THE MASTER



Freddie Quell è un soldato uscito dalla Seconda Guerra Mondiale con il sistema nervoso a pezzi. A poco servono le cure che l’esercito gli offre, se non a rendere esplicita un’ossessione per il sesso. A ciò si aggiunge un forte interesse per l’alcol che si traduce in misture che lui stesso si prepara e che offre agli altri con esiti non sempre positivi. Finché un giorno, in modo del tutto casuale, Freddie incontra Lancaster Dodd. Costui ha inventato un metodo di introspezione che sperimenta sul disturbato Marine, il quale sembra trarne giovamento. Da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Anche se il loro viaggio finirà con l’offrire loro esiti assolutamente diversi.
Il film che è stato forse il più atteso alla 69^ Mostra Internazionale del Cinema di Venezia si rivela perfettamente in linea con l’autorialità di un regista che ha sempre cercato di scrutare il lato oscuro della psiche e dei comportamenti umani senza alcuna intenzione di scandalizzare ma con il desiderio di fare molto di più: cercare cioè di comprenderne le ragioni. Potremmo dire che queste si traducono nel suo cinema con un solo termine: solitudine. Soli, profondamente soli erano i protagonisti di Magnolia nel loro tentativo di sfuggire alle piaghe che spesso si erano inferti da soli. Solo era Il petroliere, bruciato dalle fiamme dei pozzi in cui scorre l’oro nero delle coscienze asservite al Dio Denaro. Soli sono Freddie e Lancaster. Il primo alla ricerca di donne di sabbia che plachino la sua sete sessuale ma anche inconsciamente desideroso di incanalare la propria violenza in forme socialmente accettabili. Il secondo, dotato di un potere di fascinazione su uomini e donne bisognosi di ‘credere’ a vite passate e pronti ad immergersi in dinamiche ipnotiche che li facciano sfuggire a un presente difficile da controllare. Il tutto, da una parte e dall’altra, in un dominio in cui la razionalità non possa infiltrarsi; pena il crollo del castello di illusioni.
L’ispirazione a Hubbard, il fondatore di Dianetics, è esplicita ed innegabile ma Paul Thomas Anderson è abilissimo, ancora una volta, nello spiazzare lo spettatore. Chi si aspettava un pamphlet cinematografico sulla capacità di irretire e depredare economicamente gli adepti alla setta, non lasciando loro quasi nessuno spiraglio di fuga, si trova di fronte a tutt’altro. Freddie e Lancaster sono due uomini (perfetta la scelta di Phoenix e Hoffman) che si confrontano mettendo in gioco tutti i loro comportamenti devianti. La differenza tra di loro sta nel modo in cui riescono a gestirli. Alla fine del film si ripensa allo spazio angusto in cui i due si erano incontrati la prima volta mettendolo a confronto con quello in cui finiscono con il ritrovarsi uniti e al contempo divisi più che mai e ci si accorge che in quelle due location si sintetizza il senso di un’opera che sa andare oltre la contingenza della setta miliardaria. L’ultima inquadratura poi riapre il film e chiude l’analisi di una psiche.
Di Giancarlo Zappoli , da mymovies.it

“The Master” era senza dubbio uno dei pezzi forti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Arrivato al Lido praticamente all’ultimo momento e, pur non convincendo a fondo sia la critica che il pubblico, nonostante il generale apprezzamento, è riuscito a vincere il Leone d’argento per la migliore regia e la Coppa Volpi ad ex-aequo per entrambi i protagonisti: Philip Seymour Hoffmann e Joaquin Phoenix rispettivamente nei panni di Lancaster Dodd e Freddie Quell.
Nell’America degli inizi anni cinquanta sono ancora presenti le scorie dell’ultimo conflitto mondiale. Un’America che, pur essendo uscita vincitrice di quel conflitto, reca tracce evidenti di anime martoriate dalla crudeltà bellica. Una di queste anime o per meglio dire di queste “scorie” è Freddie Quell.
Non è il classico reduce di guerra traumatizzato dall’evento. In Freddie è già presente il pregresso di una vita molto difficile, con un padre deceduto e una madre alcolizzata internata in un manicomio. La guerra non ha fatto altro che acuire sensibilmente le già gravi problematiche di questo individuo, che manifesta fin da subito il suo disadattamento durante e nell’imminente chiusura del conflitto. Non riesce assolutamente ad adattarsi alla vita civile e percorre in discesa tutti gli scalini della scala sociale dall’essere un fotografo presso un supermercato, fino a raccoglitore di cavoli presso un latifondo. Non riesce a mantenere a lungo termine nessuno dei lavori che si procaccia a causa di un carattere imprevedibile e iracondo simile ad un animale selvaggio, insensibile a qualsiasi tipo di disciplina e fin troppo portato all’alcolismo tramite degli intrugli potentissimi, che si prepara da solo. Dopo l’ennesima sbronza si rifugia casualmente in un battello dove si sta svolgendo una festa nell’imminente matrimonio della figlia del fondatore di una setta a carattere pseudoreligioso denominata La Causa. Il caso lo fa incontrare con Lancaster Dodd, il suo leader.
Piccola digressione: Scientology. Lo stesso Paul Thomas Anderson nella conferenza stampa al Lido ha glissato abilmente il riferimento alla setta di Ron Hubbard. Infatti “The Master” non è un film su Scientology, ma è ovvio che i riferimenti temporali (gli anni ’50) e le caratteristiche intrinseche sia di Lancaster Dodd e i riferimenti al suo credo sono abbastanza evidenti, ma sicuramente si tratta di un puro artificio strumentale, che consente nell’entrare nei meccanismi che regolano questo tipo di organizzazioni. Essendo poi un film americano, di un regista americano, logicamente implica l’uso di una setta nata e cresciuta in America, che facilita l’identificazione presso il pubblico americano che conosce Scientology, anche perchè alcuni suoi adepti provengono direttamente dal mondo hollywoodiano come John Travolta o Tom Cruise.
Il perno centrale del film è certamente il rapporto che si instaura fra l’irrequieto e balordo Freddie, individuo pressochè prigioniero delle sue pulsioni istintive e Lancaster, il capo della Causa. E’ un rapporto che inizialmente si sviluppa basandosi su due fisionomie che più classiche non si può: il servo e il padrone.
Questi ruoli sono pienamente rispettati specialmente all’inizio. Freddie vede Lancaster come un’ancora di salvezza che possa rimettere in ordine la propria vita, liberarlo da quell’istinto autodistruttivo e rompere l’isolamento nei confronti del resto del mondo ed essere accettato dagli altri. Dall’altra parte Lancaster Dodd vede in Freddie la cavia ideale per mettere in pratica il suo metodo. Nei suoi insegnamenti uno degli elementi fondamentali è quello di portare lo spirito ad un livello superiore di consapevolezza, tramite un graduale allontanamento del corpo dalle proprie pulsioni primarie. L’uomo è diverso e soprattutto superiore alle creature del mondo animale e solo lasciando tutto ciò che di animalesco ancora possiede, l’uomo giungerà ad una nuova consapevolezza superiore.
Quindi lo stesso Freddie non è soltanto una semplice cavia, ma una vera e propria sfida per Lancaster, perchè dentro questo sbandato sono contenuti tutti quegli elementi che i suoi insegnamenti devono eliminare. E’ l’esperimento perfetto, se riesce con Freddie, il suo ascendente verso gli altri adepti aumenterà sensibilmente e il suo potere di reclutamento non avrà limite.
La sequenza del primo indottrinamento di Lancaster nei confronti di Freddie è magnifica per intensità nella sua estrema semplicità. Campi e controcampi che descrivono l’apertura di uno nei confronti dell’altro, penetrano nell’anima di uomo, scandagliano il suo passato e aprono i suoi segreti. Anderson non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Stanley Kubrick e il particolare del non battere le ciglia durante la seduta ricorda la Cura Ludovico di Alex in “Arancia meccanica”, forse una piccola citazione. Ma se nella pellicola di Kubrick si trattava di un’imposizione forzata, nel film di Anderson è una scelta consapevole di un allievo che si mette nelle mani di un maestro.
A titolo esemplificativo “The Master” rifugge anche un altro titolo famoso, “Il servo” di Joseph Losey. In questa pellicola non avviene un vero e proprio ribaltamento dei ruoli, piuttosto un continuo e mutevole equilibrio, frutto di un gioco di fascinazione reciproca tra questi due personaggi. Se Freddie vede in Lancaster la calma, la sicurezza in sé stesso, la figura carismatica capace di mettere ordine ad una vita caotica, Lancaster a sua volta vede in Freddie la parte istitintuale di sé stesso che ha negato nei suoi scritti e nei suoi insegnamenti, ma pur negandola a livello formale, con alcune eccezioni (“ridere fa bene”), ne è ancora inesorabilmente attratto. Ruoli che tendono a confondersi più che a ribaltarsi. Ruoli che possono essere considerati complementari dato che Lancaster è legato alla parola, al gioco di seduzione dell’affabulazione verbale e Freddie più legato all’immagine, a creare immagini (la passione per la fotografia) o creare simulacri come la donna di sabbia sulla spiaggia.
Diverso e simile al contempo a pellicole precedenti di Anderson come “Sidney” e “Boogie Nights”, dove però il dualismo dei personaggi dalla dicotomia maestro/allievo scivolava lentamente nel rapporto filiale padre/figlio, in un percorso tutto sommato molto più lineare di “The Master”.
Qui il rapporto stesso sembra molto più aperto rispetto alle sue pellicole precedenti. Questo gioco coinvolge anche personaggi esterni, che ne vengono influenzati e a loro volta influenzano essi stessi il rapporto tra Lancaster e Freddie. E’ una ragnatela che si espande, partendo dai due attori principali per influenzare ed essere influenzati dagli altri soggetti che ne vengono coinvolti, mutando di continuo gli equilibri. In questo senso risiede il fascino maggiore di “The Master”, forse anche il suo stesso limite dettato da una pellicola senza dubbio molto ambiziosa.
La locandina stessa del film può fornire un esempio di tale interscambiabilità, cioè chi è maestro di chi. Presenta Freddie messo al centro in primo piano e sullo sfondo ai due lati la coppia marito e moglie Lancaster e Peggy Dodd. Potrebbero cambiare di posizione perchè ognuno di loro subisce e impone cambiamenti, a seconda delle dinamiche che intercorrono fra questi personaggi e, a loro volta, mutano i caratteri di personaggi più secondari. Anderson quindi crea tale ragnatela dove è possibile perdersi, ma non si può negare il coraggio e l’ambizione del progetto.
Per esempio un personaggio come Peggy Dodd riesce gradualmente ad imporsi nel corso della storia.
L’irruzione di Freddie nel contesto della setta e, sia pure non in maniera volontaria, nella capacità di poter influenzare suo marito Lancaster, viene chiaramente percepito come una minaccia al suo stesso ascendente. Peggy si considera il braccio destro della setta e Freddie potrebbe scalzarla da questa posizione dominante. Lancaster in questo caso diventa quasi un oggetto del contendere, che deriva dal conflitto creato tra Freddie e Peggy.
L’attacco indiretto di Peggy nei confronti di Freddie, durante la cena di famiglia (con Freddie assente), avviene non per sua bocca, ma dalle parole che vengono pronunciate dal genero, che è come se fossero sue. Ha unito il corpo familiare contro Lancaster per indurlo a cacciare Freddie. Lancaster però contrattacca affermando che,cacciando Freddie, significherebbe il fallimento suo e soprattutto della sua teoria. Quindi tutta la famiglia, Peggy compresa, deve impegnarsi a redimere Freddie. Il discorso di Lancaster convince l’intera famiglia che si impegnerà in questo compito, Peggy compresa, che si conforma alla volontà del marito. Momentaneamente.
Si amano e si odiano, si attraggono e si respingono per quasi tutto il film senza che il legame si spezzi. Un insieme di alti e bassi, che la sequenza della prigione fra Freddie e Lancaster sintetizza in maniera straordinaria nella sua intensità emotiva. Difficile è giungere ad un punto di rottura perchè ogni attore della vicenda cerca qualcosa che manca o che gli viene a mancare e trova nell’interlocutore un’alternativa o una compensazione a tale mancanza.
Freddie ha avuto molte donne nel suo cammino disgraziato e nessun punto di riferimento, soprattutto femminile. E’ un legame fisso ciò che cerca e fra le righe è Peggy il suo oggetto del desiderio, quella metà mancante. Rifiuta le profferte della figlia di Lancaster perchè in fondo non è quello il suo vero obiettivo.
L’ostacolo è Lancaster, un uomo che al contrario ha un legame fisso, ma una vita vicina all’ascetismo dal punto di vista sessuale, perchè ha rinunciato al sesso, al piacere egoistico del sesso, benchè ne sia ancora attratto e trova in Freddie un’alternativa, lontana da semplici pulsioni omoerotiche. A titolo esemplificativo basta vedere la scena in cui Peggy masturba Lancaster davanti ad uno specchio e la reazione di Lancaster quando beve il potente intruglio di Freddie. In tutte e due le occasioni sembra di udire un verso simile ad un orgasmo sessuale. Il piacere erotico può essere compensato da una bevanda a fortissima gradazione alcolica.
Come Anderson stesso ha affermato durante la conferenza stampa del Festival di Venezia, Freddie e Lancaster sono come due anime selvagge che cercano di addomesticarsi. Diversi all’apparenza ma con molti elementi in comune, più di quanti essi stessi si immaginerebbero.
“The Master” è la continua ricerca di un equilibrio e della sua impossibilità di trovarlo anche attraverso il compromesso, perchè il compromesso stesso distoglie dall’obiettivo perseguito verso un altro più raggiungibile, ma meno appagante.
Il dilemma di “The Master” è il dover scegliere, come Freddie, tra un’esistenza sbandata, condannata alla solitudine, ma in fondo libera, o doversi assoggettare ai dettami di un maestro, vivendo in una comunità ed essere accettato dalle altre persone, rinunciando tuttavia alla sua libertà.
Nondimeno Lancaster si pone di fronte alla stessa scelta, ma da una posizione opposta. Rinunciare al suo status acquisito e riconquistare una libertà ormai perduta, riacquistare una propria dimensione che lo ha reso schiavo della sua stessa dottrina. Una dottrina che domina ormai il suo stesso creatore, un dogmatismo che se nelle intenzioni voleva liberare la spiritualità dell’essere umano, lo ha indirizzato verso una nuova forma di schiavitù.
Il deserto, contesto irreale e metafisico, rappresenta lo sfondo ideale dove sia Lancaster e Freddie operano la loro scelta definitiva a cavallo di una moto in una corsa sfrenata verso un punto nell’orizzonte da raggiungere e ritornare al punto di partenza (Lancaster) oppure perdersi per andare oltre, ricercare una donna del proprio passato, un amore vissuto con sincerità e purezza prima che la guerra spazzasse tutto (Freddie).
“The Master” possiede inoltre elementi di complementarietà con la pellicola precedente di Anderson,” Il petroliere”. Tanto era stretto il legame con la materia tangibile, la terra, il petrolio, il possesso fisico delle cose nel precedente film, quanto in “The Master” è tutto così immateriale, perchè qui al centro di tutto è l’animo umano così sfuggente, sfaccettato ed indefinito. Nessun accenno al denaro come strumento di acquisizione del potere, il denaro non viene utilizzato mai come sistema di misura di un obiettivo raggiunto o da raggiungere. La materialità del denaro avrebbe stonato con il contesto di questo film, perchè il potere di assoggettamento dell’animo umano viene perseguito attraverso altri mezzi di persuasione, la parola in primis. Infatti ciò che Freddie e Lancaster disseppelliscono dalla cassa sepolta nel deserto non è né oro né denaro, ma gli scritti di Lancaster, i suoi libri, le sue parole. Materia e Spirito, “Il Petroliere” e “The Master” sono probabilmente facce della stessa medaglia, con cui quest’ultima pellicola forma un ideale dittico.
“The Master è un film molto complesso e stratificato, pone interrogativi e riflessioni, ma non offre ricette e risposte sicure, proprio per la mutevolezza dell’animo umano. Risulta a tratti sfuggente, pieno di digressioni, ma lontanissimo dall’essere banale, perchè Anderson non è un autore banale o superficiale, semmai molto ambizioso. Un film che ti lascia un certo senso di incompiuto, ma anche la capacità di rimanerti dentro e invogliarti a vederlo una seconda volta per colmare lacune o magari scoprirne di nuove.
La regia di Anderson è variegata come lo stesso film e dimostra ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno l’estrema padronanza del mezzo e la facilità nel passare dalle lunghe carrellate elaborate (il percorso della modella dei grandi magazzini ad esempio) a lunghi piani sequenza con camera fissa (la prigione), ai primi piani intensi di Hoffmann e Phoenix nel loro primo test (“Non battere le ciglia”). Una padronanza tale che lo impone fra i migliori registi in circolazione che, con l’uso del 70mm, riesce a dare un’aura epica alle sue pellicole sia in sconfinati spazi aperti come nei momenti di intimità minimalista. Un meritato Leone d’argento per la miglior regia all’ultimo festival di Venezia.
Da tenere conto anche della bella colonna sonora di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead alla sua seconda collaborazione con Anderson dopo “Il Petroliere”, al suo carattere fortemente straniante.
Ottimo inoltre il grande contributo dato dagli attori. Philip Seymour Hoffman è pressochè nato e cresciuto con Anderson, al quale ha offerto un’interpretazione estremamente raffinata e sfaccettata di un personaggio profondamente insicuro, ma con indosso la maschera di un santone capace di offrire delle certezze a delle persone a loro volta insicure, deboli e sole. Un personaggio che crede fermamente in ciò che professa, ma che viene inesorabilmente sedotto e affascinato da quegli aspetti della vita, cui ha rinunciato per dedicarsi al suo credo. Una dottrina che gradualmente lo spersonificherà fino a ridurlo a sua volta in un servo, il più importante dei servi.
Straordinaria la prestazione di Phoenix, che ha mostrato il Freddie Quell anche in conferenza stampa al Festival di Venezia, deliziosamente indolente verso un protocollo forzato, tanto da accendersi una sigaretta in sala. Phoenix si rivela perfetto contraltare di Hoffman, compassato l’uno quanto animalesco l’altro, perfettamente a suo agio l’uno, un pesce fuor d’acqua l’altro. Freddie Quell non si confonde mai con gli altri personaggi, é sempre immediatamente distinguibile con quella sua postura impacciata delle braccia appoggiate ai fianchi. Lui stesso crede nella causa di Lancaster, mezzo per poter reinserirsi nella società, ma non vuole sacrificare la sua libertà. Freddie è il simbolo di un fallimento o di una vittoria, a seconda dei punti di vista. Il suo percorso inizia e finisce nello stesso posto, un ritorno al punto di partenza in maniera perfettamente circolare.
Di fronte a questi due grandissimi attori, entrambi premiati con la Coppa Volpi ad ex-aequo all’ultima mostra di Venezia, non viene assolutamente messa in sottordine la prestazione di Amy Adams, nel ruolo di Peggy Dodd. Moglie ed allo stesso tempo eminenza grigia di Lancaster. Forse il vero master di questo film. Nel finale londinese, dove avviene l’incontro di questi tre personaggi, il ruolo di Peggy prende decisamente un’aura shakespeariana, non al centro della scrivania insieme al marito, ma più nell’ombra, come una Lady Macbeth che finalmente ha raggiunto il suo obiettivo. Muovere le fila del suo burattino che parla e pensa le stesse cose del suo burattinaio.
“Se trovi il modo di vivere senza un padrone, fammelo sapere”
Da filmscoop.it

Nel titolo c’è tutto.
Perché il Master del film di Paul Thomas Anderson non è (solo) il personaggio interpretato da Philip Seymour Hoffman. È (anche) un’entità metafisica e astratta: è la sua ossessione di controllo e di potere, è la rabbia inquieta del Freddie di Joaquin Phoenix, è il bisogno di amore di entrambi, è la schiavitù di tutti noi nei confronti di qualcosa, di qualcuno.
“Se trovi il modo per vivere senza un padrone, faccelo sapere” dice, più o meno – e non senza un velo di speranza e invidia – il Master al suo pupillo. Perché la libertà è cura.
L’incontro tra i due protagonisti è fulminante. L’intesa e l’attrazione reciproche sono immediate, così come la concessione di una difficile fiducia. Se questo accade, facendo del film non una storia “sulle sette” ma un’epopea di vita e d’amore (in senso tanto ampio da non lesinare nemmeno in sfumature omoerotiche), è perché Lancaster e Freddie sono due facce della stessa medaglia, due opposti che si attraggono. Ognuno nel tentativo – nel primo caso cosciente, nel secondo no – di cannibalizzare l’altro allo scopo di ottenere qualcosa. Di soddisfare un desiderio. Di raggiungere un equilibrio.
“I lati negativi sono poli e con quelli positivi portano il bilancio allo zero che è necessario per la vita” dice, ancora e all’incirca, il personaggio di Hoffman.
L’attrazione, l’equilibrio, la sanità mentale, lo spettro della madre, il sesso, il desiderio: tutte questioni centrali in quella psicoanalisi che viene metaforicamente evocata attraverso le tecniche del Culto del Maestro. E, quindi, la relazione tra Lancaster e Freddie è, letteralmente, anche quella tra l’analista e il suo paziente, con tanto di transfert: un analista che, però, a questo transfert non è in grado di rispondere adeguatamente, che non accetta l’emancipazione del suo paziente. La sua disillusione. La libertà (da ogni padrone) che è la cura.
Raccontato con uno stile cinematografico esemplare, maestoso senza ridondanze, con una scrittura limpida e intelligente, con interpretazioni di grande intensità, il magma emotivo della storia d’amore e di vita di Lancaster e Freddie rimane però imbrigliato dalla rarefazione, all’algidità intellettuale e quasi scientifica dell’Anderson regista, che mai si abbandona alla calda e rabbiosa visceralità de Il Petroliere.
The Master è allora indubbiamente un film “grande” in più di un senso, denso e rarefatto, assai complesso. Ma anche un film che tenta, forse per pudore, forse con (o senza) ragione di equilibrare i poli, di raggiungere una neutralità che, come dimostra la parabola stessa dei personaggi, necessaria alla vita non è. E nemmeno al cinema.
Di Federico Gironi , da comingsoon.it

Certamente il film più atteso della 69° Mostra del Cinema di Venezia e uno degli eventi della nuova stagione cinematografica, The Master di Paul Thomas Anderson non delude le (fin troppo) alte aspettative di critica e fan ma anzi si conferma come primo vero papabile Leone d’oro di quest’anno e futuro grande protagonista della notte degli Oscar 2013. Il regista diMagnolia ritorna dunque al cinema a cinque anni di distanza dal capolavoro Il petroliere e lo fa con la storia di Freddie Quell, veterano della seconda guerra mondiale traumatizzato ed ossessionato che vaga senza una meta precisa per l’America fino a quando non finisce per caso su una nave in rotta da San Francisco a New York. Lì incontra Lancaster Dodd, filosofo, scrittore e fisico ma soprattutto leader spirituale di una setta chiamata La Causa che professa la necessità di annullare il lato animalesco di ciascuno di noi e che crede fermamente nella possibilità di accedere ai ricordi dello spirito e delle precedenti esistenze nel corso dei millenni antecedenti. Per fare questo Freddie deve quindi abbandonare i propri vizi e le proprie necessità, abbandonare il suo desiderio di libertà e soprattutto lasciare indietro, una volta per tutte, i propri ricordi per essere così finalmente pronto a conoscere la vera natura del proprio spirito. Contrariamente a quello che potrebbero far pensare il titolo del film o le voci che lo volevano come un ritratto non autorizzato di L. Ron Hubbard e il suoScientology, il rapporto tra i due uomini non è semplicemente quello di maestro/allievo o padrone/schiavo o anche padre/figlio, il loro incontro si evolve in qualcosa di ben più morboso, quasi una (platonica) storia d’amore in cui entrambi si dimostrano bisognosi, gelosi e protettivi l’uno dell’altro. A spostare gli equilibri di questo torbido rapporto interviene la famiglia (tradizionale ed allargata) ed in particolare un terzo personaggio, solo apparentemente secondario, quale è la moglie del Maestro Peggy, figura quasi ladymacbethiana che nell’ombra controlla La Causa e fa in modo che prosegua per la retta via. La struttura narrativa circolare del film non vuole offrire alcuna conclusione o senso di compiutezza per nessuno dei protagonisti, anzi il finale volutamente ambiguo lascia aperta la porta a più interpretazioni, possibilità e sviluppi. In un film che è quasi un’analisi psicanalitica dei suoi protagonisti e dei rapporti che tra essi intercorrono, a fare la parte del leone non possono che essere le interpretazioni di uno straordinario gruppo di attori: seAmy Adams è perfetta nello sfruttare il breve, ma significativo, spazio a sua disposizione, sono i due protagonisti, ed in particolare i loro potenti ed impressionanti duetti, il cuore dell’intera pellicola. Philip Seymour Hoffman è qui ad una delle migliori interpretazioni della sua carriera: il suo Lancaster Dodd è un personaggio complesso che sa avvicinare lo spettatore con il suo carisma ma al tempo stesso lo allontana con scatti di rabbia improvvisi ed un senso di strisciante inquietudine; Joaquin Phoenix è semplicemente superlativo nell’offrire un’interpretazione profondamente fisica ed animalesca, che giunge a ricordarci addirittura il miglior De Niro, e neppure difetta di nuance e mistero. Non si offenda però Phoenix se il nostro personale titolo di Maestro va ancora a questo giovane (ma si potrà ancora definirlo così?) cineasta che confeziona un film con immagini di rara bellezza e potenza e che, anche grazie al grande lavoro di tutto il reparto tecnico, – soprattutto la fotografia, ancor di più nell’impressionante versione in 70mm, di Mihai Malaimare Jr. è splendida e contribuisce, insieme all’ottima scenografia, a rendere più vivi che mai gli anni ’50 americani – rappresenta di fatto il cinema statunitense al suo meglio e conferma così il suo autore tra i massimi esponenti viventi.
Il genio di Anderson non è solo nella sua abilità dietro la macchina da presa o in fase di scrittura, ma anche nelle piccole grandi intuzioni che fanno un film: vincente era stata quella di scegliere il chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood per la colonna sonora de Il petroliere, ed è una scelta che qui viene confermata e ancora una volta ripagata con una soundtrack preziosa in cui serpeggiano due elementi fondamentali del film, sensualità e claustrofobia.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

The Master trasuda cinema americano. Quello maledetto, viscerale, scomodo. Quello dalle potenzialità infinite, quello delle utopie dei grandissimi autori. Nei fotogrammi di The Master – tutti di incontenibile potenza – rieccheggiano, grandiosi e nostalgici, i fasti di Orson Welles e di Eric Von Stroheim: registi troppo geniali perché la macchina hollywoodiana li potesse lasciare “a briglia sciolta”.
P. T. Anderson, oggi tra i più talentuosi registi contemporanei, non interrompe la sua febbrile sperimentazione — soprattutto dopo un conclamato successo internazione quale Il petroliere -, continuando, con coraggio e caparbietà, il suo cammino attraverso le radici e le contraddizioni dell’America. E, per farlo, sceglie la strada più spigolosa e rischiosa: infrangendo la sicurezza che un film perfetto come Il petroliere possedeva. «Significantly, too, The Master does not look as elegant as There Will Be Blood. Its visual palette is more varied and less predictable.» Così scrivono su «CinemaScoope»: e non si può che essere d’accordo. Quell’ingranaggio perfetto che costituiva il nucleo del Petroliere viene sostituito da questo “gigante cinematografico” che tutto è fuorché perfetto. Ma non bisogna considerare ciò come un fattore negativo. Anzi. Erano forse perfetti Welles o Stroheim – ovvero, quei registi velocemente emarginati da una Hollywood che, invece, richiedeva meccanismi “ad orologeria”? Certamente no. Essi inseguivano piuttosto delleidee di cinema, infischiandosene delle conseguenze. Così, oggi, Paul Thomas Anderson.
Sì, perché The Master è un film che ferisce, che fa male. Un film «fatto di scene pesanti come la pietra, dove ogni momento è un blocco di marmo perfettamente tagliato, separato da un cut, ma unico e maniacale nella materia con gli altri.» [Positif] Un film che ci schiaccia poco a poco sotto la mole dei 70 mm. Un film scomposto e anarchico. Non c’è soluzione di continuità, in The Master: piani-sequenza e montaggio alternato, primissimi piani e campi lunghi: niente è prestabilito ma tutto è sottoposto e piegato ad un’idea..
E sbaglia chi considera The Master un film estetizzante, o essenzialmente d’attori. È vero, nessuno può negare la bellezza delle sue immagini: ma quanto dolore, queste, ci infliggono? E ancora. Non si può contestare il “peso” dei corpi attoriali di Philip Seymour Hoffman e di Joaquin Phoenix – quest’ultimo letteralmente “deformato” nella sua postura e gestualità: ma è proprio vero che la regia di Anderson scompaia al loro servizio?
Già, i due protagonisti: il nucleo di The Master. Forse, un servo e un padrone. O forse due uomini che si cercano e che si amano disperatamente. Non è Scientology – tema tanto blasonato all’uscita del film, che presto scompare sotto gli interrogativi, ben più grandi, imposti dal film – ma il sesso, una delle principali tematiche del film. Freddie Quell ne è ossessionato. La sua donna di sabbia – altra “utopia”, di un film che ne è infarcito – che si concretizza alla fine del film, per poi tornare utopia. E Dodd, che, con i sogni infranti degli altri, sta costruendo un piccolo impero.
La storia di due uomini “in barca” – non a caso, un altro tema tipicamente wellesiano. Essenzialmente dei falliti: perché, nel mondo andersiano, non esiste nessun vincente. Chi desideroso di lasciarsi il passato alle spalle, chi di utilizzarlo per migliorare la vita. Ed è proprio il passato, metaforicizzato, a costituire il leitmotiv iconografico del film: che cosa sono, infatti, se non proprio un simbolo del “passato”, quell’acqua e quei flutti che vediamo infrangersi alle spalle di una nave che sta solcando l’oceano?
Da cinerepublic.filmtv.it

The Master è un film cupo e sgradevole. A cominciare dai due protagonisti, interpretati con straordinaria bravura da Joachin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, i quali tratteggiano dei personaggi coi quali lo spettatore non è certo portato a identificarsi. Ma andiamo con ordine. Siamo negli anni cinquanta del secolo passato e Freddie Quell (Phoenix) è un reduce del secondo conflitto mondiale, con il fisico, ma ancor più con la mente, segnati da quell’esperienza. Tenta con poco successo di reinserirsi nella società, nel lavoro, ma lo penalizza un’aggressività residua che non riesce a dominare. Non è in grado di relazionarsi col prossimo. Si stordisce con dei micidiali grog che prepara lui stesso usando gli ingredienti più disparati, con la confusione e il disordine che gli sono propri.
Su una nave incontra Lancaster Dodd (Seymour Hoffman), un uomo di mezza età che, oltre ad apprezzare i suoi cocktail, lo porta a conoscenza di un pensiero e di una condotta di vita – una filosofia – che lui ha elaborato e che diffonde in adunanze di persone disponibili e ingenuamente fiduciose. Con modi e con parole persuasive, con atteggiamenti ipnotici, Dodd, il Maestro, trasforma Freddie in un adepto fedele della sua causa, detta appunto “la Causa”. Un affiliato fin troppo fedele, che tende a rimproverare al maestro, quando crede di ravvisarne, le deviazioni dalla linea del suo stesso pensiero. Un affiliato che non tollera lo scetticismo e la critica dei non credenti. E ciò avviene non in modo pacato, ma con quella aggressività e quel coinvolgimento fisico di cui Freddie continua ad essere prigioniero, tanto che viene da pensare in certi momenti del film al mito di Frankenstein, ovvero alla creatura che va al di la dell’immaginazione e dei propositi del suo artefice. Non è escluso che l’autore abbia voluto proporre ancora una volta una riflessione sui risultati che certi indirizzi di pensiero o teorie fondamentalmente arbitrarie possono produrre in persone sprovvedute e fragili: grande ed inesauribile tema. Freddie si aggrappa al maestro e questi, investito del proprio ruolo, non si tira indietro e, a giustificazione dell’allievo e sua, arriva a dire qualcosa come: «Chi riesce a vivere senza un Maestro?»
Un’opera aperta e interessante, coraggiosa, tuttavia penalizzata da alcuni rallentamenti e da un montaggio che chiede allo spettatore, specie all’inizio, uno sforzo di ricomposizione. Anderson sa districarsi correttamente nella complessa tematica, tuttavia al cinefilo viene da pensare cosa avrebbe cavato Stanley Kubrick da un simile argomento, notturno e oscuro come lui sembrava preferire negli ultimi tempi della sua straordinaria carriera.
Di Giampaolo Gombi, da bestmovie.it

Paul Thomas Anderson ha deciso di girare la storia ipnotica della relazione traLancaster Dodd, leader carismatico di una setta che prospera sulle rovine psicologiche della Seconda Guerra Mondiale, e Freddie, un marinaio reduce, randagio, solo, ignorante e alcolizzato. Il primo arruola il secondo per farne il suo discepolo, la sua cavia addirittura, con l’ambizione di domare il suo spirito selvatico e animale, che per ciò che professa può essere fiaccato e ricondotto all’ordine, correggendo nella morsa della ricerca della perfezione trilioni di anni di errori e debolezze. Il secondo non ha molto da perdere, pensa, ed esplora perciò la possibilità di affidarsi ad una qualche guida, casualmente capitata sulla sua strada. Il primo vuole muoversi nella sfera del dominio. Il secondo sfida le correnti rassegnato in cuor suo ad un approdo nella follia.
Anderson, da sempre affascinato dai profeti, dalla manipolazione e dalla dipendenza psicologica che emergono in tutta la sua filmografia, osserva l’acqua agitata dalle eliche a poppavia: una zona vorticosa, insidiosa a e violenta in cui la volontà si annichilisce e la libertà del mare viene inghiottita. Qui si annidano l’esercizio del controllo e l’abdicazione, qui si confondono la paura più sconsolante e l’illusione di una consolazione.
Il canto della sirena, nella visione ammaliante, felpata, imprevedibile e composta che Anderson costruisce, ha i colori della sabbia e del mare continuamente richiamati stilisticamente nella fotografia e nelle scenografie. E ha il suono liturgico e in sordina della parola nuda, cullato a intermittenza dai suoni liquidi di una ninna nanna.
Così il film irretisce in quella tensione tra allerta e conforto, tra schiaffo e abbraccio, tagliando gli ancoraggi che vorrebbero tanto trattenerlo in un ritratto ambiguo della Chiesa di Scientology da cui il discorso prende senz’altro la rincorsa per tuffarsi però verso i fondali più torbidi delle pulsioni e delle dipendenze emotive e psicologiche, mettendo alla destra del padre (la moglie di Dodd intepretata da Amy Adams) quel cinismo che prenderà il sopravvento e si farà tirannia.
Sullo schermo lo scontro è tra titani. Philip Seymour Hoffman è immenso nel ruolo del profeta abbagliato e indebolito dal suo stesso Credo, ma è Joaquin Phoenix il vero Master. La sua prova è dolorosa e molto fisica e punta il suo equilibrio nello spigolo in una postura viziata, ricurva sui reni e ossidata nelle scapole. Come il drago che Dodd intende prendere al laccio per poi insegnargli a soffiare a comando. Ma chi ha davvero bisogno di chi? Perché ci autocondanniamo alla schiavitù di comandare o essere comandati? Forse perché la libertà, come una donna nuda modellata nella sabbia, non puoi possederla. Se però sei il più coraggioso tra gli uomini, potrai – questo sì – almeno sognarla e contemplarla.
Di Ludovica Sanfelice, da film.it

Anche se porta a casa la pelle, l’ex marine Freddie Quell (Joaquin Phoenix) riesce a vivere e a dimenticare gli orrori, le paure e le atrocità della seconda guerra mondiale grazie ai micidiali intrugli di alcool che si prepara. Egli, che era stato un giovane fragilissimo, per aver perso da ragazzo il padre e per aver visto successivamente ricoverare la madre in manicomio, ora, che la guerra è finita, avrebbe bisogno, prima di ogni altra cosa, di calore e accoglienza affettuosa e anche di una presenza femminile come quella di Doris, la fanciulla vicina di casa che aveva lasciato e che ora vorrebbe ritrovare: una donna vera, non più quella di sabbia con la quale placa le sue ossessioni sessuali. Se non è facile per nessuno dei suoi compagni combattenti reinserirsi in una vita normale, per uno come lui, che ha imparato, prima e durante la guerra, a indurirsi e ad aggredire per difendersi, questo inserimento diventa quasi impossibile. Il governo degli Stati Uniti affronta il problema dei reduci cercando di convincerli, grazie all’aiuto di psicologi ed esperti, che il sogno americano, ora, che la pace lo consente, è lì, alla portata di chiunque voglia riprendere in mano il proprio destino, inventandosi un futuro e realizzandosi in un’attività che farà anche ben guadagnare. Per Freddie, tuttavia, la realtà è più dura, perché la sua reattività violenta è diventata incontrollabile e si manifesta ovunque egli cerchi di lavorare, costringendolo a fuggire sempre, e ad abbandonare perciò quelle poche relazioni umane che era riuscito a mettere in piedi. Alla fine di una di queste sue lunghe fughe, egli sarà accolto a bordo di una nave dove è in corso una festa di nozze.
Inizia in questo momento la parte centrale del film, quella che racconta l’amicizia che legherà il nostro Freddie al proprietario dell’imbarcazione, Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), colui che lo accoglie a bordo, stremato e quasi in coma etilico, con l’intento di aiutarlo a ricuperare la piena coscienza di sé, applicandogli la cura nuova, che sta sperimentando e che forse potrebbe funzionare. Lancaster è un uomo strano: un po’ medico, un po’ filosofo, molto istrione: egli è il capo carismatico di una setta che si sta organizzando per “cambiare il mondo”, cercando di trasformare gli uomini in creature pienamente capaci di controllare gli istinti animali da cui sarebbero dominati. L’organizzazione, che si autonomina La Causa, sta facendo proseliti nell’ambiente della media borghesia che vive nelle villette periferiche ai margini delle piccole città, ma non nelle metropoli, non a New York. I discorsi di Lancaster, infatti, sono fumosi e mistici e non riescono a trovar udienza laddove il tessuto sociale è costituito da individui per lo più colti, coscienti dei problemi reali, riluttanti ad accettare soluzioni dogmatiche e semplicistiche, che hanno a fondamento l’ipnosi e la regressione della mente; fanno breccia invece in quella parte della popolazione mediamente acculturata, che si lascia affascinare, quasi ipnotizzata, dal suo strano linguaggio, immaginoso e misterioso, fatto di vulgata psicanalitica e metempsicosi, che procede, come dice suo figlio, per improvvisazione, e che è sostanzialmente povero di logica e di scientificità. Lancaster ha bisogno di Freddie, quasi come di una cavia per sperimentare le proprie intuizioni; Freddie ha bisogno di protezione e affetto. Ne nasce un sodalizio profondo, quasi una storia d’amore, dirà il regista, certo di fascinazione reciproca: Freddie si sente in dovere di difendere l’amico, a modo suo, naturalmente, cioè a suon di botte ogni volta che qualcuno metta in forse i fondamenti scientifici della nuova dottrina, rivelandone l’essenza manipolatrice e dogmatica, o dubiti della liceità dell’esercizio senza titoli dell’arte medica. Finirà in galera, col suo guru, ma ne uscirà, mentre crescono i dubbi, soprattutto nella moglie di lui, sulla convenienza di continuare a tenere presso la famiglia Freddie, evidentemente incorreggibile, la cui imbarazzante presenza mette a rischio La Causa, che, ormai decisamente avviata al successo, non ha bisogno degli scandali che la sua violenza irriflessiva provoca.
I dubbi di lei (Amy Adams), tuttavia, non riusciranno a separarli del tutto, perché Freddie è diventato indispensabile al suo maestro, tanto che, in questa complicato intreccio di amicizia, quasi-amore, possessione, quasi si stenta a capire quale dei due sia davvero riuscito a catturare l’altro, sembrando del tutto assente quel fenomeno del “plagio” psicologico, che è tipico delle moderne sette, nelle quali la volontà dell’adepto verrebbe completamente asservita a quella del guru. Costretto dalla necessità in un primo momento, Freddie finisce poi, quasi con divertimento, per accettare la “cura” di Lancaster, ma rimane se stesso, nella sua follia trasgressiva (non si fa scrupoli, infatti, nell’accettare le avances della figlia di lui; ascolta distrattamente le sue lezioni, e, se siede vicino a una bella donna, proprio mentre Lancaster parla per condannare i comportamenti animali, le scrive un biglietto esplicitamente osé), così come rimane se stesso nella solitudine individualistica: da vero eroe americano sarà, da solo, sconfitto, mantenendosi però fedele al suo modo di vivere e di pensare, come ci verrà meravigliosamente detto nel finale, che richiamando circolarmente l’incipit del racconto, donna di sabbia compresa, ne sottolinea la sostanziale immutabilità.
Il film, Leone d’argento all’ultimo festival di Venezia, ha guadagnato anche la coppa Volpi per entrambi gli attori protagonisti, sublimi interpreti di un lavoro niente affatto semplice e per certi aspetti molto ambiguo (lo dico perché è un fatto, non perché voglia connotarlo negativamente!). Tutti gli attori sono però molto bravi sotto la direzione perfezionista di questo regista che, ricostruendo con scrupolo filologico, quasi pignolo, gli ambienti di allora e addirittura usando gli strumenti cinematografici che venivano adoperati nell’epoca di cui il film parla (comprese le camere da 70 mm), ha narrato, senza fretta, una vicenda che, pur assomigliandole, non è la storia di Scientology, né è la storia degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, anche se quella storia è presente e condiziona tutto il film e non è neppure solo la narrazione di una tenace amicizia che assomiglia a un amore. Che cos’è allora? Probabilmente è solo un film costruito benissimo, per il gusto di raccontare, ineccepibile sul piano formale, con immagini di grande bellezza e suggestione, su due personaggi insoliti per i quali è difficile provare simpatia. Non è però detto che i film debbano per forza contenere personaggi positivi.
Di Angela Laugier, da iltafano.typepad.com

Quella del 2012 è stata un’edizione della Mostra di Venezia dove in molti titoli del Concorso si è potuto nascondere un significativo ed a tratti sintomatico bisenso, capace di ampliare considerevolmente, se non di confutare la chiave di lettura primaria del film: il cammino compiuto dai personaggi di Terrence Malick in The Master è, infatti, davvero soltanto la scalinata dell’abbazia di Mont Saint-Michel o si tratta piuttosto di un tragitto molto più complesso, che culmina con il raggiungimento di uno stato di estasi che tende al divino, dove la “meraviglia” del titolo ha ben poco a che fare con l’architettura e che in realtà si riferisce al manifestarsi, terreno o celeste che sia, del miracolo dell’amore?
Qual è il prezzo a cui si riferisce Ramin Bahrani, quello monetario e venale degli appezzamenti da conquistare e degli affetti da comprare, oppure quelli simbolici del sacrificio e della sopravvivenza? E la bellocchiana Bella addormentata è un disarmante e beffardo accostamento fra il caso privato di Eluana Englaro e la fiaba di Charles Perrault oppure qualcosa di più generalizzato e che descrive in toto lo stato comatoso del nostro Paese?
L’ambiguità più gustosa di tutte, però, è anche quella più immediata, che individua nel carismatico guru di Paul Thomas Anderson un Maestro, sì, ma anche e soprattutto un Padrone: The Master – che in Italia, un po’ per pavidità, un po’ per necessità, è stato distribuito ora, gennaio 2013, con il titolo rimasto invariato – non è il convenzionale e proporzionato biopic che sciaguratamente si aspettava quella fetta di pubblico in attesa di un nuovo Magnolia, ma il nuovo capitolo della filmografia di un autore fra i più originali e sanamente scriteriati dell’America contemporanea, stanco di sentirsi definire di volta in volta il nuovo Scorsese, il nuovo Altman o il nuovo Kubrick a seconda della situazione.
Nello specifico, ritorna alla mente soprattutto il più (ingiustamente) trascurato episodio della carriera del regista losangelino, quell’Ubriaco d’amore che non passò inosservato a Cannes che segnò una sintomatica rottura con quanto da lui girato fino ad allora: esattamente quanto il Barry Egan della pellicola del 2002 (un cerebropatico e sorprendente Adam Sandler, che dopo l’insuccesso del film, ritornò senza ulteriori indugi alle commedie scorreggione che più gli competono), l’alcolizzato veterano della Marina Freddie Quell, che qui ha il volto segnato e selvatico di un immenso Joaquin Phoenix, è un personaggio barricatosi all’interno del proprio mondo interiore, capace di scatti d’ira incontrollati e visibilmente impreparato a qualsiasi rapporto umano; ma se nel primo caso era sufficiente il bizzarro e tenero amore di una ragazza inglese a garantire la redenzione, qui il discorso si fa più complesso e concreto, se non addirittura antitetico, visto che i sentimenti non sono più la semplicistica risposta a tutto di un tempo.
Questa volta, il salvataggio (quasi un tema ricorrente nella poetica andersoniana) assume i connotati di una bizzarra e distorta folgorazione sulla via di Damasco, dove il Gesù Cristo della situazione, il fantasioso Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman, straordinario) è in realtà un ciarlatano di terz’ordine scaltro abbastanza da sfruttare il senso di disorientamento della piccola borghesia statunitense all’alba del secondo dopoguerra: l’incontro fra i due protagonisti, però, non si sviluppa tradizionalmente lungo un percorso comune di crescente fiducia e di confidenza reciproca, ma – lasciando peraltro una giusta, accattivante ellissi sull’evoluzione del loro rapporto – si articola più patologicamente in una relazione simile a quella fra un uomo e il suo cane da compagnia (e soprattutto “da guardia”), ancor più che, come già esplicitato sin dall’inizio, fra uno scienziato e la sua cavia: è come un dobermann in difesa del suo padrone che Quell si scaglia contro i poliziotti accorsi ad arrestare Dodd, così come è ai limiti del canino l’accoglienza che gli riserva nel loro primo incontro dopo una separazione forzata, e così è per molti episodi del film, dove il “discepolo” sfoga i suoi istinti, sessuali in primis, come una vera bestia guidata dall’istinto.
The Master, pertanto, svela immediatamente il suo carattere di studio sociobiologico, quasi ai limiti dell’etologia umana, non temendo di risultare respingente, razionalistico, se non addirittura freddo, ma illustrando pezzo per pezzo le tappe del consenziente e morboso asservimento dell’individuo medio al potente di turno: anche per questo, la nuova fatica di Paul Thomas Anderson, in un’epoca di crisi e di falsi profeti a cui basta davvero poco per appropriarsi del consenso (noi, qui, lo sappiamo bene), è un’opera profondamente politica e fortemente legata al suo tempo, il cui finale sospeso lascia un profondo senso di inquietudine, visto che, a meno che non si rimanga ancorati al reale sviluppo del ventesimo secolo o, peggio, si identifichi pigramente il personaggio di Hoffman con Ron Hubbard, il fondatore di Dianetics che ha effettivamente funto da modello per il personaggio, non ci è dato sapere che cosa farà Dodd con il potere e il denaro accumulato dalla sua Causa.
E se non fosse già sufficiente ritenere The Master una pellicola di importanza colossale per una lucida prospettiva del mondo occidentale di inizio secolo, è anche la forma a conferirgli un’innegabile unicità, con quella nervosa, spigolosa fotografia ad opera del rumeno Mihai Malaimare Jr., il principale (se non, per i più severi, unico) elemento di riscatto nelle più recenti fantasie (o, sempre per i più severi, catastrofi) coppoliane; con quella scelta vincente, fortemente caratterizzante e ariosa di impiegare una pellicola 65mm (non si vedeva in un film di fiction dai tempi dell’Hamlet di Kenneth Branagh), con il risultato di avvicinarsi ambiziosamente al glorioso Cinemascope e agli ampi spazi dei kolossal alla David Lean, volendo sperimentalmente accostare, questa volta, una tecnica orgogliosamente anacronistica a un progetto e una vicenda che di propriamente e canonicamente epico non ha nulla; con quelle musiche firmate dal ritrovato Jonny Greenwood, ormai sempre meno legato al pop sofisticato dei suoi Radiohead e più nobilmente vicino agli studi dissonanti del polacco Krzysztof Penderecki e, soprattutto, al minimalismo di LaMonte Young.
Inseritosi perfettamente in una selezione di titoli tutti in un modo o nell’altro fieri di fare la differenza e di non adagiarsi negli schemi convenzionali (persino l’altrimenti reazionaria Italia quest’anno non ha paura di rischiare con due sensazionali anomalie come Ciprì e Bellocchio), The Master è la prima tappa indimenticabile del Concorso, un film-sorpresa che apparentemente si distacca dalle scelte d’avanguardia dell’ex-direttore Marco Muller, e che, nel suo tentativo riuscitissimo di andare oltre le aspettative più scontate, avrà anche infranto la tradizione della segretezza che ha sempre accompagnato l’ultimo concorrente della Mostra, ma che ne ha rielaborato il senso presentandoci qualcosa di drammaticamente, corroborantemente e completamente diverso da ciò che osavamo sperare.
Di Andrea Bosco, da assodigitale.it

Finalmente l’abbiamo visto The Master, prima annunciato a Venezia, poi misteriosamente scomparso dalla lista del concorso, poi rientrato all’ultimo momento come film-sorpresa. Stamattina alle 8,15, tre quarti d’ora prima della proiezione stampa in Sala Darsena, c’era già una fila che non finiva più, tant’è che hanno dovuto escludere gli accreditati Industry, dirottati su uno screening successivo. Attesa enorme, e l’attesa (almeno per me) non è andata delusa. Molti applausi alla fine, anche se non fragorosissimi e un po’ trattenuti. È cheThe Master spiazza, non è quello che ti aspetti, non è un film – come invece si era detto e scritto da più parti – sulla nascita tra anni Quaranta e Cinquanta di una setta apparentabile a (o echeggiante) Scientology. Sì, c’è un guru fondatore di un qualcosa che somiglia a un gruppo di devoti e fedeli alla linea, Reginald Dodd detto The Master, ma questo strano lavoro di Anderson – forse il più differente, inclassificabile, fuori genere e fuori canone di tutti i suoi – è altro, è su altro. È sulla relazione tra due uomini, un Master in posizione dominante e un ribelle, un outsider, che il Maestro vuole ridurre a discepolo o succube. O comunque far entrare nel cerchio del suo potere. Ma la manipolazione non è così chiara, netta e unidirezionale. Questo intricato rapporto contiene altro, ogni livello ne apre subito un altro ancora, e così via. Forse è un storia di amicizia, di affetto, chissà, anche di amore. A me viene in mente un film come Il servo di Losey, su sceneggiatura di Pinter, anche se Paul Thomas Anderson non ha il dono o meglio la vocazione alla penombra, all’ambiguità, al non detto. Il marinaio Freddie Quell (un Joaquin Phoenix strabiliante) ritorna dalla guerra – la seconda guerra mondiale – come bacato, testa che non funziona più tanto bene, crisi di rabbia selvagge, alcolismo devastante, vita erratica, incapacità di conservare un qualsiasi lavoro. La passione per il bere forte, sempre più forte, lo porta a inventarsi un micidiale intruglio di acquaragia (o altro solvente simile) e superalcolici vari che diventa il propellente della sua vita allucinata. Freddie è uno spettro, scavato nel fisico e dentro, e Joaquin Phoenix gli aderisce in una maniera che impressiona e anche allarma, che è oltre ogni immedesimazione da Metodo, oltre ogni mimetismo pur estremo alla De Niro. Vagando da un posto all’altra, dalla East alla West Coast lasciandosi dietro anche un morto (colpa dell’intruglio) e una ragazza che non si decide mai a sposare, finisce chissà come sullo yacht di tale Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman). Uno che ama farsi chiamare The Master e ha messo a punto un metodo, una terapia (lui la chiama procedura) in cui si mescolano confusamente un po’ di psicanalisi selvaggia, un po’ di esoterismo, una spruzzata di metempsicosi più varie cialtronerie assortite. Uno dei tanti venditori di felicità, uno dei tanti piccoli messia che promettono salvezza e sollievo dal dolore. Ha dalla sua spregiudicatezza e l’abilità di sedurre e persuadere. La sua pratica preferita, cui sottopone i chiamiamoli così pazienti, è di farli tornare al passato, anche alla fase fetale, onde indivduare traumi precoci e rimuoverli. Niente di particolarmente nuovo. Accanto a lui c’è una moglie di ferro (una incombente, minacciosa Amy Adams) che crede in lui, nel suo messaggio e nelle potenzialità della comunità di fedeli in procinto di aggregarsi.
Quando Freddie incontra Reginald è un relitto. Misteriosamente tra loro due si stabilisce subito un’intesa, Reginald condivide le bevute del micidiale intruglio, intanto adotta quel senza casa, senza causa e senza nulla un po’ come anomalo discepolo, un po’ come guardiaspalle. Diventa il suo master, sottoponendolo alla terapia. Non pensate a quello che abbiamo visto in tanti film sulla psicanalisi, qui lo psicologismo è ridotto al minimo, ad Anderson interessano più i corpi, le facce, il confronto e scontro tra le menti ha qualcosa, sempre, di carnale, di corporale, di netto, concreto, tangibile, è un confronto di anime solide, mai di puri spiriti. Freddie si adegua alla Causa, sembra accettare la manipolazione, il plagio (ma è davvero un plagio?), in realtà riesce sempre a conservare una sua zona inaccessibile e a influenzare e irretire a sua volta Reginald. Una relazione che non si svolge mai nel chiuso soffocante della casa del Servo di Losey-Pinter. Avviene invece al cospetto degli altri, a partire dalla famiglia di Reginald, la moglie un po’ Lady Macbeth, la figlia, il figlio, il genero. Paul Thomas Anderson ci racconta magnificamente pezzi di America postbellica e quasi eisenhoweriana, con una maniacalità filologica nella ricostruzione degli ambienti, dei decori, delle facce soprattutto (i ritratti di Freddie nella sua fase come fotografo). Scene che non si dimenticano: Freddie costretto dal Master a percorrere infinite volte una stanza fino a sprofondare in una sorta di sperdimento di sè e di possessione; le sue crisi di rabbia selvaggia e quasi omicide, soprattutto se qualcuno osa discutere la figura di Reginald. Freddie scapperà, ma ovviamente ritornerà. Maestro e discepolo, padrone e schiavo (ma chi è il padrone e chi lo schiavo?) non possono stare lontani. Questa è la storia, questo è The Master. Grazie a Dio Anderson non moraleggia sulle sette, ancora meno gli interessa mettere sotto accusa presunti plagi e manipolazioni, a lui importa solo scandagliare l’incastro tra due uomini. Un rapporto raccontato oltre ogni lettura psicologistica, crudamente e in piena luce, sempre. Come se l’interiorità dei due fuoruscisse e si materializzasse. Una storia di anime trattata e raccontata con forza muscolare che incredibilmente assurge a epica. Non per niente, come ha rircordato poi Anderson in conferenza stampa, The Master è stato girato in 70 millimetri, il formato del cinema colossale e smisurato.
Di Luigi Locatelli, da nuovocinemalocatelli.com

“La fonte di tutto è sorridere”. Lo dice con tono profondo e solenne Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), uno dei due protagonisti che ruotano attorno al nuovo lavoro di Paul Thomas Anderson. Eppure “The Master” per l’intera durata della pellicola non fa altro che trasmettere un’aura algida ed elegantemente cupa che avvolge lo spettatore in territori che, per contro, lo prostrano dinanzi a tematiche di natura fortemente esistenziale e filosofica. Siamo alle porte degli anni cinquanta, Freddie Quell (Joaquin Phoenix) è un marinaio che al termine della guerra si ritrova solo e con gravi turbe psichiche che lo rendono un sociopatico alcolizzato e autolesionista. Imbarcatosi per puro caso in una nave in rotta per New York incontra Lancaster Dodd, filosofo posato e leader carismatico di una setta denominata “la causa” che ha come obiettivo quello di smantellare la natura animalesca dell’animo umano e cercare un varco che possa espandere lo spirito, la mente e il corpo di ognuno di noi. La simbiosi che legherà in brevissimo tempo due personaggi così diversi rappresenterà il trait d’union per lo sviluppo dell’opera.
Cinque anni dopo “Il petroliere”, Anderson torna sul grande schermo con un film dal complesso e denso fulcro tematico che abbraccia religione, amore, filosofia, psicoanalisi e insanità mentale. Sin dalle prime inquadrature si scorge l’estro e l’eleganza di un regista che già da diversi anni ha raccolto su di sè l’attenzione della critica più autorevole e si è imposto per un cinema di qualità che sonda intimamente la psicologia dei suoi protagonisti, sia da una prospettiva corale (“Magnolia”) che del singolo (“Il petroliere”). Così anche il sesto lungometraggio del giovane americano si ricollega a un mix di elegante virtuosismo dietro alla macchina da presa e a una superba caratterizzazione dei personaggi principali. Tra lunghe carrellate (la corsa in moto nel deserto), brillanti piani sequenza (i due dietro alle sbarre del carcere) e fulminei movimenti di campi e controcampi (la prima “esercitazione” che il maestro effettua a Freddie), lo stile andersoniano si snoda attraverso l’asciuttezza dei dialoghi e al supporto di due recitazioni magistrali. Se le aspettative indicavano un Seymour Hoffman pronto per l’interpretazione della vita, è Joaquin Phoenix a meravigliare tutti sfoderando una prova mastodontica.
Entrambi premiati con la coppa Volpi a Venezia, il film di Anderson è tutto giocato sulle interpretazioni dei due grandi attori, anche a detrimento di una sceneggiatura scricchiolante, anzi quasi inesistente: da una parte vi è l’istinto primordiale di Freddie, dall’altra la predisposizione dell’uomo al servizio della scienza e dei paradigmi della società guidata da Lancaster Dodd.
Superba anche la fotografia che passa dal cromatismo piuttosto scuro e claustrofobico degli spazi chiusi alla luce filtrata degli spazi esterni.
“The Master” è un film difficile da assimilare interamente a una prima visione e la sensazione è che se da una parte l’intensa relazione instauratasi tra i due protagonisti intrighi indiscutibilmente lo spettatore (così come del resto l’elegante e “classicheggiante” messa in scena), dall’altra i tanti argomenti evocati non eguaglino né la compattezza né l’analisi interiore raggiunte con quello che rimane ad oggi il suo capolavoro: “Il petroliere”. Il nuovo lavoro del regista losangelino è densissimo di materia psicologica e teologica, anche se, come puntualizzato dallo stesso Anderson, “The Master” non è un film su Scientology sebbene la materia pseudo-religiosa sia senza ombra di dubbio l’anello di congiunzione del rapporto tormentato tra i due, insieme al caro vecchio complesso di Edipo, come facilmente si intuisce dal seno femminile inquadrato più volte (che sia reale o che sia modellato con la sabbia) e dalle molteplici sequenze di masturbazione e di sesso (anche simulato). La ricerca di un’identità che regredisce alle pulsioni di uno stadio animalesco, il sorriso, sono in fondo gli unici mezzi per scardinare le costrizioni preimposte dalla società. E il pur saggio Lancaster Dodds ne prenderà atto.
Il finale, girato grazie all’ausilio di un campo lunghissimo, riafferma il duello uno contro uno del film precedente. Questa volta nessuna violenza a regolare i conti, solo una scelta che Freddie dovrà intraprendere: continuare a promuovere l’obiettivo della setta per il resto della sua vita e rimanere al fianco del suo mentore (“Master” si traduce come “maestro” ma intende allusivamente alla parola “padrone”) o affacciarsi di nuovo verso il mare, correre senza limiti nel deserto, verso la libertà, unica vera religione in grado di eliminare i mali della vita.
Di Matteo De Simei, da ondacinema.it

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