THE SESSIONS


Berkeley, California, anni ’80. Il giornalista Mark O’Brien è costretto a vivere in un polmone d’acciaio, paralizzato dalla poliomielite. Quando il suo corpo inizia a trasmettergli desideri sessuali sempre più espliciti, l’uomo decide di ricorrere a una terapista specializzata, Cheryl Cohen Greene. Nelle sei sessioni con la donna Mark scoprirà la gioia del sesso e la scoperta del proprio corpo. Ma quando anche i sentimenti entrano in gioco, oltre alla mera questione fisica, la faccenda si complica per tutti. Ad ascoltare la confessione del protagonista c’è poi padre Brendan, prete diviso tra la propria religione e la comprensione delle effettive necessità del suo parrocchiano.
Alla base di tutto c’è il documentario Breathing Lessons: The Life and Work of Mark O’Brien di Jessica Yu, che nel 1996 si aggiudicò addirittura l’Oscar. Ben Lewin, regista anch’egli affetto da poliomielite, dopo aver scoperto la storia del giornalista poi deceduto a 49 anni, ha deciso di realizzarne un film. La produzione non poteva che essere indipendente, e di questo tipo di cinema possiede tutti gli stilemi immaginabili: regia pulita e vicina ai caratteri, scrittura precisa sulla definizione delle psicologie e delle situazioni, messa in scena “povera”. Insomma, da The Sessions non ci si può aspettare nulla di originale o ancor più innovativo, quindi si deve giustamente apprezzarne l’efficacia e la sensibilità con cui mette insieme tutte queste componenti. Tutta l’impalcatura, con le sue raffinatezze ma anche con la sua punta di retorica buonista, è messa al servizio delle interpretazioni dei tre protagonisti. Spalla sobria e simpatica è un William H. Macy che a ben guardare aveva il ruolo più difficile, quello che rischiava di andare troppo sora le righe. L’attore invece lo mantiene sempre simpatico ma mai caricaturale, riuscendo a delineare un uomo di Dio umanissimo e convincente. Un degno applauso va anche a Helen Hunt, bellezza non scontata che adopera il suo corpo in maniera elegante e coraggiosa. Con la sua fisicità matura regala al personaggio di Cheryl freschezza e la giusta dose di distacco. Padrone assoluto della scena è però un grande, ironico, perfetto John Hawkes, incredibilmente efficace nel comunicare soltanto attraverso uno sguardo o l’intonazione della voce sforzata che O’Brien aveva. Siamo davvero di fronte a uno dei più grandi interpreti della sua generazione, capace di cambiare radicalmente di film in film e mantenere intatta la sua forza propositiva. È Hawkes il cuore pulsante e poetico di The Sessions, e per lui più che per ogni altro motivo questo film merita di essere visto e apprezzato.
Di Adriano Ercolani , da mymovies.it

Lo confessiamo da subito: siamo sempre leggermente prevenuti nei confronti dei film tratti da storie vere, specialmente quando i protagonisti sono persone afflitte da disabilità tanto gravi da rendere quasi impossibile, per noi fortunati, la capacità di immaginarle. Sono storie che si prestano al ricatto morale e alla retorica e chiedono allo spettatore un coinvolgimento estremo, ma che al tempo stesso, data la componente di finzione dello spettacolo cinematografico, lo distanziano: in fondo sappiamo che quelli sullo schermo sono solo attori, bravissimi e credibili, ma che – per quante ricerche possano fare per il ruolo – indossano il personaggio come qualsiasi altro, e possono spogliarsene una volta terminato il film.
Nel caso di The Sessions, però, questo pericolo è scongiurato: la storia raccontata è vera, il protagonista,Mark O’Brien, è scomparso nel 1999 ma ha lasciato resoconti scritti e un documentario breve sulla sua vicenda premiato con l’Oscar mel 1997, nonché le testimonianze di chi l’ha conosciuto e amato, inclusa l’autobiografia della sua partner surrogata Cheryl Cohen-Greene. Il regista Ben Lewin, che ha scritto la sceneggiatura ispirato da un articolo pubblicato sul Sun dallo stesso O’Brien, è stato anch’esso vittima della poliomelite che lo costringe oggi a camminare con le stampelle. Certo sembra niente, rispetto alla malattia che ha paralizzato dal collo in giù il giornalista e poeta, che per 49 anni ha vissuto e lavorato grazie all’ausilio di un polmone d’acciaia. Ma sicuramente l’esperienza della disabilità ha dato a Lewin la giusta sensibilità per affrontare l’argomento.
La Berkeley del 1988 ci appare un luogo liberale e ben organizzato: a un italiano può sembrare incredibile la naturalezza con cui le persone che orbitano intorno a Mark, compreso il sacerdote cattolico, siano aperte e disponibili al discorso della sessualità come diritto di ogni essere umano e si dimostrino d’accordo sul suo uso di un sex surrogate, quando da noi di certe cose si parla solo sottovoce.
Ma non c’è davvero niente di inventato in questa storia, e se il film, da un punto di vista cinematografico, non è un capolavoro, ne apprezziamo il messaggio, il senso dell’umorismo e soprattutto le interpretazioni dei due protagonisti. Helen Hunt dimostra il coraggio – rarissimo in un’attrice hollywoodiana alle soglie dei cinquant’anni – di mostrare il suo corpo senza trucchi e senza orpelli e John Hawkes è assolutamente irriconoscibile, splendido e vulnerabile in un ruolo in cui, di pari passo con l’abbandono e la deformazione del corpo, cresce l’espressività del volto e dello sguardo. L’Academy stavolta ha preferito candidare all’Oscar Helen Hunt. Può essere un suggerimento rivolto a Hollywod, perché prenda spunto dal cinema indipendente e offra ruoli diversi e più realistici alle molte – e bravissime – attrici americane over 40.
Di Daniela Catelli , da comingsoon.it

Un giorno ci spiegheranno perché all’Oscar è candidata la pur bravissima Helen Hunt e non John Hawkes, che per tutto il film ti strappa risate e lacrime con la ruvida ironia di chi ha subito un grave torto dalla vita, ma non le vuole dare la soddisfazione di soccombere. Lei è una terapista sessuale per invalidi gravi e in questo suo lavoro è straor- dinariamente sensuale perché, naturalmente, non rifiuta un corpo difficile, quello di Mark, e neanche il suo, splendidamente invecchiato. E in quella carnalità così vera si dipana un sentimento fatto di dolore fisico e compressione emotiva, si apre un mondo, quello di un giornalista che vive in un polmone d’acciaio e che lo perfora con il carisma e la simpatia, perché la corazza di paure che ha addosso è ancora più resistente.
Ma la sua fortuna è avere donne speciali attorno a sé, che lo amano, in modi diversi, e lo fanno vivere. Lewin, regista poliomelitico (sia pur colpito con meno violenza rispetto all’editorialista californiano realmente esistito), entra nella poetica classica del cinema dell’handicap senza aver paura dell’emotività e della retorica che (ri)conosce della forza di chi sa volare anche se il proprio involucro è una zavorra. E allora la regia va col pilota automatico, secondo le coordinate offerte da attori e sceneggiatura, e tanto basta. E già che ci siamo, al- l’Academy segnaliamo che si sono scordati pure il prete William H. Macy. Così vicino a Dio da potergli disobbedire.
Di Boris Sollazzo, da filmtv.it

THE SESSIONS è un film perfetto come film sull’handicap, perché coniuga il documento educativo per tutti, con una narrazione diretta, priva di orpelli sentimentalistici e pietistici,  della storia vera di un poeta che dall’età di 6 anni per una grave forma di poliomielite ha vissuto in un polmone d’acciaio, potendo fruire solo di una parziale mobilità della testa. Mark O’  Brien, poeta e scrittore  si racconta con la voce di chi respira grazie ad una ventilazione artificiale, tra il sommesso, il dolce e il pungenta. Egli è giustamente arrabbiato perché, di grande intelligenza e cultura com’è ( si è perfino diplomato al college) deve vedere la vita da orizzontale, dipendere da tante persone e avere paura del suo corpo che non conosce, anche perché la sua attività muscolare è scarsa e inefficiente  e non gli permette di toccare o di toccarsi. Proprio per questi stessi motivi e per una fede religiosa che in lui si esprime nel più armonioso e positivo dei modi, non si compiange ma ironizza su se stesso, talora è timido e altre volte sfacciato come chi pensa molto e profondamente giungendo a conclusioni straordinarie di rispetto della vita, delle esperienze che essa offre e che lui, anche se ne conosce una parte molto teorica, vuole e decide di assaporare nel breve tempo che gli resta. Così quello che non è male, e nello stesso tempo è un diritto provare, è perdere la sua verginità, fare sesso, perché l’amore platonico più meno brevemente ricambiato lo conosce bene, ma vuole  fortemente sentirsi, nelle sue condizioni di fisicità estremamente limitate, un uomo a tutti gli effetti. Non c’è  da stupirsi più di tanto,  perchè sono aspirazioni che chi a 38 anni sa di essere vicino alla morte, ha sensibilità, dignità e rispetto di se stesso e della vita, arriva quasi inevitabilmente a provare. Certo la mentalità, l’educazione e la normalità routinaria con cui è trattato l’handicap non sono uguali in tutti i paesi e culture, ma qui siamo in America, che in questo campo è all’avanguardia e dove ormai le difficoltà pratiche, una volta quasi insormontabili sono appianate, e festoso e positivo è l’approccio di chi aiuta, per professione, queste persone. Così, dopo aver parlato con padre Brendan ( William H. Macy ), un prete arrivato da poco nella sua diocesi, che conosce la vita con sana consapevolezza, non si scandalizza di nulla e usa le parole francamente e lo approva, eliminando  eventuali sensi di colpa e confermando che la faccenda è un suo diritto, decide di affidarsi ad una referenziata terapista sessuale. La troverà in Cheryl ( Helen Hunt ),che con una professionalità che include il metterlo a suo agio, prendere appunti e aspettarsi che avverrà un transfert amoroso del paziente, misto ad affezione e poesia,  toccandola dentro al punto da farle concludere il bel rapporto, subito dopo le sedute necessarie a raggiungere  l’obiettivo, realizzando l’esperienza del conoscere meglio il proprio corpo e quello della donna e di congiungersi a lei normalmente,anche  se sotto la sua la guida.
Mark, poi ,troverà anche un amore vero e completo  con cui condividere gli ultimi anni e se ne andrà a 49, lasciando  ricordi straordinari d’amore, di sensibilità e di forza. Si fatica a vedere  nel protagonista  John Hawkes una persona senza problemi di handicap, tanto egli ha studiato atteggiamenti, rattrappimento degli arti  e curvatura del corpo riproducendoli su di sé con alcuni espedienti, oltre i normali gesti dello scrivere con la bocca tenendo una specie di matita con cui battere i tasti della macchina da scrivere o bere con la cannuccia. Così mentre egli  parla della sua storia, ricavata da una profonda e lunga documentazione del regista Ben Lewin   che ha letto i  saggi e le interviste di Mark ( fondamentale nel 1990 la sua esperienza narrata nell’articolo On Seeing a Sex Surrogate), si vive la sua esistenza incantati e incuriositi  della sua stessa enorme curiosità che ne ha retto la  vita rendendola più felice di quanto poteva essere altrimenti insopportabile. Gli attori sono tutti eccezionali, come il regista che è anche autore della sceneggiatura consapevole e delicata, aderente ad una realtà dove l’emozione, la paura e poi la soddisfazione di averla vinta fanno la differenza. The SESSIONS è uno di quei film speciali per misura, emozioni e tipo di contenuti, che andrebbe visto per quanto regala e sa anche divertire, oltre che per la perfezione dell’esecuzione, specie delle riprese da vari punti aggiustate secondo la posizione di Mark, le musiche, i pochi esterni  di cui approfittare con gioia nelle ore di franchigia dal polmone d’acciaio.
Da filmtv.it

Sono molte le pellicole che affrontano un tema delicato come quello della sessualità dei disabili. Tra queste pochissime riescono a farlo con la naturalezza e la vivacità di The Sessions – Gli appuntamenti, solare biopic ispirato alla vita del poeta e giornalista Mark O’Brien. In seguito a una poliomelite contratta durante l’infanzia, O’Brien fu costretto a trascorrere gran parte della sua esistenza dentro un polmone d’acciaio. Ciò non gli impedì di laurearsi a Berkeley in giornalismo, fondare una piccola casa editrice (la Lemonade Factory), scorrazzare su e giù per le strade della cittadina californiana che lo ospitava in barella, accompagnato dalle sue assistenti, e amare. Il film affronta, però, un momento particolare della vita di Marc O’Brien, quello in cui lo scrittore, giunto all’età di 38 anni e intimorito dall’idea di morire vergine, decide di rivolgersi a una terapista sessuale, un ‘surrogato’ di fidanzata che gli permetta di scoprire le gioie del sesso. La cronaca di questi sei incontri con la terapista Cheryl Cohen Greene viene ricostruita con accuratezza da Ben Lewin, regista e autore dell’efficace sceneggiatura, a sua volta sopravvissuto alla polio e in profonda sintonia con la materia narrata. 
Lewin non nasconde niente. Negli incontri sessuali tra O’Brien e Cheryl non c’è spazio per sottintesi. Il film mostra apertamente l’imbarazzo, la difficoltà fisica e psicologica delle prime volte, l’ostacolo della malattia e della disabilità, soffermandosi su dettagli intimi e facendo uso di un linguaggio esplicito, senza falsi pudori. Con una materia così delicata, il rischio di cadere nella volgarità o nel pietismo è sempre in agguato, ma il regista riesce a descrivere l’iniziazione sessuale del suo protagonista nel mondo più semplice e naturale. Quello humor disincantato, ma mai cinico, tipico della scrittura di O’Brien, viene profuso a piene mani nella sceneggiatura dando vita a momenti realmente esilaranti, come i divertenti monologhi interiori di Mark, i confronti tra il malato e le sue infermiere e i colloqui con il suo confessore Padre Brendan (un irresistibile William H. Macy), e ad altri commoventi. 
Un film così tenero, toccante e profondamente umano non potrebbe esistere senza i suoi straordinari interpreti. Dopo la nomination all’Oscar per Un gelido inverno, John Hawkes ci sorprende ancora una volta rinunciando all’uso del corpo per interpretare un personaggio fragile e sofferente come Marc O’Brien. Privato della mobilità, Hawkes si produce in una perfomance da Oscar utilizzando gli unici strumenti a sua disposizione: il volto, lo sguardo e la voce. E’ raro, per un ruolo così virtuosistico, assistere a un’interpretazione così disarmante e ricca di calore, al servizio del film e non del narcisismo personale dell’interprete. Non è da meno Helen Hunt che si spoglia, (nel senso letterale del termine) di ogni pregiudizio dimostrando un coraggio da leone nell’adesione al personaggio di Cheryl. A quasi cinquant’anni la bionda attrice è pronta a mettersi in gioco nei panni di una donna perfettamente a proprio agio con il proprio corpo tanto da aver trasformato l’atto sessuale in professione, senza scomporsi più di tanto quando le viene chiesto di spiegare la differenza tra la sua attività e quella di una prostituta. Essenziale anche la presenza di William Macy, padre spirituale capellone protagonista di divertenti siparietti che, dopo lo sbigottimento iniziale, appoggia la scelta di O’Brien di andare alla scoperta del sesso. Sua è la chiosa “Ho la sensazione che Dio ti stia dando il via libera per questa storia del sesso. Datti da fare!”.
Di Valentina D’Amico, da movieplayer.it

Quando un film inizia dicendoti che quella che seguirà è la storia di un uomo completamente immobilizzato dal collo in giù, uno che gira per la città sempre e solo sulla sua barella e che ogni tot di secondi deve respirare da un apposito macchinario, tutto ciò che puoi aspettarti è che ci sarà da piangere.
Ed effettivamente è così che accade per The Sessions, ma per fortuna le lacrime di commozione finali non sono tutto e, soprattutto, non sono ricattatorie come purtroppo capita spesso quando ci sono protagonisti affetti da qualche tipo di disabilità. Ci si affeziona davvero alla storia (vera) di Mark O’Brien, giornalista e scrittore costretto a vivere buona parte della giornata in una sorta di incubatore che ad un certo punto della propria vita si rende conto che l’essere ancora vergine è un peso insopportabile con cui convivere. Del resto se la poliomelite lo ha reso incapace di muoversi indipendentemente, non per questo ha reso insensibili i suoi muscoli ad altri tipi di sollecitazioni. E così, dopo aver consultato un prete (nel film interpretato da uno straordinario William H. Macy) , Mark decide di rivolgersi ad una terapista del sesso specializzata nei rapporti con disabili. Inizia così il ciclo di sei sessioni che lo dovrebbero portare ad avere un rapporto sessuale normale con una donna. I loro incontri dovrebbero essere solo un discorso fisico-terapeutico, ma ben presto si trasformano in qualcosa di più…
Il regista di The Session è Ben Lewin. E’ un uomo di sessantasei anni con un po’ di pancia, senza capelli e con un sorriso dolcissimo. Cammina aiutandosi con un bastone e la ragione è che anche lui è stato affetto in passato dalla poliomelite. Non nella forma grave di Mark O’Brien, ma abbastanza da capirlo ed entrare in contatto con la sua storia più di tanti altri registi. E’ lui che ha scritto la sceneggiatura di The Sessions basandosi su degli articoli scritti dallo stesso giornalista e facendo varie ricerche personali. Essendo stato prima di tutto una vittima della polio, Lewin non si fa problemi ad essere un politically uncorrect e si prende una serie di libertà davvero godibili, sia in termini di dialoghi che di situazioni.
The Sessions (che ha vinto il Sundance e che è stato presentato al Festival di San Sebastian dove, per l’appunto, abbiamo incontrato Lewin) è un piccolo gioiello di cinema, ricco di battute e di positive riflessioni sulla vita e le sue gioie, uno di quei film che ti fanno uscire dal cinema con la voglia di godersi ogni più piccolo attimo della propria esistenza. John Hawkes nella parte di Mark ed Helen Hunt (che, quasi cinquantenne, non si fa problemi ad apparire integralmente nuda, e anzi è molto affascinante come al solito) sfoderano due straordinarie interpretazioni che sicuramente saranno prese in considerazione ai prossimi Oscar.
Dopo Quasi Amici, un altro film ci parla di come si possano raccontare storie apparentemente tristi con il sorriso sulle labbra. Difficile parlare di un nuovo trend, per ora accontentiamoci di parlare in termini di “bei film”. Basta e avanza.
Di Andrea D’Addio, da badtaste.it

Scritto e diretto da Ben Levin, “The sessions” è un film indipendente basato sulla storia, vera, di Mark O’Brien: malato di poliomelite fin dall’età di 6 anni, si laurea e diventa giornalista, si realizza nonostante soffra di una patologia che gli blocca quasi tutto il corpo e lo costringe a vivere dentro il “polmone d’acciaio”. Mark (John Hawkes) può uscire solo qualche ora al giorno e per farlo deve essere accompagnato da un’assistente. Ha bisogno anche di una compagna, di una donna che gli voglia bene e che faccia l’amore con lui.
Levin sceglie di trattare un tema che nel dibattito pubblico, soprattutto italiano, è affrontato pochissimo: il rapporto tra disabilità e sessualità. Mark è un cristiano cattolico osservante e questo lo blocca forse più della sua malattia, ma troverà padre Brendan (William H. Macy), un confessore sufficientemente moderno per assolverlo e non farlo sentire troppo in colpa. Il protagonista deve però riacquistare la proprietà del suo corpo e per questo assumerà una terapista sessuale che, in sei sedute, gli insegnerà a vivere bene la sua sessualità, che è per altro un suo diritto come lo è per le persone “normali”.
Un po’ alla maniera di “Quasi amici” (e di tanti altri film che raccontano la storia di un disabile), anche “The sessions” è una commedia: il tema è davvero molto particolare e si presta bene a gag e situazioni divertenti; la sceneggiatura però è un po’ debole e, nonostante ci siano alcune battute esilaranti, nel complesso la scrittura non appare particolarmente brillante. Dal punto di vista tecnico, nulla da dire; la regia è pulita e lineare, forse troppo: Levin non riempie la sua storia di creatività, lascia che si racconti da sola e il risultato non è impressionante, né memorabile.
Un momento suggestivo però c’è, e un segno nel nostro cuore lo lascia ben definito: Mark corre sulla spiaggia con sua sorella; sono entrambi bambini e lui non ha ancora contratto la poliomelite. I ricordi sono evocati alla fine di una delle sedute, durante le quali il protagonista si innamora di Cheryl (Helen Hunt), la terapista.
In questo film non c’è ovviamente solo la sessualità, ma c’è anche l’amore: Mark si relaziona con diverse donne nel corso della storia – tra l’altro con una punta di maschilismo che in alcuni tratti del film si fa davvero sgradevole – e prenderà il meglio da ognuna di loro.
“The sessions” è un film forse poco riuscito dal punto di vista visivo e della realizzazione, ma ha indubbiamente il merito di aver portato all’attenzione del pubblico di tutto il mondo un tema poco affrontato e, di conseguenza, poco percepito: l’autore ci ricorda che ogni essere umano ha diritto a vivere la propria sessualità nel migliore dei modi e le barriere fisiche (o psichiche, anche se non è questo il caso) non devono interferire con questa esperienza. Sotto questo punto di vista, siamo tutti uguali.
La frase:
– “Cosa pensi della penetrazione?”
– “Sopravvalutata ma necessaria”.
Di Fabiola Fortuna , da filmup.leonardo.it

Finito il lungo periodo di premi e celebrazioni, torniamo a occuparci dei film in quanto tali, dedicando qualche parola a una pellicola presentata in anteprima italiana a novembre al Torino Film Festival, e da un paio di settimane approdata nelle sale: The Sessions, di Ben Lewin.
Protagonista della vicenda è Mark O’Brien, giornalista e poeta, immobilizzato e costretto a trascorrere gran parte del suo tempo in un polmone d’acciaio, a causa di una poliomielite contratta in età giovanile. 
Desideroso di approfondire la sua (non) conoscenza del sesso, voglioso di perdere la verginità e conoscere meglio il suo corpo, Mark si affida a Cheryl, una terapista specializzata, disposta ad accompagnarlo in questo ostico percorso. Durante le sedute i due si conoscono, si toccano, si esplorano, superano le iniziali diffidenze e compiono graduali miglioramenti, sino a giungere al sospirato atto penetrativo. Nel frattempo, Mark confida i suoi progressi al parroco locale, imbarazzato per l’argomento ma deciso a fornire l’aiuto spirituale richiesto.
La storia si basa sulla reale vicenda del protagonista, deceduto a 49 anni è già oggetto di un documentario premiato con l’Oscar nel 1996. Il cinema americano, si sa, è con costanza avvezzo a esplorare i sentieri dell’handicap, raccontando dolenti drammi talvolta capaci di scavare nell’anima negli spettatori con sincerità ed efficacia (A Beautiful Mind, Mr. Grape), in altri casi invece incapaci di evitare le sabbie mobili del qualunquismo e della fiacca retorica (Mi chiamo Sam). 
Il film di Lewin, anche lui malato di poliomielite, riesce a scansare il pericolo, perlomeno in parte: interessante risulta infatti la prima metà dell’opera, incentrata sul mosaico di scoperta grazie al quale Mark combatte ataviche paure e apre le ali di un mondo fino a quel momento in pratica sconosciuto; dal momento in cui i due protagonisti instaurano una complicità che scavalca il rapporto dottore/paziente per incrociare le vie del sentimento, la sceneggiatura invece si appiattisce, accarezzando lidi rassicuranti e non privi di un certo buonismo.
Con mezzi limitati e una messinscena silenziosa, priva di fronzoli, The Sessions ottiene comunque un risultato onesto, discreto, anche (e soprattutto) grazie ai suoi ispirati attori, a partire da John Hawkes, iconico trasformista ormai in prima linea nel miglior cinema americano indipendente; un’ennesima conferma, dopo le ottime prove già fornite in Winter’s Bone eMartha Marcy May Marlene. Accanto a lui Helen Hunt, che affronta il ruolo con la giusta sensibilità, e da ammirare per il coraggio di mostrarsi nuda all’alba dei cinquanta; una donna per la quale pare che il tempo si sia fermato, più bella adesso rispetto a vent’anni fa (un po’ come la splendida Marisa Tomei).
Terzo incomodo, si fa per dire, William H. Macy, attore versatile e mai abbastanza celebrato (indimenticabile ad esempio in Edmond di Stuart Gordon), qui alle prese con un’inedita veste sacerdotale, e capace di donare al suo personaggio un’anima bizzarra ma umanissima, ironica ma equilibrata, senza la benché minima ombra caricaturale.
Di Alessio Gradogna , da cinemystic.blogspot.it

Ben Lewin è un regista polacco cresciuto in Australia. Ha cominciato a lavorare come avvocato penalista, poi gli si è profilata un’occasione: una borsa di studio per la National Film School in Inghilterra, che non si lascia sfuggire. Il suo primo film per il cinema, Georgia con Judy Davis, ha dato inizio alla sua carriera su grande schermo. Passato un po’ in sordina sulla grande scena internazionale della macchina cinematografica, questo potrebbe essere l’anno della sua consacrazione: il suo film The Sessions, con John Hawkes in gran forma e una splendida Helen Hunt, si è preso l’intero 2012 per girare il globo in lungo e in largo attraverso i festival, debuttando alSundance e chiudendo a Torino (veniva presentato come “THE FESTIVAL HIT OF THE YEAR!”). In Italia uscirà il prossimo 14 febbraio, tre mesi dopo l’uscita americana.
Il film racconta la storia vera diMark O’Brien (John Hawkes), costretto a vivere in un polmone d’acciaio da quando ha contratto la poliomelite all’età di sei anni. Il lungometraggio si apre con filmati di cronaca che seguono O’Brien mentre, sulla barella con “polmone portatile”, si reca autonomamente all’università. A trentotto anni, Mark è un giornalista affermato, molto intelligente e dotato di un humour sagace e di una gran voglia di amare. E’ desideroso di avere un rapporto sessuale e, dopo che la sua assistente Amanda (un’affascinante Annika Marks, ve la ricorderete perMona Lisa smile) rifiuta il suo amore, è determinato più che mai a riuscire nel suo intento di perdere la verginità. Con l’aiuto della sua nuova assistente Vera (un personaggio da amare, interpretato daMoon Bloodgood, già interprete in Terminator Salvation e Path Finder) e di Padre Brendan (un atipico prete con cui stringe un’intensa amicizia, qua recitato egregiamente da William H. Macy), Mark riesce a mettersi in contatto con un’assistente sessuale talentuosa e senza barriere, la bella Cheryl (Helen Hunt). Cominciano i primi incontri (la regola è che non possono essere più di cinque), le “sessions” del titolo per l’appunto, vero fulcro del film e capaci di appassionare lo spettatore, toccando le vibranti corde dei sentimenti e dei punti cardinali dell’esistenza umana.
Il film s’inscrive in una tradizione di film anglofoni che, da Mi chiamo Sam a Il discorso del Re, e sfiorando una tradizione francese di grande impatto degli ultimi anni, da Lo Scafandro e la Farfalla aQuasi amici – Intouchables, dimostra una grande delicatezza nei confronti dell’emozione umana all’interno della diversità, della difficoltà fisica e psicofisica, senza mai scadere nel buonismo e nel facile sentimentalismo retorico. The Sessions è tutto questo e anche di più: è materia reale, tratto da eventi accaduti, e narrato dall’occhio e dalla sensibilità di un regista come Ben Lewin, a sua volta affetto da una indisposizione fisica che lo costringe sulle stampelle o su sedia a rotella. Attraverso quest’affinità, che batte nel film come il cuore di un organismo, si stringe un legame a doppio filo tra O’Brien e Lewin, tra due persone e le loro difficoltà ma anche la loro forza, e tra il regista e il suo film. Di particolare efficacia, nel film in analisi, una trama incentrata sugli incontri con la terapista sessuale Cheryl, capaci di smorzare la tensione drammatica e anzi di inserire un soffio di leggerezza e piacevolezza, di squisito humour condito dalla bellezza delle emozioni umane nella loro semplicità e dalle sferzanti ma puntuali osservazioni ironiche e sagaci di Mark. Gli incontri diventano occasione per esplorare una condizione diversa, difficile, ma capace di trovare la sua strada. Una strada diversa, ma a sua volta felice. Così l’ultima creatura di Lewin è un film che non avanza pretese elevate, ma vola medio, mascherando l’intreccio drammatico con un velo commediale, portando il fulcro del film a simbolo e discorso più universale, sotteso bene o male alle vita di tutti.
Incetta di premi, da San Sebastian a Philadelphia, da Hollywood a Sundance, il film di Lewin è in corsa anche per gli Screen Actors’ Guild Awards, gli Independent e i Golden Globe, tutti per le interpretazioni di Hawkes e Hunt. Forse il film ha avuto un percorso troppo indipendente e “sotterraneo” per potersi inserire nella giungla che porta agli Academy Awards, ma non gli manca nulla dei titoli recenti che hanno impegnato la tanto ambita statuetta. Un film da vedere, assolutamente, per ogni pubblico.
Di Luca Chiappini, da everyeye.it

Chi è Mark O’Brien? In Italia forse in pochi lo conosceranno, eppure Mark O’Brien è stato un poeta e giornalista americano, famosissimo in patria tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. A raccontarci la sua storia ci pensa il regista Ben Lewin, con un film, dal titolo The Sessions, presentato nella sezione Festa Mobile al Torino Film Festival.
Mark O’Brien non è solo un poeta e giornalista, ma è anche un uomo che a causa della poliomelite, malattia che lo ha colpito nell’infanzia, passa tutta la vita disteso su di un letto, con un polmone d’acciaio che gli permette di vivere e la possibilità di poter muovere solo la testa e parlare. Eppure ciò che The Sessions ci racconta altro non è il desiderio, che l’uomo ha giunto all’età di 38 anni: perdere finalmente la sua verginità.
La pellicola prende spunto infatti da un articolo di giornale scritto da O’Brien stesso dal titolo On Seeing a Sex Surrogate, in cui il poeta racconta la sua esperienza proprio con una donna surrogato, che nella vita aiuta proprio le persone a risolvere i propri problemi sessuali, non solo parlando, come farebbe un semplice sessuologo, ma anche praticando sesso a tutti gli effetti con i clienti. Ecco quindi entrare nel vivo della storia, Ben Lewin ci fa scoprire un modo diverso di concepire la nostra realtà, facendoci riflettere su quanto siamo fortunati ad avere una vita normale. La storia però non ha uno stile solo drammatico, nonostante il protagonista sia un diversamente abile che non ha la possibilità di fare le cose più semplici senza l’aiuto di qualcuno, ma, come succede spesso in film del genere (vedi Lo Scafandro e la Farfalla), il tono è spesso ironico e divertito, quasi un’ode alla gioia di vivere, nonostante sia un’esistenza “misera”.
In The Sessions ci sono tanti temi: ovviamente c’è il sesso e tutti i risvolti che esso comporta a livello di coppia, con i personaggi che raccontano al protagonista quella che tutti considerano la normalità; ma c’è anche tanta spiritualità e tante discussioni religiose, proprio intorno all’opportunità o meno di fare sesso con quella che non è che una prostituta, nonostante svolga un ruolo più nobile (del resto il migliore amico di O’Brien è il suo prete e confessore); e c’è soprattutto il tema universale dell’amore, a cui tutti gli esseri umani aspirano. Una pellicola che fa riflettere e che, una volta usciti dalla sala, lascia l’amaro in bocca, sia perché si crea subito una certa empatia con tutti i personaggi, sia perché alla fine si può imparare qualche cosa da un uomo che ha vissuto appieno ogni istante della sua vita, nonostante fosse bloccato su di un letto.
John Hawkes, che interpreta Mark O’Brien, e Helen Hunt, nel ruolo della donna surrogato, sono straordinari e regalano al pubblico una prova di recitazione ad livelli altissimi. Un film gradevole.  
Di Davide Monastra, da filmforlife.org

Di vero, questo meraviglioso film, ha tanto. Infatti, The Sessions è la vera storia del poeta e giornalista Mark O’Brien che, all’improbabile età di 38 anni, decide di perdere la sua verginità, in circostanze piuttosto complicate. Colpito dalla poliomelite da bambino, O’Brien trascorre gran parte del suo tempo in un polmone d’acciaio, a parte una manciata di ore a settimana. E’ difficile immaginare che possa condurre una normale vita sentimentale, ma Mark non vuole rinunciare. Con determinazione e tenacia pazzesca, l’uomo cerca nella tristissima vita quel briciolo di umorismo, che più possa essere vicino all’ottimismo e persino la fede. Nonostante tutto, vuole godersi la vita, il più possibile. Decide quindi coraggiosamente di smettere di sognare e, letteralmente, paga, con la vita e con cartamoneta, per l’amore, per riuscire a conoscere e a vivere l’intimità. Sapendo che, a prescindere da tutto, in due è più facile che si possa cambiare. Anche quando si è estranei.
Scritto e diretto dal polacco, Ben Lewin, The sessions è un film che nel nostro paese sfata un altro tabù: il rapporto tra disabilità e sessualità. E a tal proposito, è interessante il fatto che Mark sia un cattolico, quindi bloccato, nella sua ricerca dell’altro, non solo dalla sua malattia. Non sarà un caso se il suo punto di riferimento lo troverà in padre Brendan (l’unica nota stonata del film è l’interpretazione surreale di William H. Macy nelle vesti di un sacerdote), il suo confessore, che a botta di assoluzioni, nonostante il grande peccato che la vita ha riservato a Mark, cerca di non farlo sentire troppo in colpa rispetto alle modalità di vivere la sua sessualità. La parte più interessante del film è il percorso che Mark compie per riacquistare la proprietà del suo corpo, aiutato da una terapista sessuale che, in sei sedute, gli insegnerà a vivere bene la sua sessualità.
Il film a cui immediatamente ci riporta The sessions è senz’altro Quasi amici. Non si tratta di un capolavoro, ma di un film interessante, utile per pensare a ciò cui mai nessuno vuol farci pensare. La regia di Lewin è abbastanza lineare, forse per questo, anche se il film ha una giusta durata, una certa ripetitività, nella parte centrale del film, annoia. Manca nella scrittura di Lewin quella creatività che avrebbe dato una spinta in più al film per essere maggiormente goduto, pur non mancando una serie di battute interessanti (“Cosa pensi della penetrazione?” “Sopravvalutata, ma necessaria”), ma non memorabili. Come anche evidenteè una certa dose di maschilismo, che alcune volte rischia di essere pedante e finanche sgradevole. Splendidi gli interpreti, tra cui il sempre più bravo John Hawkes e la coraggiosa, in questo film soprattutto, Helen Hunt.
 Film da vedere, da discutere, da consigliare, lì dove l’amore è sempre negato a chi non è ‘normale’.
Di giancarlo visitilli, da cinerepublic.filmtv.it

La disabilità è un tema che il cinema ha sempre mostrato qualche difficoltà a raccontare: sono davvero pochi i film che riescono a trattare questo argomento con i giusti toni, e proprio per questo fa molto piacere imbattersi in un’opera ben calibrata e sincera come “The Sessions”.
Colpito dalla storia vera di Mark O’Brien, giornalista poliomelitico che alla fine degli anni ’80 assunse una terapista sessuale per perdere la verginità, il regista Ben Luwin, affetto da una forma più lieve della stessa malattia, ha scelto di scrivere e dirigere un film ispirato alla vicenda. A differenza di quanto possa sembrare, “The Sessions” non è tanto una pellicola sulla disabilità o sul sesso, quanto la storia di un individuo che cerca di superare i limiti imposti sia dalla società in cui vive sia da se stesso: Mark è un giovane uomo che detesta essere guardato dall’alto in basso, in cerca di un rapporto alla pari e di scambio reciproco con il prossimo, che è convinto di non poter ottenere. L’incontro con la terapista Cheryl lo aiuta ad aprirsi nei confronti del mondo, a provare emozioni e sensazioni che credeva impossibili, e soprattutto a riguadagnare una sicurezza interiore che sembrava persa. A sua volta, anche Cheryl viene arricchita dall’esperienza con Mark e impara a guardare il mondo da un punto di vista diverso, non migliore ma semplicemente differente e più ampio.
La sceneggiatura riesce a gestire con semplicità ed onestà il tutto, e pur ricadendo in diverse occasioni in una retorica un po’ troppo evidente, gli elementi drammatici vengono bilanciati a dovere con momenti più leggeri, offrendo lacrime e risate in eguale misura.
Dotato di una regia asciutta e di uno script dalla struttura essenziale, “The Sessions” è allora un film che emerge e resta impresso soprattutto grazie alla straordinaria bravura dei membri del cast. John Hawkes si conferma uno degli interpreti più versatili del momento: l’attore risulta credibilissimo nei panni di Mark, grazie ad un enorme lavoro sia sulla voce che sulla fisicità, e ad un perfetto controllo nel restituire l’umorismo politicamente scorretto e l’incrollabile fede religiosa del personaggio. Allo stesso mondo, Helen Hunt è perfetta nei panni di Cheryl, una donna che tenta con difficoltà di conciliare il suo ruolo di madre e moglie con la sua professione, e si mostra molto a suo agio nelle frequenti scene di nudo, realizzate anch’esse con una delicatezza rara. Straordinario anche William H. Macy nei panni di padre Brendan, prete confessore di Mark inizialmente restìo ad aiutarlo e poi suo più appassionato complice: il personaggio funge da filo conduttore delle vicende, e con i suoi consigli e le sue battute di spirito riassume il messaggio della pellicola.
“The Sessions” è una commedia agrodolce e toccante, un inno ad assaporare la vita in ogni suo aspetto, grazie al calore che i rapporti umani sono in grado di offrirci. Non si tratta certo di un’opera innovativa che verrà ricordata per la sua originalità, ma di un film in grado di comunicare il suo messaggio in maniera diretta e sincera.
Di Luca Buccella, da ecodelcinema.com

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