate mentre altre in emozioni, quest’opera riesce ad essere sagace ed al contempo spensierata.
Con dei protagonisti maschili che hanno tutto il nostro sostegno e donne tutte a loro modo fragili e rompiscatole che ci faranno sorridere e vergognare, perché in fondo tutte ogni tanto diventiamo così, l’immedesimazione è assicurata e la serata in coppia di sicuro successo. Anche questa volta, per noi, l’esame è stato superato
Da masedomani.com

Ricordate Quasi amici? Per evitarci la fatica di tenere a mente i nomi dei due registi francesi e dell’attore principale (che sono ben tre e in una lingua ostica) così da confrontarli con quelli diTellement proches e scoprire che sono gli stessi, i nostri amici della Moviemax hanno deciso di tradurre il titolo originale “Così vicino” in Troppo amici. Così capiamo tutti.
Un dettaglio da nulla: nel processo di feroce adattamento sembra che questo film sia il seguito dell’altro, in realtà è quello precedente, di almeno due anni, mai uscito da noi ma evidentemente giacente nella libreria Moviemax.
La storia è stavolta corale, ci sono molti personaggi, molti dei quali parenti. Le famiglie principali sono due, unite da un matrimonio. Una è formata da un fratello e due sorelle attaccatissimi (i “così vicini” del titolo), l’altra è formata da un padre eterno ragazzino e un figlio bambino comicamente irrequieto ai massimi livelli (anch’essi a modo loro “così vicini” ma si scopre alla fine). Di personaggi “troppo amici” non se ne vedono.
La sorpresa è che questo titolo precedente è nettamente migliore di Quasi amici!
Privo com’è del buonismo, dell’etica scaldacuore e del politicamente corretto del film milionario questo non poteva assolutamente segnare il successo di Toledano e Nakache come ha fatto la storia del ricco paraplegico e del vitale poveraccio, tuttavia è dotato della rara capacità di creare uno spazio irreale di comicità pura, un universo coerente in cui ogni elemento della messa in scena, grazie all’accumulo, scatena una nuova risata.
Toledano e Nakache sanno gestire i molti personaggi, li calibrano, li introducono dosandoli con ordine, soprattutto fanno in modo che non si rubino mai la scena a vicenda. Sono il padre e il figlio i veri protagonisti, e non è possibile dimenticarlo neanche quando gli eventi portano gli uni a risiedere nelle case degli altri, mescolando le coppie e gli abbinamenti in un crescendo comico che coinvolge pakistani ed ebrei apparentemente estranei alla trama.
Disegnando un’umanità iperbolica nel suo inseguire le pulsioni elementari (divertimento, denaro, successo, sesso) Troppo amici riesce a dire qualcosa di più sincero di quel che non si creda, di più onesto e credibile di Quasi amici e soprattutto di più simile a quel linguaggio che utilizza il cinema, quello dell’esagerazione propria della lente puntata su una piccola realtà, in modo da ingrandirla così tanto che risulti comprensibile a tutti.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

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